di Gabriele Pedullà

 

Che oggetto è mai questo sorprendente e inclassificabile Vita? O teatro? Nello scriverne Jonathan Safran Foer non ha avuto dubbi: «Forse il più grande libro del XX secolo». Ma anche a non voler essere così pomposi, la pubblicazione integrale delle 781 tempere che lo compongono assieme a 211 fogli di carta velina (con le didascalie) rappresenta un evento editoriale di prima grandezza, al punto che, davanti a un tale suntuoso manufatto, la stessa definizione di libro appare in qualche modo inadeguata. Occorre però procedere per ordine.

 

Riscoperto solo negli anni Sessanta, Vita? O teatro? è il frutto di un anno e mezzo di lavoro di Charlotte Salomon, una giovane ebrea tedesca sfollata nella Francia del sud, presso i nonni, dopo la Notte dei Cristalli del 1938. Il mondo nel quale è cresciuta sta andando in malora, il padre e la sua seconda moglie sono lontani, l’uomo che ha amato – il maestro di canto e futuro teorico del teatro terapeutico Alfred Wolfsohn – è probabilmente perduto per sempre, i sogni di diventare un giorno un’artista appaiono, alla luce di tutto questo, quanto mai risibili. Finché, a rendere ancora più cupa l’atmosfera, improvvisamente la nonna si suicida, e Charlotte apprende dal nonno che nella sua famiglia sono finite allo stesso modo tutte le donne a lei più vicine: la zia e la madre, la bisnonna, ma anche il fratello della nonna e la di lui figlia. La follia e la morte incombono dunque anche su di lei? Per sopravvivere alla rivelazione Charlotte possiede una sola arma: dipingere e raccontare. Vita? O teatro? nasce così. Ma è solo un breve, intensissimo exploit creativo, perché nel settembre del 1943, incinta di cinque mesi, viene prelevata dalle SS e deportata col marito in Germania, dove sarà soppressa subito dopo l’arrivo nel lager. Ha ventisei anni. Il suo capolavoro pittorico-narrativo si salva però grazie a una vicina di casa americana. E oggi esce infine in versione completa, dopo alcune edizioni che – per mere ragioni di costi – sin qui avevano privilegiato, selettivamente, la forza visionaria delle illustrazioni rispetto alla furia affabulativa di Charlotte.

 

L’importanza della Salomon nell’arte del Novecento – tra Chagall e gli espressionisti, con precisi riferimenti a El Greco nell’allungarsi dei volti dei personaggi in spiritualissime maschere di dolore – è ormai riconosciuta da almeno una quarantina d’anni. Tutto è cominciato nel 1961, quando al Museo Municipale di Amsterdam, lo Stedelijk, si tenne la prima esposizione della sua opera e due anni dopo, sulla scia di quell’evento, Valentino Bompiani pubblicò anche in Italia una elegante monografia con molte delle tavole esposte in quella occasione, dopo aver chiesto un testo di accompagnamento a uno scrittore-artista particolarmente sensibile all’espressionismo dell’autrice: niente meno che Carlo Levi. Da allora altre mostre si sono susseguite in tutta Europa, e a poco a poco il nome di Charlotte Salomon ha cominciato a raggiungere un pubblico più vasto, anche aiutate da un film del regista olandese Franz Weisz presentato al Festival di Venezia nel 1981: lo stesso anno in cui lo storico dell’arte Gary Schwarz curò un poderoso volume nel quale era riprodotta la maggior parte della sua opera e stampato contemporaneamente in olandese, tedesco e inglese (sul numero sproporzionatamente alto di copie stampate in quella occasione circola tra gli appassionati una curiosa leggenda: il dirigente editoriale incaricato di stabilire la tiratura iniziale avrebbe inavvertitamente lasciato cadere uno zero di troppo…).

 

