di Sergio Benvenuto

 

Attualmente politici, filosofi, moralisti, giornalisti, ripetono in Italia la stessa cosa: “Questa sarà un’occasione per renderci migliori!”

 

Ricorrente idea consolatoria: pensare che se si attraversano catastrofi, tragedie, guerre, flagelli, poi si sarà migliori. Le traversie temperano il carattere, si diceva un tempo. Ad esempio, il fatto che i contatti ravvicinati tra persone siano oggi ridotti al minimo – così si canta – ci darà più voglia di contatti umani, di socievolezza, di essere-con nel futuro… Si ripete che proprio questa estrema privazione di contatto fisico ci insegnerà a dare grande importanza al tocco, quando tutto questo sarà passato: avremo molta più voglia di baci, abbracci, pacche sulle spalle, prenderci a braccetto… In questa mielosa retorica – forse necessaria per dar coraggio alle masse – si dà per scontato che le esperienze dolorose ci migliorino. Cosa niente affatto scontata. Certo, nei momenti più drammatici un popolo sembra diventare tutto eroico, come durante i bombardamenti dell’ultima guerra alcuni andavano nei ricoveri cantando.

 

Ma è vero che il dolore migliora tutti? Ho forti dubbi. I tedeschi nella 1° guerra mondiale ebbero una caterva di morti, ma quindici anni dopo la fine della guerra dettero tutto il potere a Hitler e andarono dritti vero una guerra molto più devastante. I popoli non imparano dall’esperienza. I singoli ancora meno.

 

Dopo la catastrofe, tutto si dimentica. Il momento dell’effervescenza patriottica prima o poi finirà – speriamo che finisca dopo la fine dell’epidemia – e si tornerà agli usati vizi, all’abituale meschinità. Pochi sapranno trarre da quest’esperienza conseguenze che andranno al di là dell’emergenza, la massa ritornerà a essere quella che era: agitata dalle solite per lo più immaginarie passioni. Le tragedie possono migliorare alcuni, è vero, ma possono anche peggiorare molti altri.

 

Noi intellettuali che siamo pagati per pensare, dobbiamo evitare la tentazione zuccherosa dell’auto-congratulazione.

 

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Come ogni psicoanalista sa, le credenze inconsce – le cose a cui non sappiamo di credere – sono spesso più forti delle credenze consce, acquisite informandoci e istruendoci. Le reazioni di tanti ai pericoli del coronavirus hanno reso evidente una convinzione inconscia molto radicata: che, nel fondo, i bambini sono i deboli, i vecchi sono i forti.

A casa di mia figlia si è rotto il boiler, non ha più acqua calda. Chiama l’idraulico, il quale però tentenna… “ho dei figli piccoli in casa” dice incerto. Ha paura di infettarli. Per lui, come per tanti altri, bisogna proteggere soprattutto i bambini. Si sa invece che i bambini non vengono colpiti dalla malattia, anche se prendono il virus. Se l’idraulico avesse detto “ho in casa una nonna anziana”, la sua titubanza avrebbe avuto senso. Tutti, bambini inclusi, sono una minaccia per gli anziani. Se hanno chiuso le scuole in mezzo mondo, non è per proteggere i giovani, è per proteggere gli anziani che vivono con loro.

 

Ho continuamente esempi di questo fraintendimento. Eppure tutti noi in Italia ormai siamo esperti di coronavirus, molti di noi hanno straletto su questa epidemia. Tutti dovremmo sapere che l’età media dei decessi in Italia è di 79 anni, che più si è giovani meno si hanno possibilità di ammalarsi. Quello del covid-19 è un senilicidio.

 

È un riflesso atavico, darwiniano, a farci pensare che i più fragili siano sempre i bambini? Può darsi, ma credo che l’equivoco abbia ragioni più inconfessabili e contorte.

 

Ci si preoccupa per i bambini e non per i vecchi perché nel fondo ci si augura che i vecchi muoiano. “Hanno fatto la loro parte” suol dirsi con bonomia. I vecchi sono un fardello per i più giovani. Soprattutto in paesi come l’Italia, dove il tasso di anziani aumenta ineluttabilmente, dove sembra sempre più che si lavori per elargire pensioni.

