di Valentina Sturli

 

Ho letto con interesse il saggio di Paolo Gervasi, Doctor strangelove[1]. Il pezzo, uscito sul terzo numero di L’età del ferro, risponde a un articolo di Matteo Marchesini, I dottori di Molière al capezzale delle Humanities, pubblicato sul numero precedente della stessa rivista. Senza avere la pretesa di sintetizzare la complessità dei due interventi, alla cui lettura integrale rimando, Marchesini muove un attacco ai tentativi fatti in ambito internazionale di innestare sulla riflessione teorico-letteraria strumenti tratti dalle neuroscienze, dalla biologia e dalla teoria dell’informazione. La sua polemica prende le mosse da una sulfurea critica a due testi apparsi recentemente: quello di Michele Cometa, Perché le storie ci aiutano a vivere. La letteratura necessaria (Raffaello Cortina, 2017) e quello di Alberto Casadei, Biologia della letteratura (Il Saggiatore, 2018). Gervasi riparte proprio da quei due testi, e articolando nel suo saggio una risposta che è insieme anche una proposizione di intenti e un rilancio: quelli che per Marchesini sono i limiti più forti mostrati dagli approcci delle humanities allo studio del fenomeno letterario – scarsa aderenza alla specificità dei singoli testi, incapacità di un gergo seducente di farsi valido strumento di analisi, sovrapposizione tra modelli teorici, sudditanza alle scienze dure, incapacità di proporre una visione non ancillare della letteratura rispetto alle nuove forme di espressione e creatività umana – vengono rovesciati da Gervasi in altrettanti paradossali punti di forza. Trovo utile che si possa ragionare a partire da questo scambio, esplicitando questioni che restano spesso latenti in un dibattito dai confini incerti com’è quello delle forme che possono o devono assumere, nel contemporaneo e per il futuro, gli studi letterari. Me ne è nato il desiderio di riflettere a mia volta, perché leggendo il saggio di Gervasi ho scoperto affermazioni con cui mi trovo d’accordo, mentre su altre ho avvertito un certo disagio, e ho voluto provare a chiarire prima di tutto a me stessa il perché. Dichiaro subito di condividere alcune delle perplessità di Marchesini, al netto dei toni sarcastici con cui le espone, che non mi sembrano appropriati e felici. Il mio discorso seguirà dunque lo sviluppo della risposta di Gervasi, lavorando su alcune domande e avanzando perplessità su punti specifici, nella speranza di tenermi alla larga da due modelli negativi evocati negli articoli cui ho fatto riferimento: l’ottusità passatista di Simplicio e la retorica progressista di Homais, entrambe compagnie scarsamente raccomandabili per chi ci tenga a un confronto articolato e il più possibile approfondito.

 

Il saggio di Gervasi si apre proprio con la contrapposizione tra due emblematiche modalità di satira del sapere: da un lato i grammatici di Rabelais e il Simplicio di Galilei, esponenti di un complesso di conoscenze attardato e ormai inservibile, dall’altro Homais e Bouvard e Pécuchet, feticisti di un nuovo a tutti i costi sempre a rischio vacuità. Se, afferma Gervasi, si può ridicolizzare un vecchio sapere perché obsoleto e non più efficace per descrivere la realtà che ci circonda, anche l’avanzare del nuovo viene spesso bollato come moda o fumisteria dagli esponenti del vecchio. Questa polarizzazione mi sembra efficace dal punto di vista retorico, ma rischia di impostare come estremi e antitetici i termini del conflitto: da un lato chi spinge verso l’innovazione delle humanities e la contaminazione dei campi, e viene per questo tacciato di sudditanza alle mode, dall’altro chi invece fieramente resiste a qualsiasi apertura, ignorando interi domini di conoscenza che non possono più essere indagati – a volte neppure percepiti – coi vecchi codificati strumenti. La contrapposizione c’è, ma penso che sia molto più sfumata e vada analizzata in dettaglio. Sono evidentemente esistite vere e proprie faglie nella cultura umana, in cui il vecchio sapere ha dovuto essere liquidato, magari in blocco e una volta per tutte, dal nuovo, o il nuovo è stato respinto come pretenziosa mistificazione. Ci sono figure e momenti emblematici di questi mutamenti radicali – non a caso Gervasi sceglie esempi che si riferiscono alla fondamentale frattura tra Medioevo e Rinascimento da un lato, tra scienza di matrice aristotelica e scienza moderna dall’altro –, ma usare questo tipo di concettualizzazione oppositiva pone una sorta di aut aut non privo di conseguenze sullo sviluppo del ragionamento: o si sta dalla parte del nuovo, o si sta dalla parte del vecchio.