È solo nell’ultimo decennio, tuttavia, che la Salomon si è tramutata una vera e propria icona internazionale. Di lei si è anzitutto appropriata l’industria americana dei Jewish Studies, degli Holocaust Studies e dei Gender Studies, in quanto Charlotte sembra rappresentare l’incarnazione ideale di parecchie condizioni di minorità diverse, e questo la rende perfetta per i paradigmi vittimari che ispirano gran parte delle rivendicazioni delle diverse comunità ed etnie negli Stati Uniti. Non si tratta però solo di una passione americana, e, cosa ancora più importante, non solo di una passione accademica. Nel 2014, per esempio, un narratore francese, David Foenkinos, ha costruito attorno alla vita della Salomon un romanzo che ha vinto il Prix Renaudot e ottenuto ampio successo di pubblico (in Italia lo ha tradotto Mondadori). Il suo Charlotte, purtroppo, è un perfetto esempio di letteratura mid-cult, tutto all’insegna della pornografia del dolore: frasette brevi, di appena un riga o due (a suggerire la rarefazione di una certa poesia francese alla Francis Ponge, ma senza la minima attenzione al ritmo e alla sonorità), culto della inermità (donna, adolescente, orfana, ebrea, non corrisposta in amore, vittima, vittima predestinata…), banalità edificanti e finale consolatorio (con l’amato Wolfsohn che, molti anni dopo, al momento della prima esposizione delle tavole ad Amsterdam, comprende finalmente quale posto speciale ha occupato nella vita di Charlotte, e quando poco più tardi anche lui muore, viene scoperto dalla donna delle pulizie con una brochure dell’esposizione di lei nella tasca della giacca, esattamente sul cuore).

 

Fortunatamente non mancano approcci più sofisticati. Per esempio, ne Le disobbedienti di Elisabetta Rasy, dove a sei diverse artiste da Artemisia Gentileschi a Frida Khalo viene chiesto di identificare altrettante virtù pittoriche (un numero che rimanda subito alle Lezioni americane di Calvino), proprio l’autrice di Vita? O teatro? è chiamata a esempificare la «Resistenza». Chi, infatti, meglio di Charlotte ha illustrato la capacità di assorbire i colpi, ma soprattutto di trasformarli in energia creativa? Nessuno: nemmeno Artemisia (abusata ancora adolescente da un amico del padre e per questo a lungo condannata allo stigma sociale dalla ipocrita società del tempo). Come ha scritto Elisabetta Rasy, «Charlotte manovra le sue figure sulla pagina come una bambina che gioca con i suoi giocattoli, accatastandoli, allineandoli, contrapponendoli: ogni bambino costruisce un’epopea che percorre lo spazio e il tempo. Nel suo esilio soleggiato la giovane esule fa di questa potenza del gioco infantile l’arma della sua sfida alla morte». Nonostante tutto. Perché proprio questo è la capacità di resistenza.

 

All’origine della malia che da qualche anno Charlotte Salomon esercita su scrittori e critici di tutto il mondo c’è sicuramente anzitutto la straordinaria forza delle sue tempere. In quanto narratrice per immagini, dalla sua Charlotte ha anzitutto una straordinaria duttilità, che le permette di cogliere e ridare vita con la stessa forza alle situazioni più diverse. Predilige i colori scuri, con una base marrone, verde petrolio o blu scuro che spesso impedisce di cogliere immediatamente i tanti oggetti e personaggi di cui si affolla la pagina, ma sa sfruttare anche il contrasto dei colori più accesi e gioiosi alla maniera dei suoi prediletti espressionisti. Può dettagliare una singola tavola nei minimi particolari, rilavorandola sin quasi a inciderla, strato dopo strato, o risolvere un’immagine in un numero essenziale di tratti, nel tentativo di cogliere un individuo, un carattere o un’emozione attraverso un unico movimento del pennello (sempre più questa seconda soluzione, a mano a mano che il volume va avanti e le storie crescono in intensità drammatica). Cattura perfettamente le cerimonie esteriori della società tedesca degli anni Trenta e si cala nelle anime tormentate dei suoi personaggi, a cominciare dal proprio alter-ego romanzesco. Senza dubbio una grande pittrice.

 

Il volume pubblicato ora da Castelvecchi (e concepito sul modello di un analogo francese del 2015) impone però di fare finalmente i conti anche con lo straordinario talento narrativo di Charlotte. Le 781 tempere qui raccolte rivelano infatti una chiarissima vocazione al racconto non solo perché, soprattutto nella prima parte, una singola tavola viene chiamata a sintetizzare momenti diversi, con lo stesso personaggio colto nell’atto di compiere in sequenza azioni molteplici (secondo un procedimento che la grande pittura occidentale ha rifiutato su per giù negli anni Quaranta del Cinquecento), ma perché, prese nel loro assieme, le sue tavole ambiscono a ricostruire una vicenda articolata su quattro generazioni e per farlo si servono anche di una serie di didascalie spesso lunghissime. Una vera saga, come si dice oggi.