 

Ma allora perché questa epidemia fa tanta paura anche a chi anziano non è? Perché la propaganda dei media, ovvero dello stato, ripete senza sosta: “Non crediate che muoiano solo gli ultra-settantenni. Tanti giovani si ammalano e muoiono!” Si intervistano medici e infermieri che lo confermano. Il fatto che il paziente 1 italiano, Mattia, abbia 38 anni, calza a pennello: è l’incarnazione dell’evidenza che anche un giovane possa ammalarsi seriamente.

 

Lo stato, in posizione di saggio patriarca, tende a spaventare tutti i cittadini, di ogni età: perché è solo se ciascuno ha paura per sé che la terza età può essere isolata e salvata. Facendo credere che tutti sono a rischio, li si tiene lontani dai vecchi.

 

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Non appena in un paese la gente comincia a realizzare che quella del covid-19 non è solo un’influenza, molti assaltano i supermarket, e fanno incetta – prima di ogni cosa – di carta igienica. Forse questo è stato meno marcato in Italia, dove anche una catapecchia ha il bidet. Ma il bidet è raro nel resto del mondo. Perché la carta igienica è il primo bene di cui si paventa la penuria?

 

Perché per molti un’epidemia è connessa soprattutto alla sporcizia, a qualcosa di impuro. E cosa c’è di più sporco delle feci? Un’antica teoria associa l’epidemia a una mancanza di igiene. Durante i colera si evitava soprattutto la carne di maiale, in quanto il porco è figura paradigmatica del sudiciume. E così la stretta correlazione tra topi e peste.

 

Così, una delle leggende che in questi giorni imperversa sugli smartphones è che il coronavirus passa essenzialmente attraverso le suole delle scarpe. Che quando si torna a casa occorre togliersi le scarpe e lasciarle fuori la porta. Questo perché il virus resterebbe sul selciato per molte ore… Anche qui la connessione tra la sporcizia dell’asfalto e il contagio appare stretta. Non si pensa piuttosto che trasporto elettivo del covid sia il bacio dell’amata, la fraterna stretta di mano, il bicchiere pulitissimo da cui si beve in due.

 

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Quello che turba molti, è il fatto che in un’epidemia conti la statistica, e questi molti detestano le statistiche. Eppure sono quelle che dicono veramente come stanno le cose. Ora, il dato più importante per valutare l’impatto del coronavirus nelle varie regioni non sono i numeri assoluti, ma il paragone con i deceduti per normali influenze l’anno scorso, o gli anni precedenti; ma è proprio questa la statistica che non si trova. Per esempio, oggi alcuni mi dicono terrificati che nel Lazio (la regione dove abito) ci sono stati finora poco più di 100 morti per covid. Faccio osservare che occorrerebbe sapere qual era la mortalità nello stesso periodo nel Lazio l’anno scorso, per esempio, per complicazioni polmonari dovute a banale influenza. Potrebbe risultare che la mortalità quest’anno è aumentata in regione in modo irrilevante. Questo ragionamento però risulta subito impopolare: mi si accusa di voler sottovalutare l’epidemia! Cerco di spiegare che questi confronti statistici sono invece i soli che possano darci la dimensione differenziale, quindi reale, dell’epidemia.

 

I numeri a molti non piacciono, perché, dicono, sono “inumani”. Ma è proprio il rifiuto dell’inumanità dei numeri a creare, spesso, innumerevoli e inumane catastrofi.

 

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Soprattutto i primi giorni di blocco del paese, c’è la voglia di trasformare la clausura imposta in festa patriottica: bandiere italiane, persone che dai balconi urlano “Vita l’Italia!” o cantano l’inno nazionale… Da sempre, ho trovato indigesto il patriottismo, ma in questo caso non mi dispiace: il paese è in guerra contro il virus, è inevitabile che in stato di belligeranza si ritrovi un significante unificante, Italia.

 

Ma se il blocco fosse stato emanato simultaneamente in tutta l’Unione Europea, avremmo sentito gridare “Viva l’Europa!”? Ne dubito. Non esiste in Italia alcuna identificazione patriottica all’Europa. E poi ce la prendiamo con i leader europei, che sarebbero grigi burocrati: come possono non esserlo, quando nessun italiano si sente prima di tutto europeo? Se un leader non incarna un significante entusiasmante, sarà sempre grigio e burocrate.

