di Sergio Benvenuto

 

1.

 

Lo straordinario talento di Telmo Pievani come divulgatore delle scienze biologiche rischia di mettere in ombra il contenuto delle sue opere. Leggo i suoi libri, incluso Imperfezione. Una storia naturale (Raffaello Cortina Editore), non da biologo, dato che non lo sono, ma da filosofo in senso lato. Mostrerò alla fine che quel che lui afferma ha rilevanza in campi che appaiono alquanto lontani dalla biologia: le concezioni politiche di oggi, e la psicoanalisi.

 

Si dà il caso che Pievani – professore ordinario di Filosofia delle scienze biologiche all’Università di Padova – non si inscriva in quello che è a tutt’oggi il mainstream delle cosiddette scienze dell’evoluzione, una corrente ultra-darwiniana o darwiniana-dura-e-pura, e che chiamerei darwinismo maggiore. Secondo questa corrente che mi pare dominante, nel mondo animale, Homo sapiens incluso, tutto è spiegabile in termini di ragione adattativa: qualsiasi nostro organo o potenzialità è il risultato di un processo selettivo di adattamento all’ambiente. Parafrasando Hegel, potremmo dire che tutto ciò che è reale vivente ha una ragione adattativa. In questo senso ogni organismo animale risulta perfetto. Certo, se una specie è preda di un’altra, certi individui sono meno perfetti di altri perché si lasciano catturare dai predatori, ma nell’insieme la specie è perfetta, perché essa sopravvive malgrado i predatori (se non sopravvivessero le prede, non sopravviverebbero nemmeno i predatori). È la concezione i cui rappresentanti più noti sono i biologi Richard Dawkins ed Edward O. Wilson, e il filosofo Daniel Dennett.

 

Eppure una miriade di fatti biologici rifiutano di rientrare in questa griglia. (Fino al punto che un linguista e uno psicologo cognitivo, Jerry Fodor e Massimo Piattelli Palmarini, hanno scritto un libro contro il darwinismo[1].) Un esempio ben noto: le corna intricate del cervo maschio. Esse servono unicamente a sedurre le femmine, ma è inspiegabile perché le femmine siano particolarmente sedotte da grandi corna, che di fatto appesantiscono l’animale e limitano la sua abilità di muoversi. È come se la logica della seduzione partisse in direzione centrifuga rispetto alla logica adattativa. Quanto a Homo sapiens, resta inesplicabile, per esempio, il fatto che a ogni generazione emerga una minoranza di lesbiche e gay: siccome gli omosessuali si riproducono meno degli eterosessuali, se l’omosessualità è legata a un gene (e per il darwinismo maggiore tutto è genetico), questa col tempo dovrebbe sparire. Eppure si ripropone sempre.

 

Pievani invece appartiene a quello che chiamerei darwinismo minore, portato avanti da biologi come J.S. Gould, R. Lewontin, N. Eldredge, il filosofo P. Godfrey-Smith, e molti altri. Un darwinismo che resta fedele alla concezione originale di Darwin inteso come studioso, piuttosto che alle schematizzazioni darwiniane successive; sono più darwinofili che darwiniani. Essi negano che insomma negli organismi viventi tutto sia ottimale dal punto di vista dell’adattamento. E in effetti Darwin stesso, nella 6° edizione dell’Origine delle specie diceva che la selezione naturale è il più importante ma non l’unico meccanismo di cambiamento evolutivo.

 

2.

 

In effetti, Darwin ne aveva le tasche piene di una concezione ben rappresentata alla sua epoca da William Paley a Cambridge, il quale traboccava di commoventi descrizioni dei deliziosi e perfetti ‘adattamenti’. Darwin “intuì – scrive Pievani – che il nocciolo della controversia tra evoluzionismo e fissismo potesse giocarsi proprio sulle ‘stranezze’ della natura, cioè sul tema cruciale dell’imperfezione” (location 608). Si dirà che perfezione e imperfezione sono termini teleologici, i quali presuppongono che le forme di vita siano più o meno perfette in relazione a una supposta funzione che dovrebbero svolgere. Ora, a meno di non credere nella vita come opera di un Dio o di un Demiurgo che persegua un progetto intelligente, la vita risulta, agli occhi della scienza, solo ciò che è, senza alcun finalismo. “La selezione naturale è il filtro che si ciba del caso”, ci ricorda Pievani, e “lo scopo è l’unica cosa che l’evoluzione non può fornire” (loc. 1027). Ma se ci si convince che tutto ciò che è vivo è in ultima istanza spiegato dall’adattamento ottimale all’ambiente, il concetto di “perfezione” si impone lo stesso in una concezione stocastica come quella darwiniana, per cui se non si trova spiegazione di un tratto in termini di adattamento, allora quel tratto risulta inspiegabile, misterioso. Per il darwinismo minore, invece, molto nella vita dipende da incidenti, non da una logica adattativa. Ad esempio, perché la cipolla ha un genoma cinque volte più grande di quello di un essere umano? Perché una povera cipolla è geneticamente molto più complessa di Homo sapiens? La sola risposta è che ogni specie, cipolle ed esseri umani, hanno le loro “imperfezioni”, dando a ‘imperfezioni’ un senso relativo, direi quasi provocatorio, come “non perfettamente adattato”.