 

Si può azzardare qualche ipotesi di lettura. Un primo modo per presentare Vita? O teatro? sarebbe per esempio includerlo tra i capolavori del wagnerismo tedesco – non diversamente, poniamo, dal celebrato ciclo cinematografico di Heimat di Edgar Reitz. Il fatto che per molte guaches Charlotte indichi anche una musica di accompagnamento rafforza questa impressione: la sua autobiografia ambisce a farsi davvero «arte totale». Gli stessi elementi letterari, peraltro, si dispongono su più livelli. Ci sono i testi sulle carte veline (spesso essi stessi tracciati in modo da “completare” e arricchire l’immagine che emerge in trasparenza, ripetendo o complicando il gioco dei volumi); ci sono gli scambi di battute inscritti nella tavola stessa, come in un antesignano degli odierni graphic novels; e ci sono infine le riproduzioni di lettere, giornali, partecipazioni di nozze e decessi, proclami pubblici – tutte sature di ufficialità ma anche, quasi sempre, minacciose e luttuose (con l’unica eccezione dei manoscritti di Daberlohn). Solo tenendo conto della tensione che viene a crearsi nella stessa pagina tra questi tre piani distinti è possibile rendere giustizia alla complessità dell’opera della Salomon. E che per almeno un centinaio di tavole Charlotte si lanci nella non semplice impresa di illustrare lunghe conversazioni teoriche sulla natura dell’arte, con un momentaneo sopravvento della dimensione saggistica sulla trama, non può che apparentare Vita? O teatro? ai grandi esperimenti romanzeschi di Thomas Mann e Robert Musil. Persino la coppia da cui viene il titolo dell’opera deriva peraltro direttamente da queste conversazioni esaltate.

 

Basterà un solo esempio, dal primo incontro con la matrigna Paulinka di Daberlohn, vero Pigmalione-Don Giovanni mascherato da Faust. Ecco la sua autopresentazione, in forma di monologo (disteso su ben quattro pagine, dove ventotto ritratti del personaggio accompagnano le parole che seguono): «Sono il redivivo, il povero Faust, con in più l’aggravante di dover correre per guadagnarmi da vivere. Ma questo è un compito in cui riesco male e così vengo qui da lei per cantare. Ho scoperto infatti che il canto è strettamente legato alla vita. / Che si può immettere nel suono della voce l’espressione dei sentimenti più intimi che ci agitano l’anima. Ma presto mi sono anche reso conto che la gran parte degli artisti, cantanti, pittori e danzatori, o non ha mai posseduto un proprio “io” oppure lo ha dimenticato. Nella confusione della grande città, nei rapporti di cortesia insincera con gli altri, l’individuo trova la propria croce – che tutti, chi più, chi meno, portiamo – e canta, dipinge o danza (dal punto di vista dell’espressione dell’anima queste cose si equivalgono) come vediamo fare al giorno d’oggi alla gran parte degli artisti, ovvero in maniera piatta. Si canta, si dipinge e si danza, non più per la propria soddisfazione, ma per il pubblico. / Ho capito che l’arte non può esistere per sé, ma che deve fluire dalla vita. Lei forse riderà, ma è così che si producono i geni. / Nel nostro caso una grandissima cantante. Una sola cosa è necessaria, bisogna essere capaci di credere. Per quanto mi riguarda, io in lei credo. Sta dunque a lei credere. Ha l’opportunità, che non capiterà un’altra volta, di diventare la più grande cantante della Terra. Ma, per quanto mi riguarda, credo anche a… la redenzione mediante la donna. Non per nulla sono il redivivo. Non per nulla sono Faust. Bisogna solo sapere che so anche baciare, il che è importante per un sacco di cose, anche se a lei, che è una sposa tanto fedele, potrà sembrare non sempre appropriato».

 

Tavole del genere, cioè di puro supporto agli argomenti filosofici dei diversi personaggi, sono numerosissime, e contribuiscono in maniera decisiva al tono del libro. Si può dire anzi che una delle prove del genio pittorico di Charlotte siano proprio le soluzioni visive da lei adottate per illustrare questi lungi intervalli ragionativi, che spesso arrivano a estendersi per più di dieci pagine, in genere attraverso una moltiplicazione del viso di colui che parla, colto in tutte le sue minime sfumature (e qui vale la pena di sottolineare un dettaglio importante: in Vita? O teatro? a ogni personaggio corrisponde un colore; Paulinka, per esempio, ha quasi sempre il volto giallo o grigio, mentre Amadeus Daberlohn, dietro al quale si nasconde l’amato Wolfsohn, viene associato piuttosto, carnalmente, al rosso e al bordò).