 

Ora, la questione è complessa, perché le resistenze del vecchio non sono sempre palesemente ottuse come quelle Simplicio, né le proposte del nuovo sempre aprioristicamente futili come quelle di Homais. A voler continuare per immagini estreme e anche un poco paradossali, si potrebbe suggerire che tra chi propugna il nuovo si collocano, a livelli di credibilità diversissima e in differenti momenti storici, sia i difensori della teoria eliocentrica che gli avvistatori di UFO. In entrambi i casi un gruppo minoritario prende di mira quelle che ritiene, a torto o a ragione, le false certezze dell’establishment, per cercare di aprire nuove strade alla percezione della realtà. Così, nelle file del vecchio c’è Simplicio, c’è Don Ferrante che dà alle stelle la colpa della peste, ma c’è anche chi a ragione difende la medicina istituzionale contro presunti risolutivi protocolli dalla più che dubbia affidabilità. Il problema non sta dunque tanto nei concetti di nuovo o vecchio: conta come si argomenta, è il tasso di credibilità che, attraverso ripetute prove e messe in discussione delle proprie tesi, i metodi e i saperi si guadagnano di volta in volta sul campo. Non basta in altri termini che una cosa sia nuova perché sia interessante e produttiva, non basta che sia vecchia perché funzioni e sia autorevole. Tutto – potremmo dire – dipende da come si nasce e si invecchia: proposte urgenti e imprescindibili sorgono in mezzo a un mare di sciocchezze; strumenti vengono mandati in pensione a ragione se non sono più utili. La satira del sapere può bersagliare il nuovo come fumoso e il vecchio come rozzo e riduttivo, ma questo non toglie che esistano davvero saperi vecchi rozzi e riduttivi, così come saperi nuovi veramente fumosi. Allo stesso modo, se ribaltiamo il ragionamento, non tutti i saperi nuovi sono fumosi, non tutti i saperi vecchi sono arroccati nelle loro false certezze. Il superamento o il mantenimento di una teoria o di un paradigma dovrebbero dipendere solo dalla loro attendibilità e praticabilità, e da nessun altro criterio.

 

L’aggiornamento del sapere, come afferma Gervasi, non è mai cosa vana: ma per sostituire qualcosa a qualcos’altro bisogna dimostrare che ciò funziona altrettanto bene, se non meglio. E l’onere della prova sta a chi avanza la nuova proposta. Sempre, naturalmente, che ci si voglia collocare in un paradigma della sostituzione e non – perché no? – in uno della collaborazione, magari meno spettacolare ma potenzialmente più produttivo e fruttuoso. La metafora della lotta darwiniana porta infatti con sé una visione vagamente apocalittica dell’avvicendarsi dei saperi, che non prevede la loro convivenza e interazione. Il che forse è vero in ambito scientifico – se credo agli antibiotici non posso credere anche agli influssi stellari nella genesi delle malattie –, ma è altrettanto vero nel dominio umanistico? In effetti, nel nostro campo, strumenti antichissimi come la retorica, la pratica del commento, la filologia testuale, possono convivere con metodi e forme di analisi del tutto nuove, recenti e magari un secolo fa impensabili. Avrebbe avuto senso, dopo Freud e Lacan, mandare in pensione l’antica retorica solo perché, sulla base dell’idea che l’inconscio sia articolato come un linguaggio, erano sorte nuove possibilità di concettualizzare i fenomeni figurali? Credo di no. La retorica gode di ottima salute e c’è da augurarsi che questa salute duri a lungo: pensiamo a come la figura della metafora sia servita da base, negli anni ’80 del Novecento, per le illuminanti teorie di Lakoff e Johnson sul funzionamento del pensiero umano. Nella fretta di mutuare dalle scienze dure alcune rassicuranti certezze dobbiamo davvero necessariamente adottare la visione apocalittica della faglia, del cambio radicale di paradigma, o questo non è forse un modo di fuggire in avanti per evitarsi la fatica della discussione?

 

