di Igor De Marchi

 

[Nella collana di Unicopli «La porta dei demoni», diretta da Flavio Santi, è uscito da poco Il varco, il primo romanzo di Igor De Marchi. Ne proponiamo i primi capitoli].

 

1

Rumore. Sono sveglio.
Sono in macchina, al posto di guida.
Un colpo sordo, da dietro pare: come un contraccolpo, come se la macchina fosse scrollata.
È buio, dentro e fuori. Dentro è più buio che fuori. Se c’è qualcuno o qualcosa fuori non so se può vedermi dentro. Una bestia, forse. O un uomo. Magari c’è davvero qualcuno e ha provato ad aprire. Mi spiegherei il colpo. Resto fermo e vediamo che succede.
Sono solo:
non dovrei essere solo. Con la coda dell’occhio lo cerco:
non c’è.

 

Rabbrividisco nella coperta. Non può essere che l’ho sognata tutta questa roba qui; che dovrei farci in macchina, a dormire, in mezzo a… in mezzo a cosa? Alla natura? Sono sicuro che era qui quando mi sono – ci siamo? – addormentato. Ha senso. Sì, questo ha senso. Io mi sono addormentato, lui non lo so; questo non me lo ricordo. Mi sono addormentato mentre aspettavo. Dovevo tenere gli occhi sulla casa di Stella, che da qui si vede a malapena. Vedevo però la finestra. Una finestra, di taglio, che avrebbe dovuto illuminarsi. Una sola cosa a cui badare, una sola in un’unica direzione; era così complicato? Tra le mie pupille e quella finestra intanto scendeva l’oscurità, premuta da una stanchezza che mi era sempre più difficile sollevare. E infatti. Il suo respiro nel mio orecchio destro arrivava come una macchia da pulire dall’altra parte del vetro: una cosa poco importante rimandabile; debole, schermata. Poi brevi espirazioni brusche, il senso di un’insopportabile pena. E poi ho preso sonno.

 

La coperta che mi punge il mento sa di cavallo e copertone: non so da quanto era in bagagliaio, cosa ci avevo fatto. Un odore che va e viene per fortuna, ma pur sempre stantio. E non è l’unico. Ho quasi paura a tirar su col naso: non mi va di sentire il suo odore, di cenere batterica, il sentore di cadavere contenuto in un ottuso vitalismo, che sicuramente si è rappreso nell’abitacolo; un corpo che nonostante gli sforzi ha cominciato a dissociarsi dalla volontà. E non è solo l’incidente di ieri.
Ma dove può essere andato? Perché mi deve fare questo? Se mi ha visto addormentato poteva svegliarmi, tenermi sveglio, chiedermi se la finestra si era intanto illuminata, se qualcosa laggiù si era mosso. Dimostrarmi che aveva senso aspettare. Ma così, così è più facile rinfacciarmelo: non serve che te lo dica, direbbe, ci devi arrivare da solo che devi stare sveglio. Poi, direbbe, fai tu.
[…] Fuori non ci sono rumori. Ma forse è il vetro che li spegne. Sento il fiato nell’abitacolo, quello che può esserci fuori lo intuisco male e attutito. Sono sordo dentro la macchina. Sono in una tana trasparente.

 

Ok; ho aspettato abbastanza. Se ci fosse un cinghiale o un lupo – ci sono cinghiali e lupi qui? – mi attaccherebbe appena apro la portiera. E se dessi un colpo di clacson? Brutta idea: quelli delle case laggiù saprebbero della macchina, meglio di no. Capace che qualcuno venga a controllare.
[…] Il cielo impallidisce appena, comincia a schiarire. Si alzeranno anche presto i montanari ma non credo prima dell’alba, perciò uomini qui non dovrebbero essercene. Forza, muoviti: cosa aspetti? quanto ti ci vuole per pisciare? Se mi tocca uscire a cercarti a quest’ora col freddo ti prendo a calci in culo. A calci in culo ti riporto in macchina.
Un’oscurità superiore comincia a cedere sopra la slabbratura a denti di sega degli alberi. Un bosco sopra di te. Sotto rimane nero. Una nuvola larga, di pessimismo indulgente, traccia una striscia schiarente, grigia e senza profondità. Tutto ancora ha due dimensioni. Una giusta e una sbagliata? No, una giusta e sbagliata; l’altra la ricalca mancandola di poco.
Ti rifila uno spavento: il verso di un uccello notturno si rovescia per lungo sopra la macchina e va a finire brusco, privo di echi, dentro le prime piante, alte alle tue spalle. Vedi la macchina da fuori, da sopra: un guscio alieno, un involucro protettivo con tutti gli spigoli interni. Una tana che quassù non vale niente.

