di Elena Frontaloni

 

Favole e racconti di diluvi dicono molto di una civiltà, ma difficilmente suggeriscono positive pratiche di resistenza attiva. Le prime tradizionalmente smascherano, mascherandola, la verità del potere e dei suoi riluttanti sottoposti, però in chiave pessimistica e moralistica (da Esopo, a Fedro, a Gadda). I secondi, specie nelle mitologie classiche, hanno lo scopo di slontanare lo sguardo dal problema dell’origine comune a uomini piante bestie e dèi per ribadire la separazione tra umano bestiale vegetale e divino, nonché, soprattutto, per garantire un racconto sufficientemente sfocato, e tuttavia plausibile, sulla prosecuzione estetica, biologica e politica di una selezionata specie umana, fondando esclusioni di elementi scomodi (donne, stranieri, vicende storiche pregresse al far tabula rasa del mondo: è la lettura dei miti greci delle origini proposta da Nicole Loraux in Nati dalla terra).

 

Giorgiomaria Cornelio e Giuditta Chiaraluce, nelle Favole dal secondo diluvio, ripensano il genere favolistico e il tema del diluvio per agire all’interno di una tradizione piuttosto compromessa e contraddirne la postura sostanzialmente rinunciataria. Le loro favole, dove scritture e partiture visive duettano completandosi a vicenda (evitano dunque di essere le une esornative delle altre), sono innanzitutto rottura del silenzio e della maschera sin dalla copertina: una serie di “sssss” accuratamente cancellate e racchiuse in un cerchio negano i modi obliqui del tacere e del dire. Il racconto scritto e visivo propone di seguito vivide immagini, attraverso quattro favole dalla lingua e dal segno grafico scolpiti e inoltre pronti a insinuarsi in altri libri, dentro altre pagine: ogni favola, nella sua veste scritta e grafica, è infatti accompagnata da un segnalibro che raccoglie e sintetizza la suggestioni del segno e della parola, pronta a portarle altrove. Quanto alla storia, nulla di troppo sul diluvio e invece molto su quel che segue: Cornelio adotta il linguaggio della prosa poetica, una specie di oracolo all’apparenza incolto e frammentario che in realtà fonde e dà nuovi significati a pezzi smangiati da tutte le tradizioni (dal Libro dello splendore, citato in esergo al libro, alla Bibbia, all’epopea di Gilgamesh ai Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese a Florenskij). Chiaraluce fa poesia d’immagini (concentra in pochi tratti i tre modi della cognizione: quello analitico, quello intuitivo, quello biblico della rivelazione) scegliendo con sapienza di muoversi tra segno minimo e accuratissime sebbene sintetiche anatomie di bestie e fiori, tra bianconero e colore, fino a creare una circolarità interna al libretto, dove l’ultima partitura visiva, su pagina trasparente, mostra in controluce la prima illustrazione del segnalibro, salvo porre come sphragìs del libro, nell’ultimo segnalibro, una scrofa ribelle, mai citata nel testo, a suggerire insieme un seguito e uno svolgimento ancora diverso e possibile delle favole.

 

