di Paolo Maccari

 

[Presentiamo una scelta di testi e la postfazione dell’autore a I ferri corti, raccolta in cui Paolo Maccari presenta un’antologia del proprio lavoro unitamente ad alcuni inediti, prossimamente in libreria per i tipi di Lietocolle nella collana Gialla Oro, la cui ultima serie sarà presentata a Pordenonelegge il 21 settembre].

 

 

Da I ferri corti

 

Da Ospiti (2000)

 

Traguardi

 

Povere anime incise in un corpo

rovinoso e disubbidiente povere

anime brumose divelte dalla

coscienza, come scivolate nei

tremendi fossati delle mattine

interminabili e scontrose e ferme.

Passate indenni attraverso le grandini

d’eventi grandiosi terribilmente

capaci di indurire le impalcature

dei cuori, se solo manca un evento

minimo al suo appuntamento con una

consuetudine, entrate nel dolore

agro, nella giostra della furiosa

protesta – e sopportaste in piedi voci

o scritture che d’un tratto feroci

vi facevano orfani vedove

vi depredavano d’un figlio d’un

fratello di una qualsiasi altra cosa

necessaria, e foste fermi e viveste

e ora al vostro assassino basterebbe

negarvi un pasto all’ora stabilita

e voi morireste – e questo è duro –

di rabbia per l’ingiustizia patita.

Povere già morte nell’uguaglianza

della stessa fine anime ferite

mortalmente dall’indugio crudele

della morte, nessuno è più innocente

di voi insopportabili rimasugli

d’uomini e donne di qualsiasi risma,

nessuno vi aveva avvertito quando

eravate coraggiosi di come

si coagula in macchia il sangue vivo

né avreste potuto far niente mai

per raggiungere una vera salvezza.

S’estinguono all’unisono salute

e mente e non rimane scelta libera

tra fine volontaria ed ingloriosa

caduta nello zero che trangugia.

Povere che la pietà non ferisce

né consola anime senza memoria

e dunque senza amore né rancori,

l’occhio che vi vede si storna rapido

diviene un brivido prima d’assolvervi.

 

*

 

Da Fuoco Amico (2009)

 

L’ultima voce (III)

 

Dovrei scegliermi l’incubo migliore.

Farne un gomitolo, succhiarne un capo

per renderlo sottile, e nelle ore

più quiete, quando il suo sapore sciapo

non attizzerebbe ancora il terrore,

tentare il pericolo di un a capo

che colleghi in un demente tepore

sonno e veglia: con uno scatto rapido

ficcare la stessa gomena nella

cruna del sonno e nella cruna della

veglia. Poi appendermi, sospeso, in mezzo.

Dondolarmi, far forza sull’attrezzo

strano dell’insania. La campanella

del giorno, però, ora, mi trivella.

 

Fratello e sorella

 

Quando da pochi chilometri fuori

del paese calarono in paese

coi modi bruschi ingenui e troppo allegri

di chi si sente in corsa e progredire,

per labile ma antica conoscenza di famiglie

i figli miei coetanei accompagnai a scuola

e fui la loro poco accorta guida.

La femmina baciava già in bocca, il maschio

si batteva a pugni chiusi con impegno

concitato e gioioso (fu per i forti

la sua semplice forza scanzonata

una scoperta e quasi subito una moda).

Ci volle poco perché mi disprezzassero

e s’involassero in compagnie più prestigiose.

A volte li rivedo, oggi: sono affettuosi:

al disprezzo è succeduta una benevola

incomprensione.

Lui lavora non so dove e siccome

da sempre sa muovere le mani

è capo di qualcosa in una fabbrica

e guadagna bene.

Lei la vedo talvolta fuori dal negozio

che le ha comprato suo marito.

Vende vestiti e sempre mi pare

quando tranquillamente di lontano mi sorride

che abbia esagerato col rossetto

e che non sia da molto tempo più felice

 

*

 

Da Contromosse (2013)

 

Riepilogo di un’amicizia

 

Abbiamo camminato

per tanti anni insieme

una vita che non ci veniva bene.

La novità della reciproca insoddisfazione

fu un nuovo evento,

salutato come l’ennesimo salvatore.

Tanto per dire,

nello spazio verde delle nostre campagne

giriamo ora soli, intenti al volo

breve di un fagiano,

compiacendoci di una bacca variegata

in modo appena strano,

di un tronco cavo, nascondiglio di nessuno.

Le ghiandaie che fuggono

sono creature mirabili del mondo,

colori allettanti intravisti tra i rami.

Non fanno in tempo i fiori

a esalare i loro magri profumi

che ne inaliamo ogni molecola

ingordi e teatrali.

Abbiamo smesso di camminare.

Guardinghi e apertamente estranei,

cerchiamo un po’ di bene per noi stessi.

Ci affidiamo a manutentori accorti

che sfoltiscono i sottoboschi nei pressi

dei nostri sentieri. Siamo più calmi.

Non camminiamo più, il cuore ha smesso

coi suoi ottovolanti. Lui non rumoreggia

e noi non camminiamo,

non fatichiamo: cautamente, si passeggia.

