di Davide Nota

 

[Esce oggi per luca sossella editore Lilith. Un mosaico di Davide Nota, che la quarta di copertina definisce «un grande caleidoscopio dell’immaginario storico in atto, tra stile amatoriale e tradizione classica, insorgenze arcaiche e videoispezioni nelle lande oscene della contemporaneità.». Ne presentiamo i primi cinque capitoli].

 

1.

Oh Lilith, oh Eva. Contempleremo i morti? Lei scrive “BLOOD FOR SONGS” con marmellata di fragole sulla tovaglia di un piccolo bar. Torna a casa, alza lo schermo, la chat è ancora attiva. Un uomo sui quaranta scrive: “fai il 4 con la mano”. Lei digita “INSANE FOR THE DESTINATION”. Poi mostra il dito medio e compie la verifica richiesta.
Ho sognato il mio piede mutare in tante piccole farfalle, molte ali leggere, era il mio corpo che evaporava ma chi ero se non ero più, chi mi guardava? Il segreto è scrivere risponde la voce solo lettere ad un amico fedele. Ma sono tutti diventati gli altri, alla ricerca di una posizione. Fratello d’altro secolo, il tuo nome è composto anche dalla mia voce. Apprendo segnali lungo il percorso dove non la scissione ma l’ebbrezza degli alberi si espande senza esitazione non dimentica il passaggio un cerchio dentro l’altro un anello infinito mentre nel cielo fiorito esplodono le profezie stellari. Ma sono tutti diventati gli altri, alla ricerca di una posizione. Vogliono credersi salvi per giudicare, alla maniera dei padri.
Quando la natura cominciò a mutare alcune pietre scivolarono nell’acqua, poi si fecero serpenti e tu non eri an- cora nata anima grande ma qualcosa doveva pur accadere perché questo filo d’erba fosse posto tra le pagine secche del mio diario.
Così avvenne che una piccola foglia trascinata dal torrente si trasformò in un rettile e poi prese fuoco, perché il poema della gravità terrestre non altro dice che questo: metamorfosi ed amore.
Lei scrive “attendimi per una sigaretta davanti all’edicola ta- bacchi in via Gorizia n. 6 va bene?”. Qui comincia l’avvento. “Questo è per te”, mi dice (ti dice). Oh iniziata dai lun- ghi capelli neri, con una tunica rossa dal colore del legno che brucia. Dopo l’immagine conduci questo cieco nel mistero della tua grotta, tra i cuori verdi d’edera e una gola dalle acque laccata. Ma persino uno smartphone ha la sua anima di faggi e un monastero risalente al secolo quattordicesimo. E l’arco naturale fu così varcato, perché il miracolo della destinazione fosse compiuto.
Dopo l’amplesso dico (dici): “Oh donna dai capelli di piccolo cane che dorme, i tuoi occhi nascondono un’avventura”. L’ha solo pensato? Lei risponde cantando.
Un alveare di nylon, è una finestra, è un quadro marchigiano che attraversano lunghi capelli di luce di vento di vetro di tempesta è un temporale il mondo si sporge tra le fronde annerite e grandina ma siamo ancora vivi penso ho pensato in qualche parte del corpo ho deposto il mio passato dove la campagna insorge dalle crepe di un ponte abbandonato perché un gesto minuzioso era da compiere per trattenere la catastrofe fino a domani.
Dobbiamo riportare in vita i morti, le dico. Addio. Addio. Vi lascio dove v’ho incontrati.

 

2.

Nel balcone della mia stanza: un leone, un coccodrillo enorme. Cristo a terra morente, due centurioni lo tra- figgono con una croce. Io sul letto con alcuni amici, un pomeriggio vago. Parlo con una ragazza, mi cadono lucertole dai capelli.

 

3.

Il sole ha i suoi amanti. Pensa. Penso. L’idea di un pomeriggio boscoso, poco dopo il temporale, quando qualcosa pare debba nascere da tanta pacificata esistenza. Tu esci dalla tenda frustata dalle piogge e i piedi iniziano a sanguinare. Accendi uno schermo senza più segnale. Dipingi un cervo sopra un fondale di luce catodica. Era un ramo sull’oro laccato di una tavola antica di ciliegio. Ora non più. È chiaro, dice, che essendo la mia stirpe di rango inferiore non possa che aderire a questa estetica pacchia- na a questa estatica ove discendono le più soavi lacrime mentre il resto del mondo sono solo parole. Disseminata va la terra ruotando attorno a un fuoco metafisico mentre da piccoli laghi montani esalano i pensieri. Il sole, ai suoi amanti! Pensa. Penso. Si sfila la t-shirt. Aggiusta il quadro della webcam. Aspetto.