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Tra i servizi considerati indispensabili, e che quindi non chiudono per il blocco, ci sono le tabaccherie e le profumerie. Ovvero, lo stato riconosce il tabagismo come una tossicodipendenza legittima; molti, rimasti senza sigarette, potrebbero avere gravi crisi di astinenza. Stessa cosa per gli alcolici, anch’essi generi di prima necessità – soprattutto per gli alcolizzati. Obliquamente, lo stato ammette le tossicodipendenze, ne riconosce la perentorietà. Non si curerà invece delle crisi di astinenza di eroinomani, cocainomani, fumatori di crack… Costoro magari potranno incontrare il pusher a un angolo di strada, entrambi con una borsa per la spesa in mano.

 

I profumi sono essenziali, soprattutto in epoca di umiliante reclusione (ogni clausura è un’umiliazione del proprio libero arbitrio): sono il dono più elementare che si possa fare a una persona, in particolare a una donna. Come i fiori, e mi chiedo perché i fiori non siano considerati, anch’essi, generi di prima necessità affettiva. I fioristi dovrebbero restare aperti. Pochi doni veri, non utilitari, devono essere possibili: un profumo, dei fiori. Sono quel bel niente che si dissipa prestissimo, e che conferma, parafrasando Lacan, che l’amore è dare all’altro quello che non c’è.

 

L’emergenza ci rivela l’essenzialità di cose che non avevamo pensato fossero tali. A casa mia si rompe sky, chiamiamo il numero verde: con straordinaria solerzia, sky ci insegue sui telefonini, il giorno dopo viene il tecnico ad aggiustarci la TV tenendo la mascherina. La televisione e internet, che tanti filosofastri hanno attaccato come modi di alienazione, si rivelano invece generi di prima necessità, il pane e il vino per soddisfare la fame di vita.

 

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Anche i giornali sono considerati servizi essenziali, i giornalai restano aperti. Ma ormai i giornali non si leggono on line? Non ci si informa sulla rete? Sì, ma i più anziani sono rimasti attaccati al rito dello sfogliare il quotidiano di carta. I giornalai aperti consolano i vecchi di essere la popolazione veramente a rischio.

 

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Amici mi dicono: “Ti invidiamo perché hai un cane!” Se si porta un cane a passeggio, si suppone per fargli fare pipì e pupù, questo vale da autocertificazione. Se si porta un bambino a passeggio, la cosa invece crea problemi. In effetti, un bambino contagia eccome, un cane no. Si dice che i cani sostituiscano i figli per chi non ne ha, ma ormai i cani sono figli più affidabili dei bambini stessi.

 

Nei social è virale (guarda caso da tempo è in uso questo aggettivo!) la battuta: “I cani sono sottoposti a un forte stress. Passano da uno all’altro, e non sanno più che cosa devono pisciare…” Si suppone sempre un poliziotto-Superio che ti segua dietro le spalle e che ti dica burbero: “Ma il suo cane non piscia?”

 

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Stupore generale per come gli italiani – popolo così individualista, disobbediente, “cinico” come diceva Stendhal, che pur si sentiva italiano – abbiano obbedito alle leggi ferree emanate dal governo. Il 70% della gente condivide le misure governative, molti altri ne vorrebbero di ancora più stringenti. Perché così poco mugugno “populista”?

 

Perché la quarantena colpisce tutti, anche i ricchi e i potenti. E tutti sono esposti all’infezione, anche i ricchi e i potenti. Non c’è spazio, insomma, per invidia sociale, per il rancore contro chi ha di più. Il fatto che alcuni politici, come Nicola Zingaretti, si siano dichiarati positivi al virus li rende più vicini, più “umani”.

 

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Si discute molto se tra le “necessità improrogabili” ci sia anche quella di andare dall’amante, dal fidanzato o dalla fidanzata. Restare “in casa” significa starsene con il proprio convivente. Ma con l’amante con cui non si convive? La quarantena impone anche astinenza sessuale per molti.

 

Una donna ha preso il taxi per andare dal suo amante, il quale vive solo ma ha anche una fidanzata, con cui non convive. Se la polizia l’avesse fermata, avrebbe detto che andava a chiedere un prestito, il che era vero: avendo dovuto chiudere la sua attività, aveva bisogno di soldi. Al che un poliziotto prussiano avrebbe potuto replicare: “Perché non si fa fare un bonifico on line sul suo conto bancario?”

 

Siccome una “necessità” può sempre essere confutata come necessaria, tutti ci sentiamo, almeno potenzialmente, dei trasgressori.

