di Rino Genovese

 

[Dal 1° al 25 agosto LPLC2 va in vacanza. In questi giorni ripubblicheremo alcuni articoli usciti da febbraio a oggi, con qualche sorpresa occasionale. Il post di oggi è uscito il 1° maggio 2019. Buone vacanze!. La prima parte del saggio si può leggere qui].

 

Parte seconda: dalla moltiplicazione dei populismi al governo gialloverde

 

Quella che è passata alle cronache politiche come la “vocazione maggioritaria del Pd”, proclamata a gran voce da Veltroni, fu in realtà nel 2008 un’alleanza elettorale di corto respiro con una formazione minore dal nome assai improbabile – Italia dei valori – facente capo all’ex giudice protagonista di Tangentopoli, Antonio Di Pietro, ministro delle Infrastrutture nel governo Prodi tra il 2006 e il 2008, ma soprattutto espressione di un antiberlusconismo del tutto speculare al berlusconismo. Se Berlusconi è contro i magistrati che indagano sulla corruzione di cui lui, come imprenditore e uomo politico, è massimo organizzatore, l’Italia dei valori guidata da un ex magistrato, e ancor prima funzionario di polizia, fa dell’anti-corruzione la propria ragion d’essere. Veltroni prima dichiara che non farà alleanze, poi le fa con il gruppo più monotematicamente antiberlusconiano che ci sia, ma, per non mostrarsi ossessionato dal suo antagonista, in campagna elettorale insiste senza nominarlo sulla perifrasi “il principale esponente dello schieramento a noi avverso”. Cautela piuttosto risibile, e soprattutto autocontraddittoria: Veltroni raggiungerà sì il 37% dei voti – anche per via di una legge elettorale che spinge a scegliere le coalizioni maggiori –, ma con un distacco di quasi dieci punti dallo schieramento berlusconiano che arriverà oltre il 46.

 

Le ragioni della sconfitta elettorale del 2008 non sono però tutte imputabili a una linea di autosufficienza e di rottura a sinistra. C’è un’inconsistenza di fondo dell’intera operazione Pd – il “partito sbagliato”, come lo ha definito Antonio Floridia[1] – cui fa da sponda, nella sinistra cosiddetta radicale, un’analoga inconsistenza espressa da una lista Arcobaleno che non riesce neppure a superare la soglia di sbarramento. La radice obiettiva di questo doppio fallimento è data da una risposta errata alla deformazione della democrazia.

 

Per comprendere in che cosa consista l’errore, bisogna fare un passo indietro verso i regimi populistici novecenteschi sudamericani. Questi si distinguono dalle dittature (come quelle militari che, anche a seguito di quei populismi, imperverseranno poi sul subcontinente) per il fatto d’incentrarsi su una sovranità popolare interpretata in modo plebiscitario: non sulla soppressione del momento elettorale, dunque, ma su una sua particolare declinazione. Ebbene, nei confronti di questo svuotamento della democrazia dall’interno, la strategia e la tattica elettorale degli oppositori non può che essere quella di costruire delle alleanze larghe: tutta l’esperienza sudamericana dei partiti democratici lo testimonia. Se quindi è insensata la decisione di presentarsi con una piccola coalizione di sinistra staccata dall’insieme, come quella Arcobaleno, ancor più lo è annegare in un unico partito le differenti identità e sensibilità presenti in un’alleanza. Il Pd nasce invece con questo vizio di fondo: di essere un partito né carne né pesce, basato sul rito plebiscitario delle “primarie aperte” che incorona un leader analogo a quello populistico, però più debole perché non univocamente a capo di un partito personale.

