di Ugo Fracassa

 

[Anticipiamo l’introduzione del volume Moti di imitazione. Teorie della mimesi e letteratura, in uscita il 7 gennaio per l’editore Morellini, con saggi di Aldo Tagliaferri, Felice Cimatti, Gianfranco Mormino, Massimo Salgaro e Maria Alessandra Umiltà, Paolo Gervasi, Gianluigi Simonetti, Giacomo Tinelli, Chiara Scarlato, Rossella Liuzzo].

 

“Un’imitazione perfetta non è un’imitazione”

(Jacques Derrida, La disseminazione)

 

Si deve a René Girard, nel 1966 chairman del Dipartimento di Lingue Romanze della Johns Hopkins University, l’ideazione del convegno intitolato The Languages of Criticism and the Sciences of Man. Con l’occasione approdarono a Baltimora alcuni dei maggiori rappresentanti della French Theory, favorendo la riproposizione oltreoceano del pensiero post-strutturalista che, non senza moventi emulativi, condurrà molti critici letterari statunitensi verso esiti decostruzionistici. In apertura dei lavori risuonarono, nelle sale della Milton S. Eisenhower Library, le parole pronunciate da Charles Sanders Peirce nel 1882, in una conferenza introduttiva allo studio della logica: “But the higher places in science in the coming years are for those who succeed in adapting the methods of one science to the investigation of another”[1].

 

La teoria della letteratura ha saputo trarre profitto da quella massima nel secolo successivo, il trascorso XX, durante il quale la disciplina è stata rifondata, a partire dalla stagione moscovita e pietroburghese del formalismo russo, anche grazie alla disponibilità al dialogo interdisciplinare. Un testo cardine di quella pionieristica stagione, La morfologia della fiaba di Vladimir Propp (1928), prendeva a prestito la terminologia del Goethe naturalista. Ma il “demone della teoria” ha continuato a favorire il dialogo attraverso il Novecento fino alla soglia del postmoderno e oltre, come attesta ad esempio il neologismo “semiosfera” che Jurij Lotman coniava nel 1984 attingendo dal lessico della biologia.

 

Sebbene in un’ipotetica, ma da più parti evocata, società della conoscenza non abbia più corso la denuncia della frattura tra le due culture (se non di quella individuata da Remo Ceserani tra scienze pure e scienze applicate[2]), si danno periodi storici e frangenti culturali nei quali nuove acquisizioni in un campo scientifico finiscono per colonizzare altri ambiti disciplinari, fino a produrre una vera e propria egemonia epistemologica, come era accaduto appunto negli anni dell’acmè della teoria strutturalista a partire da premesse linguistico-letterarie, in biologia, antropologia, sociologia, economia ecc.

 

Dalla seconda metà degli anni Novanta, grazie all’individuazione dei neuroni specchio da parte del gruppo di neurofisiologi dell’università di Parma guidati da Giacomo Rizzolatti[3], una nuova via di comunicazione tra i saperi si è resa percorribile grazie a una nozione-ponte che può vantare una plurisecolare tradizione di studi in ambito umanistico, quella di imitazione.

 

Non è un caso che gli studiosi di letteratura si siano, tra i primi e con maggiore profitto, disposti ad un dialogo con le neuroscienze[4]. La teoria mimetica elaborata proprio dal critico, antropologo e filosofo franco-statunitense René Girard fin dal 1961, in un saggio di comparazione letteraria fondato sulla tradizione del romanzo russo ed europeo otto-novecentesco, costituisce anzi, a detta di molti, un’anticipazione delle recenti acquisizioni scientifiche, giunte perciò quasi a conferma di quanto proposto nell’ambito del discorso umanistico. L’imitazione o mimesi infatti permette di percorrere a ritroso la storia della teoria letteraria, dal citato René Girard, capace di isolare tracce del “desiderio mimetico” nel tessuto romanzesco, fino alle origini filosofiche e, segnatamente, aristoteliche del concetto di mimesis[5]. Originariamente connessa con gli usi rituali della musica e della danza e, in seguito, con la rappresentazione scenica nella tragedia della Grecia classica[6], l’imitazione è servita da grimaldello teorico più di duemila anni dopo per lo studio del realismo nella letteratura occidentale, nel saggio che, nel cuore del Novecento e alla periferia di un’Europa sconvolta dall’ultimo conflitto mondiale, Eric Auerbach intitolò Mimesis.

 

Mai come nel secolo scorso l’elaborazione del concetto di derivazione platonico-aristotelica si è intrecciata in modo tanto inestricabile col dispositivo critico del realismo, particolarmente in ambito letterario. Aveva certamente ragione Roman Jakobson quando, nel 1921, deplorava la confusione “dei vari concetti che si celano sotto l’etichetta di realismo”[7], a patto di riconoscere che quel “sacco” nel quale critici e teorici li stipano, deformandolo fino quasi a sfondarlo, è contenuto in uno ben più capiente e collaudato che reca l’etichetta mimesis. Imitazione e rappresentazione, infatti, sono solo i rami principali nei quali si biforca l’albero genealogico cresciuto sopra un disomogeneo terreno filosofico ricco di sostanza politica (la Repubblica di Platone) e teoretica (la Poetica di Aristotele)[8].