Le metafore della fine del mondo non mi convincono, soprattutto quando riguardano un campo come quello dell’espressione artistica umana, che è al contempo sempre diverso e sempre uguale. Sempre diverso perché incessantemente evolvono gli strumenti e le culture, cambiano i dispositivi e le domande che l’uomo pone su di sé e sul mondo, si allargano i campi di ricerca; sempre uguale perché – come proprio la neurobiologia ci insegna – esiste un software cerebrale, esiste un corpo, un patrimonio genetico che è in larga misura lo stesso, in termini di componenti e funzioni, dalla comparsa dell’homo sapiens ad oggi. C’è dunque qualcosa dentro di me che resiste quando leggo, nel saggio di Gervasi, che saremmo entrati «in una nuova “era” dello sviluppo umano, che Floridi chiama iperstoria, nella quale per la prima volta le tecnologie dell’informazione non si limitano a registrare le attività umane, ma le determinano, attribuendo loro valore e significato» (corsivi miei). Davvero crediamo che tutte le attività umane siano oggi determinate dalle tecnologie dell’informazione? Che fine fanno in questa cornice universali come l’amore, l’odio, l’invidia, il coraggio? Certo, le loro forme mutano nel tempo e con le culture, e sicuramente i nuovi mezzi di comunicazione determinano nuove modalità nella loro gestione e espressione, ma davvero possiamo pensare che esse siano ormai esclusivamente dipendenti – per il valore e per il significato che assumono – dalla tecnologia che ci circonda? Senza negare che le tecnologie influenzino profondamente le nostre vite e la nostra visione del mondo, attribuire loro una funzione demiurgica mi sembra eccessivo. Nelle immagini di Götterdämmerung e di Rinascita trovo una certa suggestività, ma il loro irenismo apocalittico mi sembra come minimo un modo di mettersi all’angolo con le proprie mani: o mutare o morire, farsi distruggere e rinascere, sì… ma come e perché? E soprattutto, chi detta le regole?

 

Chiarisco subito che non ho mai nutrito alcun pregiudizio contro le cosiddette scienze dure. Pur avendo una formazione letteraria, mi sono interessata con passione alla psicologia cognitiva, alle neuroscienze e alla biologia. Ma ogni volta che le vedo applicate al dominio dell’indagine letteraria, mi resta sempre (almeno, per il momento) un senso di vaga incompiutezza: come se da quei domini si fosse spesso capaci di estrarre modellizzazioni seducenti che però, una volta applicate a casi specifici, non conducono a risultati ermeneutici convincenti o pregnanti. Si potrebbe obiettare che lo studio del fenomeno letterario non si riduce all’ermeneutica testuale, e che l’analisi del testo è solo una delle opzioni possibili. Ma allora vorrei capire meglio quali sono le alternative. Perché spesso quello che percepisco in queste proposte, e naturalmente la mia prospettiva è parziale, sono metafore, magari suggestive ed eleganti, ma che non sempre aiutano a capire la natura degli oggetti di studio più dei vecchi collaudati strumenti. Forse è un mio limite, ma mi piacerebbe che, se davvero vogliamo adoperare il paradigma scientifico, nella fattispecie quello neuro-cognitivo, allora questi metodi venissero operazionalizzati con chiarezza, proprio come si fa di norma all’interno degli ambiti in cui essi nascono: vorrei in altri termini che si specificasse che cosa si intende per un certo concetto, come lo si definisce, che cosa si perde o si acquista nel trasferirlo da un dominio all’altro, che progressi esso ci permette di fare, cosa ci porta di nuovo, che inedite direzioni di ricerca rende accessibili. Troverei poi utile che si rispondesse con esempi e applicazioni pratiche, di tipo dimostrativo. Faccio un esempio: constato che sono stati e ancora sono molti i critici che, facendo uso degli strumenti della retorica, riescono a farci meglio comprendere il senso e il valore dei testi. In altre parole, per usare un linguaggio pragmatico, questi strumenti funzionano. Se qualcuno mi dicesse che sono obsoleti, e che le neuroscienze ce ne hanno messi a disposizione di nuovi, accetterei con entusiasmo questa posizione a patto che possa vedere questi nuovi oggetti al lavoro. Al di là delle affermazioni generali sulla straordinaria rivoluzione epistemologica in atto, di cui certo bisogna tenere conto, vorrei capire come, in pratica, questa cassetta degli attrezzi ci è utile.

 

D’altra parte, come dicevo, queste sono proprio le domande che le scienze si pongono quando si tratta di far spazio a un nuovo tipo di indagine. E in ambito critico letterario a queste domande hanno risposto, a mio avviso in modo efficacissimo, metodi che – oggi come ieri e in maniere salutarmente assai diverse – hanno sì mutuato modelli da altre discipline, ma facendone poi sempre un uso ponderato e pregnante: solo per restare in campo italiano e per citare pochi esempi, il distant-reading di Moretti, una certa critica storicista e marxista, la teoria freudiana di Orlando. Non è detto che un mutamento in qualche settore scientifico, per quanto spettacolare e rivoluzionario, debba ipso facto comportare ricadute anche in altri campi del sapere: bisogna dimostrare volta per volta e in concreto, al di là delle dichiarazioni di intenti, l’utilità pratica, e il valore cognitivamente modellizzante, degli strumenti che si vanno a impiegare. A meno che non vogliamo collocarci in una sorta di mistica del nuovo a tutti i costi, tanto difficile da confutare quanto da validare. Non è, ancora una volta, questione di conservazione o di cambiamento, ma di coerenza e produttività di un metodo, di chiarezza delle sue applicazioni, di evidenza dei suoi risultati. Forse dovremmo smettere di valutare le operazioni di estrapolazione da altri domini sulla base di una loro fantomatica liceità o meno a priori, e cominciare a guardare ai risultati: se strumenti della biologia mi fanno capire meglio il fenomeno che mi interessa, perfetto; se strumenti dell’ecologia mi illuminano da una prospettiva inedita un testo o un gruppo anche vastissimo di testi, ottimo. Ma essi devono recare informazioni nuove e specifiche, e non semplicemente servire a riformulare con altre parole quanto già sapevamo. Le nuove chiavi di lettura non si possono neanche sottrarre alla prova dei fatti solo perché provengono da domini del sapere oggi molto più reputati del nostro in termini di prestigio accademico: lo strumento, nel momento in cui tocca il campo della letteratura, ha il dovere di dimostrare a cosa serve lì e perché.