 

In ogni specie certi tratti diventati inutili – perché nel frattempo l’ambiente è cambiato – rimangono imperterriti nella popolazione, perché sarebbe troppo costoso rimuoverli. Si prenda la spietata crudeltà di cui di tanto in tanto è capace Homo sapiens, da cui genocidi, massacri di massa, torture e supplizi raccapriccianti imposti ai propri simili…. La crudeltà è un grave handicap, perché se un gruppo umano la esercita su un altro gruppo, deve aspettarsi che prima o poi questa crudeltà venga esercitata da altri su se stesso. Eppure Homo è pronto sempre a nuove crudeltà. Sarebbe troppo costoso rimuovere i geni che ci spingono a essere crudeli verso i nostri congeneri.

 

Questo vuol dire che ogni tratto che svolge un’importante funzione adattativa ha sempre un costo più o meno alto. Per esempio, la vita a un certo punto ha inventato la riproduzione sessuata (e quindi, ipso facto, la morte dell’individuo). Le specie sessuate oggi sono più che mai floride perché la sessualità produce individui sempre geneticamente nuovi, sforna insomma sempre combinazioni genetiche diverse, il che permette a una specie di sopravvivere anche quando molti individui sono colpiti, per esempio, da un virus (si pensi alla pestilenza del XIV° secolo che falcidiò la metà della popolazione europea). Più che l’adattamento, è la flessibilità – ovvero la possibilità di avere molte risposte possibili alle sfide dell’ambiente – ciò che aumenta le possibilità di sopravvivere di una specie (e in effetti, anche se il virus della peste circola ancora, non ci ammaliamo più perché siamo i discendenti di quelli che nel XIV° secolo sopravvissero perché avevano gli anti-corpi adatti). La vita oltre che imperfetta è testarda. Alle estinzioni di massa, dovute a cataclismi, non sopravvive il più adatto, sono troppo repentine – sopravvive talvolta il più flessibile. Il sesso insomma è un grande fattore di perpetuazione di una specie. Eppure il sesso, per quanto divertente, è costoso. “Corteggiamenti, ritrosie, accoppiamento e cure parentali richiedono un sacco di energia, sottratta ad altre attività vitali…” (loc. 392) Alcune specie, appena possono, fanno a meno del sesso, troppo caro.

 

Pievani ne approfitta per denunciare l’omologazione come pericolo sia biologico che storico-culturale. “Ridurre la diversità, omologare, uniformare il mondo, allevare animali tutti cloni, coltivare latifondi a monoculture, parlare tutti la stessa lingua, pensare tutti nello stesso modo, non è mai una buona idea” (loc. 407. Ora questo può portarci a conseguenze politiche che per molti di noi sono assolutamente sgradevoli. In effetti, molti di noi pensano che la democrazia pluralista e liberale (basata cioè sui diritti umani e delle minoranze) sia il sistema politico migliore, e vorremmo che tutti i paesi del mondo adottassero questo sistema. Invece aborriamo le società basate sulle caste, sulla dittatura di una élite (come nel comunismo staliniano o nel fascismo), sul dominio dell’etica religiosa (come in Iran e in Arabia Saudita), ecc. Ma se l’elogio di Pievani alla diversità e alla variabilità va applicato alla politica, allora dovremmo concludere che la varietà di sistemi politici è una ricchezza, non una sciagura, per l’umanità. Che insomma anche sistemi politici che non ci piacciono costituiscono un serbatoio di possibilità che potrebbero risultare utili, in un domani. È bene che ci siano molte forme di vita umane, anche politiche. Certo Pievani non dice questo esplicitamente, ma non a caso cita Montaigne: questi diceva che “ogni popolo è convinto di possedere la cultura perfetta, la religione perfetta e il governo perfetto”[2]. Anche noi europei pensiamo che la democrazia moderna sia il sistema perfetto per tutti gli esseri umani. Certo abbiamo una variante socialista e una variante liberista di democrazia, ma tutto sommato entrambe fanno parte di una “via occidentale”, basata sulla democrazia e sui diritti, che pensiamo sia buona per tutti. Forse la democrazia liberale è la forma più perfetta, ma, come diceva Darwin, dove c’è perfezione non c’è storia. La vita è sempre storica. Lo è talmente, che se consideriamo le forme di vita dagli inizi fino a oggi, il 99,9% delle specie esistite in tre miliardi e mezzo di anni sulla Terra si sono estinte. Prima o poi, insomma, le specie si rivelano imperfette. Ma non potrebbe essere così anche per i sistemi politici?