 

Nel corso del Novecento gli studi teorico-letterari hanno variamente circuito il nodo dell’imitazione, prima e dopo la ripresa auerbachiana, fornendone volta a volta definizioni diverse e parziali, fino a proporne la decostruzione in ambito di studi postcoloniali e di genere. Nell’impianto agonistico della critica di Harold Bloom, principale rappresentante nella seconda metà del Novecento della cosiddetta Scuola di Yale, è possibile riconoscere l’attualizzazione più alta della imitatio, variante rinascimentale della teoria mimetica classica. La qualità agonistica del legame che si stabilisce tra imitatore e modello, al centro de L’angoscia dell’influenza (1973), era già nota in età augustea a Dionigi di Alicarnasso che ne scrisse in ciò che resta del suo trattato Sull’imitazione, nel quale dell’empito mimetico si distinguono i due poli di zèlos (emulazione) e mimesis (imitazione): “La mimesi è l’atto di riprodurre il modello secondo le regole. L’emulazione è la spinta dell’anima mossa all’ammirazione”[9]. Così in Bloom l’influenza è certamente fonte di angoscia ma, nella misura in cui suscita emulazione, può rivelarsi fattore “evolutivo”: “Scegliere un uomo eccellente su tutti gli altri, e seguirlo finché non si diventa pari a lui, o così simili a lui che la copia può essere scambiata per l’originale”, è quanto a proposito dell’imitazione affermava Ben Jonson, il cui passo è citato ne L’angoscia de l’influenza. In altre parole, chiosa Bloom: “l’influenza poetica non rende i poeti necessariamente meno originali; spesso li rende anzi più originali”[10].

 

Al di là della scelta volontaria di un modello eminente cui tendere nella libera dinamica dei rapporti letterari, l’imitazione è tuttavia facoltà spiccatamente sociale dell’individuo e, in epoca contemporanea, si è fatta particolarmente pressante nell’ambito della civiltà dei consumi – “la dignità imitata del modo della televisione” nella Profezia di Pasolini[11] – come pure in quello, ben più coercitivo, della relazione coloniale. L’esigenza di copiare un modello si è imposta, fuori dall’Occidente, nel cuore della stagione imperialista, e si deve agli studi postcoloniali il merito di averne indagato la complessa fenomenologia. Così Albert Memmi nel suo Portrait du colonisé a proposito del rappresentante della madrepatria nei territori d’oltremare: “même son costume, son accent, ses manières finissent par s’imposer à l’imitation du colonisé ”[12]. Circa quaranta anni dopo, Homi Bhabha, studioso indiano naturalizzato statunitense, in “Dell’imitazione e l’uomo” (Location of Culture, 1994), riscrive il concetto, secondo una tonalità farsesca, come mimicry e ricorda che “il discorso dell’imitazione è costruito intorno all’ambivalenza”[13]. Come già Memmi aveva avuto modo di sottolineare, l’imitazione da parte del colonizzato risulta tanto più perturbante, agli occhi del colonizzatore quanto più si avvicina al modello: “le colonisé n’est qu’un singe. Et plus le singe est subtil, plus il imite bien, plus le colonisateur s’irrite”[14]. “Imitare bene”, chiarirà però Bhabha, significa segnare uno scarto, produrre un’eccedenza: “per poter avere un qualche effetto, il mimetismo deve continuamente creare il proprio slittamento, il proprio eccesso, la propria differenza”[15]. A partire da premesse lacaniane, Bhabha concepisce l’imitazione come forma di una differenza e rintraccia il valore antagonistico e minaccioso del mimicry che “mentre svela l’ambivalenza del discorso coloniale ne distrugge l’autorità”[16]. Pare così delinearsi il singolare contributo della teoria letteraria tardonovecentesca alla millenaria teoria della mimesi nell’enfasi posta sul minimo scarto che l’imitazione necessariamente produce, per eccesso magari, come in Bhabha, o per mera inclinazione (il lucreziano clinamen è la prima ratio del revisionismo nell’agone poetico secondo Bloom); “Un’imitazione perfetta non è un’imitazione”[17], appunto, con quel che segue:

 

essa è soltanto ciò che è – imitazione – se non in quanto è in qualche punto fallace o piuttosto in difetto. […] Nessuna ‘logica’, nessuna ‘dialettica’ ne può consumare la riserva mentre deve ad essa continuamente attingere e rassicurarsi[18].

 

Anche il queer esercita una forzatura sui modelli in vigore di mascolinità/femminilità eterosessuale riscritti nella performance di genere. È quanto Judith Butler ha persuasivamente affermato in Gender Troubles (1990). Se già nel 1929 per Joan Riviere la femminilità non era altro che travestimento[19], per Butler è la stessa struttura del genere a rivelarsi imitativa, in particolare nelle pagine dedicate alla fenomenologia del drag: “Imitando il genere, il drag rivela implicitamente la struttura imitativa del genere stesso nonché la sua contingenza”[20]. A rendere particolarmente suggestive le tesi proposte in Gender troubles, agli occhi di chi ricerchi una linea di continuità tra le tesi aristoteliche circa la mimesi e quelle alla base della teoria dei cosiddetti neuroni specchio, è proprio l’accento posto sulla performance come movimento agito, come “moto di imitazione”. Il genere come “stile corporeo” è un atto, intenzionale e performativo nel senso di una “costruzione drammatica”[21] tale che senza certe azioni, e senza la ripetizione stilizzata e socialmente condivisa di certe azioni, il genere semplicemente non si dà (“senza quegli atti non vi sarebbe alcun genere”[22]). Sta scritto nella Poetica, capitolo secondo, che “coloro che imitano imitano persone che agiscono”[23] (pràttontas) e Vittorio Gallese, membro del team parmense cui si deve la scoperta dei neuroni specchio, ha avuto modo di ribadire che il meccanismo funzionale alla base di un modello dell’intersoggettività neuroscientificamente fondato consiste nella “simulazione incarnata” (embodied simulation)[24]: “Prima e al di sotto della lettura metarappresentazionale della mente si trova l’intercorporeità – la mutua risonanza di comportamenti sensoriali e motori significativi dal punto di vista intenzionale”[25].