I sensi sono diventati apparecchi

di precisione, per saperci partecipi

di un gioco le cui regole

conosciamo a memoria

ignorandone la gioia.

Mentre la tristezza grande è che sappiamo

ciò che facciamo. Ne siamo

persuasi. Noi bambini ubbidienti a noi vecchi.

 

*

 

Da Fermate (2017)

 

***

 

Se sia, come mi dicono, un retaggio

storto del giovane cattolico

che ognuno, qui, è stato,

io non lo so;

e che sia, come aggiungono, un pensiero

arretrato anche per i giovani cattolici

di oggi,

bei giovani che pregano ridendo,

non posso escluderlo perché

letteralmente mi manca il cuore di appurarlo.

E certo, il consiglio dispensato è salutare:

che non si soffra ciò che non si può cambiare.

Giusto è pentirsi degli atti e dei pensieri

modificabili.

                                    Agli altri, superficie

o fossa di noi stessi,

si deve accettazione; al limite

smussare gli eccessi

e proseguire.

Chi non sta bene non può portare bene.

Chi ama vuole il bene e il bene

si promana soltanto da chi sta bene.

Va bene: se parliamo di funzionamento

e amiamo ogni participio presente

mi denuncio malfunzionante.

La preghiera malata di un miscredente:

perché no? Lascio che mi inquini

la mente, fiacchi la volontà, inceppi

il dispositivo del sonno.

È una mia cruda necessità.

È vero: la morbosa agitazione

per un male che pure è parte della vita e si sa.

Perché la vita è tutto e tutta va presa

e i saggi ne colgono l’intima unità.

Perfetto: ne colgo intimamente l’unità,

richiamo alla mente ciò che è empio dimenticare.

Dopo tutto,

rimane che tu soffri, e appena esisti,

e io ti immagino, e furiosamente

sono con te e fuori è notte.

 

***

 

Mi chiedi di lui, perché hai letto il suo nome sul giornale, e hai scoperto che viene dal mio paese. Se l’ho conosciuto? Certamente, fin dalle elementari, e poi su su, finché a diciott’anni non mi sono trasferito in città. Intuisco che, ora, vorresti qualche aneddoto gustoso sulla sua giovinezza, un episodio rivelatore della sua natura fuori dal comune. Ci provo, ma non so se quello che ti sto per raccontare somigli a ciò che ti aspettavi. Comunque senti:

Alle elementari, standogli dietro in fila per andare al refettorio, gli guardavo la nuca, cercando di capire se fosse sporca. Poi, standogli accanto, una volta, durante la predica di un prete, occhieggiavo di lato, e vedevo quanto fosse cespuglioso il sopracciglio, e la peluria diffusa sulle guance, che diventava più fitta vicino alle orecchie e sotto il naso già disegnava nettamente una mezzaluna di baffi; il colletto del grembiule, in effetti, non era bianco quanto il mio.

Che fosse sporco, tutti lo dicevano ma nessuno dei bambini aveva davvero la capacità di appurarlo. Era scuro, questo sì, e come ho detto peloso. Era anche alto e dinoccolato, e con addosso vestiti sempre un po’ vecchi, pantaloni che non arrivavano a coprire le caviglie, scarpe screpolate e forse troppo grandi. Si vedeva quando ogni tantissimo indossava un capo di vestiario nuovo, che abbagliava, nel contesto, per contrasto, e ricordava quello prima. Si vedeva anche perché era troppa (oggi mi sembra straziante) la fierezza con cui indossava il nuovo acquisto o, più probabilmente, regalo.

Era una classe avanti a me, ma spesso si sentiva dire dai compagni e dalle maestre che sarebbe venuto in classe nostra, perché non studiava, non portava i quaderni, probabilmente era stupido.

Ora, è quasi ridicolo, tanto è scontato, dire che la sua strada fosse la violenza. Il problema è che, anche in questo campo, era temuto più per le sue isterie incontrollabili e a volte imponderabili che per la sua forza. Anzi, diverse volte, sfidato a singolar tenzone da altri bambini, ne aveva prese, aveva pianto ed era apparso, dopo essere finito in terra varie volte, più sporco e scarmigliato che mai. Suscitava un vago timore soltanto la sua indole lunatica, che gli faceva alternare giornate in cui sembrava indifferente e rassegnato a qualsiasi insulto a giornate in cui il minimo accenno canzonatorio lo faceva incendiare di rabbia e piovere certi suoi colpi pittoreschi, sgraziati ma efficaci, a metà tra lo schiaffo e la graffiata in faccia.