 

Ho le gambe intorpidite, e i piedi. Le tiro su fino al volante e le premo contro, facendo scaturire per tensione un po’ di calore. La vescica è una palla indurita che strofina la sua tela stopposa sul didentro senza la pelle; carne viva. Un fastidio urgente, primario. Devo uscire o me la faccio addosso. Non torna. Dieci minuti. Quindici forse. E prima chissà quanto. Tocco il sedile per sentire di nuovo: è più freddo di prima. È tornato a essere un sedile, non più un posto occupato. Quelli là sono alberi, ormai è evidente. Me li ricordavo infatti. Le punte sono scure e in mezzo si vede appena che non sono interi, che ci passa l’aria e ci potrebbe passare la luce. Sono magri i primi, poi dentro diventano un solido, strati su strati di aria e aghi alternati che diventano un corpo solido, un’unità, un bosco. Forza.
Tiro via la coperta e apro la portiera.

 

 

La portiera si stacca e si conficca malferma nell’aria rarefatta: un alito fresco e inodore di bosco ancora sopito mi preme il viso. Niente vento. Il lezzo organico, coltivato nel sintetico dell’abitacolo, si libera e in un attimo si disperde. Il frinire di grilli, qualche uccellino già comunica segreti.
Mettere i piedi fuori e tirarsi su è una faccenda più seria del previsto: le gambe spezzano mazzi di aghi confitti dalla gelida postura quando comincio a muovermi in piedi, li spezzano e li assorbono neutralizzandoli mentre mi muovo a scatti sgusciato fuori dall’utero della macchina come un puledro malfermo, traballante. Nessuno che mi vede per fortuna. Sono come legno, agile come una sedia pieghevole.
Le venature di quarzo nei sassi bigi rifrangono la luce sintomatica del giorno, evidenziando la traccia in terra battuta che mi ha portato qui, proprio come le molliche di pane della fiaba. Ficco gli occhi dentro l’aperta oscurità: dietro la macchina tiro a indovinare un varco sbarrato da una stanga, un sentiero cupo e denso da cassaforte, da contabilità parallela. Il bosco, stretto sullo slargo di manovra, è un aggregato in semicerchio di tronchi neri, di falde grevi, che restituisce un’intimidazione di sgomento alla voglia di vedere e di distinguere una cosa dall’altra. Il bosco è al sicuro. Di me non posso dire altrettanto. Vedo un’unica direzione possibile.
A valle il cielo va schiarendo. Sto nei paraggi. Torno sui miei passi. Mi giro e la macchina è là: un guscio di onice bianco, rinvenente una luce poliuretanica come un’opera d’arte concettuale che per scandalo sia stata collocata nella trascuratezza naïf di una pecceta. Trattengo il respiro in ascolto e lo sforzo di stare fermo mi stordisce; nessun rumore preoccupante. Sbottono la patta e finalmente piscio: rabbrividisco stringendomi forte nelle spalle prima del crampo.
[…] Le prime case si distinguono ormai abbastanza facilmente: la linea diritta e spiovente del tetto non può essere confusa con nulla di naturale, è indubbio che sia una casa. Dovrebbe essere la prima, la casa di Stella. Lui aspetta lì, di sicuro. Non mi resta che raggiungerlo e litigare, ma non servirebbe a niente, che non servo a niente, come sempre.