 

La rinascita della teoria mimetica nella seconda metà del secolo scorso tuttavia si deve principalmente a René Girard che, con il saggio intitolato Menzogna romantica e verità romanzesca (1961), ha proposto uno studio del desiderio nella storia del romanzo europeo, da Cervantes a Proust, nel quale le dinamiche imitative si sono rivelate cruciali[26]. La sua teoria del desiderio è detta triangolare perché istituisce una figura relazionale nella quale, tra il soggetto desiderante e l’oggetto di quel desiderio si colloca un modello mediatore, rispetto al quale il desiderio del soggetto si rivela essere mera copia[27]. Un simile desiderio ha pertanto ragione di essere definito, oltre che mimetico, “metafisico” in quanto tende all’essere del modello mediatore piuttosto che all’appropriazione dell’oggetto. Lo stesso Girard, che in seguito avrebbe ampliato il suo campo di studi all’antropologia del sacro attraverso la medesima lente teorica (a partire da La violence et le sacré del 1972), ha mostrato grande interesse per i neuroni specchio nell’ultimissima fase della sua attività intellettuale, riconoscendo nel discorso neuroscientifico una profonda consonanza con le proprie tesi di critico e di antropologo, ed entrando in dialogo diretto con gli scienziati. Attenzione ricambiata dalla controparte scientifica, che in certi casi ha riconosciuto nel lavoro del critico franco-statunitense “un quadro di partenza ideale per favorire un approccio multidisciplinare allo studio dell’intersoggettività umana”[28].

 

Al di là delle formidabili oscillazioni del concetto di imitazione e delle sue varianti terminologiche nel corso di secoli di elaborazione dapprima filosofica, poi specificamente estetica e infine teorico letteraria, le teorie della mimesi paiono dispiegare, oltre ad una coerenza non sempre evidente ma di lungo periodo, una spiccata propensione ad oltrepassare i confini disciplinari. In campo scientifico il ruolo dell’imitazione, talvolta riferito ad ambiti diversi (Rousseau ne parla nel Saggio sull’origine delle lingue[29]; Walter Benjamin rinviene nella scrittura “un archivio di somiglianze non sensibili” e ne affida lo studio alla grafologia[30]), è stato presto riconosciuto di pertinenza della psicologia evolutiva, anche in questo caso a partire dalle premesse aristoteliche (“[l’uomo] è il più incline all’imitazione e le sue prime acquisizioni cognitive le compie mediante l’imitazione”[31]), almeno fino alle teorie sullo sviluppo cognitivo di Jean Piaget. Più recentemente, il dispositivo mimetico è stato adottato anche nel dominio degli studi evoluzionistici della cultura, per esempio nel caso della “memetica” di Richard Dawkins (The Selfish Gene, 1976[32]), il quale ha ipotizzato il propagarsi, per imitazione appunto, di minime unità culturali dette memi (calcate, a partire dal greco μίμημα, sul modello del gene). La memetica, del resto, necessita ormai di un aggiornamento, stando a quanto sostiene Susan Blackmore, in ragione di un “terzo replicatore”, un “technological meme”, detto teme, costituito dalle informazioni digitali archiviate, copiate e selezionate direttamente dalle macchine, senza che intervenga l’elemento umano[33]. Un simile aggiornamento apre frontiere inaspettate alla mimesi la cui pertinenza col vivente, con l’umano (magari in continuità col regno animale, ma con l’esclusione dei corpi inanimati) pareva accertata nei vari ambiti del sapere; così Baruch Spinoza nell’Etica: “Se dunque la natura del corpo esterno è simile alla natura del nostro Corpo, allora l’idea del Corpo esterno che immaginiamo implicherà un’affezione del nostro Corpo simile all’affezione del corpo esterno”[34] e ancora, nel 1969, Eugenio Gaddini nei suoi studi post-freudiani sulla psicosi autistica: “l’attività imitativa in origine ha a che fare soltanto con oggetti animati”[35].

 

La recente fortuna di teorie variamente connesse col modello cognitivo dell’imitazione segue però ad un lungo ostracismo in campo filosofico. Dopo Aristotele infatti, è possibile cogliere un vero e proprio pregiudizio concettuale contro il presunto carattere meccanico, animalesco o puerile dell’imitazione, salvo rare eccezioni. Proprio nella sopra richiamata XXVII Proposizione dell’Etica di Baruch Spinoza la mimesi, la cui influenza veniva estesa oltre i confini dell’età evolutiva, supera il limite corporeo, pur mantenendo una base rigorosamente fisiologica, e attinge la sfera degli affetti fino a prefigurare il concetto di empatia, oggi ripreso in ambito cognitivista e neuroscientifico:

 

Se immaginiamo che una cosa simile a noi, con la quale non siamo legati da alcun sentimento, provi un qualche sentimento, per il fatto stesso di questo immaginare proveremo anche noi un sentimento simile. […].Questa imitazione (o piuttosto risonanza) di sentimenti, quando si riferisca alla Tristezza, si chiama Compassione[36].

 

Se in campo filosofico il peccato originale dell’imitazione è consistito nella minaccia portata all’idolo del libero arbitrio ovvero all’ego del cogito cartesiano, altrettanto sacrilego risultò in ambito psicoanalitico l’attentato ai fondamenti pulsionali della psiche. Nel pensiero freudiano l’imitazione era confinata alla fase infantile o altrimenti alla psicologia delle masse, mentre nella psicologia analitica di Carl Gustav Jung tale facoltà si trovava a contrastare il fine ultimo di ogni esistenza umana, ovvero l’individuazione: “L’uomo ha una facoltà che per gli intenti collettivi è utilissima, e dannosissima per l’individuazione, quella di imitare”[37].

