di Marco Nicastro

 

Primo Levi è certamente più conosciuto per la sua attività di romanziere che per quella di poeta. Io stesso, prima di imbattermi casualmente nel suo libro di poesie alcuni anni fa (Ad ora incerta, Garzanti, Milano 1984), non ne conoscevo l’esistenza. Tuttavia, dopo averlo letto e dopo esserne stato letteralmente rapito potrei dire, in risposta a Franco Fortini che in una delle note critiche inserite nel libro conviene con lo stesso Autore circa la ‘debolezza’ qualitativa e tematica delle poesie in esso contenute, di essere assolutamente convinto del contrario: si tratta cioè di componimenti poetici liricamente consapevoli, se intendiamo per poesia lirica la capacità di esprimere profondamente la tragicità della vita e il travaglio interiore del soggetto attraverso un timbro personale ed un uso forte della metafora.[1]

 

È certamente il dolore esistenziale dell’autore, che tutti ben conosciamo, espresso direttamente ma quasi mai reso banale dall’impeto del dire, a costituire il tema dominante della raccolta: «Compagno stanco ti vedo nel cuore / ti leggo negli occhi, compagno dolente. / Hai dentro il petto fame freddo niente / Hai rotto dentro l’ultimo valore.» (Buna). La ferita che l’autore si porta dentro dopo l’esperienza del lager indirizza l’andamento tematico dei vari componimenti e ne determina in una certa misura anche la struttura intima – anaforica, ripetitiva, quasi profetica – necessaria ad esorcizzare il male soggettivamente vissuto, lasciandolo vivido e presente nella mente del lettore: «Considerate se questo è un uomo, / che lavora nel fango / che non conosce pace / che lotta per mezzo pane / che muore per un sì o un no.» (Shemà).

 

La prima parte della silloge è profondamente segnata da quella terribile esperienza che ha lasciato cicatrici emotive difficili da condividere a parole: «questo e altro ci veniva in mente / mentre continuavamo a cantare; / ma erano cose come le nuvole, / e difficili da spiegare» (Cantare). Quanto patito nel lager nazista ha scavato nell’autore un abisso tra lui e gli altri uomini, da cui emerge solo un senso di povertà, di fredda desolazione, di disperazione – «Compagno vuoto che non hai più nome / uomo deserto che non hai più pianto» (Buna) – che non lascia altra prospettiva se non quella della morte: «Vorrei credere qualcosa oltre, / oltre che morte ti ha disfatta.» (25 febbraio 1944).

 

La deportazione e la vita nel campo di prigionia sono state forse paradossalmente più terribili per le scorie che hanno lasciato al sopravvissuto che per quanto direttamente sofferto in quei momenti. Il ricordo, infatti, ritorna inesorabile nonostante l’esistenza si sia ormai normalizzata, e c’è sempre il timore, quasi la certezza, che qualcuno possa tornare a ordinare perentoriamente di alzarsi all’alba rompendo la tranquillità da poco riassaporata o che si possano riudire i rumori di un nuovo rastrellamento: «Prima che nuovamente ci desti, / noto, davanti alle nostre porte, / il percuotere di passi ferrati» (Attesa). È questo un chiaro lascito psicologico del trauma.

 

La paura più grande è quella di non poter più tornare come prima, dopo aver assistito alla degradazione degli uomini dietro al filo spinato: «Io so cosa vuol dire non tornare. / A traverso il filo spinato / ho visto il sole scendere e morire» (Il tramonto di Fossoli); si insinua il dubbio che non si possa più sperare nella possibilità di ritrovare una sicurezza minima e un contatto umano: «È giunto il tempo di avere una casa / o rimanere a lungo senza casa. / È giunto il tempo di rimanere soli / oppure a lungo rimarremo soli.» (Da R.M. Rilke). La speranza e la gioia di vivere sono relegate ormai in epoche così remote da non sembrare mai esistite. È forse questo l’aspetto più tragico del destino di chi sopravvive: non riuscire a dimenticare la felicità gustata anche solo saltuariamente prima di quell’esperienza e, al contempo, sentirsi ormai definitivamente estraneo ad essa, sentire di non poterla più provare, tali sono la desolazione, l’angoscia e la disperazione lasciate dalla violenza subita − «L’universo ci assedia cieco, violento e strano. / il sereno è cosparso d’orribili soli morti / sedimenti densissimi d’atomi stritolati» (Le stelle nere).

