di Sergio Benvenuto

 

La reazione immediata dei sovranisti – eufemismo nobilitante per significare neo-fascisti – alla pandemia di coronavirus è stato il riflesso tipico degli xenofobi: chiudere le frontiere, identificando il covid-19 con lo Straniero. È quel che ha fatto Trump bloccando prima di tutto le comunicazioni con l’Europa, senza far nulla all’interno. Il pericolo viene sempre da fuori, mai da dentro.

 

Si dice che questa pandemia avrebbe tolto il terreno alla propaganda dei neo-fascisti (nei quali includo Trump, Johnson, Salvini, Erdogan…). In effetti, quando chiunque può essere infetto, il pericolo non viene da fuori – dall’Africa, dalla Cina, dai mussulmani, ecc. – e nemmeno da un altro all’interno nominabile, circoscrivibile, isolabile, come lo sono stati per secoli gli ebrei in Europa. Il pericolo viene da chiunque, anche dal bambino, dal nonno, dall’amante. Come ha detto il giornalista Massimo Giannini, “Noi non siamo in pericolo. Noi siamo il pericolo.” Le opposizioni significanti basilari del nostro schmittiano essere animali politici – noi/loro, me/l’altro – saltano, tutti siamo egualmente pericolosi o egualmente salvatori, il rom non è più pericoloso di mia figlia, le categorizzazioni razziste perdono d’un colpo tutto il loro fascino mobilitante.

 

In questo quadro, non mi preoccupa che i vari paesi europei abbiano sospeso Schengen. Sarebbe stato inquietante se fosse stato una chiusura di ogni paese rispetto all’altro, in realtà non è che una delle chiusure a tutti i livelli: ciascun cittadino si chiude all’altro.

 

Scrive Giorgio Agamben, filosofo molto illustre:

 

Ancora più tristi delle limitazioni delle libertà implicite nelle disposizioni è, a mio avviso, la degenerazione dei rapporti fra gli uomini che esse possono produrre. L’altro uomo, chiunque egli sia, anche una persona cara, non dev’essere né avvicinato né toccato e occorre anzi mettere fra noi e lui una distanza che secondo alcuni è di un metro, ma secondo gli ultimi suggerimenti dei cosiddetti esperti dovrebbe essere di 4,5 metri (interessanti quei cinquanta centimetri!). Il nostro prossimo è stato abolito.

 

È difficile immaginare una reazione altrettanto superficiale. L’epidemia in effetti rovescia i cliché, secondo cui se amo il mio prossimo lo devo abbracciare, baciare, stringermi a lui o a lei come sardine… Oggi mostro affetto per l’altro proprio tenendolo a distanza.  È questo il paradosso che fa saltare tutti i pigri schemini ideologici (ideologico non in senso marxista), di sinistra e di destra, per non dire di quelli populisti.

 

La propaganda edificante di politici e media fa appello al nostro egoismo oltre che al nostro altruismo: “se eviti gli altri, proteggi gli altri ma anche te stesso.” Ora, questo spesso non è affatto vero. Si sa che i giovani possono essere infetti come tutti, ma è raro che si ammalino; tutti sappiamo che questa pandemia è un senilicidio, che le persone veramente a rischio sono quelle dai 65 in su.

 

Un mio giovane amico mi tiene a distanza di almeno tre metri, e mi sorride. Apprezzo molto quel suo non-gesto, perché so che, soprattutto, lui sta proteggendo me, che sono vecchio. È vero, sta proteggendo anche gli anziani di casa sua, suo padre, sua madre… Comunque gli sono grato. Più l’altro conserva una distanza da me, più lo sento vicino. Perciò Agamben non ha capito nulla di quel che sta succedendo nella molecolarità delle relazioni umane.

 

Al contrario, i giorni scorsi ho incontrato varie persone che non rispettavano la distanza di sicurezza dagli altri, senza guanti né mascherina, si dicevano scettici sulla gravità del morbo… Ho potuto constatare dai loro discorsi che erano persone sostanzialmente ciniche, nel fondo asociali. Chi è socievole oggi non sta in società.

 

Un clown grottesco come Boris Johnson ha detto ai britannici “Preparatevi a perdere molti dei vostri cari prematuramente”. Ma perché non rivolgersi anche ai morituri, e dire “preparatevi a perdere la vita”? Come se la morte fosse sempre e solo la morte dell’altro. Forse voleva dire “preparatevi a perdere i vostri anziani….”  Per BoJo, chi morrà, chi ha tutte le carte in regole per morire, perde anche la qualità di interlocutore, non è nemmeno più un “tu”. L’Italia ha deciso diversamente: di andare in quarantena, di paralizzarsi economicamente, per proteggere i propri seniores.  Tra i quali c’è anche Agamben, nato nel 1942. Sento qualcosa di eroico in questa strenua difesa di chi non ha molto da vivere.