 

Nella dichiarazione di Jung risulta comunque superata una concezione volta a relegare l’imitazione ai primi stadi dello sviluppo psichico e, ad onore del vero, lo stesso Freud aveva intuito già nel 1895, in Progetto di una psicologia, il valore imitativo delle percezioni sensoriali sussistere ben oltre l’infanzia. A questa intuizione ancorava le proprie ricerche, a metà degli anni Sessanta, il già citato Eugenio Gaddini grazie al quale è stato infine possibile riconoscere nell’imitazione una struttura permanente, una forma relazionale stabile.

 

Particolarmente interessanti risultano allora nel pensiero dello psicoanalista italiano – tra i pochi studiosi della disciplina ad aver dedicato al tema un’attenzione speciale – certe stringenti e inopinate analogie con la teoria mimetica di Girard, formulata solo qualche anno prima in ambito di critica letteraria. Come Girard ha potuto definire “metafisico” il desiderio dei personaggi romanzeschi creati da Flaubert o Stendhal, poiché solo illusoriamente vòlto al possesso dell’oggetto (del quale, nella dinamica triangolare, si può tollerare perfino l’assenza) ma in realtà tendente all’impossibile appropriazione dell’essenza stessa del modello mediatore, così Gaddini ha potuto affermare nei suoi studi clinici che il “protomodello psichico della imitazione – imitare per essere – […] si instaura non in presenza ma in assenza dell’oggetto”[38]. Un’ulteriore analogia, se possibile più sorprendente, circa la medesima questione “metafisica”, riguarda le scienze sociali tardottocentesche. Alle soglie del Novecento, l’economista e sociologo statunitense Thornstein Veblen nella sua Teoria della classe agiata, indagando le leggi sociali che regolano l’accumulazione del capitale e la corsa all’appropriazione dei beni di consumo, era arrivato ad affermare che:

 

Ma soltanto quando sia preso in un senso molto lontano dal suo significato originario il consumo di merci può dirsi che offra l’incentivo da cui procede invariabilmente l’accumulazione. Il motivo che sta alla radice della proprietà è l’emulazione[39].

 

Neanche tra le leggi dell’imitazione che governano il gruppo sociale, inteso da Gabriel Tarde nel 1890 come “une collection d’êtres en tant qu’ils sont en train de s’imiter entre eux […] et que leurs traits communs sont des copies anciennes d’un même modèle”[40], il modello di causalità desumibile dalle scienze della natura ha più corso[41], mentre ciò che muove i singoli membri del gruppo e produce tra essi una somiglianza è l’emulazione di un medesimo modello.

 

La mutazione antropologica che ha permesso di parlare in anni recenti di un “uomo senza inconscio” pare infine aver destituito di senso le pregiudiziali anti-mimetiche del pensiero filosofico e psicoanalitico[42], in ragione di un raffreddamento della base libidica degli individui aggregati in un corpo sociale fondato sull’omologazione e massificazione dei desideri. Inoltre, indagini neurofisiologiche sulla relazione tra attività cerebrale e intenzione di compiere un movimento hanno mostrato il ritardo che intercorre tra innesco neuronale e affioramento alla coscienza della deliberazione motoria[43]. Ciò ha prodotto un ulteriore restringimento del soggetto agente preso in una “pluralità di agenzie neuronali” che si orientano e decidono in base a logiche e meccanismi molto diversi da quelli che attribuiamo a noi stessi con la psicologia ingenua[44]. Peraltro era stato Jacques Lacan, cui si devono pagine illuminanti sul cosiddetto “stadio dello specchio”, a illustrare già alla fine degli anni Cinquanta la fenomenologia del desiderio imitativo, traendo il materiale di analisi non dalla pratica clinica ma dalla letteratura.

 

Nel suo “ritorno a Freud”, Lacan mostra di seguire le orme del proprio modello e, come il predecessore aveva trovato nell’eponimo personaggio sofocleo l’esemplare originario per il complesso di Edipo, nodo cruciale nel proprio sistema teorico, il successore attinge dall’Amleto shakespeariano per descrivere il dramma del desiderio. Ecco allora che il desiderio dell’altro può coincidere, nella rilettura della tragedia che Lacan conduce nel corso del seminario tenuto nel 1958-‘59, col “desiderio della madre” che il protagonista, incapace di desiderare in proprio, assumerebbe temporaneamente su di sé[45]. Secondo Alexandre Kojève, del quale Lacan aveva seguito un leggendario seminario sulla Fenomenologia dello spirito di Hegel, il desiderio è umano unicamente se non si desidera il corpo (animale, naturale, dato) dell’altro, bensì il suo desiderio. La consonanza con le tesi girardiane circa il desiderio mimetico è patente e l’autore di Menzogna romantica e verità romanzesca, pur rifiutando la filiazione diretta delle proprie tesi da quelle di Kojève, avrebbe riferito di aver letto l’Introduzione alla lettura di Hegel (volume tratto dal celebre seminario parigino tenutosi tra il 1933 e il 1939) proprio durante l’elaborazione del saggio del 1961[46]. Non è solo la consuetudine col filosofo di origine russa, tuttavia, ad incoraggiare un parallelo tra il pensiero di Lacan e quello di Girard, ma innanzitutto la fiducia che entrambi manifestano verso il testo letterario come documento veritativo. Nel celebre seminario sulla Lettera rubata di Edgar Allan Poe, Lacan disquisisce intorno all’“automatismo di ripetizione” (il freudiano Wiederholungszwang) certo di coglierne “la verità” “in una storia” piuttosto che in un caso clinico[47]. Non diversamente René Girard, nel saggio del 1961, pretende di svelare la natura mimetica del desiderio analizzando e comparando opere di narrazione, individuate in un plurisecolare panorama romanzesco[48].

