di Andrea Cortellessa

 

Nella gabbia di metallo e plastica, nella prigione di cemento e pioggia di un ingorgo metropolitano, sono concentrico ostaggio di pensieri oziosi, e dunque osceni. Finché dalla vecchia radio, per caso, dilaga una voce. Non capisco nemmeno una parola, fra quelle pronunciate dalla donna; eppure questa musica di pietra liquida e fiammeggiante, in un istante, mi salva: né più né meno di quanto abbia fatto, una volta, il «modo lidico» di un certo quartetto di Beethoven (alla fine scoprirò che si trattava di Serena Vitale che eseguiva il “suo” Mandel’štam).

 

È il mistero della «musica assoluta», che interroga Maria Grazia Calandrone nella poesia-chiave di Giardino della gioia: «la commozione che proviamo nell’ascoltare letture di poesia in lingue a noi sconosciute. / Abbiamo l’impressione di comprendere / anche se non capiamo le parole, / perché le nostre molecole consuonano con la musica profonda della poesia, / che è la stessa in ogni lingua: un ultrasuono, un rumore bianco». Il titolo della poesia è Intelletto d’amore, e si legge anche nel corpo della sua «pietra d’angolo» “su Pascoli”, Un altro mondo, lo stesso mondo. (Poesia e prosa, nella sua scrittura, sono sezioni concentriche dell’essere: «appartengono a due strati temporali diversi della sedimentazione di un individuo. Come i cerchi di un albero: la poesia sta al cuore dell’albero».)

 

E Dante, certo, indica la strada percorsa, da questa scrittura, con sempre maggiore decisione: la strada di un «io di tutti» che si fa «sisma e sismografo nello stesso momento». È da questa matrice che secondo Calandrone «la poesia contemporaneissima», da Zanzotto ad Anedda, «tende a farsi antilirica e sempre più torna a occuparsi del mondo»: sino alla pretesa di voler «incidere il cuoio del mondo con il pirografo delle parole, intervenire con i suoi ultrasuoni». Ultrasuoni, forse, come i fischi inudibili – ma misteriosamente intesi da tutti – di Giuseppina, la cantante del popolo di topi di Kafka.

 

Antilirica in quanto iperlirica (se è vero che sin dal principio la sua lingua è quella visionaria della grande tradizione analogica: ancorché “corretta” dall’inclusività di un verso lungo o lunghissimo, da spavalde impuntature lessicali spesso improntate al metallo delle scienze, nonché dall’improvviso raggrumarsi della prosa e persino dell’aneddoto, del proditorio impianto materico): a dimostrazione, ove ancora ce ne fosse bisogno, che non hanno più motivo d’essere le partizioni – codificate sessant’anni fa, ormai – che ancora fessurano in tristi clan il mondo della nostra poesia.

 

Felicemente ignora tali limiti chi osa cantare nientemeno che la gioia. Il titolo odierno ne riprende uno del libro-salto quantico di Calandrone, Serie fossile (Crocetti 2015): che esilarava la passione per una «carne»-«fiamma», una «bellezza senza sbarramento» che eccede tanto la ragione che il sentimento (come in Saffo, come nel Cantico dei cantici). E a travolgere ogni sbarramento è questa gioia che uno psicoanalista, forse, chiamerebbe jouissance: principio-relazione che accorpa l’io al mondo, e il mondo con se stesso, è «l’intelligenza elettrica che tiene insieme gli atomi del corpo / e della sedia dove il corpo siede». E così il nostro corpo, fatto della stessa materia dei corpi stellari, «entra in risonanza materiale con la vibrazione dell’universo»: la forza «che move il sole e l’altre stelle» e che Dante, già «chiama “amore”».

 

Alla fine del Grande racconto delle stelle (il Mulino 2012) si chiede Piero Boitani se l’astrusa astrofisica del nostro tempo ispirerà i poeti, in futuro, come quella tolemaica, galileiana e newtoniana seppe destare gli estri di Virgilio, Dante e Leopardi; di Pascoli, Wallace Stevens e del grande cinese Du Fu. Ma, concludendo il viaggio con Haroldo de Campos e Charles Wright, ci mostra che sì, si-può-fare. Lo fa infatti, in Serie fossile, la strepitosa poesia-prosa amorosa insieme MRK 1034, dove ad abbracciarsi sono le spirali di due galassie. Un’analogia, quella fra corpo e cosmo, che prosegue nel Giardino della gioia: dove chi-dice-io è «la costellazione / MGC 1.9.6.4.» (acronimo e data di nascita dell’autrice).

 

Costellare il mondo di legami significa «scollare l’iperoggetto dell’evento / dal tessuto moschicida / della cosiddetta realtà» (dove si vede come questa poesia si nutra altresì dei concetti del più appuntito pensiero di oggi): cioè, molto semplicemente, combattere il Male. Perché il Male esiste, ed è – ha detto una volta Giulio Mozzi – «pensarsi come soggetto indipendente dalle relazioni». Dunque è vero quanto scandalosa afferma in esergo Maria Grazia: proprio in quanto «poesia d’amore, questa poesia è politica».

 

Il Diavolo, si sa, è Colui che divide. È il «disamore» che sprofonda nel male – riprendendo i modi degli Scomparsi (LietoColle 2016) – chi quel male subisce (i rantoli oscenamente trascritti di Emanuela Orlandi) e chi lo esercita (l’infanticida Mary Patrizio: «Ero espropriata. Ottusa come il male. Confinata. / Il male è nessun soffio. Puro tronco encefalico / disconnesso»). Se una poesia equivale a una stretta di mano (Celan) o a uno sguardo di rimando (Sereni), inevitabile sarà approdare (come nella vita di Maria Grazia in effetti è capitato) nello spazio non giurisdizionale dove appunto si gioca, oggi, la partita del Bene e del Male. Se Baobab Experience, piazzale Maslax è l’altro vertice del libro non è perché si “impegni” volontaristicamente a testimoniare dello spazio di solidarietà che s’intitolò, nelle Malebolge dietro la Stazione Tiburtina, a Maslax Moxamed: impiccatosi a diciannove anni perché nessun europeo lo voleva (sorriderebbe amaro, Joyce, se sapesse che li chiamano «dublinanti», oggi, questi dannati dai trattati). Ma perché inventa una lingua per dire chi «impara a cogliere / anche il niente. Il puro esistere»; il Male di un’«oscurità senza inizio né fine», ma anche il Bene possibile di chi «trabocca […] dritto nella porta», quando tira «da venti metri» e, da quel varco, intravede «l’inizio del mondo». Quella salvezza, infatti, non è solo per quelli come Maslax: «guardami / sono la via per l’oro delle galassie».

 

Maria Grazia Calandrone, Giardino della gioia, Mondadori, pagg. 208, € 20

 

[Una versione più breve di questo articolo è uscita il 15 dicembre sul «Sole 24 ore»].

 

[Immagine: © Osvaldo Licini, Amalassunta n. 1, 1949].

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