*

Una volta, ecco l’aneddoto, lo prendevano in giro in tanti – non io, ma per caso – e lui grugniva insulti, buffi perché troppo seri: le risate finivano in versi di scherno. (I bambini, così ricettivi verso le musiche commoventi o i rumori spaventosi, non hanno ancora formato l’orecchio per i suoni tragici, come erano i suoi, tonfi di sassi che schiantano un ramo vecchio o tosse di un ultracentenario che non sa quasi più tossire). A un certo punto si slanciò, ma non aveva un unico bersaglio e la sua rabbia non fu concentrata e quindi disperdendosi dette vita a poco più di un balletto innervosito tra un gruppo di nemici. Ricordo che gli arrivò una pedata nella pancia. Stette fermo, piegato. Tutti si fermarono, anche il colpevole, che era uno grande, che non lo temeva. Qualcuno provò a chiedergli come stesse però nessuno aveva il coraggio di avvicinarsi. Piangeva in silenzio. Arrivò una maestra, fendendo il capannello largo che si era formato. Provò a raddrizzarlo ma lui si oppose. Gli cinse le spalle e un po’ lo consolava un po’ lo sgridava di essere sempre in mezzo ai guai. Lui stava zitto mentre si faceva spingere verso un lato del giardino. Forse suonò la campanella del rientro, o forse il gruppetto che affiancò lui e la maestra si stava dirigendo al bagno. Sta di fatto che lui e la maestra erano vicini al portone, che si raggiungeva salendo tre gradini. Uno del gruppetto, non ricordo se quello che gli aveva dato la pedata, cercò di superarlo e di entrare prima di lui all’interno della scuola. Era ancora abbracciato alla maestra quando si piegò un po’ e poi dal basso verso l’alto colpì l’altro bambino, slanciato per saltare i gradini, con una gomitata d’incontro così forte che si sentì il rumore dei denti che si rompevano. Fu un colpo mai visto, un salto di qualità che ebbe il potere di terrorizzarci in sé, come un prodigio maligno che nessuno avrebbe mai pronosticato. Poi lui scappò verso il cancello, e uscì – cosa inaudita – dalla scuola, e continuò a correre, e la madre superiora disse a una maestra giovane di inseguirlo mentre lei andava a telefonare.

*

Ora dovrei dirti come lo riportò a scuola, giorni dopo, la zia, e come l’altro bambino si rifece denti, tutti già buoni, falsi, spendendo un sacco di soldi che il padre, dopo lunghi colloqui con la superiora (entrambi, si dice, alzarono qualche volta la voce) non pretese indietro. Ma in realtà, forse posso fermarmi, perché quel giorno, quella gomitata, fu, lei sì, una straordinaria maestra. Non certo per gli altri bambini, che dopo poche settimane ripresero a prenderlo in giro come prima, ma per lui. Aveva dato spago a una sua fantasia di vendetta, e gli era venuta bene. Era successo proprio il dramma che lui oscuramente prevedeva quando pensava alla riscossa, qualcosa di improvviso che bloccava il tempo e imponeva il silenzio: ma solo una parentesi, un sollievo momentaneo. Anche questo lo sapeva, probabilmente lo sognava così, senza altre conseguenze se non un sollievo momentaneo. In più, era scappato. A dieci anni, per paura di tornare a casa, dove sapeva che lo aspettavano botte come se fosse un adulto ben piazzato, dormì una notte fuori, nel capanno di un ortolano vicino al fiume. Poi la mattina dopo andò a casa, di cui aveva le chiavi, quando sapeva che la zia non c’era. Bevve un sacco di latte, inzuppandoci i biscotti dozzinali di tutte le colazioni. Quando lo presero – i carabinieri avvertiti dal vicino – aveva in tasca due scatolette di tonno e diverse fette biscottate. Si stava attrezzando per rimanere fuori. Quel giorno aveva scoperto che forzando incredibilmente la mano, si continua a vivere, e gli spaventi e le privazioni sono sopportabili. Fu il giorno, forse, in cui conobbe davvero la sua forza: non stava nei muscoli o nei nervi, ma nella resistenza, nella capacità di preferire la paura e l’ignoto piuttosto che l’umiliazione.

*

Da quel giorno, te l’ho già detto, non cambiò, esternamente, niente. Eppure – ne parlo a volte con un paio di compagni di scuola che sono rimasti miei conoscenti – può esserci anche questo, questa banalità un po’ romanzesca, oltre la storia familiare, i soldi facili, il vuoto di valori e tutte le altre spiegazioni canoniche, nel suo oroscopo di celebrità del nostro paese: latitante ricercato anche in America e, fino a oggi, imprendibile.

Sì, capisco questa tua ultima domanda, è giusta. Mah, che vuoi che ti dica, sarò un ingenuo e un sentimentale (e in più, sì, mi sento un po’ in colpa anch’io), però, ecco, spero che non lo prendano, che sia vestito bene, e abbia una valigia piena di provviste.

 

 

Da Noi altri (inediti)

 

Batte…

 

e i suoi colpi

liberano un suono

di rotative che non ha

solo un ritmo

perché dentro il suo ritmo

serpeggia una melodia.

Affilatissima melodia di lima

tra le rotative. Scintille

di ritmo e una melodia.

Io ascolto tutto.

So chi è che batte.

Accompagno sottovoce

la melodia. Il ritmo

dei suoi colpi è il mio.

La lima forse sono io.

Questo non posso saperlo,

saperlo intendo con discernimento.

Peccato: le scintille mi alimentano,

ravvivano le vecchie cinghie

del dispositivo in tumulto,

ed è triste

è proprio triste non sapere

se la lima sono io.

 

*

Postfazione

 

Lo scritto che segue rappresenta una versione diversa e più estesa rispetto alla Postfazione che si trova nel volume.