 

Oggi, il ponte inaugurato dalle neuroscienze su fondamenta mimetiche può costituire dunque la via maestra per i rinnovati scambi tra diversi campi del sapere, e la teoria della letteratura sembra poter godere di una posizione privilegiata in questo dialogo, in virtù del circuito virtuoso che collega le origini della disciplina a certi suoi recenti sviluppi. Si potrebbe obiettare che un simile programma comporta la riduzione degli obiettivi tassonomici tradizionalmente attribuiti alla ricerca letteraria, per esempio la rinuncia alla classificazione dei “modi di invenzione” – quelli cui Northrop Frye, in ossequio al metodo ispiratore della Poetica, votava la sua Anatomia della critica (1957) – in favore dell’osservazione dei “moti di imitazione”. Tuttavia, se – ancora con Aristotele e con Freud – è il desiderio (con litote neuroscientifica: l’intenzione) l’unico carburante psichico (si vedano il capitolo IX del De anima aristotelico e il VII dell’Interpretazione dei sogni), e non si dà desiderio senza rappresentazione, allora l’enorme archivio della letteratura continua ad offrirsi come luogo deputato per osservarne la fenomenologia e la dinamica mimetica. Pur nella sua specificità, pertanto, la teoria letteraria può offrire oggi un apporto originale al dialogo tra le discipline, a quel processo di “adattamento dei metodi” auspicato da Peirce nel 1882, contribuendo ad esempio ad individuare il nocciolo poietico della mimesi, già rivendicato da Aristotele, nel minimo scarto che l’imitazione umana, in quanto non meccanica, necessariamente produce:

 

Il mimetismo dà a vedere qualcosa in quanto è distinto da ciò che si potrebbe chiamare un lui stesso che è dietro.[…] Non si tratta di mettersi in accordo con il fondo, ma, su un fondo screziato, farsi screziatura[49].

 

La più recente e, per certi versi, estrema ripresa del modello mimetico nella teoresi critico-letteraria è forse possibile riconoscere nel provocatorio lavoro del poeta e critico statunitense Kenneth Goldsmith, il cui ultimo titolo tradotto in Italia recita: Ctrl + C, Ctrl + V: scrittura non creativa (la sequenza che digitata sulla tastiera del pc, invia il comando copia-incolla al software di scrittura). In una raccolta di saggi dove si legge che “il computer incoraggia l’autore a imitare il suo funzionamento, laddove il copia-incolla è ormai parte integrante del processo di scrittura”[50], si inneggia al “meraviglioso ritmo della ripetizione”[51], si prefigura l’avvento della robopoetica nell’epoca del cosiddetto Internet delle cose (nel 2010 il numero degli account di oggetti non umani ha superato quello riconducibile a soggetti umani e, già ora, la gran parte delle “conversazioni” in rete si compie automaticamente tra macchine) e insomma si stende un manifesto dell’arte de-soggettivata e della letteratura post-identitaria, l’autore non si perita di ammettere che, quando si lavora con il linguaggio, “è impossibile sopprimere l’espressione di sé”[52]. All’epoca della letteratura non creativa e della poetica del copia-incolla, la dialettica costitutiva di mimesis e poiesis sussiste tuttavia, anche quando lo scarto tra copia e originale sembra assottigliarsi fino a scomparire[53]. Nel saggio intitolato “Ricopiare Sulla strada” si mostra come la riproposizione identica in Rete del testo del più celebre romanzo di Jack Kerouac produca comunque una sfasatura rispetto all’ipotesto, anche soltanto in virtù del diverso ambiente in cui viene a manifestarsi. In assenza di scarto, in mancanza di differenze testuali, “il contesto è il “nuovo contenuto”[54].

 

Per chi si occupi di letteratura, la questione dell’imitazione non è però mero oggetto di studio bensì pratica quotidiana nell’esercizio critico, almeno per chi adotti la forma saggio secondo la descrizione fornita nel 1958 da Theodor W. Adorno: “come si potrebbe infatti mai parlare di ciò che è estetico in modo non estetico, senza la minima somiglianza con l’oggetto?”[55] Non così per il teorico della letteratura, chiamato oggi più che mai a confrontarsi con il discorso scientifico rispetto al quale è bene che si astenga dal riprodurre i modi dell’argomentazione, a “scimmiottare” le specifiche tecniche di dimostrazione. Né, d’altra parte, allo studioso dedito alla poetica spetta lucrare sulle conoscenze acquisite in laboratorio, intendendole come conferme ex post delle proprie ipotesi formulate a tavolino o in biblioteca. È bene però che nella dialettica tra i vari campi del sapere, in particolare in tema di mimesi, si verifichi quella peculiare caratteristica riscontrata proprio nello studio dell’imitazione letteraria: che sussista cioè tra le varie accezioni disciplinari del concetto, già aristotelico e oggi al centro dell’elaborazione neuroscientifica, quello scarto, eventualmente minimo ma di entità variabile, dal quale continua a dipendere la vitalità del dialogo.

 

Note

 

[1] Charles S. Peirce, Writings of Charles Sanders Peirce. A Chronological Edition, Peirce Edition Project ed., vol. 4, Indiana University Press, Bloomington 1982, p. 380.

[2] Cfr. Remo Ceserani, Convergenze. Gli strumenti letterari e le altre discipline, Bruno Mondadori, Milano 2010, p. 3.

[3] Uno dei primi studi a darne notizia: L. Fadiga, L. Fogassi, G. Pavesi, G. Rizzolatti, Motor facilitation during action observation: a magnetic stimulation study, «Journal of neurophysiology», 73(6), July 1995, pp. 2608-11.