 

Per questo stesso motivo un po’ diffido quando leggo termini come ‘inglobare’ e ‘ibridazione’: quando Gervasi scrive che una riformulazione degli studi umanistici «ingloba saperi divergenti, ibridi e tradizionalmente estranei al sistema delle arti liberali» mi piacerebbe capire un po’ meglio il senso di questa affermazione. Perché inglobare non è digerire, fa venire in mente piuttosto l’introiezione di qualcosa che estraneo è ed estraneo rimane, un processo di fagocitosi più che l’assimilazione di un elemento nutritivo. Allo stesso modo, il termine ‘ibrido’ mi piace moltissimo e io stessa lo uso con entusiasmo in ambito di identità di genere, a proposito delle rappresentazioni della sessualità o in varie forme di creatività, ma a volte l’impressione è quella che sia diventata una parola passe-partout, un po’ quello che nel mondo del lavoro è diventato l’aggettivo ‘dinamico’: tutto, un candidato, una posizione, un ruolo sociale, un vestito, un modo di relazionarsi col mondo, un prodotto, è dinamico. Ma in che cosa consista questa dinamicità, e perché essa nello specifico caso possa essere considerata una qualità positiva, questo di solito non è dato saperlo. Non è di per sé un delitto se alcune parole d’ordine circolano e vengono impiegate per quello che di più evocativo hanno da esprimere, ma se cominciano ad essere usate come una sorta di gergo che garantisce l’aprioristico accordo dell’uditorio, se servono a coprire piuttosto che a svelare il senso di un’operazione, questa allora è una questione diversa e potenzialmente problematica. Continuando col ragionamento, Gervasi rivendica come necessario «situare le arti della parola nel contesto di una serie di mutazioni del sistema dei discorsi e delle pratiche simboliche». Il che mi trova perfettamente d’accordo: siamo davanti a mutazioni significative nell’impiego della parola scritta e parlata, in parte dovute all’avanzare travolgente delle nuove tecnologie, in parte ai cambiamenti socioeconomici in atto in epoca tardo capitalistica. Ma altrettanto importante è capire la natura di questo cambiamento: esso davvero implica il doversi sbarazzare di una serie di pratiche per consegnarsi a un nuovo tipo di approccio al fenomeno letterario e artistico? E quali sono o sarebbero i perimetri di queste nuove possibilità?

 

Gervasi alla fine del suo articolo afferma: «Come ha scritto Walter Siti in Resistere non serve a niente, viviamo come “organismi collettivi, colonie tipo i coralli o le spugne, compattati dalla scienza come nell’alto medioevo ci compattava la religione”», e in questa direzione propone di prendere atto della «mutazione», in virtù della quale dovremmo accettarci e «studiarci come barriere coralline». Ma l’affermazione di Siti – e un serrato close reading del suo macrotesto ci aiuta a orientarci su come gestire le affermazioni dei suoi narratori – è come spesso accade ambivalente e paradossale. Sin dal titolo del romanzo, Resistere non serve a niente, la volontà provocatoria e destabilizzante è evidente: nell’affermare che siamo diventati barriere coralline, da umani che eravamo, Siti evidentemente mira a estremizzare una certa visione del mondo, a mostrarcela come imperante e definitiva, per poi sottilmente criticarla, come del resto avviene in altri suoi testi. Si pensi solo alle descrizioni, tra l’ammirato e l’orripilato, dell’iper-capitalismo di Dubai o delle forme di vita consumistiche della borgata romana intesa come avanguardia dell’Occidente. Ora, senza una precedente base di close reading, senza una ponderazione del testo nelle sue dinamiche di affermazione e negazione, questa proposizione – presa alla lettera – rischia di essere travisata, semplificata rispetto alla sua originale carica figurale. E in effetti difficilmente, almeno per ora, gli strumenti della neurobiologia ci permettono di apprezzare questi finissimi scarti nel testo, questo sottile gioco tra affermazione e negazione, verità e finzione: quelli che ancora ci tornano utili, qui, sono i vecchissimi concetti di paradosso, ironia, ambivalenza etc. Gervasi afferma, proprio in chiusura del suo articolo: “e pazienza se questo significherà lasciar andare qualche frammento di conoscenza intensiva, perdere in densità, modificare la qualità dell’esperienza di lettura. Lasciar andare è ciò che ci viene richiesto, sempre, nel corso delle grandi transizioni”. Benissimo modificare l’esperienza di lettura, ma se a proposito del passo di Siti appena citato lasciamo andare la conoscenza intensiva non capiamo più il testo, e allora anche la base di un discorso più ampio che si può fare a partire da esso risulta irrimediabilmente fallata. Siti ha una concezione estremamente ambivalente della modernità contemporanea: prendere le sue parole alla lettera significa in definitiva riferirsi a un testo che non è quello di Siti.