 

Quando mi è stato proposto di accompagnare con qualche pagina, di commento o di poetica, le poesie di questo libro, ho pensato che fosse un’occasione bella e facile per tentare un bilancio dei quasi vent’anni che separano il mio esordio in volume (Ospiti, del 2000) dal presente. Continuo a pensare che l’occasione sia bella, ma sulla sua facilità, ora che sono al dunque, non mi faccio più illusioni. In primo luogo, mi risulta difficile trovare il tono con cui parlare di me stesso senza disagio. Dico tono perché non si tratta (solo) di timidezza o sfiducia, ma proprio di indovinare la distanza adeguata, né troppa né troppo poca, da me e dalle cose che ho scritto.

 

La soluzione migliore ritengo sia confidare, anche in questo frangente, in quel ‘come se’ al quale si deve il rilascio di un dubbioso nulla osta a scrivere ancora poesia. Coloro che sentono la responsabilità pungente di credere, nonostante ogni persuasiva spinta contraria, al valore di questa autorizzazione, sanno di cosa parlo; e sono gli unici, a mio parere, che impostino con un minimo di serietà il proprio rapporto con la poesia. Scrittori in versi o interpreti, coltivano senza consolazione di lamenti apocalittici la consapevolezza che la plausibilità dell’espressione poetica è oggi affidata a una petizione fideistica; a un azzardo, infine, in contrasto con i suggerimenti provenienti dalla situazione attuale (le lusinghe del silenzio…) in virtù appunto di un irrazionale ‘come se’.

 

Provo a dichiararlo in maniera più spiccia: dal momento che mi ostino a oppormi al pudore di tacere, quando con ottimi argomenti diverse vocine me ne vorrebbero persuadere, mi corre l’obbligo di oppormi anche al pudore, più mellifluo, che consiglierebbe di ostentare la sfiducia e i dubbi che davvero nutro rispetto a ciò che ho scritto. Parlerò allora sinceramente (‘come se’ potessi contare fino in fondo sulla convinzione dei miei meriti) di quello che mi è riuscito di scrivere, e a cui nonostante tutto tengo come a una parte importante di me stesso, della mia memoria e della mia intelligenza e della mia percezione della realtà.

 

Come ho già accennato, il mio esordio in volume cade a inizio millennio. Gran parte delle poesie di Ospiti le avevo composte nei quattro o cinque anni precedenti; ma solo quell’anno trovai il coraggio di domandare indirettamente (un mio amico fu così amico da domandarla in mia vece) a Luigi Baldacci una prefazione ai testi che avevano ormai la consistenza di un libro. Quando lessi le parole di Baldacci fui commosso dalla loro vibrazione umana, che sopravanzava il giudizio di merito senza oscurarlo. Tra le altre cose, il critico mi assegnava la qualifica di “malpensante”, non dubitando che avrei continuato, secondo la sua impegnativa e austera concezione dell’indipendenza, a meritarla. Trattandosi della prefazione al libro di un venticinquenne, Baldacci parlava spesso al futuro. E mi capita anche oggi di commisurare il mio presente di poeta con i suoi vaticini. Ancora, Baldacci ha scritto giustamente che “i titoli delle due sezioni, Nel ventre e Ospiti, sono espliciti nel loro valore metaforico. Prima è il male di vivere, poi è l’evidenza oggettiva di quello stesso male”. Nella prima sezione i testi si concentrano su una trasposizione autobiografica affidata a una serie di termini ricorrenti (“nervi”, per esempio, o “sconforto”) che scandiscono ritorni tematici quasi ossessivi. Potrei definirla, nonostante i giustificati sospetti che la definizione evoca ai miei stessi occhi, il diario di un malessere: ma naturalmente direi molto poco. Già allora del resto non mi illudevo che lo slancio sincero, nel dichiarare la sofferenza interiore e la fatica di trovare uno spazio abitabile tra gli altri, fosse più di un tema come un altro, e ben poco originale. Su questo piano, come sul piano esistenziale, avevo bisogno di qualcosa che mi permettesse di fare attrito con la realtà, che in poesia significa attrito con la realtà linguistica. La varietà di positure e metri e toni della prima sezione del mio primo libro indica la ricerca di una voce mia, e anche dai pochi campioni che ho creduto di poter riproporre, si noterà l’alternanza di metri regolari e di cosiddetti versi liberi. Pur ammirando alcuni poeti definiti a torto o a ragione neometrici (e a torto senz’altro, poiché spesso opposti nelle motivazioni e nei risultati, inseriti in una categoria comune), assecondavo una necessità interna, privata, e assai umile. Josif Brodskij, in un’intervista del 1973 (riproposta nel volume adelphiano Conversazioni), ha detto: “Quando si parla di verso libero la prima cosa da chiedersi sarebbe: libero da cosa? (…) Va benissimo se hai quantomeno provato a scrivere in una forma determinata e il verso libero ne è una conseguenza. Perché è apparso il verso libero? Come conseguenza di una forma determinata. Quindi ogni poeta dovrebbe ripetere lo stesso procedimento in miniatura. Verso libero, libertà – qui si tratta di liberazione. Ma chi si è liberato da che cosa si è liberato? Si è liberato, diciamo, da una specie di schiavitù. Ma se non ha mai provato la schiavitù, non può nemmeno sperimentare la libertà perché la libertà non è un’entità autonoma”.