[4] Fatta eccezione per un celebre e pionieristico studio dedicato alle arti visive (Semir Zeki, Inner Vision. An Exploration of Art and the Brain, Oxford University Press, Oxford, 1999) l’interesse degli studiosi di letteratura ha prevalso, anche in Italia: Cfr. Massimo Salgaro (a cura di), Verso una neuroestetica della letteratura, Aracne, Roma 2009; Paolo Gervasi,

Critica della mente. Una rassegna di studi su letteratura e scienze cognitive, «Nuova informazione bibliografica», 1, 2015, pp. 69-104.

[5] Circa le analogie tra poetica aristotelica della mimesi e teoria dei neuroni specchio è tuttavia opportuno richiamare il diverso statuto di azione nei due ambiti conoscitivi. Se nel secondo infatti ci si arresta allo stadio di moto intenzionato, in Aristotele l’azione suscettibile di mimesis va intesa come deliberata e razionalmente finalizzata da un agente adulto e intellettualmente maturo (cfr. Pierluigi Donini, “Introduzione”, in Aristotele, Poetica, Einaudi, Torino, 2008, p. XXIV).

[6] Cfr. Gunter Gebauer, Christoph Wulf, Mimesis. Cultura arte società, a cura di Andrea Borsari, Bononia University Press, Bologna 2017, pp. 43-47.

[7] Roman Jakobson, «Il realismo nell’arte», in Tzvetan Todorov (a cura di), I formalisti russi, Einaudi, Torino 1968, pp. 106-107.

[8] Per un minimo ragguaglio circa l’interna complessità della nozione di mimesis/imitazione attraverso secoli di elaborazione teorica e filosofica, si vedano: Wladyslaw Tatarkiewicz, Storia di sei idee, Aesthetica, Palermo 1993; Stephen Halliwell, L’estetica della mimesis. Testi antichi e problemi moderni, Aesthetica, Palermo 2009; Gunter Gebauer, Christoph Wulf, Mimesis. Cultura arte società, cit.; in particolare per l’età antica: Gian Franco Gianotti, “Imitazione e cultura letteraria nel mondo antico”, in Id. (a cura di), Pensieri sull’imitazione. Johann Joachim Winckelmann tra storia dell’arte, ideali politici e Altertumswissenschaft, Accademia delle scienze di Torino, Torino 2019, pp. 5-26.

[9] Dionigi di Alicarnasso, Sull’imitazione, a cura di Daniela G. Battisti, IEPI, Pisa Roma 1997, p.46.

[10] Harold Bloom, L’angoscia dell’influenza. una teoria della poesia, Feltrinelli, Milano 1983, p.15.

[11] Pier Paolo Pasolini, Tutte le poesie, vol I, a cura di Walter Siti, Einaudi, Torino 2003, pp. 1283-85. I versi di Pasolini risalgono ai primi anni Sessanta ma già nel 1948 Francis Ponge lanciava il suo urlo di dolore per l’ “ordre sordide” di un capitalismo lanciato verso la massificazione dei consumi e della comunicazione: “nous n’avons pas à notre disposition d’autres mots ni d’autres grands mots (ou phrases, c’est-à-dire d’autres idées) que ceux qu’un usage journalier dans ce monde grossier depuis l’éternité prostitue […] il ne reste plus qu’à se crever d’imitations”: Francis Ponge, Proêmes, Gallimard, Paris 1948, pp. 101-102.

[12] Albert Memmi, Portrait du colonisé, Petite Bibliothèque Payot, Paris 1973, p. 42.

[13] Homi K. Bhabha, I luoghi della cultura, Meltemi, Roma 2001, p. 124.

[14] Albert Memmi, Portrait du colonisé, cit., p. 152.

[15] Homi K. Bhabha, I luoghi della cultura, cit., p. 124.

[16] Ivi, p. 127.

[17] Jacques Derrida, La disseminazione, a cura di S. Petrosino, Jaca Book, Milano, 1989, p.168.

[18] Ibidem.

[19] Joan Riviere, “La femminilità come travestimento”, in Ead., Il mondo interno: scritti 1920-1958, Raffaello Cortina, Milano 1998.

[20] Judith Butler, Scambi di genere. Identità, sesso e desiderio, Sansoni, Milano 2004, p. 193.

[21] Ivi, p. 195.

[22] Ibidem. Una possibile genealogia aristotelica della nozione di ritualità performativa teorizzata da Butler pare rintracciabile in un passaggio dell’Etica: “Non è dunque né per natura né contro la natura che le virtù sorgono in noi, bensì esse nascono in noi, i quali, atti per natura ad accoglierle, ci perfezioniamo attraverso l’abitudine. […] le virtù noi le acquistiamo se prima ci siamo esercitati, come accade anche nelle arti” (Aristotele, Etica Nicomachea, Laterza, Roma-Bari, 1973, p. 29 [Libro II, 1103a 24-33]).

[23] Aristotele, Poetica, a cura di Pierluigi Donini, Einaudi, Torino 2008, pp. 10-11 (II, 1448a).

[24] Vittorio Gallese, Embodied Simulation: from neurons to phenomenal experience, in «Phenomenology and the Cognitive Sciences», 4, 2005, pp. 23-48.

[25] Vittorio Gallese, “I due lati della mimesi. Teoria mimetica, simulazione incarnata e identificazione sociale”, in Scott R. Garrels (a cura di), Scienza e mimesi. Ricerche empiriche sull’imitazione e sulla teoria mimetica della cultura e della religione, Libreria Cortina, Milano 2016, p. 124.