 

Il poeta si trova così a dover convivere con un senso di futilità delle vicende umane e di impossibilità di una redenzione degli uomini, anche ultraterrena: «Grumi di nulla, sono pure i nostri simili. / Forse non esiste più il sole / forse sarà buio per sempre /[…] forse è questa l’eternità che ci attende: / non il grembo del Padre, ma frizione.» (Via Cigna). La fiducia nella possibilità di una comunicazione e un’intesa più profonda tra gli uomini si è incrinata dopo le violenze viste e subite: «Voci che parlano e non sanno più dire / voci che credono di dire, / voci che dicono e non si fanno intendere: […] / puro brusio per simulare / che il silenzio non sia silenzio» (Voci); «Ognuno è nemico di ognuno / spaccato ognuno dalla propria frontiera, / la mano destra nemica della sinistra» (Partigia). Dinnanzi a tanta sofferenza, soggettivamente non elaborabile, l’ombra della morte diviene un elemento costante nell’interiorità di chi l’ha vissuta, presentandosi inizialmente con tratti persecutori: «Ti seguirò ai confini del mondo, / cavalcando sul tuo cavallo / macchiando il ponte della tua nave / con la mia piccola ombra nera» (Il canto del corvo II). Poi, col passare degli anni, essa inizia ad essere attesa e vagheggiata, a volte consapevolmente come in Approdo: «Felice l’uomo che ha raggiunto il porto, / che lascia dietro sé mari e tempeste / i cui sogni sono morti o mai nati», o nella poesia Verso valle: «La nostra metà del mondo naviga verso l’inverno. / E presto avranno fine tutte le nostre stagioni. /[…] È fatto tardi per vivere e per amare, / per penetrare il cielo e per comprendere il mondo.». Altre volte solo inconsciamente, celata dietro un’ansia di ricerca e di scoperta: «Non trattenetemi amici, lasciatemi salpare. / Non andrò lontano, solo fino all’altra sponda; /[…] Marinai, obbedite, spingete la nave in mare» (Plinio).

 

Pur non avendo la raccolta un’unità d’argomenti – prendendo spesso spunto da aspetti molto contingenti e frammentari della quotidianità e in tal senso i singoli testi spiccano nella loro ‘verticalità’ – essa si configura come un tentativo di elaborazione del dolore lasciato in eredità a Levi dal lager, sul senso di solitudine, di svuotamento interiore e di sfiducia nell’umanità. Tematiche che nella prima parte della raccolta, composta dalle poesie cronologicamente più vicine all’esperienza della prigionia, sono affrontate più esplicitamente, mentre nella seconda parte, a distanza di decenni dall’accaduto, prenderanno forme più mediate − quasi pudicamente nascoste attraverso un’identificazione del poeta con cose, piante e animali − a dirci che l’universo intero porta le stimmate di quella violenza. Così, leggiamo di un vecchio albero sotto la cui «scorza pendono crisalidi / morte che non saranno mai farfalle» (Cuore di legno); di un’imbarcazione in disarmo parcheggiata in un porto «sola tra le molte nuove / il suo legno è lebbroso, il ferro fulvo di ruggine» con una gonfia pancia di legno «gravida di nulla» (In disarmo); oppure di un malmesso ponte che non si sa se «metta conto di vivere l’indomani» perché «nel cavo del suo pilastro / filtra lento un veleno / un malefizio vecchio che non descrivo» (Un ponte). E ancora di un’agave, di montaliana memoria, col suo «fiore altissimo e disperato, / brutto, legnoso, rigido, ma teso al cielo.», suo peculiare tragico «modo di gridare che / morrò domani» (Agave); e infine di un dromedario, chiuso nel suo mondo: «Non c’è servo che non abbia il suo regno. / Il mio regno è la desolazione; / non ha confini» (Il dromedario).

 

Unico elemento che può contrastare la disperazione e la solitudine e che si pone come aggancio alla vita è l’amore per una donna (Lucia Morpurgo, poi sua moglie, cui è dedicata emblematicamente la silloge), che Levi descrive con versi stupendi e tremendamente toccanti in una delle più belle liriche d’amore della poesia italiana moderna: 11 febbraio 1946. In essa il poeta indica, nella speranza di una donna quasi misticamente intesa («cercavo te nelle stelle»), l’unico elemento in grado di rappacificarlo con il creato («perché mancavi, nelle lunghe sere / meditai la bestemmia insensata») e soprattutto con la vita a venire («Sono tornato perché c’eri tu»). Sempre su questo tema, nella poesia Avigliana, il poeta gioca sull’analogia tra il nome dell’amata (Lucia) e la luce, così agognata, così preziosa: «Guai a chi spreca la luna piena / che viene solo una volta al mese»; e sull’analogia di quel nome con le lucciole, «miti e care» donatrici di luce, capaci di far «svaporare ogni pensiero».

