di Michele Cecchini

 

Roma, dicembre 1942. Cosa sia davvero cambiato, in città, chi lo sa. Di sicuro è cambiato tutto ma non è che sempre la senti la puzza di guerra, per strada. Anzi, eviti proprio di annusarla, la strada. Ormai ci sei e ti abitui a tutto, soprattutto a camminare a testa bassa e accigliato. E più abbassi la testa e aggrotti le sopracciglia, più vai veloce e meno rischi corri, tra un posto e l’altro: casa, il panettiere – quei pochi rimasti aperti -, il posto di lavoro. Tanto, di persone in giro se ne vedono poche. Tutte hanno fretta e nessuna voglia di fermarsi a chiacchierare. Così, per la strada c’è il silenzio, insieme alla puzza di guerra. Un silenzio strano, ostile, come di quando sta per succedere qualcosa.

 

L’unico momento in cui lo sguardo si solleva, è per adocchiare il civico 54 di via delle Botteghe Oscure. Lì davvero non è cambiato niente. Anzi funziona proprio alla rovescia, rispetto alla strada: di persone ce ne sono tante, il clima è allegro. La frenesia la senti dappertutto, anche le mattonelle ghiacce dei pavimenti paiono vibrare. Soprattutto, sembra accatastarsi lì tutta la voglia di chiacchierare che si è persa per strada. Si potrebbe quasi dire che quel palazzone antico è tutto fatto di parole che funzionano da mattoni, infissi e arredamento. Gli architravi e i muri portanti sono fatti di parole con le doppie, così da renderli più robusti. Gli avverbi lunghi lunghi percorrono da cima a fondo i corridoi, le parole con le vocali aperte le trovi nei saloni, quelle con i suoni aspri se ne stanno nascoste negli angoli e sbucano fuori quando meno te lo aspetti. Le sdrucciole ti fanno lo sgambetto, quelle tronche ti lasciano lì sul più bello.

 

Insomma, una volta entrato, le parole ti si appiccicano addosso e non c’è modo di aggirarle, perché riempiono tutto il palazzo, che è un enorme contenitore di discorsi. Se per un momento, anche un istante solo, lì dentro si facesse silenzio, di sicuro il palazzo crollerebbe, con tutti i calcinacci delle x e delle y, perché c’erano anche loro, figuriamoci.

 

Chi alimenta quelle parole e a cosa sono destinate, è presto detto. Accompagnano il via vai di una miriade di individui stravaganti, dai mestieri inusuali e misteriosi: autori, direttori, sceneggiatori, dirigenti. Poi ci sono i cosiddetti ‘interpreti’, cioè personaggi incredibili a parole, ma che a vederli non lo si direbbe affatto: pirati senza uncino e senza benda, clown senza pallina sul naso, cavalieri senza spada, direttori d’orchestra senza bacchetta.

 

Camminano spediti conducendo la propria carriola di parole che seminano qua e là. Ciascuno ha con sé dei fogli con su scritte altre parole. Quando si incrociano in quei corridoi, si salutano, scambiano due chiacchiere, scherzano, ripetono delle specie di formule accompagnandole con dei cenni di intesa. Dei fogli che portano con sé a volte sono scontenti e a volte vanno orgogliosi, e sempre li agitano, quasi volessero tirarsele gli uni contro gli altri, quelle parole scritte.

 

La frenesia delle chiacchiere, seminate con la voce e con i fogli, attraversa stanze, stanzette, salottini, sale d’attesa, sgabuzzini e disimpegni, in un ribollire sempre più profondo, finché, aumenta aumenta, quelle parole finiscono per traboccare fuori dalle finestre, dai portoni, dai cornicioni e dai comignoli. Escono fuori e se ne vanno in giro come le nuvole, alla ricerca di spilloni buoni a pungerle e che si chiamano antenne. Allora le nuvole vengono risucchiate da quelli spunzoni, si infilano lì dentro, fanno mille giri fino ad arrivare all’orecchio delle persone nelle case, nelle taverne, nei posti di ristoro. Lì finisce la corsa, lì trovano pace. Allora evaporano.