[26] Sulla figura e il pensiero di René Girard si veda: Gianfranco Mormino, René Girard. Il confronto con l’Altro, Carocci, Roma 2012. Sulla relazione tra il pensiero del critico franco-statunitense e la riflessione metaletteraria novecentesca, illuminante il saggio di Daniele Giglioli “René Girard e la teoria letteraria” (in Identità e desiderio, a cura di P. Antonello e G. Fornari, Transeuropa, Massa, 2009, pp. 5-14).

[27] In virtù della topica triangolare sottesa alla teoria girardiana ma anche in ragione della temperie strutturalista che, alla metà degli anni Sessanta, orientava la critica anche in Italia, la prima traduzione del saggio di Girard, pubblicata da Bompiani a quattro anni dall’edizione originale, porta il titolo: Struttura e personaggi nel romanzo moderno Bompiani. Ma è dello stesso anno: René Girard, Menzogna romantica e verità romanzesca, Bompiani, Milano 1965.

[28] Vittorio Gallese, Le due facce della Mimesi.La teoria mimetica di Girard, la simulazione incarnata e l’identificazione sociale, in: «Psicobiettivo», 2, 2009, pp. 77-101. L’articolo, dal cui abstract proviene la citazione, è versione rivista di: Id., The Two Sides of Mimesis. Girard’s Mimetic Theory. Embodied SImulation and Social Identification, in «Journal of Consciousness Studies», 16, 4, 2009, pp. 21-44.

[29] Jean Jacques Rousseau, Saggio sull’origine delle lingue, a cura di Giulio Gentile, Guida, Napoli 1984, pp. 100-103.

[30] Walter Benjamin, “Sulla facoltà mimetica”, in Id., Angelus Novus, Einaudi, Torino pp. 71-75.

[31] Aristotele, Poetica, cit., p. 19 (IV, 1448b).

[32] Richard Dawkins, Il gene egoista, Zanichelli, Bologna 1979.

[33]S. Blackmore, “Evolution’s Third Replicator: Gene, Memes, and now what?”, in «New Scientist», https://www.newscientist.com/article/mg20327191.500-evolutions-third-replicator-genes-memes-and-now-what/

[34] La Proposizione XXVII dell’Etica dimostrata con metodo geometrico di Spinoza è citata in: Gianfranco Mormino, Per una teoria della mimesi, Raffaello Cortina, Milano 2016, p. 26.

[35] Eugenio Gaddini, “Sulla imitazione”, in Id., Scritti (1953-1985), Raffaello Cortina, Milano 1989, p. 178.

[36] Per un confronto tra Spinoza e Girard: Gianfranco Mormino, “L’imitazione degli affetti: spunti per una teoria del desiderio in Spinoza e Girard”, in Ordo e connexio: spinozismo e scienze sociali, a cura di Nicola Marcucci, Mimesis, Milano 2012, pp. 93-106.

[37] Carl Gustav Jung, L’io e l’inconscio, Bollati Boringhieri, Torino 2012, p.51

[38] Eugenio Gaddini, Sulla imitazione, cit, p. 163.

[39] Thornstein Veblen, La teoria della classe agiata: studio economico sulle istituzioni, Einaudi, Torino 1971, p. 24.

[40] Gabriel Tarde, Les lois de l’imitation: étude sociologique, Alcan, Paris 1890, p.73 (traduzione italiana : Id., Le leggi dell’imitazione: studio sociologico, a cura di Filippo Domenicali, Rosenberg & Sellier, Torino 2012).

[41] Cfr. Henri Bergson, “Préface”, in Gabriel Tarde: introduction et pages choisis par ses fils, Louis-Michaud, Paris [190.], p. 6. Nella prefazione Bergson afferma inoltre: “Entre les manifestations les plus originales de la pensée du dix-neuvième siècle, l’historien des idées assignera sans aucun doute une place éminente à la philosophie de l’imitation” (ibidem).

[42] “L’assenza del soggetto dell’inconscio in quanto soggetto del desiderio, sembra dunque condizionare le nuove forme della psicopatologia”: Massimo Recalcati, L’uomo senza inconscio. Figure della nuova clinica psicoanalitica, Raffaello Cortina, Milano 2010, p 14.

[43] Libet, B., Gleason, C. A., Wright, E. W., and Pearl, D. K. (1983). Time of conscious intention to act in relation to onset of cerebral activity (readiness-potential). The unconscious initiation of a freely voluntary act. «Brain», 106, pp. 623-642.

[44] Cfr. Mario De Caro, Andrea Lavazza, Neuroscienze. Quel che resta della libertà, in «Avvenire», 10 luglio 2019, p. 19.

[45] Cfr. Jacques Lacan, “Sette lezioni su Amleto”, in Id., Il seminaro, Libro VI. Il desiderio e la sua interpretazione, 1958-59, a cura di Antonio Di Ciaccia, Einaudi, Torino 2016, pp. 257- 393.

[46] “Webb also mentions that Girard related to him in conversation that he had been reading Kojeve at the time he was writing Deceit, Desire, and the Novel, but that he “did not consider either Kojeve or Hegel to have made a contribution toward what he himself considers his major original insight”: George Erving, “René Girard and the Legacy of Alexandre Kojeve”, in «Contagion: Journal of Violence, Mimesis, and Culture», vol. 10, Spring 2003, Michigan State University Press, p. 115.

[47] Jacques Lacan, Scritti, vol. I, a cura di Giacomo Contri, Einaudi, Torino 1974, p. 8.