 

Sono due-trecento metri. Così mi sgranchisco e mi scaldo, finché non arriva il sole o Stella si decide ad aprire; sempre che poi ieri sera sia tornata e non ce ne siamo accorti. D’abitudine chiudo l’auto, che squittisce lampeggiando contro il terreno e i rami degli alberi vicini una luce arancione e aliena: mi do dell’imbecille da solo. E se lui non fosse laggiù? La riapro, se dovesse tornare. Chi altro ci può essere in giro a quest’ora? Hai dichiarato la tua estraneità. Era l’unico suono su tutta la terra. Il suono di una chiusura allarmata.
Sorprese dai dislivelli tra pietre e terra battuta, le ginocchia lavorano a scatti; non è liscia la strada. Le pelli chiare di alcuni tronchi sono un appoggio per lo sguardo. Passata una costola rocciosa si sente il borbogliare di un torrente. La roccia che lo scherma è allacciata dal radicamento superficiale di bassi pini. L’acqua si muove, risuona il terreno. L’acqua dà la voce alle forme solide del terreno. Un torrente, non dev’essere lontano.
A terra il buio è ancora duro, sfumato in grigiori petrolio. Il vento è finito e non ha fatto a tempo ad asciugare i prati, che in molti punti rilucono ancora sotto la ragnatela luminescente della rugiada. Una luce è accesa nel villaggio, in quel gruppo di case di pietre e legname. Prima non c’era.
Vedo, scendendo, la lingua d’asfalto che sale e si infila in mezzo alle case e le divide in due piani sfalsati proprio come una faglia. Pare che le case, le baite, stiano aggrappate a quella strada come acini d’uva al raspo, solido d’asfalto, che si dirama dal centro del mondo fino a loro, poco prima di rastremare in qualche curva prima di un prato e sparire divorato dall’erba e dalla terra, prima di pendere sul vuoto. Da noi, di asfalto, ce n’è dappertutto e sopra ci galleggiamo con le scarpe pulite e con i tacchi, e possiamo andare ovunque con tutto a portata sicura di mano; è una rete fitta e attiva, non si rischia certo di essere scrollati via. Mi ritengo fortunato, a vivere in quel modo.
Non c’è nemmeno un lampione lungo la strada, non da questa parte del paese almeno. Bisogna essere dei maledetti solitari per abitare in posti come questi, o allevatori figli di allevatori, che altro non conoscono se non vacche pecore e fienili, oppure boscaioli o chissà che cosa, gente persa in un ritardo assurdo nella storia, gli ultimi nella fila. E provo tristezza per loro.

 

 

Lui davanti la casa non c’è.
Salgo i tre gradini di pietra. Butto uno sguardo nel riquadro di vetro dietro una croce di legno al centro della porta; da dentro luce non ne viene. Faccio il giro per capire se ci siano altre entrate, se lui si sia messo da qualche parte, togliendosi dall’aria piccante. Niente. Qui non c’è.
Mi rannicchio nell’angolo vicino alla porta addossando la schiena alla parete di legno, come a una stufa spenta. Forse è meglio che torni alla macchina. Magari è tornato. Ma se è tornato mi aspetta, come io ho aspettato lui.
La casa di fronte: i balconi aperti, le tendine leggere raccolte ai lati che lasciano indovinare una stanza disabitata. Dietro la casa si apre il baratro della valle. La chiesetta e il campanile sono solo una geometria più chiara in mezzo il verde intenso e nero. La luce gialla grigiastra, che viene su da dietro le montagne a oriente, conferma ad una ad una le cime tutt’intorno, evidenziandone i contorni netti e sbreccati. Le nuvole in dissolvimento, le stelle che sprofondano.
Nell’abitazione si accende una luce: da un’altra stanza cola obliqua nell’unica stanza che da qui riesco a vedere. Sale dal pavimento e rischiara: un tavolo, una cucina, un cesto di frutta e dei bicchieri, una bottiglia di vino. La girandola strappata accenna a un movimento zoppo, incoraggiata inutilmente da una bava di vento.
Dalla strada buia del paese viene un uomo.
Uno scarpone sfrega l’asfalto in un passo. Riprende l’andatura. Prima di qualsiasi pensiero, è un’ombra legnosa e antica, che si muove approssimandosi, e tra poco mi sarà davanti, mi sarà vicina, e il contatto avrà un’evidenza irrimediabile. Un alto uomo d’ombra che trascina fuori con sé l’oscurità come un mantello contro il giorno che si sta facendo: berretto, giaccone scuro, scarponi con la suola di gomma e strisce catarifrangenti che fanno dei passi l’effetto di un pendolo balistico: i piedi slanciati in avanti come da una spinta potente che sale alle sue spalle e allo stesso tempo lo scorta. Cammina in centro strada, le braccia conserte, annodate al torace. Se rimango dove sono è difficile che mi veda; mi devo spostare.
Guarda avanti, eppure, quando arriva alla mia altezza, si gira; non perché mi abbia visto, ma perché deve aver percepito la differenza, come qualcosa che non dovrebbe esserci, in un posto conosciuto a memoria; come una macchia o un ragno sulla parete. Si ferma, non facendo altro che guardare.
«Ehi» gli faccio.
Scioglie le braccia conserte e le cala lungo i fianchi, lentamente. Ha una corta barba, scura come la pelle, un fondo di tizzone solo apparentemente spento. Le labbra ferme, senza alcuna fretta di parlare. Sotto il berretto calcato sulla fronte, il bianco degli occhi è la spia accesa: è lo stand by di un’incognita complessione in stato di quiete, pronta a riattivarsi. Difficile dargli un’età: ne avrà una cinquantina, forse cinquantacinque. Ha uno zaino in spalla, floscio e mezzo vuoto. Mi stacco dalla parete per scendere un gradino, e poi un altro, verso di lui.