 

Forse è possibile sostenere che Primo Levi non si trovasse completamente a proprio agio nello scrivere versi come invece nello scrivere in prosa: lo testimonia l’ampio intervallo temporale che separa le poesie l’una dall’altra, segno di quanto rara sia stata nel tempo l’attività propriamente poetica nella sua esperienza di scrittore. Lo testimonia anche la necessità di distendere maggiormente il verso assoggettandolo sempre ai concetti da esprimere, non dando, salvo in rari casi, particolare rilievo agli aspetti sonori o analogici, né puntando su una particolare ricercatezza nella strutturazione sintattica. Il suo è spesso un argomentare in versi (specie nella seconda parte della raccolta) che quindi vengono ad assumere un ritmo prosastico; rari sono del resto gli enjambements, che possono creare quel rallentamento e quell’effetto di sospensione e di attesa di senso così tipici del periodare poetico moderno. Ogni pensiero inizia e si conclude nello spazio di un verso, dando a molti componimenti un ritmo serrato nonostante la prevalenza di versi lunghi. L’autore però riesce a compiere il miracolo stilistico di non sacrificare a questa severa lucidità d’analisi, a questo argomentare nitido e a volte intriso di amara ironia, la delicatezza lirica e l’intensità emotiva del dire. Un argomentare, come dicevo inizialmente, profondamente poetico, capace cioè di commuovere il lettore e di colpire la sua immaginazione con la forza delle sue metafore. La bellezza insita in queste poesie, sparse nel corso di una vita segnata dalla tragedia, ci fa pensare a quanto la scrittura possa essere una via per contenere – almeno temporaneamente, almeno parzialmente – le angosce più terribili degli uomini, riuscendo nello stesso tempo a svolgere un’importante funzione civile: lasciare memoria di eventi e vissuti dolorosissimi, quasi inesprimibili ma fondamentali per la continuità della vita emotiva di una collettività.

 

Diceva infatti Primo Levi in Se questo è un uomo a proposito della scrittura: «Si può chiamare lavoro, questo mio? Lavorare è spingere vagoni, portare travi, spaccare pietre, spalare terra, stringere con le mani nude il ribrezzo del ferro gelato. Io invece sto seduto tutto il giorno, ho un quaderno e una matita […] I compagni del Kommando mi invidiano, e hanno ragione; non dovrei forse dirmi contento? Ma non appena al mattino io mi sottraggo alla rabbia del vento e varco la soglia del laboratorio, ecco al mio fianco la compagna di tutti i momenti di tregua: la pena del ricordarsi, il vecchio feroce struggimento di sentirsi uomo, che mi assalta come un cane nell’istante in cui la coscienza esce dal buio. Allora prendo la matita e il quaderno, e scrivo quello che non saprei dire a nessuno.» (corsivo mio).

 

Fortunatamente per noi, che a distanza di così tanto tempo ascoltiamo ancora tremanti le sue parole, egli trovò in sé la lucidità e la forza per dirlo.

 

[Questo saggio è incluso nel libro di Marco Nicastro, La resistenza della scrittura. Letteratura, psicoanalisi, società, Ladolfi Editore, 2019].

 

 

 

 

[1]  In tal senso la poesia non è strettamente legata al verso e si può essere molto poetici anche scrivendo in prosa; ciò emerge del resto molto chiaramente dagli scritti più ispirati del Levi prosatore.

5 thoughts on “Salvarsi con le parole. Note sulla poesia di Primo Levi

  1. “Un giorno Primo Levi attaccò con violenza Paul Celan. ‘Scrivere è comunicare – disse – non è cifrare il messaggio e gettare la chiave nei cespugli’. Ma Primo Levi sbagliava. Scrivere non è trasmettere. È invocare. Gettare la chiave è invocare dopo di noi una mano che cerchi, che frughi tra le pietre e i rovi e i dolori e le foglie fradice, nere e zuppe di fango o scricchiolanti e rinsecchite dal freddo, nella notte che avanza a occidente E cifrare il messaggio è ancora invocare occhi, un sapere che trasmetta quanto è andato perduto.”

    Pascal Quignard, Lycophron et Zétès, Gallimard, Paris 2010 p. 256

  2. Grazie per il senso ritrovato e mai smarrito della poesia, vita che preserva se stessa e gli esseri umani dal dolore accogliendolo nella carne.
    Silvia

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