 

Con il partito unico del centrosinistra non si ha più un campo di alleanze in cui ciascun elettore – in una votazione, è bene ricordarlo, a turno unico – può ritrovarsi nella propria parte politica e al tempo stesso concorrere all’obiettivo comune, ma una formazione mimetica e simmetrica rispetto a quella concorrente. L’egemonia del berlusconismo è insomma replicata e ribadita nella stessa costituzione del Pd, cui Veltroni aggiunge – quasi ciliegina sulla torta – una fittizia volontà maggioritaria che, anche per via del rapporto stabilito con il piccolo partito personale di Di Pietro, ne sottolinea l’aspetto mimetico nei confronti dello “schieramento avverso”.

 

Spesso si dice che sia l’appiattimento della sinistra su posizioni neoliberali, il suo spostarsi a destra, a determinare il successo dei populismi di vario genere. Ciò è vero solo in parte. C’è una pressione sistemica esercitata dai populismi sulla democrazia – il che ne provoca la deformazione, lo svuotamento più o meno marcato –, e sarebbe virtù propria dei partiti democratici quella di preservare se stessi, e la possibilità di una rigenerazione della democrazia, senza ridursi ad assomigliare ai populismi. Se invece una sinistra socialista, o anche liberaldemocratica, diluisce la propria identità fino a perderla, questa è una cessione delle armi. Perfino una formazione centrista avrebbe interesse a tenersi ben al di qua di una mimesi nei confronti dei populismi: per la semplice ragione che la nozione di “centro” presuppone la coppia destra/sinistra sulla quale misurare il proprio centrismo; laddove i populismi tendono a confondere, se non a cancellare, questa distinzione fondamentale della vita democratica – una distinzione per sua natura mobile –, sostituendola con quella virtualmente totalitaria amico/nemico, o con altre simili come “basso” versus “alto”, “popolo” contro “élite”, che inibiscono la formazione di uno schieramento politico articolato, basato su alleanze capaci d’individuare di volta in volta l’avversario principale.

 

A un’area di generico risentimento sociale viene invece dato spazio proprio nel centrosinistra, all’ombra del Pd, con il partitino anti-corruzione di Di Pietro. Come se non fosse arcinoto che c’è qualcosa di peggiore della corruzione – e sono proprio i gruppi anti-corruzione che tendono a screditare tout court la politica. Chi scrive, bambino negli anni cinquanta a Napoli, ricorda gli striscioni elettorali “contro la partitocrazia” fatti appendere da un capo all’altro delle strade dal leader monarchico Achille Lauro, già qualunquista e prima ancora fascista. La polemica contro i partiti, del resto, ha in Italia una storia molto lunga: andando a ritroso, troviamo senz’altro il qualunquismo di Guglielmo Giannini che se la prendeva con i partiti usciti dalla Resistenza, ma, più indietro ancora, certo con altri argomenti, c’è perfino Benedetto Croce. Questi nel 1912, nella rivista di Salvemini “L’Unità”, pubblicò un articolo[2] in cui sosteneva che i partiti sono delle astrazioni al pari dei generi letterari, i quali secondo l’estetica crociana sarebbero puramente estrinseci rispetto all’opera d’arte. Se è contestabile una prospettiva che, nella teoria estetica, metta da parte la questione dei generi, lo è ancor più una teoria politica che voglia sbarazzarsi dei partiti per subordinare le loro lotte all’imperativo dell’unità sociale, con una finalità esplicitamente antisocialista contraria alla lotta di classe. La democrazia, invece, è fatta proprio di generi differenti, cioè di partiti, ciascuno con la sua specificità, e di lotte tra partiti.

 

È segno d’intrinseca debolezza che il Pd – nato dalla fusione di due partiti, i Democratici di sinistra e la Margherita – sia un partito e al tempo stesso il suo contrario, un aggregato privo d’identità, una formazione mimetico-reattiva nei confronti del berlusconismo. Il fatto che esso stabilisca un rapporto privilegiato, per ragioni di tattica elettorale, con una piccola forza antipolitica sostanzialmente qualunquistica come quella di Di Pietro, appare a posteriori soltanto l’anticipo di una sciagura che sta per arrivare, se si pensa a chi fu l’organizzatore della comunicazione dell’ex magistrato. Lo spin doctor di Di Pietro fu infatti Gianroberto Casaleggio con la sua Casaleggio & Associati, un personaggio ancora sconosciuto in quel momento ma destinato a diventare famoso di lì a poco. Un’altra azienda della comunicazione, questa volta non televisiva ma digitale, si affacciava così sulla scena politica, annunciando un cambio di paradigma della democrazia deformata.