 

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Ci sono molte persone in bilico tra vari amori e varie “coppie”. Non è chiaro chi sia la moglie o il marito, chi la fidanzata o il fidanzato, chi l’amante, e se ci sia o no “coppia” tout court. Dove e con chi si è deciso di trascorrere la quarantena interminabile – o dove “ci si è trovati” a trascorrerla – è così una sorta di giudizio di Dio: LA PERSONA SCELTA è il proprio vero compagno o la propria vera compagna. Se la persona scelta è il papà, o la mamma, o la zia…, questo rivela la verità profonda di chi sia il proprio “partner”. Se si decide di passare da soli la quarantena, è perché, nel fondo, il vero compagno, quello da cui proprio non ci si può separare, è se stessi.

 

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La pandemia è un vivaio di leggende metropolitane, oggi dette fake news. Ogni epidemia fabbrica i suoi untori, incolpare un virus non basta: ci vuole anche la colpa umana. Trump, non si sa se perché molto furbo o molto imbecille (talvolta le due qualità coincidono), a lungo scarica tutta la colpa dell’epidemia sui cinesi, parla di “virus cinese”, ponendo se stesso come salvatore dal pericolo giallo. Da noi si mormora di oscure manovre politiche e militari… Gira la fake theory secondo la quale gli americani sarebbero in Europa per fare la guerra alla Russia, che i soldati americani sarebbero vaccinati contro il covid-19 (l’America ha il vaccino ma finge di non averlo)…. e non vado avanti sulla linea di questo delirio.

 

È desolante notare che portavoce di dicerie paranoidi non sono solo persone umili, ignoranti, ingenue, ma anche medici, biologi, intellettuali, psicoanalisti…

 

Il mio medico di base salutandomi fa strane allusioni a qualcosa, ma questa volta non mi sento di estorcere quel che c’è dietro queste allusioni, dato che lei non chiede di meglio che le venga estorto. Talvolta questi Loro sono avvolti nelle brume, quasi impronunciabili – come l’Innominato di Manzoni –, Loro fluttuano negli interstizi dei discorsi con “non a caso questa epidemia…”, “c’è qualcuno che sa…”, “dietro tutto ciò…” È come i deliri paranoici, che cominciano talvolta con una perplessità diffusa, imprecisa, nebulosa, per assumere poi i tratti precisi, inequivoci, di quel persecutore, con nome e cognome, persona più vicina o più lontana che mai. Le paranoie collettive – che sono il pane quotidiano della politica, delle credenze sociali, di gran parte di quello che crediamo di sapere – sono forse una chiave per capire le paranoie individuali, e non viceversa come si crede: il paranoico assorbe discorsi, li coagula provvisoriamente secondo il proprio clinamen personale, è una cassa di risonanza di enunciati che lo attraversano. E non sempre è solo ripetitore: talvolta anche crea di sana pianta. Ma crea qualcosa che va detto alle altre voci…

 

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Si dice che una ventina di persone siano morte in Iran perché, spaventate dall’epidemia, hanno bevuto alcool denaturato. L’alcool da bere in Iran è proibito, per cui era l’alcool disinfettante quello a disposizione. Avrebbero fatto lo stesso se avessero avuto a portata di mano una bottiglia di vodka?

 

Qualcosa di simile è accaduto durante la rivolta delle carceri in Italia dopo che le visite ai detenuti sono state sospese per il coronavirus. Molti carcerati sono morti perché, impossessatisi della farmacia, hanno trangugiato a caso varie medicine come cura preventiva, o del metadone. È come se il medicinale in quanto tale avesse un potenziale terapeutico universale indipendentemente dalla malattia di cui è il rimedio, un po’ come tanti vanno a Lourdes per qualsiasi malattia.

 

Non è irrilevante che gli iraniani abbiano bevuto qualcosa di peccaminoso per la religione mussulmana. Ovvero, la medicina in questo caso funziona da pharmakon, termine che in greco antico significava sia farmaco che veleno. Quegli iraniani hanno pensato, grazie a un’associazione vertiginosa, che ciò che è vietato come veleno morale, l’alcool, in quel caso funzionasse come farmaco toccasana. Nello “stato d’eccezione” sanitario la sostanza malefica si rovescia in ultima ratio benefica.