11 thoughts on “Chi è socievole oggi non sta in società

  1. “ Giovedì 11 marzo 1999 – Mi dice il matto della biblioteca: « Il mio zio mi diceva sempre: “ Tu sei socievole “ ». E poi continua a ripetere: « Sei socievole… sei socievole… sei socievole… ». D’altronde si sa: è matto. Alla fine mi convinco che la socievolezza è una cosa da matti. “.

  2. ” Perciò Agamben non ha capito nulla di quel che sta succedendo nella molecolarità delle relazioni umane.! (Benvenuto)
    D’accordo. [1] Ma lei, Benvenuto, ha capito quello che sta succedendo o potrebbe succedere a livello “macromolecolare” (politico o geopolitico)? Perché staccare i due livelli se restano, secondo me, interdipendenti? O addirittura tacere su quello meno visibile?
    Cosa accadrà nei rapporti economici mentre noi , chiusi in casa, rispettiamo ubbidienti e fiduciosi “la distanza di sicurezza dagli altri”? E si doveva arrivare proprio a questo punto?

    P.s.
    [1] Questa la mia posizione sulla dichiarazione di Agamben che ho espresso discutendo su FB in una discussione:

    Agamben. La sua presa di posizione (su “il manifesto”) è criticabile per alcuni aspetti ma va considerata con attenzione. I rischi politici di deriva autoritaria, sullo spunto REALE dell’epidemia/pandemia da coronavirus, si sono ingigantiti e non vanno sottovalutati o taciuti. Invece di commentarla scandalizzati o sprezzanti, si potrebbe anche interpretarla al meglio. Come fa questo PANAGIOTIS SOTIRIS (http://www.euronomade.info/?p=13095). Inoltre non è il solo a esprimere certe preoccupazioni. In modi più blandi, “educati”, istituzionali, vengono adombrate persino dalle pagine de L’AVVENIRE (https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/cos-le-norme-contro-il-virus-possono-rievocare-il-dictator?fbclid=IwAR2oHEUPmsjTEbL2iLrDEaNmWtqOZRRvkbEzZ81ygj17bAtJmMcUF3NgSs4).

  3. Forse è prerogativa di filosofi “molto illustri” – ma anche meno illustri o aspiranti tali – preoccuparsi – non so con quanta genuina pena – di una eventuale “degenerazione dei rapporti fra gli uomini” ironizzando sulle limitazioni “implicite nelle disposizioni” – 1 metro o 4,50 di distanza? – e non vedere o non menzionare la gigantesca prova di solidale maturità che sta dando il popolo italiano, pur con sbavature e limiti. La stragrande maggioranza delle persone sa comportarsi in modo assai più intelligente di quanto alcuni intellettuali ritengano. E, o per fede o per “cultura”, sa che la massima evangelica “Ama il prossimo tuo come te stesso” significa che, per amare gli altri, occorre in primo luogo voler bene a se stessi. E oggi sta dando una prova concreta di questa antica sapienza… in barba di chi, mentre oggi si muore, teme future derive autoritarie…

  4. “ 18 marzo 2020 – Ho appena sentito un questurino che diceva che « bisogna controllare il nostro vicino ». « Distanziamento sociale » ‘sti c… “.

  5. “Se non vi fosse esigenza, ma solo necessità, non potrebbe esservi filosofia. Non ciò che ci obbliga, ma ciò che ci esige; non il dover-essere né la semplice realtà fattuale, bensì l’esigenza: questo è l’elemento della filosofia.”

    Giorgio Agamben, Sul concetto di esigenza, in Cos’è la filosofia, Quodlibet, Macerata, 2016 p.49

  6. “la gigantesca prova di solidale maturità che sta dando il popolo italiano, pur con sbavature e limiti” (Ottaviani)
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    E già, sono soltanto alcuni filosofi “molto illustri” (ma da strapazzo) a preoccuparsi di “una eventuale “degenerazione dei rapporti fra gli uomini” “ o a chiedersi gufando: ” Sarà un 8 settembre?”.
    Quanta brutta retorica nazionalista sta tornando a galla! E con quanta disinvoltura si coprono superficialità, inadempienze, corruzione, cinismi e disorganizzazioni delle Istituzioni, sventolando persino la”massima evangelica “Ama il prossimo tuo come te stesso”!
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    Ecco la cronaca di come in un luogo concreto ( Alzano Lombardo) di questa Italia, che gonfiando il petto canta l’inno di Mameli, è stato “amato” il “prossimo”:
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    Coronavirus Anno Zero, quel 23 febbraio all’ospedale di Alzano Lombardo: così Bergamo è diventata il lazzaretto d’Italia
    Di Francesca Nava
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    Stralci:

    1.