 

Ho letto queste considerazioni di Brodskij negli ultimi tempi, ma negli anni mi è capitato spesso di usare i suoi stessi argomenti; mentre scrivevo Ospiti sentivo inaggirabile la necessità di “ripetere il procedimento in miniatura”: lungi dall’attrarmi, la libertà senza liberazione, la contestazione di ciò che non si è scontato, mi appariva una licenza molto più obbligata, nello spappolamento contemporaneo, dello stesso obbligo. Era concorde nel consigliarmi di partire da norme stringenti la stessa ansia di esprimere la sofferenza e l’insoddisfazione che pativo con l’intenso stupore della prima volta: le mie percezioni erano così informi da domandare una forma in cui incanalarsi e da cui debordare: i versi liberi (che pure non mancano in Nel ventre e che nella scelta odierna, per ragioni qualitative, sono nettamente prevalenti, quasi ribaltando la proporzione originale) dovrebbero infatti rappresentare una necessità debordante, in dialettica con l’altra.

 

Intervenne poi un evento che contribuì a cambiare le mie percezioni, o meglio a dare loro una conferma crudele e vitalissima. Nel 1999 fui chiamato a svolgere il servizio civile nel mio paese, Colle Val d’Elsa. Passai dieci mesi in una casa di riposo per anziani non autosufficienti e da quest’esperienza nacque la sezione eponima di Ospiti. Misurare la sofferenza altrui, la vera sofferenza, sul parametro dei propri tormenti adolescenziali non servì, come si auguravano le persone che mi vogliono bene, a riformulare in termini meno severi i gradi personali del parametro stesso. Eppure servì moltissimo: trasformò i sospetti e i presagi, feroci proprio per la loro astrattezza, in verità. Nell’ospizio c’è quasi tutto quello che spaventa della vita e che si prova a eludere: la malattia, la morte, il concentramento di persone sole la cui solitudine è moltiplicata ma non lenita, il tempo svuotato di traguardi e appuntamenti che si trasforma in aspettazione insensata di niente; i conti che tornano o non tornano – senza una qualsiasi giustizia, o soltanto un qualunque significato – tra il modo in cui abbiamo vissuto e quello in cui si deve morire. Meglio non soffermarsi su queste verità, vivere scordandole, facendosi coraggio e allegria con i bei momenti di cui comunque la nostra esistenza è prodiga? È anche questa una soluzione, molto consigliata e probabilmente giusta. Ma io ero lì e mi lasciai investire e dovrei ridire come successe che ne fossi felice. Sebbene non sembri, a causa dell’argomento cupo, ci ho già provato con le poesie della seconda sezione di Ospiti. C’è una nota luttuosa qui, ovviamente, e lo sbigottimento di chi tocca con mano “che l’incubo è abitabile”. C’è altresì il riconoscimento tra vecchi e giovane di una tenera affinità (troppo tenera, aggiungo oggi: ma è successo dopo che imparassi, se ho imparato, a gestire il pathos autentico). E infine l’emozione di scoprire ciò che si potrebbe chiamare una bellezza residuale. Quella che si annida, per esempio, negli occhi spenti quando lampeggiano di sguardi impreveduti, e sul filo teso della loro traiettoria lasciano leggere un intero carattere, preservato chissà come dall’usura del tempo. Anche in questa sezione ho adottato forme chiuse; aspiravo alla solennità che deriva da un loro uso ingenuo, cioè non ironico o comico (intendo a livello stilistico), perché pervenire a un’espressione il più possibile lapidaria avrebbe bilanciato almeno in parte la commozione originaria. Inserendomi, con le mie deboli forze, all’interno di un’alta precettistica verbale, entravo in una dimensione alternativa, paralizzata nel passato. Era lo stesso che mi era successo entrando nell’ospizio. La coincidenza mi stava bene, mi risuonava, mentre scrivevo e cercavo i suoni appropriati: che fossero, per non tradire chi volevo ricordare, precisi e duri nello stridere.

Ospiti è dunque un libretto due volte bipartito: tra poesia privata e poesia volta all’esterno e tra metri regolari (prescindendo dall’inquietudine delle frequenti irregolarità) e verso libero.

 

Nel libro successivo, Fuoco amico (del 2009, anticipato tre anni prima dalla plaquette Mondanità), si ripresentano gli stessi elementi discordanti: includendo anche Contromosse (2013), non credo di aver mai composto un volume stilisticamente troppo coeso, a esclusione forse del più recente, Fermate (2017). Ci tornerò. Se mi sono intrattenuto a lungo sul mio esordio è perché segna una fase di apprendistato e insieme testimonia di una riflessione sulle forme. Dopo la quale si è assai ristretto il campo delle speculazioni metapoetiche, un po’ per la sensazione di maggiore padronanza dei miei mezzi, molto per la stanchezza teorica derivante da una constatazione: ancora oggi ignoro, piuttosto felicemente, quale sia la strada maestra che conduce a una poesia giusta per il nostro tempo. Mi manca cioè un’idea cogente e coerente di poetica da cui far discendere le mie scelte operative. Non a caso, mi piacciono poeti contemporanei diversissimi tra loro, alcuni guidati da un progetto preciso (vanno per la maggiore, in ogni ambito, i progetti), altri senz’altra guida che non sia la loro sensibilità umana e culturale. Da parte mia credo di appartenere alla seconda schiera, ma proprio in ragione dell’interesse sincero e della stima indiscriminata (il discrimine sarebbe la qualità, ma guai a usare questa ambigua parola) per esperienze a me lontane, da ciò non conseguono scelte di campo, né per ciò mi si accende la voglia di costruire una teorica preventiva alla prassi della scrittura. E se do l’impressione di fare dell’equilibrismo, me ne dispiaccio, ma tant’è. D’altronde, il mio sarebbe un equilibrismo agnostico ben poco equilibrato, nella sua capillarità, e per niente fruttuoso.