 

3.

 

Pievani ci ricorda che la vita procede non solo per adattamenti successivi resi possibili dalle mutazioni casuali, ma anche per quel che i biologi chiamano esattamenti, e che il biologo François Jacob, essendo francese, chiamò bricolage. Il riutilizzo di strutture già esistenti (bricolage) rende molto frequente in natura la presenza di strutture subottimali, quindi imperfette. La vita non è mai il prodotto di una raffinata ingegneria – come i darwinisti maggiori vorrebbero farci credere – ma di riadattamenti, aggiustamenti, arrangiamenti. La vita pratica l’arte d’arrangiarsi (“La natura non fa progetti, trova espedienti”, loc. 836). Termini come raffazzonamento, ridondanza, rabberci, accrocchi e simili abbondano nel testo. Perché, come diceva Darwin, la vita “reca indelebile la pura impronta dell’inutilità”. La natura è piena di avanzi. Darwin non era perfettamente darwiniano: esistono principi indipendenti della selezione naturale che spiegano la diffusione di caratteri inutili, in eccesso. Quando cambiano le condizioni ambientali, organi un tempo utili possono diventare ingombranti, ma non vengono rimossi e restano come in standby. Capita che una stessa funzione venga esercitata da più organi, mentre capita anche che un solo organo eserciti più funzioni. Così, ad esempio, molti uccelli usano le piume sia per librarsi in volo, sia per regolare la temperatura corporea, sia per esibizione e corteggiamento. Mentre altri tratti sono non solo inutili, ma molto dannosi per l’animale, eppure si perpetuano. Già Darwin trovava assurdo il pungiglione di difesa dell’ape, che porta alla morte dell’ape stessa. Eppure le api non si sono estinte, fortunatamente per chi ama il miele.

 

Per esempio, scrive Pievani:

 

“Nella giraffa il nervo laringeo ricorrente, che è cruciale essendo coinvolto nella deglutizione e nelle vocalizzazioni, anziché andare direttamente dal cervello alla laringe come qualsiasi ingegnere lo disegnerebbe, fa un percorso lunghissimo. Sfiora la laringe (la sua meta) ma non si ferma, scende lungo tutto il collo seguendo il nervo vago, passa sotto l’aorta dorsale vicino al cuore e risale di nuovo tutto il collo fino alla laringe dopo aver percorso quasi quattro metri (90 cm circa nell’uomo)! Non ha alcun senso.” (loc. 650)

 

Gli organismi insomma sono molto vicini alle macchine disegnate da Rube Goldberg, molto popolari in America dagli anni 1930 agli anni 1950: congegni terribilmente complicati e tortuosi che servono a svolgere funzioni semplicissime (Chaplin si ispirò alle macchine di Goldberg in Modern Times). Come questa[3]:

 

 

 

 

 

Il lettore deve avere la pazienza di capire come si effettua l’apertura della porta di un garage attraverso una lunga e lambiccata serie di cause-effetti. La vita è imperfetta anche perché è troppo complicata rispetto alle sue supposte, in fondo semplici, funzioni.

 

Non deve quindi stupirci se Darwin abbia scritto: «Quale libro un cappellano del Diavolo potrebbe scrivere sulle goffe, sperperatrici, balordamente raffazzonate, meschine e orribilmente crudeli operazioni della natura!»[4]. Ovvero, in altri termini: se qualcuno ha creato la vita, questi non può essere stato il buon Dio, ma il Diavolo.

 

4.

 

Pievani si dilunga anche sulle imperfezioni di Homo sapiens, a dispetto del fatto che si tratti di una specie che gode di un grande successo biologico, dato che ne vivono ormai oltre sei miliardi di esemplari.