    E c’è solo una domanda che mi gira in testa: perché Bergamo è diventata il lazzaretto d’Italia? Che cosa non ha funzionato? Osservando la mappa del contagio a livello provinciale ci si accorge che il focolaio lombardo (il secondo dopo quello di Codogno) è divampato da una zona ben precisa in Val Seriana, da un piccolo comune che dista meno di sei chilometri da Città Alta. Si chiama Alzano Lombardo e insieme a Nembro detiene il triste record della più alta incidenza di contagi da coronavirus di tutta Europa. Ma andiamo per ordine.

    2.
    Domenica 23 febbraio, nel pomeriggio, due giorni dopo lo scoppio del primo focolaio di Codogno, vengono accertati due casi positivi di Covid19 all’ospedale “Pesenti Fenaroli” di Alzano Lombardo, almeno uno di loro passa dal pronto soccorso, un luogo angusto e affollato. L’ospedale viene immediatamente “chiuso”, per poi riaprire – inspiegabilmente – alcune ore dopo, senza che ci sia stato “nessun intervento di sanificazione e senza la costituzione nel pronto soccorso di triage differenziati né di percorsi alternativi”, come denunciano due operatori sanitari che chiedono l’anonimato.
    3.
    “Nei giorni successivi – si legge nella loro lettera pubblicata da Avvenire – si apprende che diversi operatori, sia medici che infermieri, risultano positivi ai tamponi per Covid19, molti di loro sono sintomatici”. Ma le disposizioni cambiano velocemente e pochi giorni dopo “tutti i contatti stretti delle persone accertate positive non vengono più sottoposti a tampone se asintomatici”. Come pensare quindi di delimitare il contagio, isolando i possibili vettori? Si chiedono i due operatori sanitari dipendenti della struttura ospedaliera. La domanda ce la poniamo anche noi.
    4.
    Soprattutto perché la maggior parte delle persone transitate nell’ospedale e nel pronto soccorso quella domenica di fine febbraio, una volta uscite – senza essere né diagnosticate, né isolate e ignare dei casi positivi riscontrati – sono tornate a casa dalle proprie famiglie, il giorno dopo sono andate in ufficio, in fabbrica, a fare la spesa, in palestra, al parco, al bar a fare l’aperitivo, si sono mosse liberamente per il comune, per la provincia e la regione, altre sono anche andate a sciare, magari a Valbondione (località sciistica in provincia di Bergamo) dove, guarda caso, si sono registrate impennate di contagi da coronavirus nei giorni successivi. Le scuole sono già chiuse da alcuni giorni in tutta la Lombardia, ma la gente continua a lavorare e soprattutto a uscire.
    5.
    Intanto nell’ospedale di Alzano Lombardo si ammalano un po’ tutti: dal primario, ai medici, dagli infermieri ai portantini. Ci sono addirittura pazienti che entrano con una frattura ed escono morti positivi a Covid19. E con l’aumento dei casi, aumenta anche la voglia di denunciare. Un’altra infermiera si sfoga con il quotidiano locale Valseriana News: “noi stasera siamo di guardia al pronto soccorso con un medico positivo al tampone – racconta la donna con voce concitata al telefono – e nessuno lo allontana, gli hanno dato ordine di rimanere qui fino a domani mattina, indossando la mascherina. Rischio il posto di lavoro a dire queste cose, ma sono stanca di essere presa per i fondelli, ci sono mille raccomandazioni e poi mi metti di guardia un medico che sai che è positivo!”.
    Insomma, in barba al buon senso e a qualunque criterio logico di protezione, dall’ospedale di Alzano il contagio si allarga a macchia d’olio a tutta la provincia. “Anche noi siamo rimasti attoniti da quello che è successo quella domenica pomeriggio all’ospedale – mi dice il sindaco di Alzano Lombardo, Camillo Bertocchi – consideri che la mattina stavamo decidendo se festeggiare o no il carnevale e il pomeriggio ci sono stati i primi due casi”.
    6.
    Ma la gravità della situazione emerge chiaramente una settimana dopo, quando si inizia a vedere un aumento esponenziale dei contagi, soprattutto nel vicino comune di Nembro e sono in molti nella valle a chiedere una zona rossa come quella di Codogno. “Abbiamo capito da subito che la situazione era seria – continua il sindaco Bertocchi – e infatti insieme ad altri sindaci abbiamo emesso immediatamente delle ordinanze urgenti per stringere le maglie di quella ministeriale. Non so se si ricorda ma nella stessa città di Bergamo si invitava la gente a tornare nelle strade a sostenere le attività, a prendere i mezzi pubblici, mentre noi consapevoli della criticità avevamo preteso fermezza. È stato un momento non semplice, perché i nostri operatori e commercianti si chiedevano perché la gente a Bergamo potesse fare ciò che voleva, mentre il sindaco di Alzano li costringeva a chiudere a una determinata ora. Per il semplice motivo che noi avevamo inteso la gravità e il principio era: regole rigide subito per uscirne il prima possibile”.