 

 

«Sto aspettando Stella.»
Nessun movimento. Eppure è evidente che quel nome lo stringe a una catena di pensieri. Le sue parole arrivano però da un altro posto.
«Perché sussurra?»
«Per non svegliare chi dorme» spiego.
Gli occhi dell’uomo girano piano attorno seguendo la testa, e poi tornano su di me. Alle sue spalle il rumore di uno sciacquone che arriva come dal fondo di una cisterna sepolta.
«Mio padre dice che abita qui.»
«Di chi sei figlio tu?»
«Perché, conosce mio padre?»
«Può essere» dice, e sposta tutto il peso su una sola delle gambe divaricate. «Ma così, tanto per dire, sapere il nome aiuta.»
L’idiozia della mia domanda mi specchia stupido davanti a lui.
«Valeriano.»
«Valeriano.»
Si gratta la barba. Sparisce il bianco degli occhi sotto il cappello.
«Sì. E il cognome, mi scusi, è Valt.»
«Naturalmente. Valeriano Valt.»
Che fa, mi prende in giro?
Annuisco nella penombra alla sua scansione di convalida. Io non sarò sveglio stamattina, ma questi montanari sono lenti a capire: sembrano indugiare come una minaccia ma è solo che sono lenti, e non sanno le parole; metti pure in conto che si alzano alle cinque di mattina e non serve aggiungere altro. Io gli sto di fronte con una faccia che deve essere livida, da moribondo. Tutt’altro che rassicurante. Che ho passato una notte in macchina si vede subito. Usiamo le stesse parole e non ci capiamo. Le stesse parole, portate da dove? Dove sono state le parole che dici di usare prima di trovartele in bocca? Così le sue. Qui, devi ricominciare.
«Tu sei il figlio di Valeriano Valt?»
«Lo conosci?»
Sposta il peso sull’altra gamba, una mano stringe le bretelle dello zaino sulla spalla.
«Se è Stella che stai cercando sei nel posto sbagliato. Non abita qui.»
«E questa casa allora? Mio padre dice che è sua.»
Non dovevo fidarmi: mi fa sapere che Stella l’ha venduta a una famiglia di Ferrara, una ventina d’anni prima, che viene solamente per le ferie. Se ne sono andati proprio domenica. Quel maledetto presuntuoso mi fa venire fin qui senza sapere se la sua amica c’è o non c’è, se è viva o morta.
Nella cucina alle spalle dell’uomo entra qualcuno e accende la luce. Lui allora si volta verso quella finestra, dove guarda e aspetta; poi fa un cenno. Non so se l’altro abbia visto. Ne approfitto per studiarlo: ha un giaccone modesto e braghe con macchie indefinite. Non sono scarponi da montagna quelli che calza: sono scarponcini antinfortunistici. È uno che lavora.