 

Per non rischiare di cadere nelle pure proposizioni di intenti, bisogna dunque a mio parere avanzare delle proposte concrete. E provo io stessa a illustrarne una tratta dalla mia esperienza. Non so se questo sia in linea o meno col cambiamento in atto, ma nella pratica di critica letteraria mi trovo già tutti i giorni davanti all’allargamento dei confini del mio campo di indagine: entusiastica lettrice, formata sulla narrativa dell’Occidente degli ultimi cinque secoli, riconosco senza difficoltà alla migliore serialità televisiva il ruolo di erede del romanzo moderno, e ho provato ad applicarvi strumenti dell’analisi letteraria. Non è l’unico modo di procedere, e non pretende certo di essere esaustivo: ma in questo esperimento ho scoperto che molto del mio bagaglio teorico, narratologico, ermeneutico, retorico era assolutamente valido e applicabile a prodotti per i quali non era stato concepito in origine. E se poi certe cose non funzionano, sotto a esplorare nuovi strumenti. Anche nella mia pratica quotidiana di insegnamento e di ricerca, quando scrivo e rifletto sulla letteratura, Genette mi serve ancora moltissimo, come mi servono Spitzer e Auerbach, Starobinski, Richard, Iser e Lausberg. In generale, trovo di enorme valore ermeneutico il close-reading, ma leggere un saggio di distant-reading ben praticato mi permette di comprendere fenomeni altrimenti oscuri; potrà sembrare una dichiarazione di eclettismo, e in parte lo è. Ma mi sembra che si possa dare una perfetta compatibilità tra i due metodi, che vedono cose diverse collocandosi in diversi vertici di osservazione. Quel che mi piace in Moretti è soprattutto che non c’è in lui nessuna retorica del cambiamento epocale, e che nella sua prassi di critico può utilmente avvalersi di strumenti retorici, stilistici, narratologici, a fianco di quelli statistici. Mi sembra che Moretti ribadisca l’importanza di porsi le giuste domande prima di cercare le risposte, e che questo lo si possa fare appunto se c’è a monte una riflessione capace di orientare la massa dei materiali e la loro interpretazione. Perché non potremmo ispirarci a lui, invece che contrapporre in una sorta di resa dei conti nuovi e vecchi metodi? È la straordinaria possibilità, che ogni critico contemporaneo possiede, di servirsi, accanto agli strumenti del presente, degli strumenti del passato: poi di volta in volta, davanti allo specifico caso, si può scegliere quali funzionino meglio o servano di più. Questa è un’eredità di cui nessun cambiamento di paradigma, per quanto epocale, può convincermi a cuor leggero a sbarazzarmi. E sono ben consapevole che a questo punto non sto più rispondendo a Gervasi, che nel suo saggio non si sogna certamente di suggerire una cosa del genere, ma piuttosto articolando un’istanza che ritengo personalmente molto importante, e che mi auguro condivida anche lui: non tutto il passato è archeologia; non tutta la conservazione del sapere, non ogni trasmissione degli strumenti è semplice tassidermia.