[48] Nell’ostilità che Girard dovette patire da parte degli esponenti principali dello strutturalismo, in primis dell’antropologo Claude Lévi-Strauss, si apprezza l’attenzione che Lucien Goldmann mostra per i suoi studi (Girard è citato in Per una sociologia del romanzo del 1964). Goldmann, convinto delle potenzialità mimetiche delle forme letterarie rispetto alle strutture sociali, era stato tra i partecipanti al convegno di Baltimora nel 1966. Il suo “strutturalismo genetico”, fondato sull’omologia tra le forme dell’universo romanzesco e la visione del mondo di alcuni gruppi sociali, risulta metodologicamente non incompatibile con la tecnica di analisi che ha condotto Girard al rinvenimento della struttura triangolare del desiderio in alcuni romanzi dell’ Ottocento.

[49] Jacques Lacan, Il seminario. Libro XI. I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi, Einaudi, Torino 1979, p. 101.

[50] Kenneth Goldsmith, Ctrl + C, Ctrl + V: scrittura non creativa, Nero, Roma 2019, p. 182.

[51] Ivi, p. 10.

[52] Ivi, p. 16.

[53] Nella proposta di Goldsmith si ripropone l’intreccio tra imitazione e realismo dal momento che la “scrittura non creativa”, fondata su tecniche di copia-incolla offrirebbe, a detta dell’autore, “una poetica del realismo che ricorda l’impulso documentaristico della serie I Rougon-Macquart” (ivi, p. 118).

[54] Ivi, p 9.

[55] Theodor W. Adorno, “Il saggio come forma”, in Id., Note per la letteratura 1943-1961, a cura di A. Frioli, E. De Angelis e G. Manzoni, Einaudi, Torino 1979, p. 7.

 

[Immagine: Remedios Varo, Mimetismo, 1960 (mge)].

1 thought on “Mimetica. L’imitazione in Teoria

  1. L’IMITAZIONE, L’EMULAZIONE, E IL PARADOSSO DELLA RIPETIZIONE “ORIGINALE” … *

    “La mimesi è l’atto di riprodurre il modello secondo le regole. L’emulazione è la spinta dell’anima mossa all’ammirazione” (Dionigi di Alicarnasso, “Sull’imitazione”).

    IMITAZIONE E INDIVIDUAZIONE. “Se in campo filosofico il peccato originale dell’imitazione è consistito nella minaccia portata all’idolo del libero arbitrio ovvero all’ego del cogito cartesiano, altrettanto sacrilego risultò in ambito psicoanalitico l’attentato ai fondamenti pulsionali della psiche. Nel pensiero freudiano l’imitazione era confinata alla fase infantile o altrimenti alla psicologia delle masse, mentre nella psicologia analitica di Carl Gustav Jung tale facoltà si trovava a contrastare il fine ultimo di ogni esistenza umana, ovvero l’individuazione: “L’uomo ha una facoltà che per gli intenti collettivi è utilissima, e dannosissima per l’individuazione, quella di imitare”.
    Nella dichiarazione di Jung risulta comunque superata una concezione volta a relegare l’imitazione ai primi stadi dello sviluppo psichico e, ad onore del vero, lo stesso Freud aveva intuito già nel 1895, in Progetto di una psicologia, il valore imitativo delle percezioni sensoriali sussistere ben oltre l’infanzia. A questa intuizione ancorava le proprie ricerche, a metà degli anni Sessanta, il già citato Eugenio Gaddini grazie al quale è stato infine possibile riconoscere nell’imitazione una struttura permanente, una forma relazionale stabile [..]”.

    BIOLOGIA E ANTROPOLOGIA . Le radici stanno nel fatto – come scrive Aristotele nella “Poetica”, capitolo secondo – che “coloro che imitano imitano persone che agiscono” e – come “Vittorio Gallese, membro del team parmense cui si deve la scoperta dei neuroni specchio, ha avuto modo di ribadire” – che “il meccanismo funzionale alla base di un modello dell’intersoggettività neuroscientificamente fondato consiste nella “simulazione incarnata” (embodied simulation): “Prima e al di sotto della lettura metarappresentazionale della mente si trova l’intercorporeità – la mutua risonanza di comportamenti sensoriali e motori significativi dal punto di vista intenzionale”.

    “COME NASCONO I BAMBINI”. . SE è VERO, COME è VERO CHE “Al di là delle formidabili oscillazioni del concetto di imitazione e delle sue varianti terminologiche nel corso di secoli di elaborazione dapprima filosofica, poi specificamente estetica e infine teorico letteraria, le teorie della mimesi paiono dispiegare, oltre ad una coerenza non sempre evidente ma di lungo periodo, una spiccata propensione ad oltrepassare i confini disciplinari”, PER NON PERDERSI NEL LABIRINTO delle infinite ramificazioni è bene riprendere il filo delle varie teorie dalla stessa dimensione biologica e antropologica della vita umano-sociale: la NASCITA!

    * Sul tema, mi sia consentito, si cfr.:

    QUESTIONE ANTROPOLOGICA. E’ lecito e ancora possibile affermare una verità universale sul genere umano? “J’accuse” di René Girard. L’incomprensione della lezione di Freud (Marx e Nietzsche) lo spinge ad un’apologia del cattolicesimo costantiniano (http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=1926)

    DANTE, ERNST R. CURTIUS E LA CRISI DELL’EUROPA. Note per una riflessione storiografica (http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=5908)

    “CHI” SIAMO NOI, IN REALTÀ. RELAZIONI CHIASMATICHE E CIVILTÀ: UN NUOVO PARADIGMA. CON MARX, OLTRE. (http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=4198)

    CREATIVITÀ: KANT E LA CRITICA DELLA SOCIETÀ DELL’UOMO A “UNA” DIMENSIONE. Una sollecitazione a svegliarsi dal sonno dogmatico. (http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=4977)

    Federico La Sala

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