 

Fermo in un’alba sotterranea rabbrividisco. Provo a tirar su ancora di più la cerniera della felpa, ma è già arrivata alla fine. Pare che non abbiamo altro da dirci. Non mi resta che tornare alla macchina e aspettarlo; e poi lo porto all’ospedale. Ha perso fin troppo tempo per niente. Abbiamo perso tempo per niente. Siamo arrivati in fondo, dove diceva lui, e qui non c’è niente. Per lui. Nemmeno per me.
«Grazie» dico. E mi giro per tornare alla macchina.
«Non stai cercando Stella?»
Mi fermo tendendo i pochi metri aggiunti tra di noi.
«La trovi su, al rifugio. È là che lavora.»
«E come ci arrivo?»
«Dipende, come ci vuoi andare?»
«In macchina ci si arriva?»
«Puoi scendere giù per Vallada, oppure prosegui di qua fino a Caviola e poi tieni la sinistra. In ogni caso, non ci vuole più di un quarto d’ora.»
«Grazie» dico, e mi volto di nuovo per andare.
«Tuo padre» dice, cambiando tono, «è mancato?»
«No, perché?»
Vedo che accenna a un “sì” con la testa.
«Bè, allora quando lo vedi portagli i miei saluti.»
«Se lo trovo…»
«Come?»
«Niente. Chi devo dire?»
«Digli: Genesio.»
«E poi?»
«E poi basta, quello che conosce lui non può confonderlo con nessun altro.»
Senza aspettare repliche va verso la casa abitata, scende i gradini che mettono sul tavolato del ballatoio e bussa. Gli viene subito aperto, perché l’altro lo stava aspettando.
«Dov’eri finito?» gli dice. «Dai che il caffè è pronto, dobbiamo muoverci.»
E spariscono dentro casa, dentro una cucina in tepore.

 

2

 

Alla macchina non è tornato.
Il fazzoletto azzurro che ho raccolto insanguinato non può essere di nessun altro; è troppo fresco il sangue. È il fazzoletto che mio padre premeva sul fianco. Guardavo la traccia che va dalla parte del torrente tornando su e l’ho visto: in mezzo all’erba umida e appannata.
Speravo di trovarlo qui. Quello, ho pensato, ho voluto, che fosse il segno che è di nuovo qui; non siamo in uno spazio indefinito, ma in uno spazio circoscritto. Un posto dove cercarlo. Non può essere svanito.
La luce grigia della notte è ancora densa e in gran parte sedimentata a terra, ma si sta alzando: a breve sarà tutto chiaro. Dobbiamo muoverci, dobbiamo andare cazzo, è tardi. Gli devo dire di Stella, che non abita più qui, glielo devo dire che abbiamo perso fin troppo tempo. E se fosse sceso al torrente? Lì il fazzoletto. Andare a vedere non mi costa nulla.
Ed è tornando indietro, verso dove l’ho trovato, verso il torrente, seguendo il filo che mi tira a una traccia sicura, che alzo gli occhi catturati da un fenomeno che mi spiazza e mi sorprende: vedo la punta della montagna accendersi, come una resistenza surriscaldata o una capocchia di brace arancione; la sommità dell’Auta, tutta in ombra, toccata dalla prima luce diretta del sole. Adesso colerà lungo la forcella e i prati, e infine appiccherà l’incendio al bosco e qui poi arriverà in un attimo, quasi all’istante: il giorno, il sole.

 

 