 

Nella mia concezione lo studioso, ma anche l’intellettuale in generale, è anche colui che tenta di discriminare cosa consegnare alle generazioni future e cosa lasciare dietro di sé. Possiamo criticare le scelte che le diverse generazioni hanno operato, ma è altrettanto ovvio che noi siamo il prodotto culturale di quelle scelte. Così posso non condividere il fatto che la tarda Antichità e il Medioevo ci abbiano consegnato, magari per aperta censura, molti classici in versione mutilata ed epurata, ma quella scelta era coerente con una certa cornice epistemologica. Così il ruolo degli intellettuali, soprattutto nel dominio delle arti e delle lettere, ha prima di tutto a che fare con la curiosità e l’apertura verso il futuro, ma anche con la conservazione – non bisogna avere paura di questa parola – di un patrimonio di riflessioni, pratiche, orientamenti, strumenti che ci è stato lasciato in dote. Certo, questo patrimonio va sempre riadattato al presente – si pensi a come la retorica degli antichi è stata fruttuosamente ripensata, riformulata nella modernità – ma resta che vale sempre la pena di non sbarazzarsene senza una riflessione ponderata e coerente. Anzi, forse è proprio nei momenti di frattura che la necessità della trasmissione e l’esercizio del discrimine sono più impellenti. La quantità di nuove proposte veicolata da istituzioni e media è oggi tale che se davvero non procedessimo a discriminare rischieremmo l’approssimazione e la confusione mentale, proprio quella che caratterizza i già citati Bouvard e Pécuchet, due personaggi concepiti centocinquant’anni fa ma che ancora oggi, con buona pace di coloro per cui la nostra epoca è assolutamente unica e diversa, rappresentano perfettamente l’utente medio di Internet (e forse in definitiva tutti noi).

 

Nel prosieguo del discorso, Gervasi sostiene che l’establishment culturale contemporaneo tenderebbe a priori a guardare con sospetto ogni avanzamento nel campo del sapere. Ma ne siamo davvero sicuri? Intorno a me, ad ogni livello della vita quotidiana, vedo piuttosto continue esaltazioni del nuovo, una sorta di mistica del perpetuo aggiornamento, una corsa ad avere sempre l’ultimo modello di tutto, comprese le teorie letterarie. Il discorso corrente, a tutti i livelli, è intriso di retorica del cambiamento e della performatività, quindi, appunto, di darwinismo esasperato: o facciamo parte del processo o ne saremo disintegrati. Ancora una volta una prospettiva apocalittica che non mi aiuta molto a pensare. Se – personalmente non aspiro a tanto, perché mi sento impari all’impresa – davvero il nostro compito di giovani critici fosse quello, come dice Gervasi, di immaginare nuove cosmologie, forse una buona base di partenza sarebbe farlo attraverso strumenti che ci permettano di discutere quale cosmologia vogliamo immaginare, e che non siano semplicemente inglobati, ma digeriti, vagliati e testati. Perché per esempio il close-reading dovrebbe servire, come afferma sempre Gervasi, soltanto a guardare un cosmo fermo? Auerbach ha scritto un libro capitale, tutto basato sulla lettura ravvicinata di campioni testuali che gli hanno permesso di dare conto dei grandi fenomeni di cambiamento nella rappresentazione della realtà nella letteratura occidentale. Ancora una volta, la staticità o meno non sta nello strumento, ma in chi lo usa e come lo usa. E poi, siamo proprio sicuri che la cultura umanistica oggi neghi la trasformazione, questa dinamizzazione del sapere portata avanti a vario titolo, spesso a buon diritto, dalle humanities? Non certo in America, non certo in Europa e in Asia, dove è ormai quasi inconcepibile proporre progetti di ricerca od ottenere finanziamenti senza includere tra i propri strumenti quelli tratti dalle digital humanities o dalle scienze cognitive.

 

Come dicevo, gli studi di Moretti mi convincono proprio perché operazionalizzano in modo chiaro i concetti e gli strumenti di cui si avvalgono. Si occupano di cose diverse da quelle di cui mi occupo io – o meglio, analizzano fenomeni vicini da un diverso angolo di visuale – ma questo va ovviamente benissimo: per usare una metafora, in medicina serve il microbiologo che studia la singola cellula del cervello proprio come serve il neuroscienziato che elabora modelli complessi di interazione tra reti neuronali. I due saperi sono necessari l’uno all’altro. Il primo senza il secondo non ha respiro né sintesi, il secondo senza il primo non ha basi. Il neuroscienziato che elabori un modello dovrà però fare i conti con la realtà delle cellule, chi studia le cellule deve tener conto di un quadro più ampio e globale. Perché dovrebbe esserci netta contrapposizione, o addirittura contraddizione, tra le due parti del processo di conoscenza? I macro-movimenti si colgono solo se si vedono anche i micro; i micro hanno senso solo se sono ricompresi nei macro. Nella mia visione, il distant-reader sta al close-reader come il sociologo sta allo psicoanalista: si occupano tutti e due di esseri umani, anche se da distanze diverse.