 

Questo mi ricorda un gesto di mia nonna materna nel 1958, quando l’Italia fu colpita da un’epidemia di poliomielite che prendeva soprattutto sui bambini. Avevo dieci anni, e una sera credetti di sentirmi male – o forse era l’angoscia dell’epidemia a indurmi un malessere metaforico. I miei si preoccuparono, volevano chiamare il medico. Mia nonna, che abitava con noi, corse in cucina e tornò con un bicchierone pieno di vino rosso da offrirmi. Scena inusitata, perché mia nonna era astemia, e non apprezzava il fatto che mio padre mi avesse già iniziato ai piaceri del vino come parte dell’educazione virile che lui voleva impartirmi. Insomma, la nonna virtuosa mi stava portando un liquido vizioso, che io trangugiai pensando che la nonna detenesse un sapere virologico.

 

Perché questo gesto osé della nonna? Quali strane metonimie le hanno fatto pensare che quel bicchiere di vino fosse un salvavita? Come per gli iraniani, funzionava una logica del rovesciamento significante: in stato d’eccezione, il veleno diventa farmaco. Ma forse funzionava anche, sotto sotto, l’idea che essendo vicina la morte, bisognava concedere al morituro quel piacere proibito che normalmente gli si vieta. Così come classicamente al condannato che va verso il patibolo si offre un bicchiere di champagne. È come se il sogno segreto di quegli iraniani fosse stato sempre quello di scolarsi una bottiglia di vino, e forse era anche il desiderio segreto di mia nonna: ora, nel confronto con la morte, la soddisfazione del desiderio proibito diventava ipso facto il rimedio alla morte.

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In questi frangenti epidemici il primo ministro Conte e il suo governo godono di massima popolarità. Ed è vero che molta gente comune esprime anche a voce la propria ammirazione per un governo che ha saputo fare delle scelte impopolari e ardite, come quando Churchill promise ai britannici “lacrime e sangue”. Ma Conte e i partiti che lo sostengono commetterebbero un grosso errore se credessero che questo è merito loro, perché finora hanno gestito bene la crisi. Anche se l’avessero gestita male (cosa che si appurerebbe alla fine del processo, non quando questo è in corso) sarebbero ora molto popolari lo stesso. Per una ragione molto semplice: che quando accade in un paese una catastrofe percepita come molto grave, e soprattutto percepita come proveniente dall’esterno, la reazione scontata di un popolo è il suo stringersi attorno al suo capo.Accade così che in questi giorni Trump goda di un tasso di approvazione molto più alto di quello suo solito (basso). Eppure Trump ha negato a lungo la gravità dell’epidemia, non ha preso nessuna misura (anche se in USA per la salute sono responsabili gli Stati e non il governo federale). E un discorso analogo andrebbe fatto per la popolarità di Boris Johnson, a dispetto del fatto che ha a lungo snobato la pandemia. Gli americani hanno paura e ripongono fiducia nel loro presidente, gli italiani hanno paura e ripongono fiducia in Conte.

 

Accadde la stessa cosa con Bush Jr dopo l’11 settembre: gli americani gli dettero carta bianca, e si lasciarono trascinare nella rovinosa avventura della guerra contro l’Iraq.

 

 Ma Conte e chi lo sostiene non devono illudersi che questa fiducia possa durare in eterno. La storia insegna che, passata l’emergenza, i popoli spesso voltano le spalle a chi li ha “salvati”. Quando nel 1939 la Gran Bretagna entrò in guerra contro la Germania, tutti i britannici si strinsero attorno a Churchill e al loro re. Poi nel 1945, a guerra già vinta, i britannici dettero il benservito a Churchill, e fecero vincere le elezioni all’opposizione laburista.

 

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In molte culture che un tempo si chiamavano primitive, non è concepibile che qualcuno muoia di morte naturale. Anche se uno ha 80 anni e muore nel proprio letto, si dà per scontato che sia stato vittima di magia nera, che qualcuno gli volesse del male. E che bisogna quindi cercare il responsabile di questa morte. Questa ricerca poliziesca dell’”assassino” in molte culture è ritualizzata.

 

È ingenuo pensare che si tratti di credenze di primitivi superstiziosi: la logica del capro espiatorio – trovare una colpa umana in tutto ciò che è naturale – vale anche per noi moderni iper-industrializzati. Bisogna sempre trovare qualche untore. Così, tra le tante teorie che stanno fiorendo sulle origini della pandemia di coronavirus, ce ne sono alcune che puntano un indice burbero contro la super-industrializzazione: l’inquinamento, l’effetto serra, l’urbanizzazione iperbolica, la riduzione della biodiversità… Insomma, è l’Uomo la vera causa dei disastri, non diversamente da quello che sostenne Rousseau dopo il famoso terremoto di Lisbona del 1755: Natura è di per sé benigna, sono gli esseri umani a creare i mali che li fiaccano, la nostra Cultura ci scava la fossa.