 

Gli umani si vantano di avere delle magnifiche particolarità: il bipedismo, la neotenia, il linguaggio. “Tre portentose imperfezioni” dice Pievani. “Siamo diventati bipedi – si chiede – per liberare le mani, o ci siamo trovati le mani libere perché eravamo bipedi?” In biologia bisogna sempre dubitare dei rapporti lineari tra cause ed effetti.

 

L’elenco delle imperfezioni umane è lungo: inutili lobi dell’orecchio, tediosi denti del giudizio che ci danno dolore, naso alla Cyrano per la funzione che svolge, pelle delicata e vulnerabile (da cui la costosa necessità di vestirsi), l’appendice intestinale vermiforme, curve spinali, dotto deferente che porta lo sperma dai testicoli al pene attraverso un lunghissimo giro sopra l’uretere, imperfette attaccature dei nervi sulla colonna vertebrale – da qui acciacchi come mal di schiena, sciatiche, piedi piatti, scoliosi, ernie. Quanto all’occhio umano, è un disastro: la retina è rovesciata verso l’interno, ha solo tre recettori per i colori, ha un campo visivo ristretto, soffre di aberrazione cromatica, di punti ciechi e di altri difetti che i tanti che portano occhiali ben sanno.

 

Una delle imperfezioni più gravi è il fatto che Homo sapiens è una delle rarissime specie in cui le femmine hanno l’ovulazione nascosta, ovvero, i maschi non sanno, quando fanno sesso con una femmina, se questa è fertile o meno. La vita sessuale umana è piena di amplessi inutili dal punto di vista biologico, perché sterili. Inoltre, i maschi non sanno di chi sono i figli avuti dalla loro femmina, da qui lo sviluppo delle varie forme maschili di gelosia, col rischio di finire come Otello e Desdemona. Anche questa imperfezione è stata forse esattata: i maschi, essendo sempre costretti a sorvegliare le loro femmine, si legano molto a queste e quindi condividono gli oneri dell’accudimento della prole. Nella vita, non tutti i mali vengono per nuocere, e ciò che nuoce oggi, può giovare domani, o viceversa.

 

La neotenia è il fatto che per la femmina di Homo la gravidanza si è accorciata a nove mesi e lei dà alla luce un cucciolo embrionale, con un cervello non ancora formato. Questa pare essere la conseguenza del fatto che il cervello di Homo è molto grande, se la donna partorisse più tardi, la testa del neonato non riuscirebbe a passare… Ma anche così, è noto con quanto dolore si partorisce. E sappiamo quanti neonati e quante madri sono morti di parto, prima che si praticasse il cesareo. Homo nasce quindi con un cervello che si svilupperà per due terzi nel corso dell’infanzia e dell’adolescenza, fino a quasi vent’anni. Insomma Homo ha un’immaturità che dura per circa un terzo della vita. Questo obbliga i genitori ad occuparsi molto a lungo dei propri rampolli, che altrimenti non potrebbero sopravvivere, cosa che sottrae loro tempo prezioso per fare cose più importanti…

 

Del resto, nota Pievani, gli adulti umani tengono a mantenere alcuni caratteri giovanili. Siamo le scimmie che restano bambine più a lungo di tutte. Ma il ritardo dello sviluppo è stato la nostra arma vincente, perché grazie a questa lunghissima infanzia abbiamo modo di imparare tante cose, ovvero di sviluppare capacità culturali e modellare il nostro cervello non prima, ma dopo la nascita.

 

Quanto al linguaggio, nostra unicità, anch’esso non è poi questa meraviglia. Abbiamo solo una novantina di suoni, di cui sono composte le migliaia e migliaia di lingue che abbiamo parlato o parliamo. La capacità di parlare è connessa in Homo all’abbassamento della laringe, cosa che ci espone a rischi di soffocamento, dato che i pezzetti di cibo o parti di liquidi passano troppo vicini alla trachea. Come ha detto il genetista Luigi Luca Cavalli Sforza: “non c’è niente di più impreciso, raffazzonato, ridondante ed equivocabile del linguaggio umano”[5]. Il nostro linguaggio non è perfetto come quello del computer. Ma questa inefficienza del linguaggio è quella che ci permette di giocare con le parole, di fare calembour, doppi sensi, battute di spirito, ironia… insomma, di creare l’arte e la letteratura. Perciò Pievani non crede che le intelligenze artificiali possano mai eguagliare le capacità umane: le IA sono troppo perfette, mentre la forza del linguaggio (e delle lingue) è propria la sua imperfezione, grazie a cui possiamo goderne.