 

Che nuovi campi del sapere vengano illuminati da nuovi strumenti mi sembra dunque non solo utile, ma anche fortemente auspicabile. Importante però è non lasciarsi sedurre dal feticismo del nuovo a tutti i costi: e ancora con riferimento all’esempio virtuoso di Moretti, che non ha mai pensato di sostituire la sua metodologia ad altre forme di indagine, ma l’ha concepita come strumento complementare e parallelo, non ha senso ragionare in termini di contrapposizione. Il vecchio non va in pensione solo perché è venuto prima di una certa frattura, ma sono il tempo, l’uso e i risultati a decidere cosa va conservato e cosa no: non crediamo più che il sole giri intorno alla terra, ma gli atomi di Democrito e i caratteri ereditari di Mendel sono ancora lì, benché aggiornati e rivisti. Così il nuovo non deve essere accettato solo perché i tempi lo impongono: e deve essere il dibattito, la stratificazione delle evidenze e dei risultati di analisi, a distinguere il grano del progresso dalla spelta della semplice moda. Per riprendere una metafora impiegata da Gervasi, ben vengano dunque i navigatori satellitari di ultima generazione, ma se devo fidarmi di loro, lasciando a casa la mia vecchia bussola, voglio prima istruzioni dettagliate sul loro modo di funzionamento. E anche in questo caso non so se fidarmi di istruzioni e pacchetti di saperi che si presentano come eccessivamente compressi. Scrive infatti Gervasi che «è solo comprimendo – in senso informatico – e rendendo interoperabile il proprio patrimonio di pratiche che le humanities possono entrare nel cosmo che viene e contribuire a dargli forma». Sarà, ma per me compressione significa ancora, da qualche parte, perdita di informazioni – come del resto afferma anche Gervasi alla fine del suo saggio. Ora, nelle scienze dure si tratta spesso di acquisire e conservare nuove informazioni che accrescano, o eventualmente smentiscano, il complesso di quelle precedenti. Se abbiamo spazio nelle memorie digitali per conservare miliardi di gigabyte, perché solo a noi letterati viene richiesto di comprimere gli strumenti e le modalità di analisi di cui siamo in possesso, magari per renderle facilmente spendibili sul mercato? Non c’è contraddizione tra l’enfasi sull’espansione e la necessità di ridurre il proprio patrimonio di pratiche e di saperi a pochi concetti?

 

Certo, come afferma Gervasi, bisogna conoscere la lingua degli altri e parlarla, ma – aggiungo io – non parlare soltanto quella. Lo studio della letteratura, della cultura, dell’arte hanno sempre avuto delle specificità: dialogare con altri campi non deve significare solo inglobare e assorbire, ma anche masticare, digerire e in caso espellere. Mi convincono per esempio alcune estrapolazioni di strumenti psicoanalitici all’analisi letteraria, ma l’operazione è delicata e molto spesso porta esiti deludenti. Quando si è per esempio voluto applicare all’analisi dei personaggi letterari, così com’è, la strumentazione psicoanalitica concepita per analizzare gli individui, i risultati sono sovente stati modesti, quando non francamente abusivi. La stessa necessità di una riflessione approfondita sui propri strumenti, scevra da qualsiasi retorica del mero aggiornamento, penso serva anche per chi decide di applicare le scoperte neuroscientifiche, in origine concepite per descrivere alcuni specifici funzionamenti micro-biologici, allo studio delle humanities. Penso infatti che la diffidenza verso questi nuovi metodi spesso non sia dovuta a un arroccamento passatista, o comunque sempre meno, quanto a una legittima domanda: parlare la lingua degli altri significa abbandonare la nostra? Tra l’altro viene da chiedersi se davvero, come comunità delle lettere, abbiamo mai davvero avuto una stessa, magari monolitica, lingua: non esiste forse un campo dove le divisioni siano da sempre più accanite, gli strumenti più diversificati, le lingue plurali come in quello della critica. Nella nostra formazione non esiste niente di strutturalmente paragonabile al complesso di saperi ‘duri’ che vengono trasmessi nella medicina o nel diritto: ogni istituzione universitaria, ma anche ogni scuola, forma i suoi membri in modi molto diversi. Se ciò a volte può rivelarsi un limite, è sovente una notevole possibilità: il plurilinguismo è inscritto nel DNA della migliore critica, e la migliore critica (che a mio parere poi è quella che, pur andando anche oltre il testo o i testi, non li dimentica, non li ignora) non ha mai avuto davvero paura di aprirsi alle nuove proposte, pur riservandosi il diritto di valutarle. Ma aprirsi – e anche, certo riposizionarsi – rispetto alle varie voci nel dibattito deve essere prima di tutto un processo che nasce da una maturazione interna al campo, non un’imposizione dettata da non meglio specificate necessità di adeguamento ai tempi e a cambiamenti sociali, politici, economici dati come epocali ma anche spesso molto mal definiti.