 

A questa teoria replica un’altra inversa, secondo cui non a caso la malattia da coronavirus sarebbe sorta in Cina, dove la promiscuità tra animali e umani è forte. E poi i cinesi mangiano pipistrelli. (Ma si è appurato che a Wuhan prima dell’epidemia non c’era alcun pipistrello in vendita.) La tesi dello spillover (D. Quammen, Spillover: Animal Infections and the Next Human Pandemic, W.W. Norton & Company, 2012), del passaggio del virus da una specie all’altra, è molto seria: ma è stata usata per stigmatizzare quei “primitivi” dei cinesi.

 

Le teorie che mettono sotto accusa gli umani – sempre, qualsiasi cosa accada – come causa prima dei loro mali seguono la stessa logica dei primitivi che non accettano l’idea della morte naturale. La sola differenza è che ora la causa umana non riguarda una singola persona, ma l’umanità nel suo insieme. Non più un uomo, ma L’Uomo viene imputato come artefice dei flagelli che affliggono gli umani.

 

La verità è che le epidemie ci sono sempre state, e sempre ci saranno. Semplice, ma vero. Malgrado tutto, siamo ancora in balia della natura. La peste nera che annientò la metà della popolazione europea nel XIV° secolo non era certo effetto dell’industrializzazione, ma di una mutazione del tutto naturale che il darwinismo ha reso perfettamente intelligibile. Le specie mutano, e i virus mutano molto più rapidamente che le specie animali evolute, ragion per cui ogni anno dobbiamo trovare un vaccino nuovo per l’influenza, perché nel frattempo la specie è mutata. E così oggi, in piena espansione della civiltà elettronica, dobbiamo ricorrere alle stesse tecniche di contenimento dell’epidemia che si usavano mille anni fa: non avendo medicine, l’unica cosa che si possa fare è isolare al massimo le persone le une dalle altre. Non lo si fece nel 1918 con l’influenza “spagnola”, perché c’era la guerra e comunque venne sottovalutata, così morirono dai 20 ai 100 milioni (a seconda dei calcoli) di persone.

 

Oggi si parla di Antropocene, ed è vero che Homo sapiens sta modificando – in peggio – le condizioni del pianeta. Non sottovaluto affatto le minacce dell’inquinamento, dell’effetto serra, della riduzione della biodiversità… Ma il potere umano non va nemmeno sopravvalutato. Per molti versi la nostra vita è la stesa di quella agli albori di Homo sapiens: per lo più generiamo con un coito, i bambini nascono neotenici e quindi soggetti a una lunghissima infanzia, prima o poi moriamo, e siamo falcidiati, di tanto in tanto, da epidemie. Sarà sempre così. Attribuire agli umani tutti i mali è l’altra faccia di quella divinizzazione dell’Uomo (che risale a Pascal) che la filosofia più moderna ha denunciato: se si pensa che l’essere umano sia nel fondo potente come Dio, si penserà anche che possa avere la malvagia onnipotenza di Satana. Ma gli uomini non sono né Dio né Satana.

10 thoughts on “Il virus e l’inconscio. Diario della quarantena

  1. Analisi acuta e lucida, tanto più apprezzabile in quanto fatta senza possibilità di allontanarsi dall’evento, ma standoci dentro. Grazie davvero

  2. “ 9 maggio 1988 – « Salvare l’essere mediante l’apparenza » (André Bazin, Che cos’è il cinema, 1958) (Non è la stessa cosa che « salvare le apparenze », ma può anche mancarci poco) (Si parla anche della Sindone) “.