 

La faccenda più o meno sta in questi termini e non c’è da farla troppo lunga: al 54 di via delle Botteghe Oscure, c’è la sede dell’EIAR. Da lì zampillano con il loro passo marziale le parole secche dei radiogiornali, colano quelle solenni nei radiodrammi, schizzettano quellle delle canzoncine.
Tutte le parole possibili per raccontare, informare, intrattenere, giocare. È il modo che quel brulichio dentro il palazzo ha elaborato per risarcire le persone del puzzo di guerra.
È sufficiente? No di certo. Ma lì dentro non è che si possa fare molto altro.

 

Ecco, proprio in quel palazzo, al 54 di via delle Botteghe Oscure, c’è una stanzina minuscola. Quasi nessuno la conosce, perché è la più lontana dall’ingresso principale. Per arrivarci bisogna salire in cima in cima, all’ultimo piano, percorrere un po’ di corridoi che stringono sempre di più, fino a togliere il fiato, per poi arrivare a un disimpegno. Di fronte, ci sono tre scalini alti alti, saliti i quali c’è una porticina. Quegli scalini sono così alti che sembrano pretendere un’ulteriore conferma: sei proprio sicuro di voler entrare?

 

Varcata questa porticina si sale una rampa stretta stretta che conduce a una mansarda. La porta che immette alla mansarda è sempre chiusa e se la lampadina rossa lassù nell’angolo è accesa, vuol dire che non si entra e bisogna stare zitti. Adesso è spenta. Solo che se si prova a bussare nessuno dirà: avanti! Non per scortesia, ma perché chi bussa mai a quella porticina. Quel toc toc è inusuale e un po’ inquietante, e ci vuole coraggio anche a dire: avanti!

 

È bene sapere dunque che quello di bussare è un atto di cortesia e nient’altro, poi bisogna fidarsi del silenzio e aprire. Il signor Silvio lo sa bene e infatti apre e lascia entrare la persona che lo accompagna. “Prego Federico, si accomodi”.

 

La stanzetta che appare dopo il cigolio della porta è quasi interamente occupata da un enorme tavolone ricoperto da fogli, foglietti, appunti, palline di carta, libriccini. Da sopra piovono, come dei giraffoni un po’ pigri, quattro microfoni rotondi, circondati da un cerchietto con la scritta EIAR, appunto.

 

Lassù in cima il puzzo di guerra non ci arriva. Forse anche per l’odore della gommapiuma che riveste le pareti. I suoni sono ovattati e se qualcuno dice qualcosa, sembra sempre importante.

 

Alla fine, ai lati della stanzetta compaiono anche due paia di occhi spalancati. Sono gli occhi di Giulia e Angelo, che siedono al tavolone, uno di qua e uno di là. In testa hanno ciascuno una cuffia così grande che sembrano due orsetti.

 

Angelo è un omone sulla trentina dentro un maglione blu e sembra sempre un po’ assonnato. Giulia di anni ne ha 21, ha fatto il teatro all’università e no, non ha l’aria disorientata di chi si chiede che cosa ci faccia lì. Anzi, da sotto la frangetta bionda sbucano due occhietti furbi e birichini. Siede in punta di sedia e in fondo alla gonnellina a fiori sbucano le ballerine. Una poggia con la punta a terra e fa da perno all’altra, che le si attorciglia attorno e rimane sospesa.

 

Giulia e Angelo conoscono il signor Silvio perché è l’ideatore del programma, ma non conoscono il tipo che è con lui, Federico. Il programma va in onda tutti i giovedì e si chiama Terziglio. Quasi alla fine c’è una rubrichetta, la loro: Le avventure di Cico e Pallina.