 

Detto questo, mi riaccosto ai miei libri: delle tre raccolte pubblicate dopo Ospiti preferisco discorrere sparsamente e indicare, se mi riesce, le linee di svolgimento principali, magari illustrando en passant i criteri generali di allestimento del presente volume, che ho costruito attraverso la selezione di circa un terzo delle mie poesie edite in volumi precedenti e la proposta di una manciata di inediti (non documenterò peraltro le leggere modifiche di ordine formale che ho apportato, nessuna delle quali investe comunque la sostanza dei testi).

 

Un tema che mi pare centrale nel mio lavoro è quello dei rapporti interpersonali. Quale identità e funzione assume l’io tra gli altri. Quanto le idee morali e addirittura le ideologie siano frutto di considerazioni valoriali consapevoli e quanto invece derivino da dati d’indole; in che misura le sagge mediazioni siano un portato della maturità mentale dell’individuo e in quale altra corrispondano a nascoste paure di scontro e vergognoso svelamento. Fin dentro a quale strato della coscienza può insinuarsi la falsificazione quando rendiamo conto di noi stessi a noie stessi o al prossimo. Se sono le prove a discarico della nostra colpevolezza ad assolverci oppure il condiviso terrore della pena e l’affannosa vanità delle prove medesime, sempre uguali e sempre variate secondo la situazione sociologica oltreché psicologica dentro cui si ripropongono. Una parte cospicua della mia poesia è dedicata a questa indagine (l’esempio più consistente e compatto corrisponde alla corona di sonetti L’ultima voce, che apre Fuoco amico e che oggi ripropongo quasi nella sua interezza: 16 sonetti su 18), che come è giusto non risparmia l’io, e anzi vi si accanisce: il fuoco amico, una mistura di calore e danno proveniente dalle relazioni più strette, brucia anche le ragioni di purezza che il soggetto vorrebbe infantilmente assegnare a se stesso.

 

Pur avendo adoperato largamente quasi tutti i pronomi personali, l’io risulta senz’altro la persona prevalente nell’insieme della mia poesia e forse l’enunciazione del suo impiego fornirà di quell’insieme notizie non inutili. Il punto nevralgico riguarda la sua eventuale sovrapponibilità all’io anagrafico. Se non sbaglio, nei miei libri sono individuabili tre impieghi dell’io distinti: la massima aderenza coincide con una forma il più possibile naturale e spoglia; il che non significa formalmente inerte, anzi: in questi casi la vigilanza si acuisce nel cercare la perspicuità verbale (è il caso, per citare qualche esempio, di poesie come Missiva e Quasi trent’anni, in Fuoco amico, o Riepilogo di un amicizia, in Contromosse; o ancora di molti testi di Fermate); la distanza maggiore, fino alla creazione di un personaggio vero e proprio, di un io multifunzionale, conduce alla metaforizzazione della prima persona, che si generalizza e scontorna (e infatti può essere singolare o plurale): la direzione è quella che conduce all’apologo, alla parabola, spesso organizzati razionalmente ma intransitivi nei significati ultimi (mi vengono in mente soprattutto testi di Fuoco amico, come Tra i traditori o Soggetto per un quadro, e, in Fermate, Noi due vicini). Infine mi è capitato di utilizzare un io narrativo, in poesia e soprattutto in prosa: qui la distanza è forse intermedia. L’autobiografismo, come nella prima ipotesi, è molto forte ma ora riguarda principalmente il timbro di voce e l’articolazione del discorso. In altri termini, lo spioncino dell’io finzionale in questi frangenti mi si presentava come il più appropriato a fermare una storia o a eseguire un (auto) ritratto non necessariamente dal vero (si vedano alcune poesie della prima sezione di Fermate e, sempre in Fermate, quasi tutte le prose; potrei citare anche Pensieri in piazza, un’intera sezione in prosa di Contromosse che, con scelta radicale, ho deciso di escludere in toto dalla presente raccolta: diversi pezzi non mi soddisfacevano più, e avrei dovuto operare tagli sostanziosi; ma la suite si reggeva sull’interrelazione tra le sue parti e dunque ho preferito escluderla).

 

La persistenza delle tre opzioni che ho provato a descrivere in maniera sommaria mi sembra evidente in tutti miei libri. Altrettanto evidente è il progressivo aumento della componente narrativa, a cui fa riscontro l’attenuazione in un tessuto più discreto, forse anche più equilibrato, degli stratagemmi formali. Donde, tra l’altro, la prevalenza di un verso libero che spero lasci intravedere il dialogo ancora operante con i paradigmi della norma, e le ragioni interne della sua libertà.