  3. UN SONNAMBULISMO DI LUNGA DURATA: VIVERE NELLA CAVERNA AL TEMPO DEL CORONAVIRUS….

    FINALMENTE, E PIANO PIANO, EMERGE LA RADICALE CONSAPEVOLEZZA CHE “NOI” VIVAMO all’interno della “caverna”, dopo la “caduta”, e che uscire dal “letargo” (cf. Dante: http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=5908) è sempre più urgente. L’immaginario platonico-hegeliano ha esaurito ogni sua risorsa. L’orizzonte “andrologico” adamitico (e “ginecologico” eva-itico!) si va a chiudere, definitivamente:

    «Attualmente politici, filosofi, moralisti, giornalisti, ripetono in Italia la stessa cosa: “Questa sarà un’occasione per renderci migliori!” Ricorrente idea consolatoria: pensare che se si attraversano catastrofi, tragedie, guerre, flagelli, poi si sarà migliori. Le traversie temperano il carattere, si diceva un tempo. […] Attribuire agli umani tutti i mali è l’altra faccia di quella divinizzazione dell’Uomo (che risale a Pascal) che la filosofia più moderna ha denunciato: se si pensa che l’essere umano sia nel fondo potente come Dio, si penserà anche che possa avere la malvagia onnipotenza di Satana. Ma gli uomini non sono né Dio né Satana. »(SERGIO BENVENUTO – sopra)

    SE CONSIDERIAMO CHE LA “SCIENTIFICA” TEO-LOGIA CATTOLICA COSTANTINIANA condivide ancora la “verità rivelata” dal cardinale Dario Castrillon Hoyos: “Duemila anni fa, un ovulo fu miracolosamente fecondato dall’azione soprannaturale di Dio, da questa meravigliosa unione risultò uno zigote con un patrimonio cromosomico proprio. Però in quello zigote stava il Verbo di Dio” (dichiarazione alla XV conferenza internazionale del Pontificio consiglio , “la Repubblica” del 17 novembre 2000, p. 35) , E CHE LEGGIAMO E INTERPRETIAMO l’ antropologico “Ecce Homo” di Ponzio Pilato (http://www.leparoleelecose.it/?p=37854#comment-426632) ancora in temini “andrologici” e” viro-logici” (cf. il saggio “Ecce” di C. Ginzburg, in “Occhiacci di legno”; e il recente lavoro di S. Natoli su “L’uomo dei dolori”), ALLORA è più evidente che viviamo ancora NEL PASSATO, NELLA PREISTORIA, e che LA RISATA DI KANT (http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=5028) ha ancora un carico di energia per svegliarci dal letargo, far crollare le pareti della caverna, e portarci fuori da millenni di labirinto (Nietzsche). Ricordiamo, su questo tema, anche la lezione di Elvio Fachinelli ( http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=5534 ). O no?! Boh e bah?!

    Federico La Sala

  4. Piccola campionatura:
    “Cerco di spiegare che questi confronti statistici sono invece i soli che possano darci la dimensione differenziale, quindi reale, dell’epidemia”. I confornti statistici aiutano a capire, certo, ma richiamandomi all’esperienza sensibile, in anni di “normali” epidemie influenzali non ho mai visto né sentito di morti così a raffica in certe zone o regioni.
    ” Non esiste in Italia alcuna identificazione patriottica all’Europa. E poi ce la prendiamo con i leader europei, che sarebbero grigi burocrati: come possono non esserlo, quando nessun italiano si sente prima di tutto europeo?”. Sarà mica che gli italiani, dopo anni e anni di “Ce lo chiede l’Europa” in cui hanno accettato obbedienti rigore, austerity e quant’altro (tra cui tagli al sistema sanitario nazionale), cominciano ad accorgersi di che pasta è fatta l’Unione Europea? (e non l’Europa, ché europei lo siamo tutti).
    “Perché la quarantena colpisce tutti, anche i ricchi e i potenti. E tutti sono esposti all’infezione, anche i ricchi e i potenti. Non c’è spazio, insomma, per invidia sociale, per il rancore contro chi ha di più”. Giusto, il Covid 19 è democratico. Però… c’è un però. Per fortuna che il “ricco & potente” una clinica attrezzata con ventilatore polmonare a sua disposizione se la può permettere anche se ha 90 anni, sfortunatamente il “povero&impotente” no.

  5. Condivido in larga parte la profonda analisi del professor Benvenuto che ha il pregio di fare chiarezza sui meccanismi dell’inconscio , individuale e collettivo, che si stanno muovendo in questo periodo stra-ordinario della nostra vita.
    Non sono tuttavia del tutto persauso sul concetto di colpa presentato come capro espiatorio che la nostra società ricerca al pari delle antiche. Anche se questo aspetto è indubbiamente presente nel nostro inconscio
    riterrei più utile porre l’accento sulla consapevolezza della nostra responsabilità nella genesi e diffusione del virus.
    Questo perché , a differenza delle epoche passate, oggi le nostre conoscenze, mediche biologiche scientifiche in generale, sono molto aumentate .
    Sicuramente l’uomo non è ne Dio ne Satana, ma oggi più che mai, sa quale è il suo impatto su questa Terra e quali sono i i modi di vita utili e compatibili al mantenimento di un ecosistema, di cui siamo parte, vivibile oppure no.