 

Di Pietro raggiunge il suo massimo storico, l’8% dei voti, nelle elezioni europee del 2009 con l’appoggio datogli dalla rete di Casaleggio e Beppe Grillo, i quali nel frattempo stanno mettendo su una nuova iniziativa politica. Il comico genovese, d’accordo con Casaleggio, si emanciperà dal dipietrismo fino a prospettare una sua provocatoria candidatura – che sarà respinta – alle “primarie” per la segreteria del Partito democratico. L’antipolitica viene facendosi politica nella forma di un gruppo di pressione sulla fragile vita democratica interna al Pd; mentre il punto di dissenso da Di Pietro sarà sulla questione delle alleanze: costruire un movimento politico che non si allei con nessuno e si presenti da solo alle elezioni sarà la marcia in più grillina, la scommessa che Di Pietro, comunque collocato nel centrosinistra, non aveva mai immaginato di poter fare[3].

 

La moltiplicazione dei populismi si profila adesso in tutta la sua sorprendente evidenza. I due populismi aurorali, quello più tradizionale della Lega su basi localistiche ed etniche e quello mediatico-aziendale hanno prodotto, all’altro capo, un’opposizione che ne ha introiettato il virus plebiscitario nella forma dell’organizzazione di un partito che elegge il proprio segretario secondo il rito delle “primarie aperte”. Il qualunquismo anti-corruzione di Di Pietro (anche questo piuttosto tradizionale, appoggiato da un comico, figura a sua volta non nuova dell’antipolitica, se si pensa che lo stesso Guglielmo Giannini era un umorista e un uomo di teatro), con l’apporto di un’azienda della comunicazione digitale e del suo guru, dà vita come per partenogenesi a un movimento populistico su larga scala capace di raccogliere il 25% dei voti alle elezioni del 2013 e quasi il 33% nel 2018. L’ideologia di base, in questo caso, consiste in un’enfatizzazione delle virtù della comunicazione in rete ritenuta in grado di riattivare l’utopia della democrazia diretta; in realtà non di questo si tratta, quanto piuttosto di una forma di “direttismo” dall’alto, orientato a fare emergere, come in un processo di paretiana “circolazione delle élite”, un nuovo ceto politico che poi si farà un nome per la propria incompetenza in ogni campo.

 

Il Pd di Pierluigi Bersani – unico segretario che abbia cercato di contrastare la mimesi populistico-plebiscitaria costitutiva di questo partito –, dopo avere troppo a lungo sostenuto l’esecutivo “tecnico” di Mario Monti, succeduto nel 2011 al finale immobilismo agitato del governo berlusconiano, alle elezioni del 2013 non raggiunge il risultato sperato. La coalizione di centrosinistra “Italia bene comune”, con il 29,5% dei voti, ha sì la maggioranza assoluta dei deputati alla Camera (grazie a una legge elettorale che assegna un indecoroso premio a chi arriva in testa) ma non al Senato. Dopo un tentativo quasi eroico di ottenere se non altro un’astensione al Senato da parte dei grillini, Bersani si dimette dalla segreteria, mentre il capo dello Stato Giorgio Napolitano, rieletto in nome della gravità del momento, spinge per un esecutivo di “larghe intese” del Pd con i berlusconiani e il gruppo di Monti. Si forma così il governo di Enrico Letta; la coalizione “Italia bene comune” si divide sul voto di fiducia e di fatto non esiste più; il giovane e aggressivo Matteo Renzi dà la scalata alla segreteria del Pd, agitando lo slogan della “rottamazione” della vecchia guardia del partito.