 

Naturalmente, Giulia fa Pallina e Angelo Cico e alla ventiseiesima puntata si sposeranno, ma questo ancora non lo sanno perché siamo alla dodicesima e al momento non sono neppure fidanzati. Giulia e Angelo scoprono settimana dopo settimana le peripezie dei loro personaggi, quando ricevono il foglio con su scritte le paroline. La mattina seguente, come stamani, c’è giusto il tempo di una prova e via. Per la registrazione è sempre ‘buona la prima’, tanto quella loro rubrichetta non è niente di che.

 

Federico invece sa già molto delle avventure di Cico e Pallina. Forse è già al corrente che alla ventiseiesima puntata si sposeranno. Ma non lo dice. Per la verità non dice nulla. Il che è strano, per uno che frequenta quel palazzo. Indossa un cappottone gigantesco, lungo lungo, e una sciarpa rossa. Ha un cappello a tesa larga che, entrando, si è subito tolto con un gesto elegante cui è seguito uno sguardo severo, accigliato, come di uno alle prese con un fastidio di stomaco. Probabilmente, il fastidio è quello dei convenevoli. Invece nessuno dice niente. Silvio sorride e invita Federico a sedersi con lui sul divanetto e a seguire la registrazione.

 

Angelo e Giulia sono in imbarazzo, perché un conto è un pubblico solo immaginato, e le paroline hanno da farne di strada, fino ad arrivare alle orecchie di ognuno; un conto sono quei due che se ne stanno lì con i cappotti ancora indosso a scrutarli con le braccia conserte come se fossero due insetti strani.

 

Alla fine della registrazione, il signor Silvio rivela che Federico è l’autore dei testi. Allora l’imbarazzo di Giulia e Angelo aumenta, perché si scoprono di colpo intimi di un estraneo. Conoscono i suoi tic, i suoi modi di dire, i suoi gusti e addirittura i suoi pensieri. Ormai quelle frasi che ricevono settimanalmente parlano un po’ anche a loro, attraverso i loro personaggi. Vedono ora quel tizio per la prima volta e se lo immaginavano diverso.

 

Il signor Silvio aggiunge che Federico è redattore della rivista Marc’Aurelio, ma per Giulia e Angelo è un dettaglio che non cambia le cose.

Federico, mentre si complimenta per l’interpretazione, osserva tra sé e sé che Giulia ha un viso interessante e dal vivo apprezza ancora di più quella vocina malinconica, che ogni tanto fa uno squillo come una giravolta.

 

Allora le chiede da dove viene. Gulia risponde dalle parti di Bologna. Federico sente aria di casa e sente pure che quella figurina esile, piccina piccina come un sassolino e con la testa a carciofo, è proprio come l’ha disegnata nella puntata iniziale: Pallina mi ricordo si sentiva un po’ troppo minuscola e perciò per sembrare più alta adoperava doppie suole di sughero. Aveva un tre-quartino di agnellone, al bar beveva sempre l’amarena e il cinema per lei era un posto dove andare dopo cena.

Giulia da ora in poi sarà per sempre Giulietta, anche se è piccina, come dicono il suo cognome e il suo personaggio: Masina Gelsomina, che aveva lasciato il paese per andare a fare il circo, proprio come Federico.

Poco dopo quell’incontro Giulietta e Federico andranno a vivere insieme nella casa della zia di lei e l’anno dopo si sposeranno.

 

Ma quella gelida mattina romana del dicembre 1942, finisce così? Lassù in cima in cima, in quella mansardina del palazzo dell’EIAR, quali parole uscirono dal palazzo?

Dopo aver cercato e rovistato, mi sono dovuto arrendere: non sono riuscito a reperire neanche una delle registrazioni di quella rubrichetta, Le avventure di Cico e Pallina. Per completezza: Angelo è Angelo Zanobini e il signor Silvio è Silvio Gigli.