 

È sacrosanto e auspicabile tenere le posizioni, guadagnarne di ulteriori, aprirsi a nuovi campi ed esplorare; tornando poi però nella propria comunità non solo per importare il nuovo, ma anche per sottoporlo a quella critica che è democratica per scelta e vocazione. Altrimenti l’aggiornamento può diventare velocemente asservimento, quantomeno alle mode: se è vero che non possiamo e non dobbiamo porci, rispetto ai saperi emergenti, in una logica di opposizione e resistenza, è anche vero che l’adattabilità funzionale di un soggetto – così come quella di una comunità – si vede anche dalla sua capacità di negoziare il cambiamento che lo chiama in causa. I saperi sono sempre stati usati – pensiamo alla retorica e alla filosofia antiche che nascono come strumenti potentissimi di articolazione di istanze sociali e collettive – ma c’è usare e usare. C’è un uso che va nel senso della svendita e uno dell’arricchimento, e non sempre è facile distinguere tra le due direzioni. Per questo è importante discutere e ancora discutere, anche se questo fa perdere tempo e tempo spesso non ce n’è. Ma alla fine anche occuparsi di arti liberali non è forse una perdita di tempo rispetto al costruire autostrade e centri commerciali? Siamo davanti a una sfida difficile: portare la nostra specificità – che è diversità, dibattito, curiosità e capacità di analisi – in un mondo votato sempre più violentemente alla semplificazione del messaggio. Davvero, per dirla con Bourdieu, siamo in possesso di un capitale simbolico, che però non deve tradursi in mero e vuoto prestigio, ma corrispondere alla promozione e alla coltivazione di una complessità che è bene cercare di non comprimere troppo, poiché il sapere va articolato, discusso, integrato, aperto, ma anche dialetticamente difeso dalla tentazione di renderlo troppo adattato e funzionale ai tempi in cui viviamo. Che poi sono anche gli stessi dei disastri ecologici, dell’iper-capitalismo sfrenato, della progressiva eliminazione dei diritti di larghe fasce della popolazione mondiale, del risorgere di vocazioni autoritarie.

 

Restare divergenti, almeno un poco, nei limiti di quel che possiamo e senza preconcette chiusure, significa non rinunciare a una postura vigile proprio rispetto alle transizioni in atto. Non validarle a priori, ma esercitare quella funzione critica che ci legittima come studiosi. In sintesi, né con Simplicio né con Homais: forse un modo di cavalcare la bomba del Doctor Strangelove senza per forza esplodere con lei.

 

 

[1] Disponibile a questo link: https://outzoom.wordpress.com/2019/05/08/doctor-strangelove/?fbclid=IwAR0BOWv7WTQauGutTP9naNrjswPixNRNnHSlepXpHaFfNJqwqVYw4K7Orqg

2 thoughts on “Per una concezione integrata degli studi letterari. Una risposta a Marchesini e Gervasi

  1. La riflessione di Valentina Sturli appare particolarmente stimolante e si carica di valori aggiunti per un docente di liceo. Quale il metodo più efficace per permettere ai ragazzi di oggi, nati ormai dopo il 2001, di avvicinarsi “proficuamente”, ovvero in un’ottica di costruzione di senso e conoscenza significativi, al campo degli studi letterari? A scuola, noi “di lettere”, pure in un liceo classico, ci sentiamo (ogni anno che passa di più) quasi dei sopravvissuti o reduci, personaggi in cerca d’autore in una pantomima fuori tempo e fuori luogo. Per non parlare dello straniamento socio-culturale del sapere umanistico nel mondo odierno. Si pensi soltanto, da un lato, ai reali tempi didattici a nostra disposizione, alla capacità (e forse concreta possibilità) di attenzione e concentrazione dei giovanissimi e, dall’altro, ai tempi necessari alla lettura , all’analisi e al commento di un testo letterario: non credo serva aggiungere altro. Ma quello che, su tutto, mi ha colpito del discorso della Sturli è la sostanziale rivendicazione di un ambito specifico e proprio della letteratura, il cui studio interagisce necessariamente con altri ambiti disciplinari e culturali, ma che non deve rinunciare ai propri strumenti, in un’ottica, se ho ben capito, dialettica, anzi “dialogica” e sincretica, allo scopo di . Penso che la scuola possa svolgere in tal senso un ruolo ancora fondamentale, a patto che interdisciplinarietà e visione reticolare dei saperi (e del sapere) non significhi rinuncia a fornire metodi e strumenti corretti, specifici e funzionali delle discipline. Voglio tenerlo a mente quando di qui a pochi giorni sarò impegnata a redigere la Programmazione del Consiglio di Classe con i miei colleghi o, meglio, quando mi troverò a preparare le famose tre buste con i percorsi tematici per il colloquio di maturità.

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