 

A proposito del linguaggio, Pievani cita Darwin: molti organi animali “possono essere paragonati alle lettere di una parola, che pur essendo conservate nella grafia sono diventate inutili per la pronuncia, ma servono come chiave per l’etimologia” (loc. 669). Analogamente, più un carattere biologico è insignificante e più cose ci dice sui rapporti di discendenza tra le specie. È capitato così che siano nate balene provviste di rudimentali e buffe zampe posteriori, del tutto inutili, frutto di “geni archeologici” dormienti e che per ragioni casuali sono ridiventati attivi.

 

Fin dai Taccuini giovanili, Darwin si rendeva conto, per esempio, dell’inutilità dei capezzoli maschili umani (mentre quelli femminili sono utilissimi). Oggi sappiamo che i capezzoli maschili sono una traccia “etimologica” dello sviluppo embrionale: nelle prime fasi dello sviluppo, la divergenza del sesso comincia dopo che la costruzione dei capezzoli è già attivata. Quindi, i capezzoli maschili non servono a niente, sono un residuo storico, come le rovine archeologiche. Ma un discorso analogo andrebbe fatto per la clitoride femminile, un’altra imperfezione “etimologica” che le femmine umane sono riuscite a volgere in occasione di piacere[6].

 

La teoria evoluzionistica quindi non è una spiegazione di “prodotti” ma di cambiamenti. “L’umanità è un divenire, più che un’essenza” (loc. 1643) conclude filosoficamente Pievani. L’umanità è eraclitea perché la vita tutta è eraclitea.

 

5.

 

Se l’impostazione di quello che ho chiamato darwinismo minore è giusta, essa dovrebbe porci questioni serie – e molto imbarazzanti, certo non politicamente corrette – sulla storia e l’assetto politici dell’umanità.

 

Attualmente l’umanità sembra dominata essenzialmente da cinque concezioni, che oggi si chiamano narrazioni o narrative. La narrazione liberista che punta al free market, quella socialista, quella confessionale-religiosa (che prevale oggi in certi paesi islamici), la nazional-sovranista fino al fascismo, a cui potremmo aggiungere la più recente, quella ecologista. I sostenitori di ognuna di queste narrazioni non fanno altro che denunciare continuamente le imperfezioni dei sistemi predicati dalle altre, e portano dati spesso convincenti.

 

Ad esempio, la visione liberale che lascia giocare liberamente le forze di un mercato del tutto sregolato, alla fine ha mostrato che a tanta parte della popolazione non restava altra libertà che quella di morire di fame; ragion per cui si sono dovuti approntare vari correttivi. Da qui il welfare state, gli ammortizzatori sociali, l’intervento dello stato nell’economia, la previdenza sociale, il reddito di cittadinanza, ecc. Tutti questi correttivi hanno messo a nudo le terribili imperfezioni della narrazione liberale, oggi detta neo-liberale.

 

Da un secolo si è applicata anche la narrazione marxista e socialista: anche in questo caso abbiamo visto però le terribili imperfezioni che comporta il socialismo. In particolare, una minore produzione di ricchezza, e la tendenza a tarpare la libertà di espressione e i diritti civili in nome dell’uguaglianza. L’implosione dei paesi socialisti dal 1989 in poi ha mostrato le fatali imperfezioni del socialismo.

 

E un discorso analogo potrebbe essere fatto per i nazionalismi (oltre cui si profila sempre l’ombra spettrale di qualche Olocausto) e per i regimi politici dominati dal clero e dai precetti religiosi (oltre cui si profilano le ombre spettrali dell’Inquisizione, dei roghi per omosessuali streghe e filosofi). E si potrebbero vedere anche le imperfezioni connesse a una narrazione ecologista.

 

Ma il darwinismo minore ci suscita una domanda perspicua: le imperfezioni di un sistema politico non sono tratti inevitabili, connessi alla struttura stessa della vita? Ovvero, un sistema vince sull’altro perché è più perfetto, oppure perché, semplicemente, un’imperfezione si è mostrata vincente – spesso anche per ragioni contingenti – sull’altra imperfezione? Per i sistemi politici andrebbe fatto il discorso che Pievani fa mettendo a confronto l’uomo di Neanderthal e Homo sapiens; il primo, come sappiamo, si è estinto. La variante Homo sapiens ha prevalso, insomma, nonostante tutte le imperfezioni che mancavano invece al Neanderthal. “La nostra imperfezione ha funzionato meglio di quella del Neanderthal” scrive Pievani. Così, nel secolo scorso “breve” l’imperfezione capitalista ha dimostrato di funzionare meglio di quella socialista… per ora. Ma certo la crisi del 2008 e l’espansione del lavoro precario mostrano quanto il capitalismo sia imperfetto. E la vittoria di personaggi come prima Mussolini e Hitler (eletti democraticamente, non dimentichiamolo mai!) e oggi di personaggi come Trump o Johnson o Modi (in India) e come forse in futuro Salvini mostrano le terribili imperfezioni della democrazia pluralista. Non a caso molti paesi oggi si volgono sempre più verso il modello neo-confuciano cinese, meritocratico e non democratico. Ma appunto, la denuncia delle imperfezioni di un sistema politico è una ragione sufficiente per scartarlo? O non si tratta piuttosto di cercare di perfezionare, finché è possibile, ogni sistema, deviando dalla narrazione ufficiale a sostegno di questo sistema? Insomma, forse sottovalutiamo sempre troppo la forza persuasiva dei nostri avversari politici, l’attendibilità dei loro progetti, malgrado le imperfezioni che essi portano.