 

Non posso tacere che, specie in Fermate, lo scioglimento parziale dei grumi lirici corrisponde a una disposizione dello sguardo sempre più interessata all’esterno, agli altri, sfruttando tagli di luce meno implicati con il giudizio morale (la selezione che ho operato nell’allestire il presente volume ha privilegiato questa linea, anche nelle sue emergenze più antiche) Al di là dell’evoluzione stilistica, è uno spostamento di interessi che scaturisce dal tentativo di riconoscere in una dimensione meno concitata e, nonostante le apparenze, più severa, la qualità dei rapporti umani e l’azione del tempo sopra i loro equilibri; per questo continuano ad appassionarmi soprattutto le fasi della vita, lo notava Romano Bilenchi, che lasciano meglio riconoscere le pulsazioni delle nostre metamorfosi: l’adolescenza e la vecchiaia.

 

Si torna, ovvero ritorno, così, a Ospiti, ai messaggi che senza lanciare alcunché mi lanciavano quei vecchi. Ma ci torno con sulle spalle vent’anni, vissuti molto meglio e molto peggio di come avrei immaginato. Si è assottigliata la stessa energia vitale che mi dava la forza di disperare attivamente di me, e di sentirmi aumentato dalla natura speciale della mia disperazione; l’energia è stata sostituita dalla volontà cosciente di esistere, e non è un bello scambio, e da dubbi più circostanziati, da compassioni meno desiderose di trovare i propri emblemi. L’autobiografia della voce, con gli oblii di cultura e le calcolate spoliazioni che comporta, rappresenta allora un modo di consistere, nella dimensione altra della poesia, in un accordo stringente tra l’essere umano che sono e i fantasmi, anche di me stesso, che per moventi non interamente razionali mi viene da evocare o inventare. Non forzo la voce, semmai la levigo, affinché rimanga coerente e innaturalmente naturale, estromettendo gli elementi verticali: sia le fughe verso l’alto che verso il basso. Non fingo di poter instaurare un discorso sulla realtà o su me stesso che sia estraneo alla mia identità linguistica, cioè alla mia cultura. È un procedimento di massima mimesi, ma non mimetico di una lingua che mi è estranea. Non ho l’ambizione di ritrarre una sociologia dentro cui non sia coinvolto. Secondo il personale punto di vista, compirei un esercizio insoddisfacente: come sarebbe quello di considerare la poesia al pari di un parco faunistico per la protezione di specie a rischio. Le quali dovrebbero corrispondere a certi procedimenti stranianti della lingua, o alla lingua tout court, minacciata dai bracconieri del povero italiano standard. A volte vengono evocate queste utilità pratiche della poesia. Sono gli ultimi fortini edificati per contrastare l’irrilevanza a cui la poesia è dannata. Mi pare, per l’appunto, una posizione difensiva e tutto sommato arrendevole. È ovvio che nella scrittura in versi si assiste, come si è sempre assistito, a un potenziamento delle facoltà verbali, a una valutazione del significato e del suono della singola parola più scrupolosa che in altri contesti comunicativi. Ma tutto ciò, se non si vuole finire in un’arcadia speculare a quella che si dichiara di combattere, a mio avviso deve rimanere un mezzo, il cui fine risulta conseguito secondo parametri estetici solo in parte soggettivi.

 

Non escludo, inoltre, che nell’attitudine verso una lingua in cui possa riconoscere i miei connotati culturali e sociologici, oltre a quelli psicologici, incida anche una situazione di ordine storico. È quanto sostiene Edoardo Zuccato, che in saggio apparso sulla rivista svizzera “Versants” mi ha inserito, generosamente, tra un gruppo di “nuovi autori” che “non vogliono contrapporsi a nulla, si esprimono nella lingua che è la lingua del loro mondo. Senza polemiche e non per essere il contrario di qualcosa, glottologicamente o poeticamente”. Il che sarebbe conseguenza di una storicamente motivata caduta della questione della lingua anche nei recinti della poesia. Per quanto mi riguarda, e per quanto posso giudicare di me stesso, percepisco in effetti nel mio rapporto con la lingua la libertà e lo scoramento di chi ha visto scontare dai suoi padri le lotte e i tentativi più diversi, e non sapendo da che parte rifarsi – perché ogni parte ha le sue solide seduzioni – decide di lasciare l’iniziativa a qualcosa che ha ancora a che fare con la memoria ma che è ancora più ingovernabile della memoria involontaria: permettere ai sedimenti della propria cultura di operare soltanto inconsapevolmente, di concerto con altre mozioni razionali e irrazionali, in una coagulazione stilistica che ha come misura di rapporto la naturalezza della voce.

 

Rileggo il molto che ho scritto, e vedo che mancano tuttavia tante cose che, quando ero in procinto di scrivere, mi sembravano indispensabili.