    E invece oggi Alzano Lombardo conta oltre 50 morti in tre settimane, sette volte la media. “Più che le fabbriche bisognava fermare tutto quello che succedeva intorno alle fabbriche, penso ai locali, ai ristoranti, la vita è continuata in maniera normale, supermercati pieni, assembramenti in piazza, questo tra il 23 febbraio e l’8 marzo. In Val Seriana la gente continuava a viver come prima.
    7.
    Quando è uscito il decreto ministeriale del primo marzo, nel quale si diceva che le società sportive potevano continuare a restare aperte – stigmatizza Bertocchi – noi lo abbiamo visto come una cosa folle, tant’è che abbiamo chiamato le società sportive e gli abbiamo detto: il decreto vi da la possibilità di restare aperte, ma noi vi invitiamo ad astenervi dal farlo. Qua giocano migliaia di ragazzi, abbiamo squadre di pallavolo, calcio, pallacanestro. La norma aveva introdotto una sorta di lassismo dicendo, va bene potete continuare a fare sport, e noi a ripetere: ma allora non avete capito la situazione! È grave, dal governo non ci date la possibilità di fare delle ordinanze e allora chiediamo un atto di responsabilità ai nostri cittadini”.
    8.
    I giorni antecedenti all’8 marzo – data di chiusura della Lombardia – sono stati tesissimi. “Abbiamo cercato risposte – mi spiega il sindaco di Alzano – e non le abbiamo avute: né dal governo, né dalla prefettura, non abbiamo capito perché si siano aspettati tutti quei giorni. In quei 4 giorni la gente era più interessata a capire se c’era o no la zona rossa e non era interessata a contenere i contagi. Non c’era la percezione del pericolo e questa incertezza non ha giovato alla nostra missione che era quella di contenere l’epidemia. Arriverà il momento in cui capiremo che cosa è successo”.
    9.
    E per capire davvero che cosa sia successo tra il 23 febbraio e l’8 marzo, per capire per quale motivo non si sia sigillata subito (come approvato anche dall’Istituto Superiore di Sanità) una zona infetta di soli 25 mila abitanti – evitando magari di chiuderne una da 11 milioni prima e da 60 milioni dopo – dovremmo considerare anche l’altro aspetto centrale di tutta questa storia, quello economico. Creare subito una zona rossa tra Alzano Lombardo e Nembro avrebbe significato bloccare quasi quattromila lavoratori, 376 aziende, con un fatturato da 700 milioni l’anno.
    10.
    “Un danno incalcolabile per il nostro territorio, un enorme dramma per il nostro tessuto economico”, diceva il sindaco Bertocchi due settimane fa quando, invocando la zona rossa, chiedeva comunque ambiguamente di mantenere la circolazione delle merci. Il termometro della preoccupazione è rimasto altissimo per giorni in questa valle produttiva. Colossi come la Persico Group (nota per gli scafi di Luna Rossa per l’America’s Cup) o la Polini Motori si sono trincerate dietro un no comment.
    11.
    Eppure sono molti gli imprenditori che hanno palesato il timore che un isolamento forzato del loro territorio li avrebbe danneggiati irrimediabilmente. L’unica cosa che ci è data sapere oggi sono i numeri incontrovertibili di questa battaglia, messi lì a dimostrarci tutti i nostri errori. Quali siano lo capiremo, forse, a epidemia passata. Intanto la direzione sanitaria dell’ospedale di Alzano Lombardo mi ha comunicato di “non ritenere opportuno in questo momento rispondere” alle mie domande. Hanno altre emergenze da gestire e da una settimana lo fanno anche con l’ausilio dell’esercito.

    (https://www.tpi.it/cronaca/coronavirus-caos-ospedale-alzano-lombardo-cosi-bergamo-epicentro-pandemia-20200317567879/?fbclid=IwAR0B8-TuHNV0FiqCKJOJaL79SY59XWW48HSvBgKTrR0hZzceaNQDQ8CyzC4 )

  7. L’equiparazione tra sovranismo e fascismo svela, da subito, la caratura intellettuale di Benvenuto. Un Obbediente fino all’assurdo. Che vorrebbe le case chiuse e le frontiere aperte. Disperatamente aggrappato all’antidemocratica dell’UE. Buona obbedienza.

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