La traccia è ancora livida sotto gli alberi. L’alba stenta a penetrare. L’odore di resina e muffa, forse funghi, si fa sentire. Mi si bagnano i pantaloni sugli stinchi camminando contro l’erba. Dopo una breve rampa scendo nel bosco orientandomi col rumore dell’acqua. L’acqua tra i sassi. Ispeziono il terreno per un qualunque segno del suo passaggio ma non ne trovo. Non sono bravo in questo. Chi può dire che a frantumare la pigna è stato un piede o il sasso su cui è caduta? E se il piede, il piede di chi? Io no di certo. Sulle cortecce degli alberi non restano impronte; forse quelle di sangue, ma come vederle non saprei. Tutto intorno è così minuzioso e fittamente abitato di segni, ma lo sguardo d’insieme non mi aiuta, non mi dice niente. Gobbe muschiose e tronchi confinano la vista a pochi metri e così la mia perlustrazione è a tentoni. Le pietre chiare lavate dall’acqua compaiono sotto un brusco impluvio inciso nel colle. Ecco il torrente.
Su questo lato una mezzaluna di ciottoli e marna, una minuscola spiaggia, come un lavatoio. Lungo il resto della sponda ci sono grosse pietre, pini bassi, piante abbeverate. La riva opposta invece è ripida a questa altezza, e dalle zolle scalinate e sospese sul pietrisco fuoriescono radici e grondano muschi. Sopra, la boscaglia è fitta.
Scendo all’acqua e cerco tra i sassi. Ne smuovo qualcuno, scrutando nel loro rumore di biglia. Cos’è che cerco? Non vedo sangue, non vedo impronte, non vedo nulla; non si capisce se i ciottoli siano stati calpestati, nel fango lambito dall’acqua non vedo segno di scarpe. Non sono mica uno di quelli che fa escursioni, un esperto di natura, un segugio o investigatore della scientifica: l’unica cosa che guardo in città, quando attraverso le aiuole, è se un cane ha cagato oppure no per mettere giù i piedi e attraversare. Tutto qui.
Il torrente viene giù da un valloncello in una serie di brevi balzi che formano cascatelle: sosta in pozze, schiuma strozzato tra le rocce e si raddensa in verdi trasparenze senza contrasto per la luce smorta dell’alba, prosegue aggirando pietre viscide di alghe glaciali su un letto di argilla e ghiaia levigata. Bosco fitto a monte e a valle. Poco più a valle intuisco delle balze: piani che si abbassano bruschi, forse delle forre, che penetrano sotto gli affioramenti di questo versante. La vegetazione è più fitta, intricata, afosa. Di fronte a me lo stesso bosco, che risale il colle ripido. Sarà meglio tornare alla macchina. Non si capisce nemmeno se c’è passato, di qua. Andrò a vedere il sentiero dietro la sbarra.
Esala dall’acqua un odore dolce e il gelo.
So di avere la faccia unta, gli occhi appiccicosi, la saliva della notte sui denti. Mi ci vuole una bella sferzata, per svegliarmi e stare ancora più attento, e non mi sono mai lavato la faccia nell’acqua corrente di montagna nemmeno quand’ero ragazzo, non che mi ricordi. Mi accuccio nel punto più comodo, attento a non finire dentro: è ghiacciata, mi stritola le mani. Me le strina. Un brivido tarchiato mi inarca la schiena e mi scopre le reni sotto la felpa:
«Cazzo!»
Uno scimmione: lo vedo alzare lo sguardo dall’acqua poco più a monte di dove mi trovo. Uno scimmione, un gorilla! Accucciato su un tronco, velato da una giovane betulla, intento a bere, ha alzato il muso scuro e gli occhi umani al mio rumore. Ha smesso di fare quello che stava facendo e mi guarda dalla parte opposta, oltre il torrente.
Cinque, sei metri tra me e lui: con un paio di balzi mi sarebbe addosso. Il cuore dentro la gola mi scalda le ghiandole salivari in maniera nauseante. Non so cosa fare. Non so cosa si fa in questi casi. Dicono degli orsi, di stare fermi e fingere di essere morti, ma dei gorilla io non so. Rimango accovacciato a mezzo com’ero. Anch’io con la postura di una scimmia. Tra di noi passa l’acqua; scorre e borboglia in un circolo di complesse variazioni. Viene giù dalla sua parte verso di me, e passa oltre, dove lui ci ha messo le zampe prima che io mettessi le mie mani. L’aria ci attraversa, tesa e fragile: una miniatura dell’uragano che dentro di me sta abbattendo le sicurezze. Non mi sogno nemmeno a provarci… Poggia le nocche sul tronco, davanti al ventre. Rimane seduto. Non gli vedo più gli occhi sotto la fronte accigliata, ma so che mi sta guardando. Quello gli occhi di dosso non me li leva di sicuro e io non ho intenzione di fare diversamente. Si starà chiedendo cosa ci faccio. Be’, la sorpresa è reciproca. E io sono spacciato.
L’acqua borboglia, un gargarismo femminile: è una cosa sicura, naturale, che accade mentre stiamo fermi a guardarci. Il tempo scorre, in ogni caso. E non posso rimanere qui così senza che succeda qualcosa. Io un piede provo a muoverlo: lo tiro indietro.