 

Ha inizio quindi quella fase della vita politica italiana in cui a risaltare non è soltanto la moltiplicazione dei populismi ma anche la spiccata concorrenzialità tra loro. È probabilmente la maggiore novità introdotta dalla vicenda italiana in quella già di per sé ampia e complessa dei populismi. Di solito questi s’imperniano attorno a una leadership carismatica e a un “popolo” legato a quella secondo un’unica linea di divisione amico/nemico. Nella variante italiana, invece, non si arriva al punto di un completo riassorbimento della distinzione destra/sinistra (come nel “tipo puro” argentino che vede una destra e una sinistra entrambe peroniste), e si può osservare una singolare proliferazione di aspiranti leader monocratici. Ma nessuno ce la fa a esserlo veramente. La rapida parabola di Renzi sta lì a dimostrarlo.

 

Sulle prime il rottamatore sembra avere il vento in poppa. Diventato con una specie di manovra di palazzo presidente del Consiglio al posto di Letta, il suo Pd ha un brillante risultato alle elezioni europee del 2014 sfiorando il 41% dei voti. Non pago di avere rotto con il sindacato e la sinistra del suo partito con un provvedimento circa la riorganizzazione dei contratti di lavoro detto jobs act, Renzi riapre il cantiere delle riforme istituzionali che già segnarono il fallimento del “rottamato” D’Alema. Si tratta di una riforma costituzionale, collegata a una riforma elettorale, che non solo va nel senso di un rafforzamento dei poteri dell’esecutivo, ma altera profondamente gli equilibri della repubblica parlamentare. Il Senato è ridotto a una “camera delle autonomie” con un’elezione di secondo livello tra sindaci e consiglieri regionali, mentre l’introduzione di un “doppio turno nazionale”, mediante il ballottaggio per l’assegnazione del premio di maggioranza tra le due liste arrivate in testa, introduce di fatto l’elezione diretta del presidente del Consiglio identificato con il leader della lista vincente. Ma con il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, che boccia sonoramente la sua riforma, la parabola del rottamatore si conclude. Il Pd non è riuscito a diventare, sotto le sembianze di quel “partito della nazione” che Renzi avrebbe voluto dargli, il principale protagonista di una democrazia che, a quel punto, deformata sarebbe stata anche da un punto di vista strettamente costituzionale. Restano sul campo le macerie di una strategia che, con il suo avventurismo e una gestione arrogante del potere, ha portato nel frattempo alla crescita dell’opposizione grillina e dell’estrema destra leghista.

 

Qui occorre una precisazione. Le forze della democrazia deformata possono essere di vario genere, ma la loro caratteristica comune è di partire da una certa declinazione della sovranità popolare per andare verso forme più o meno scoperte di bonapartismo. È secondario, dunque, che la manipolazione della sovranità popolare avvenga attraverso demagogiche promesse mirabolanti diffuse dalla grancassa mediatica o, come più spesso si può osservare, strumentalizzando le paure, alimentando la xenofobia e il razzismo, oppure scagliandosi contro le élite utilizzando Internet e il risentimento sociale che circola in rete, o ancora facendo tutte queste cose insieme. Se si va a vedere (e per questo l’Italia è stata anche condannata dalla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo), la politica dura contro l’immigrazione, i “respingimenti in mare” verso la Libia, ci furono già durante il governo Berlusconi nel 2009, con il leghista “moderato” Roberto Maroni al ministero degli Interni. D’altro canto, successivamente, sarà il responsabile degli Interni del Pd Marco Minniti a fare accordi con le bande armate affinché trattengano in condizioni disumane i migranti sul suolo libico, ed è lui ad aprire la “guerra” contro le Ong che nel Mediterraneo salvano vite umane. La mia tesi, insomma, è che quella deformazione della democrazia inaugurata dal berlusconismo non sia mai terminata: che in Italia ci si trovi a vivere, invecchiato ormai Berlusconi, una contesa intorno alle spoglie della sua eredità.

