[Riceviamo da Diego Bertelli la notizia che da oggi è attivo Almapoesia, un nuovo blog collettivo. Lo inaugura un’intervista a Umberto Fiori che si chiude con una poesia inedita. Pubblichiamo un estratto dell’intervista, rimandando ad Almapoesia per il séguito].

 

Quando si leggono articoli e recensioni sulla sua poesia, un termine che ricorre spesso è quello di «riconoscibilità». In effetti lei, come pochi altri, è riuscito a creare uno stile “riconoscibile”. Si ritrova in questa definizione? Se sì, quale valore ha per lei e come la interpreta?

 

U.F. Che la mia scrittura sia “riconoscibile” mi fa senz’altro piacere. Ma questo non basta. Risultare “riconoscibili” non è poi così difficile: basta trovare qualche cifra speciale, qualche tic linguistico, un “marchio di fabbrica” pur che sia. Ma la poesia è ben altro. La mia “voce” (come l’ho chiamata poi) non deriva dalla ricerca di un marchio stilistico fine a se stesso, semmai dal contrario: dal tentativo di parlare “come tutti”, come uno qualsiasi. E questo non per ottenere un effetto di “riconoscibilità”, ma per dire nel modo più adeguato le cose che mi premevano.

 

Secondo lei, nelle generazioni più giovani, l’elemento della riconoscibilità è marcato oppure a mancare sono proprio certi tratti distintivi tra un autore e l’altro?

 

U.F. Molti libri di autori giovani (ne ricevo tanti) mi danno la sensazione di essere mossi, appunto, dalla ricerca di una “riconoscibilità” ad ogni costo. Ma proprio in questo finiscono per assomigliarsi. In primo piano c’è lo sforzo per ottenere un effetto di originalità, che rischia di mettere in ombra le cose da dire (sempre che ci siano). Si sente la spinta ad essere autori, non importa di cosa. L’opera sembra un mezzo per affermare la personalità di qualcuno.

 

C’è, nella sua produzione, un indubbio legame tra poesia e pensiero, che proprio ne Il Conoscente raggiunge il suo momento più importante. Crediamo che Leopardi, in ambito italiano, possa essere uno di quei nomi che meglio si addice a descrivere l’istanza speculativa della sua poesia. Lo considera uno dei suoi modelli? Quali altri autori fanno parte della sua genealogia culturale?

 

U.F. Leopardi è un modello inevitabile; e inarrivabile. Nella mia scrittura non c’è, naturalmente, un “sistema” di pensiero; c’è –più modestamente – il tentativo di mettere in versi una riflessione sul mondo, sull’esistenza, a partire da esperienze comuni a tutti. I miei autori di riferimento sono molti; tra i tanti nominerei Baudelaire, Kafka, Montale. Ma anche Camillo Sbarbaro è stato per me un esempio importante, insieme a Penna e Caproni.

 

Esulando per un momento dalla sua produzione, vorremmo soffermarci sulla questione assai rilevante che riguarda i rapporti tra poesia ed editoria. Sulla base della sua lunga esperienza con alcuni dei maggiori editori italiani contemporanei, come vede mutato il panorama editoriale odierno e quali considera essere le sue criticità, se ci sono, tenendo conto del ruolo sempre più centrale della Rete?

 

U.F. Ho avuto la fortuna –negli anni ’90 del secolo scorso- di incontrare l’editore Marcos y Marcos, che mi ha sostenuto con entusiasmo e mi ha dato la possibilità di far conoscere quello che andavo scrivendo. Cinque libri: Esempi (1992), Chiarimenti (1995), Parlare al muro (1996), Tutti (1998), La bella vista (2002). Nel 2009 Mondadori ha pubblicato un mio libro, Voi, e nel 2014 un Oscar che comprendeva tutti i libri pubblicati, con un inedito. Dico Mondadori, ma dovrei dire Antonio Riccardi: è stato lui a darmi credito. Come, per la Marcos, Marco Zapparoli, Claudia Tarolo e –ultimamente- Fabio Pusterla. Il rapporto con gli editori è sempre un rapporto “personale”: funziona, voglio dire, se c’è qualcuno che crede davvero nel tuo lavoro. Senza questo, anche l’editore più importante diventa un’entità senza volto, che si limita a stampare quello che scrivi (quando va bene) e a diffonderlo (senza troppa convinzione). La poesia, come si sa, non ha molto mercato da noi; la Rete può servire in parte, ma mi sembra generi anche un polverone, dove il meglio e il peggio stanno un po’ sullo stesso piano.

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