  6. Vero: gli umani non sono nè Dio nè Satana, ma sono capaci di atti pericolosissimi di stupidità.

  7. P.s.
    Anche alla mia nonna, che era dell’82 (milleotto), piaceva Fabrizio De André: ” Re Carlo tornava dalla guerra “. Nonna, mistero senza fine bello.

  8. Sveglia!
    Non crogiolatevi nei vostri “diari di quarantena” cetomedisti.
    Guardate un po’ fuori dalle vostre belle finestre. Più lontano.
    Ad esempio al Sud: https://lanfrancocaminiti.com/2020/03/28/in-paese/

    Stralcio:

    La donna che viene per qualche ora al giorno a stare appresso a mamma, è preoccupata per il suo compagno che ha una piccola impresa edile, insieme con il fratello. Sono bravi lavoratori – li conosco bene perché hanno costruito la casa in cui abito – e mettono in regola i loro operai e fatturano tutto. Ma l’edilizia è tutta ferma, non si può lavorare in cantiere e d’altronde anche i grossisti di materiale edile sono chiusi. Così hanno lasciato gli operai a casa. Lui aveva pensato di sfruttare questo momento per sistemarsi la casa in cui prima o poi si trasferiranno – adesso stanno nella vecchia abitazione della mamma di lui – ma gli hanno detto che non può fare neppure questo, che non può andarsene in giro con la lapa su e giù.
    Davanti casa mia ci sono tre negozi – un fioraio, la parrucchiera e un ottico, tutti chiusi. Il fioraio faceva anche il carpentiere e quando trovava un lavoro lasciava la moglie in negozio, ma l’edilizia è ferma e quindi non fa nulla. L’ottico aveva preso il posto ATA al nord e ogni tanto veniva giù e la moglie tirava avanti il negozio anche se l’optometrista è lui – qualche tempo fa avevano anche provato a fare un bed&breakfast ma non ha funzionato; ora, lui è rimasto intrappolato al nord e lei sta a casa.

  9. «Attribuire agli umani tutti i mali è l’altra faccia di quella divinizzazione dell’Uomo (che risale a Pascal) che la filosofia più moderna ha denunciato: se si pensa che l’essere umano sia nel fondo potente come Dio, si penserà anche che possa avere la malvagia onnipotenza di Satana. Ma gli uomini non sono né Dio né Satana.»
    Bene. Ma questa rimane una considerazione sterile se non vede il nocciolo del problema: che prima che di COVID-19 noi ci siamo ammalati di MERCATO. È per il mercato che quasi tutti i politici – sotto tutte le latitudini, a prescindere dai regimi che rappresentano – hanno minimizzato il problema al suo manifestarsi; è per il mercato – anche un po’ come ritorno del rimosso, specie a sinistra – che DOPO si è gridato a squarciagola alla CRISI SANITARIA, dopo decenni di tagli sistematici al welfare (e alla sanità in primis), con discorsi relativi alla razionalizzazione (?), al contenimento dei costi.. all’efficienza! Le epidemie ci sono sempre state e ci saranno sempre, ma oggi noi abbiamo conoscenze e mezzi ben maggiori dei cerusici del 1348: qui sono state fatte delle scelte ben precise, e nella fattispecie quelle di rendere sempre meno resiliente il sistema sanitario (per non parlare di altri servizi quando non direttamente cortocircuitabili con le esigenze delle imprese e della competitività), sacrificato sull’altare delle varie “spending review”. No, non l’Uomo in quanto tale, ma la Politica, in quanto espressione di interessi ed ideologie, bisogna chiamare in causa.
    Con ciò tutto questo si sarebbe potuto evitare? Probabilmente no, ma i mezzi con cui resistere altrettanto probabilmente sarebbero stati un po’ più efficaci, senza ricorrere per forza (o esclusivamente) a STATI DI EMERGENZA: un tunnel di cui non si vede il fondo e che potrebbe crollare e allora le “casualties”, temo, sarebbero ben maggiori.

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