 

6.

 

La psicoanalisi non parte da dati biologici, ma Freud partiva però da un presupposto biologico in senso lato, non adattativo (non darwiniano forte, insomma): che l’essere umano è fornito di una mente che mira essenzialmente a godere. Se la realtà non gli offre gli strumenti, gli oggetti, per godere, giunge fino ad allucinare, pur di godere. Ciò non è assurdo come si crede. Il neurologo Oliver Sacks in Allucinazioni[7] esamina le allucinazioni non psicotiche, non connesse insomma alla follia, allucinazioni che tutti potremmo avere se posti in certe condizioni (sindrome di Bonnet). Per esempio, in situazione di deprivazione percettiva o in contesti estremamente monotoni: la mente umana si fabbrica un divertimento artificiale, per dir così, allucinando. Per fortuna giungiamo di rado ad allucinare veramente, così come di rado siamo costretti al cannibalismo. Ma ciò dimostra che in ultima istanza la mente umana tende ad allucinare, il che è certamente tratto poco adattativo, dato che contrasta con quello che Freud chiamava “principio di realtà”.

 

La psicoanalisi è una teoria nata per render conto delle cosiddette psicopatologie, come nevrosi, psicosi, perversioni… La tesi freudiana è che queste “patologie” non sono deviazioni da un funzionamento normale, non sono eccezioni rispetto al perfetto funzionamento della mente, ma mettono a nudo per così dire il funzionamento intrinsecamente imperfetto della psiche umana. Perché da una parte l’essere umano punta tutto a godere (Lustprinzip, principio di desiderio-godimento), dall’altra deve pur sopravvivere adeguandosi a quel che la realtà offre. In questa continua tensione si forma l’inconscio umano, che poi è il proseguo di quel che già nel XVI° secolo aveva intuito Montaigne, citato proprio da Pievani:

 

“Io non sono mai del tutto padrone di me stesso e dei miei impulsi. Il caso è più forte di me […] Mi capita anche che, quando mi cerco, non mi trovo. E talvolta mi trovo più per caso che grazie alle ricerche del mio giudizio” (Saggi)[8]

 

“Io non sono mai del tutto padrone di me stesso” diceva Montaigne, “l’io non è padrone in casa propria” disse Freud[9]. È questa la sostanziale imperfezione dell’io, ovvero del soggetto umano: che l’io non è mai tutto se stesso, ma, paradossalmente, parte di se stesso. Ci sono alcuni pazienti cerebrolesi che sono ciechi, ma non sanno di esserlo: camminano, vanno a sbattere contro i mobili, ma non ammettono di non vedere (sindrome di Anton)… Ecco, l’io umano per Freud è come un cieco che non sa di esserlo. In sostanza, per Freud l’inconscio nasce per il fatto che vogliamo sempre godere, anche quando non possiamo.

 

Così la psiche umana è un campo di battaglia tra istanze diverse, non diversamente dalla vita biologica, come ci ricorda Pievani. “L’imperfezione in natura nasce spesso dall’esigenza di trovare compromessi tra interessi diversi (per esempio tra maschi e femmine) e tra spinte selettive antagoniste” (loc. 563). “L’evoluzione – ovvero, la storia della vita – nasce da una dialettica tra ‘unità di tipo’ (strutture morfologiche ereditate) e ‘condizioni di esistenza’ (pressioni selettive esterne), tra inerzie e vincoli storici versus situazioni ambientali contingenti.” (loc. 615) Anche la nostra mente, scrive Pievani, è come un parlamento agitato da conflitti tra varie fazioni.