 

Vedo che lui fa lo stesso. Lo preme sulla scorza del tronco che si allunga alle sue spalle.
L’altro lo appaio. Lui fa lo stesso.
Abbiamo messo un mezzo metro di più tra di noi, una frazione di balzo. Con molta calma, molto molto lentamente mi tiro su, dritto in piedi; lui tende le braccia e fa lo stesso. Gli occhi scuri, adesso glieli vedo: le rughe sotto sono le mie. Le labbra chiuse e lo sguardo sembrano miti. Se mi volto e comincio a correre, quello mi prende ancora prima di arrivare al prato. Gli mostro i palmi delle mani disarmati; lui mi mostra i suoi, uno alla volta. Porto una mano alla faccia e mi gratto il naso; anche lui si gratta il naso e sbuffa. Se mi volto e me ne vado piano, senza correre, magari mi lascia andare. Magari sono i movimenti bruschi che sono sbagliati, e quelli cauti e leggibili invece giusti. Giro la testa verso la via di fuga e con la coda dell’occhio lo sorprendo a fare lo stesso. La sua è più ripida, dentro il bosco. Riportiamo lo sguardo uno addosso all’altro. Non capisco se mi stia prendendo in giro o cosa.
«Ehi» gli dico, e sono improvvisamente rauco.
Borbotta.
Deglutisco il cuore che dalla gola mi torna in petto. La saliva si raffredda. L’acqua borboglia: un giardino zen degli orrori. Un crepitio a monte precede il tonfo di un grosso ramo, o di un animale, e ci sorprende e ci fa tremare: sono finito spalle a un tronco, indietreggiando di colpo; lui lo stesso, schiena a una balza di terra e muschio. Il muschio è lungo e umido. Un altro metro tra noi due. Ci asciughiamo le dita sulle cosce.
Gli occhi da una parte e poi dall’altra per vedere se c’è qualcun altro, se tutto quello che conta adesso ce l’abbiamo di fronte.
Muoviamo un passo avanti guardando l’acqua, prendendo tempo, un diversivo.
Gli faccio «Aaaarh» e lui mi dà sulla voce.
Rabbrividiamo e ci si rizzano i peli.
Adesso è il momento buono. Lo faccio: mi giro lentamente, gli do la schiena, molto lentamente, e a testa bassa sopra la spalla lo controllo. Lentamente. Così fa lui. Se avesse voluto farmi del male lo avrebbe già fatto.
Davanti ho una breve rampa e poi il bosco.
Mi spazzolo via la terra e l’umidità del muschio dai peli, lui fa lo stesso.
Le nocche sul tronco. Ancora un attimo…
Sbatto i palmi per terra e via.
Una zampa lì, l’altra sopra e ci sono.
Corro.

1 thought on “Il varco

  1. L’intelligenza di percorrere la via dell'”editing-free” da parte dell’editore e del direttore della collana “La porta dei demoni” (nomen omen!) trova in questo libro di Igor De Marchi giusta comprova: è un romanzo splendido, che sorprende e consola, fa smarrire e riporta a casa.
    Forse non sono la sola ad aver temuto il passaggio in prosa di un autore conosciuto e apprezzato per i suoi versi. Mi sono bastate però poche pagine per riconoscere la malìa di muoversi con il racconto aderente alla realtà, agli oggetti, agli odori e suoni più concreti, eppure al tempo stesso oltrepassarli, coglierne le corrispondenze più sottili, gli onirici movimenti non meno veri – e spiacevoli a volte – della realtà fattuale.
    La cura per la lingua, per le parole, le immagini, i suoni, gli equilibri sono l’anima preziosa di questo romanzo (che non tradisce la poesia, anzi la riscopre altra): fluiscono nella e oltre la trama, dicono evocando il non dicibile/definibile, socchiudono una porta (o un varco) in cui possiamo sbirciare e riconoscere. Danno insomma verità alla realtà.
    Romanzo splendido, a cui auguro l’attenzione che merita.
    “…gerade das Ungewisse beim Schreiben Wahrheit erzwingt, die der Realität entspricht, weil sie nicht bei ihr stehenbleibt, weil sie darüber hinausgeht…”. H. Müller

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