Così, non mi è rimasto altro da fare che inventarmela, una puntata di quella rubrichetta. Un dialogo concluso da una filastrocca.

 

Le avventure di Cico e Pallina

 

Cico: Buondì Pallina!

Pallina: Salve a te, Cico!

Cico: Sapresti dirmi che ore sono, Pallina?

Pallina: Oh, Cico, non lo so più… Potrebbe essere un’ora qualsiasi. Di sicuro, ieri proprio in questo momento era la stessa ora di adesso.

Cico: Ma non potresti guardare l’orologio, Pallina?

Pallina: Non l’ho più.

Cico: Come non lo hai più? Quel bellissimo orologio da taschino, che tenevi legato al polso con un bel cordino bianco… Come non lo hai più?

Pallina: Ma sì, Cico. Devi sapere che ieri ero alla stazione, proprio a quest’ora qui di oggi, e mi è volato via!

Cico: Come ‘volato via’?

Pallina: Eh sì. Salutavo il treno con la mano… Ciaoooo… ed è volato, proprio come il tempo che c’è segnato sopra.

Cico: Che peccato, Pallina. Non dovevi perderlo.

Pallina: Fosse questo… Sovente mi accorgo di perdere un sacco di cose: perdo tempo, perdo la calma, perdo la faccia, perdo la trebisonda e, come suole dirsi, sto perdendo pure smalto. Ma cos’è che stavamo dicendo? Ecco, ho perso pure il filo del discorso.

Cico: A me pare tu abbia perso la bussola, piuttosto.

Pallina: Potessi tornare indietro, recupererei tutto.

Cico: Ti piacerebbe tornare indietro, Pallina?

Pallina: Come no! A chi non piacerebbe? Oh, rifarei tutto, ma proprio tutto eh! Però starei più attenta all’orologio.

Cico: Anche a me piacerebbe tornare indietro, Pallina. Tuttavia, comincerei dalla fine. Vorrei vivere tutto all’incontrario, partire dal fondo e tornare in cima alle cose. Già. Sono sicuro che, così facendo, mi gusterei tutto, ma proprio tutto.

Pallina: Cominciare dalla fine… è vero. Non ci avevo pensato.

Cico: Potremmo cominciare dai bambini, raccontando loro le fiabe, ma all’incontrario.

Pallina: Ma sì, proviamo…

 

 

Filastrocca della fiaba all’incontrario

 

E vissero tutti felici e contenti

questi, scusate, sono solo gli intenti.

Una storia siffatta, di tal monotonia

produce per forza malinconia.

Sarebbe per giunta un bel po’ inconsistente:

ai protagonisti felici non accade mai niente.

Ci vuole un inghippo, ci vuole una trama

che ingarbugli la storia tra il cavaliere e la dama.

Se lui ama lei, non è ricambiato:

c’è un incantesimo che è stato approntato.

Se lei ama lui, non si può fare:

c’è il padre di mezzo, ad ostacolare.

Sia principe ricco, oppure spiantato,

il suo desiderio è sempre frustrato.

Viaggia costui dagli Appennini alle Ande

per superare ogni prova più grande.

Sconfigge draghi, streghe e serpenti

abbatte giganti e lupi fetenti.

Vuol liberare la sua donna amata

chiusa nel castello a doppia mandata.

Chiusa lì dentro si lamenta e frigna

maledicendo l’invidiosa matrigna.

Lei è sempre bella, affascinante,

esser figlia di un re è l’altra costante.

Viveva felice quand’era piccina,

ma anche questo non dà adrenalina.

Le persone che vivono in grande letizia

mi dispiace signori, ma non fanno notizia.

Una volta raggiunto del desiderio l’oggetto

la storia perde per forza d’effetto.

Ci vuole tensione, ci vuole avventura,

creare emozioni, suscitare paura!

Solo così si può dire a chi ascolta:

“Presta attenzione, perché C’era una volta“.

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