Avrei dovuto forse soffermarmi sulle occasioni delle poesie qui raccolte, oltre al caso speciale di Ospiti. Ma che la poesia non si racconti si sa, come si sa che è brutto segno se si può raccontare impunemente. E del resto è raro che i miei versi ostentino un’oscurità bisognosa di glosse. Piuttosto, avrei potuto dichiarare quali poeti mi abbiano ispirato. Non è arduo scoprirli, perché, nel modo volutamente poco astuto di cui ho ampiamente discorso, non ho fatto niente per occultarli. Di nuovo, li avrei letti e sfruttati assai male se fosse decisivo, per aumentare il pregio dei miei testi, indicarli con diligenza. E poi, oltre al ritegno di associare anche solo a fini descrittivi il mio nome al loro, dovrei dichiarare le mie letture? Quali? C’è qualcuno che non ha letto Leopardi o Baudelaire? Bisogna rimontare a un’epoca e ad autori più vicini? Li ho letti, gli autori più vicini, molti stranieri e, gli Italiani che contano, all’incirca, tutti. Come tutti. Ho amato e amo ancora la poesia di Cattafi e di Raboni, che ho anche studiato, e di Fortini, che ho studiato meno; e moltissimo primo-novecento; in quell’ambito ho lavorato su poeti come Campana e Govoni e Rebora, ma il mio preferito rimane Sbarbaro, su cui non ho lavorato mai ma che leggo sempre con trasporto. Tra i tanti che potevano farlo, è stato lui a insegnarmi che si può essere sentimentali senza fingerne vergogna, basta che non ci si balocchi con la commozione, si eviti di contrabbandarla dentro a un cinismo che non ci appartiene e invece si faccia reagire, in una misura di discorso che somigli al nostro sguardo, con l’insensibilità dolorosa che dobbiamo sperimentare ogni giorno. Il titolo di questo volume – a cui sono giunto per altre vie, e che vorrebbe avere un senso più ampio – può essere anche inteso come omaggio a un altro autore dello stesso periodo, Carlo Michelstaedter: al suo pensiero più che alla sua poesia (e nella Persuasione e la rettorica, come è noto, che si postula la necessità di venire ai ferri corti con la vita). Ecco, qualche nome l’ho fatto. Gli altri li lascio stare. Se poi si avesse la curiosità di conoscere i miei gusti in fatto di poesia italiana attuale, essi sono in buona parte esplicitati nel catalogo della collana che dirigo insieme a Valerio Nardoni per l’editore Valigie rosse.

 

Per finire davvero manca soltanto qualche vaticinio sul futuro della mia poesia. Mi risulta difficile formularlo: la scrittura finora ha accompagnato solo alcuni periodi della mia vita, e alle sue intermittenze ho permesso di scompaginare i miei intenti senza opporre resistenza. Anche per questo è stato interessante lavorare alla selezione di questo volume: mi ha dato modo di prendere coscienza di certe evoluzioni e di molte persistenze che caratterizzano i miei testi; e notoriamente sono scoperte che si adattano bene al senno di poi. In ogni caso, al momento, come dimostrano i testi inediti che chiudono questo volume, potrei osservare che continua ad attrarmi la convivenza di poesia e prosa, e un dialogo tra esse (qualche prosa era presente già in Ospiti, quando forse era meno comune incontrarne nei libri di poesia, ma da Contromosse in poi gli inserti prosastici hanno guadagnato sempre più campo; e la mia scelta ha intensificato il fenomeno).

 

Un dialogo svolto a fronte di una divaricazione sempre più decisa tra i due generi, messi accanto proprio per esaltare le differenze di respiro e di inquadratura. Invece di schivare la narratività, le mie ultime prose la domandano in maniera abnorme, quasi fossero appunti preparatori, o impalcature, o rovine, non di racconti ma addirittura di romanzi non scritti. Oppure, al contrario, fossero le uniche parti di quei romanzi che, lasciando in ombra i connettivi e le dilatazioni, abbia avuto la forza la voglia la necessità interiore di scrivere. E forse anche questo dice qualcosa di me.

 

Nota biobibliografica:

 

Paolo Maccari (Colle Val d’Elsa, 1975) vive e lavora a Firenze. Nel 2000 ha pubblicato Ospiti (Manni), con prefazione di Luigi Baldacci, nel 2006 la plaquette Mondanità (L’Obliquo), confluita tre anni dopo in Fuoco amico (Passigli, presentazione di Mario Specchio). Al 2013 risale Contromosse (Con-fine, prefazione di Luca Lenzini e postfazione di Giuseppe Di Bella). Il suo libro più recente è Fermate (Elliot, 2017). Suoi testi sono presenti in diverse antologie italiane e straniere e tradotti in inglese, francese e spagnolo.

Sul versante critico, ha introdotto e curato opere di molti autori italiani otto-novecenteschi (ha collaborato tra l’altro con Adele Dei alla curatela delle Opere di Clemente Rebora edite nei Meridiani di Mondadori nel 2015); è autore di una monografia su Bartolo Cattafi, Spalle al muro (SEF, 2003) e di un volume su Dino Campana, Il poeta sotto esame (Passigli, 2012).

Dirige con Valerio Nardoni la collana di poesia di Valigie Rosse legata al Premio Ciampi.

[Immagine: Foto di Evan Atwood].

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