 

Il miracolo politico compiuto da Matteo Salvini è di aver dato respiro nazionale a una forza con radicamento regionale, riuscendo anche a far dimenticare i non piccoli episodi di corruzione della gestione precedente. C’è inoltre, da parte di questa nuova Lega, la messa in campo di un apparato propagandistico attraverso la rete (ovviamente impossibile ai tempi ormai lontani di Bossi), che sotto questo profilo fa dei leghisti i discepoli dei grillini. Più in generale, è proprio la costruzione di un’estrema destra mediante il passaggio da un populismo localistico, con accenti separatisti, a un nazional-populismo alleato in Europa di Marine Le Pen, a collocare oggi Salvini nella migliore posizione per ricevere i voti andati un tempo al berlusconismo, al fine di ereditarne il ruolo di principale agente della democrazia deformata, in ciò aiutato dalla comprovata incapacità di Berlusconi nel crearsi una successione sua propria.

 

Questo equivale a dire che, secondo la mia analisi, la vera e propria svolta della politica italiana risale ancora al 1994, cioè all’anno in cui, con la dimostrazione di come fosse abbastanza facile introdurre nella vita democratica il virus populistico-plebiscitario attraverso il partito azienda, tutti gli altri populismi sono stati resi possibili, da quelli più tradizionali a quelli più innovativi, in una miscela più o meno ben dosata di elementi arcaico-tradizionali e moderni. Una svolta ulteriore potrebbe venire oggi solo dalla fine della concorrenzialità tra i populismi e dalla vittoria di uno di essi. E quello di Salvini sembrerebbe al momento quello meglio piazzato.

 

Tuttavia la situazione è più fluida di quanto non fosse nel 2001, all’epoca del trionfo berlusconiano. L’alleanza conflittuale tra i due populismi, espressa dal cosiddetto governo gialloverde, non sembra destinata a durare. La convergenza di un Pd – il più possibile liberato dalle macerie renziane – con i grillini (o una parte di questi) a un certo punto sarà posta dalle cose. Una formazione di centrosinistra, se non vuole cedere alla logica dei populismi, deve cercare di rimettere al centro della dialettica politica l’asse destra/sinistra, e in base ad esso individuare l’avversario principale. Non v’è dubbio che questo sia la Lega, partito di estrema destra anche nella sua collocazione europea, laddove il Movimento 5 Stelle è da classificare come un “populismo di centro”. Verso i grillini va quindi sviluppata un’iniziativa politica, nella consapevolezza che non sia immaginabile, a breve, che il Pd possa riprendersi tutti i voti fuggiti verso quel colossale equivoco tenuto a battesimo anni fa dal duo Grillo-Casaleggio.

 

Infine quale lezione trarre dalla pressoché incredibile vicenda italiana degli ultimi venticinque anni? In poche parole: che un paese, una volta imboccata la strada di una deformazione populistico-plebiscitaria della democrazia, difficilmente ne esce. Sarebbe potuto accadere (come in Argentina a suo tempo con il peronismo) che un unico populismo occupasse l’intero spettro politico, ma il pluralismo di una vita sociale molto più articolata di quella che una pura e semplice leadership carismatica, o pseudo-tale, riuscisse ad avvolgere o convogliare su di sé, ha finora evitato che il momento virtualmente totalitario insito nei populismi potesse esprimersi appieno.

 

Note

[1] A. Floridia, Un partito sbagliato. Democrazia e organizzazione nel Partito democratico, Castelvecchi, Roma 2019.

[2] B. Croce, Il partito come giudizio e come pregiudizio, ora in Cultura e vita morale. Intermezzi polemici, Bibliopolis, Napoli 1993, pp. 185-191.

[3] Sull’intera vicenda, cfr. P. Ceri, F. Veltri, Il movimento nella rete. Storia e struttura del Movimento 5 Stelle, Rosenberg & Sellier, Torino 2017.

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