 

Diciamo che Freud ha avuto il merito di mettere in rilievo le “unità di tipo” mentali, le strutture psichiche congenite, mentre prima si erano messe in evidenza solo le “condizioni di esistenza”, cioè la pressione dell’ambiente, l’adattamento, l’apprendimento, diciamo anche la razionalità che punta a far sopravvivere l’individuo, e a renderlo dominatore. La mente umana è il Parlamento delle pulsioni conflittuali, che l’esecutivo (l’io) a malapena riesce a controllare. Abbiamo portato il caso delle inutili corna del cervo, che servono solo a sedurre le femmine: possiamo dire che Freud ha voluto mettere in evidenza le “corna mentali” che smuovono gli umani, corna psichiche inutili dal punto di vista adattativo, ma quanto importanti per noi!

 

Oggi alla visione freudiana si contrappone la cosiddetta psicologia evoluzionista, molto presente nelle nostre facoltà di psicologia. La psicologia evoluzionista applica alla mente umana i criteri di quello che ho chiamato darwinismo maggiore, ovvero un criterio perfettamente adattativista; a cui combina la teoria dell’attaccamento, una teoria che – detto in soldoni – sostiene che quel che siamo deriva essenzialmente dai nostri rapporti precoci con nostra madre quando eravamo molto piccoli. Pievani ha scritto un libro proprio per demolire la psicologia evoluzionista[10]. Questa teoria si basa su un profondo fraintendimento della teoria di Darwin. Perché la domanda giusta a cui rispondere per spiegare organi o tratti psichici non è “a che cosa servono?” ma piuttosto “come si è giunti alla loro formazione?” La risposta sarà insomma storica, non funzionalista. È proprio il tipo di domande a cui cercava di rispondere Freud.

 

Da qui l’importanza della sessualità infantile. Il merito di Freud non è consistito nell’aver scoperto il segreto di Pulcinella, che cioè i bambini hanno impulsi sessuali spesso anche molto scoperti, ma nell’aver messo in rilievo una certa infantilità della sessualità umana, probabilmente effetto proprio della neotenia (la scimmia che rimane sempre bambina, di cui parla Pievani). Da qui lo sviluppo di forme di sessualità niente affatto adattative, come omosessualità, asessualità (mancanza assoluta di stimoli sessuali), perversioni, impotenza maschile, frigidità femminile, ecc. Ma basti pensare alla strana attrazione che esercita il seno femminile sugli uomini eterosessuali. Il seno femminile è troppo grande per la funzione mammaria che ha da svolgere, eppure è oggetto di solito molto apprezzato dagli uomini. L’ipotesi avanzata da Freud può essere quella giusta: che la sessualità maschile adulta è ancora ‘fissata’ al seno materno della prima infanzia, che l’uomo insomma erotizza godimenti infantili. La donna eterosessuale deve fare a meno del seno (comunque è fiera di averne uno), ma ritrova il rapporto con la mammella nel pene. Tutta la descrizione freudiana della sessualità si basa su questa sostanziale infantilità umana.

 

 

Note

 

 

[1] Gli errori di Darwin, Feltrinelli, Milano 2010. Essi sono però accusati di identificare il pensiero di Darwin con quello che chiamo qui darwinismo maggiore, ovvero con una ricostruzione completamente adattativista dell’originale teoria di Darwin.

[2] M. de Montaigne, Coltiva l’imperfezione, ed. it. a cura di F. Ferraguto, Roma, Fazi editore, 2013.

[3] https://www.rubegoldberg.com/artwork/automatic-garage-door-opener/

[4] Lettera di Darwin a Joseph Hooker nel 1856. C. Darwin (1985) The Correspondence of Charles Darwin: 1856-1857, Cambridge, Cambridge University Press.

[5] Cavalli Sforza, L’evoluzione della cultura, Torino Codice Edizioni, 2010.

[6] Su questo punto: S. J. Gould, “Capezzoli maschili e glande clitorideo” in Bravo Brontosauro, Feltrinelli, Milano 1992, pp. 125-139.

[7] Sacks, Allucinazioni, Adelphi, Milano 2013.

[8] Montaigne, cit., 2013, p. 13.

[9] S. Freud, “Una difficoltà della psicanalisi”, Opere, Vol. VIII, Bollati Boringhieri, p. 663.

[10] Evoluti e abbandonati, Einaudi, Torino 2014.

 

[Immagine: Rube Goldberg, Hot to Get Rid of A Mouse (mge)].