Il nucleo da cui prende avvio l’intera narrazione è un diluvio sostanzialmente mancato, che doveva spazzare via tutto e non ci è riuscito: la serie nascita/distruzione/rinascita/continuazione è sostituita dalla voluta e cosciente metamorfosi di solidali uomini, cose, luoghi, parole. Inoltre, nel testo parla un “noi” (testo e immagine, “noi” consociativo, persona recitante i testi) che, complici proprio quella topografia che doveva rivelarsi distrutta e quella natura che doveva dimostrarsi distruttrice tremenda, riesce a disattendere ai criteri della separazione, dell’esclusione, della dimenticanza del passato fondative di ogni posticcia e mitica identità dopo un momento di rottura, punizione o disordine: “il nubifragio ha voluto piantare l’albero sottosopra, il ciliegio o pino o mandorlo cavo, perché vi si passasse in mezzo, tra le fessurine, tra i rami che disdicono la terrestre loro provenienza. Noi non dimentichiamo la città oltre l’albero. Abbiamo disubbidito al compito di scendere, all’inno di color argilla; le piante sono cadute per noi, giù dal fosso in cui ricucciavano dietro l’incastro di foglie, patena somigliante alle nuvole”. Pur vivendo fino a fondo le conseguenze del diluvio, la voce plurale delle Favole del secondo diluvio riconosce il fallimento sostanziale del diluvio medesimo e ne disinnesca le morali solite: i mortali come gente che “cammina sulla terra”, guardando e vivendo da una sola prospettiva le cose; la distinzione tra alto e basso, tra corpo e anima, tra parti utili e parti inutili del corpo medesimo; i luoghi e le carni come dati una volta per tutte, col loro scopo e il loro ruolo, dopo un momento di inversione e disordine finalizzato a ribadire l’ordine in cui si deve proseguire a vivere, l’immotivata specializzazione e amputazione, l’imposto “complemento di luogo”. Nelle favole di Cornelio e Chiaraluce, si propone all’inverso un’impossibilità di totale estinzione, si enfatizza il valore gaudioso di ogni corpo e di ogni parte di ogni corpo, si attribuisce una funzione costruttiva ai resti del mondo e delle parole e alle loro metamorfosi, si rigetta la distinzione tra cielo e terra, tra alto e basso, per ridisegnare una topografia immaginale dei luoghi, abitati da esseri profondamente nuovi, per i quali la città diventa fornace alchemica e l’inverno stagione di crescite e promesse, in una primavera sotterranea che non è metafora ma biologica realtà.

 

Entrambi gli autori provengono da Vallecascia di Montecassiano, in provincia di Macerata, luogo nel quale e per il quale il testo è nato, in occasione di una “Festa della poesia” organizzata l’estate scorsa. Nelle intenzioni degli organizzatori (tra i quali Cornelio e Chiaraluce medesimi), la festa era un primo momento di un impegnativo programma, condiviso dal libretto delle Favole: “occorre reinventare la città come manifesto sussultorio, per rompere i programmi da troppo tempo fissati nel cemento. Occorre pensare la casa come ‘luogo eletto a dimora del proprio nomadismo’, cantiere a cielo aperto e viva fornace, affinché tutto sia fatto per bruciare. Occorre disinquinare, anzi spurgare le immagini dall’amianto che le attanaglia (questo il mestiere del poeta-architetto nel Theatrum Mundi). Occorre infine piegare il patto dei divorzi, della separazione tra uomo e ambiente”. Ai conoscitori di Vallecascia, le favole suggeriranno una serie di luoghi minimi, famigerati e celebri a un tempo come la fornace (che ha portato lavoro e morte), le fonti ricche di canti e di desolazione, la chiesa e Parco delle querce, il Teatro degli zoccoli di Vincenzo Consalvi, officina di parole e spettacoli che è anche reinvenzione di luoghi, non dimentica dei loro dolori e fanghi, dei loro divorzi con gli uomini. Se “dare a un luogo lo status di realtà lirica comporta più immaginazione e generosità che non l’atto di scoprire o sfruttare qualcosa che era già stato creato” (Iosif Brodskij su Derek Walcott, la sua poesia sull’isola di Santa Lucia), Cornelio e Chiaraluce hanno creato un ulteriore buon precedente per una nuova scrittura e abitazione dei luoghi: non solo il loro, i loro, ma quelli che ciascuno potrebbe ricominciare a vivere mettendo in atto, come recita il Guattari chiamato a presidiare la Festa della poesia, “nuove pratiche sociali, nuove pratiche estetiche, nuove pratiche del sé nel rapporto con l’altro, con lo straniero, con il diverso”. Un programma di scottante attualità, di resistenza non gridata ma attiva, gestita attraverso la permanenza inquieta nell’arte e nella letteratura (“l’argomento migliore contro qualsiasi soluzione di massa che agisca sugli uomini con la delicatezza di una ruspa, se non altro perché la diversità umana è la materia prima della letteratura, oltre a costituirne la ragion d’essere”, ancora Brodskij) e la volontà rigorosa di capire per cambiare, rigettando testardamente slogan, facili svilimenti e infantili autoincensamenti o assoluzioni.

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