 

4.

L’inquadratura è pianificata per omettere ogni elemento riconoscibile della stanza. Un individuo non esiste più, è solo un lembo di camicia, una cerniera di jeans che si apre come un binario un binomio due brani speculari di tessuto anonimo da cui sporge oltre la terra nera il fallo lombricoso della rovina è una testa indigena da leccare assieme in cerchio. Lo guardo come un altro me che avviene in questo specchio elettrico striato dai pixel della connessione. Chi agisce non si sa. Lilith scrive: “quanti anni hai”. Endimione risponde: “42. e tu?”. “21”. Si slaccia il reggiseno e lascia rotolare le sue mammelle ruvide africane nella visione.

 

5.

Improvvisamente li vide così, immaturi, adolescenti, figli e non più padre o madre brucati da tarli come mobilio ereditario, la formazione affidata al caso, da millenni, in variazioni di traumi e ossessioni irrisolte. Anche la libertà di cui aveva goduto era stata in fin dei conti una messa in scena. L’occhio vigile e derisorio, buono ma pronto a punire come un carnefice nevrotico e poi reclino, una sfinge malata nell’agonia del tradimento. Si frantumavano nella secchezza della calda sera, i cari. Di fronte alle sue escrescenze che erompevano come emorroidi gonfie di vita il loro compito era stato quello di essere comprensivi. La poesia doveva essere bella. E lui persino qui, nel suo uni- co patrimonio, pareva ovunque vomitare oscenità ridicole perché nessuno potesse dirsene orgoglioso.
Sul treno che lo conduceva da Ancona a Bologna un gruppo di ragazzi ascoltava stupida musica da discoteca, lui aveva il torcicollo e una fastidiosa irritazione anale. Avrebbe dormito in un ostello nei pressi della Montagnola, in una camerata da sei, sperando di riuscire a prender sonno. Invece si ammalò.
La strada è senza uscita, il selciato bagnato. Lui non riesce a frenare. La macchina va fuori strada e si spacca contro la recinzione dei lavori in corso. Lui esce dall’abitacolo fumante, in aperta campagna. Sopra di lui una notte ge- lata dalla luna piena, l’odore di erba medica bruciata tra la gomma e la lamiera. Una lacrima di sangue solca il suo viso di pietra come rugiada stellare dalla narice al labbro caravaggesco di finta carne. Lui si inginocchia tra le zolle e esclama: “Grazie, oh dea! Tu mi hai risposto! Grazie!”. Vedo scivolare la terra una stazione al confine tra le Mar- che e l’Emilia è un treno merci molto lento in moviola col suo traino di autovetture nuove bianche levigate metafisiche. La colonna sonora tra i rumori di scena è un pezzo tecno house con la voce del dj live da qualche se- rata sbandata di Rimini o Riccione. Pronuncia frasi oscene e sconnesse con un tono femmineo, da transgender ubriaco. Le linee dei cavi nel cielo si intrecciano in un gioco elicoidale mentre il treno scorre per la campagna e il sole assomiglia alla luna è una sfera bianca coperta da una rete di alluminio infine avviene il parallelepipedo blu con la scritta gialla IKEA roteando su sé stesso come una proiezione ortogonale. La realtà lo vedi anche tu è un po’ più complessa dico di un sistema causa effetto, di un marchingegno ideologico. La materia che canta, dico, l’uni- verso. L’interlocutore afferma che non sta capendo cosa intendo dire. L’umanità non si è ancora arresa, continuo (nel sogno?), alla sua abitudine alla stanzialità. Si prepara ad aggirare l’apocalisse trasformandosi in elettricità. Viaggerà come intelligenza artificiale per qualche miliardo di anni alla ricerca di una nuova terra su cui ricomporsi a partire dal proprio DNA. Solo per questo la poesia ha an- cora un senso. Capisci? Come potremmo altrimenti can- tare una vita immobile e votata alla morte?
Siamo arrivati a Bologna. Chiudo la chat. Scendo.

 

[Immagine: Bill Viola, Michelangelo, Life Death Rebirth, 2019]

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