4 thoughts on “Elogio dell’imperfezione. Su “Imperfezione. Una storia naturale” di Telmo Pievani

  1. “ Sabato 7 giugno 2008 – Poi c’è Giorgio Israel che parla dei « nemici della scienza ». In realtà si finisce per parlare del disastro della scuola. Lui dice che ha un figlio piccolo che un giorno gli ha detto che la scuola « è facile ». Dal mio punto di vista la notizia è però soprattutto che ha un figlio piccolo – so benissimo che Giorgio Israel ha la mia età. (Poi c’è quello – Telmo – sic – Pievani – che organizza i festival, della scienza, della matematica. È visibilmente un funzionario dello Stato Culturale… ) “.

  2. 1) Mussolini non è stato “eletto democraticamente”, il potere lo ha preso con un colpo di Stato e la benevolenza della monarchia italiana
    2) Con buona pace di Montaigne, non è affatto vero (non lo è mai stato) che ogni “popolo” sia convinto d’avere il sistema politico migliore: l’esistenza della polizia e dell’esercito sta lì a ricordare che questa convinzione è propria solo di quella parte di popolo che il potere lo detiene
    3) Paragonare la molteplicità utile delle forme di vita alla molteplicità dei sistemi politici (e dedurne che dunque bisogna auspicarne il mantenimento, compresi quelli tirannici) è un paralogismo. Se ammettiamo sia vero che molteplicità significhi maggiore possibilità di sopravvivenza, allora ciò che va salvaguardata non è la varietà dei sistemi politici, ma quei sistemi politici al cui interno è possibile la maggiore varietà di posizioni ed opinioni. Cioè quelli democratici, che sinora hanno retto meglio perché più capaci di auto-riparare i propri scompensi

  3. Darwin e Lamarck

    IL bel intervento di Sergio pone in evidenza come alcuni aspetti del Darwinismo minore, lo Strutturalismo, lo Storicismo, costituiscano il filo rosso di una visione dell’uomo, che mette in evidenza “la felice possibilità dell’imperfezione” come costituente della soggettività tracciata da Freud e Lacan. Ciò resta in accordo con la legge dell’entropia, che vede nella casualità, la variabilità e la complessità dei caratteri, la precondizione di maggiori possibilità di resistere all’estinzione delle specie.
    Vorrei segnalare per mettere pepe alla discussione, un breve saggio di Darwin dal titolo “sulle specie di fiori e di animali allevati domesticamente” in cui l’autore si meravigliava del Timing veloce con cui i caratteri dall’ambiente si trasferivano alla generazione successiva, ma tale opera è passata nell’indifferenza, in quanto la cultura dell’epoca aveva interesse a distruggere Lamarck che integrare le scoperte.
    In tal modo non mi sorprende come alcune intuizioni di Lamarck che pur ignorando il decorso del n. laringeo, si era accorto come “il principio dell’uso e del disuso” insieme alle stesse osservazioni che Darwin aveva evidenziato nel saggio sulle specie di fiori….., ponessero le condizioni, perlomeno, per una messa in discussione dello stesso Principio della selezione naturale, gettando le basi di un protopensiero, che poi avrebbe dato origine un secolo dopo, allo sviluppo dell’epigenetica.
    Potremmo ritenere quest’ultima un fattore complementare alla visione natural-strutturalistica? “il Conosciuto non pensato di Bion”, si può dare come precondizione per la trasmissione epigenetica di quei caratteri acquisiti, secondo una modalità transgenerazionale in quanto epifenomeno della forclusion?

  4. L’ho letto di fretta e devo senza dubbio rileggerlo meglio, ma se è come mi sembra, si tratta di un lungo ragionamento per ricavare dalla biologia e dall’evoluzione dei principii tramite cui dare maggior valore a certe posizioni ideologiche del tutto attuali e forse persino funzionali politicamente. In sostanza, ci vedo un attacco a tutto spiano all’essere umano in quanto tale, la funzione degli organi messa in dubbio, la morte dell’individuo “ipso facto” derivante dalla riproduzione sessuata (e perché mai?!?!?!?), Freud rivalutato quando dall’epoca di Jung stesso si mette giustamente in discussione il suo pansessualismo; è giusto che la donna rinunci al seno, la sessualità maschile fissata al seno materno in modo regressivo… Non è Darwin ortodosso, ma non è meglio. Anzi. A me sembra un endorsement pazzesco , quasi provocatorio, a certe correnti odierne che non credo ci sia bisogno di indicare esplicitamente. Ci lascino morire umani e sessuati, certi studiosi. Pievani lo apprezzavo molto qualche anno fa, aveva toni molto equilibrati, ma vedo che evidentemente la Stimmung ideologica prevalente nei nostri tempi non risparmia nemmeno i migliori. Che io ne scampi.

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