 

Parlare del libro della Salomon in edizione finalmente completa vuol dire però sbarazzarsi anche di qualche equivoco. Se la persecuzione antisemita ha giocato un ruolo decisivo nella esistenza spezzata di Charlotte, essa riceve un trattamento piuttosto marginale nel suo opus autobiografico. Diventa perciò essenziale resistere all’errore, che commettono quasi tutti i suoi interpreti, di proiettare su Vita? O teatro? quanto sappiamo della vita della sua autrice da altre fonti. Quando per esempio Charlotte abbandona da un momento all’altro il liceo, nulla ci dice il volume dell’ambiente fattosi ostile verso di lei in quanto ebrea, e ignorando questa informazione cruciale, la sua scelta, così repentina e inattesa, sembra solo il più estremo dei tanti colpi di testa da ragazzina benestante e un poco viziata che qua e là scandiscono tutta la sua difficile adolescenza. Forse anche perché le tempere riunite nel volume sono il risultato di una selezione operata dalla stessa Salomon sulle oltre 1300 realizzate, il racconto procede a strappi, indugiando su dettagli e spesso deliberatamente soprassedendo su qualche nesso prezioso. Ma proprio da questa tendenza a omettere alcuni passaggi essenziali dipende anche molto del fascino di queste pagine, secondo una tipica opzione modernista, che allenta i legami più evidenti per esaltare, in loro vece, le connessioni profonde (si pensi al celeberrimo lavoro di selezione operato da Ezra Pound sulla prima stesura di The Waste Land dell’amico T.S. Eliot). Guai dunque a sovrapporre e confondere verità biografica e stilizzazione autobiografica, come se tutte e due le Charlotte, il personaggio e l’autrice, finissero in una camera a gas. Non è di questo che parla (o potrebbe mai parlare) Vita? O teatro? E non solo perché l’esperienza delle docce della morte non è raccontabile comunque per esperienza diversa, ma perché, per come è concepita, la tragedia raccontata da Charlotte è non quella di un male che viene da fuori e che ha a che fare con la Storia umana, ma di un male inscritto più in profondo, nelle leggi della biologia. Ciò che la assedia è una sorta di vera e propria condanna familiare, un destino genetico di autodistruzione, dove (ancora una volta nella ricreazione del libro, non nella esistenza dell’autrice) il nazismo svolge il ruolo di un fastidioso rumore di fondo, cui tocca affrontare qualche evento tutto sommato secondario.

 

A suo modo Vita? O teatro? è anzitutto un grande «romanzo familiare», nel senso tecnico con cui questa espressione viene impiegata in psicoanalisi. C’è una madre amatissima e la lacerazione per la sua perdita. C’è un padre dolce ma anche troppo distratto dal lavoro. C’è la sua seconda moglie, su cui Charlotte riversa tutto il proprio affetto. E ci sono i contrasti crescenti, negli anni dell’adolescenza, con questa seconda genitrice, sino a trovarsi in gara con lei per le attenzioni di Daberlohn: il quale, dopo aver cercato invano di sedurre Paulinka, si accontenta di trastullarsi con la sua figliastra senza mai prenderla troppo sul serio. In questo quadro la violenza degli uomini interessa Charlotte solo per il modo in cui essa viene a riverberarsi sui conflitti della piccola comunità che compone la famiglia Kann.

 

Anche come autobiografia, Vita? O teatro? è destinata a sorprendere il lettore. Qui un poco di elementi di narratologia di base possono essere di un certo aiuto. Non solo, con un altro tipico tratto modernista, la Salomon si distanzia presentandosi “da fuori” come personaggio, senza concedersi uno speciale accesso all’introspezione psicologica negato agli altri (come avviene nelle autobiografie). E non solo ostacola ripetutamente la sospensione dell’incredulità invitando il lettore a comparare tra loro le diverse tavole, che in tal modo vengono denunciate nella loro natura di puro artefatto. Ben più radicalmente, Charlotte evita di focalizzare il racconto sul proprio punto di vista e per ampie sezioni immagina conversazioni alle quali non ha potuto assistere o attribuisce a ciascuno degli altri personaggi pensieri e progetti di cui lei non può essere stata a conoscenza, siano questi sua nonna, sua madre, Paulinka o Daberlohn (quest’ultimo un sadico manipolatore, imbevuto di sogni nietzschiani di dominio, che Charlotte, con la sua straordinaria intelligenza, smaschera facilmente pur senza smettere di amarlo).

 

Piuttosto che la storia dei suoi primi ventiquattro anni, Vita? O teatro? sembra dunque il tentativo di Charlotte di comprendere quanto le è successo attraverso il potere della immaginazione: per così dire integrando con la fantasia le informazioni, spesso insufficienti, di cui dispone. La visionarietà delle tempere trova così il suo perfetto correlativo nello sforzo di intuire quello che non sa e non può sapere. Non sorprende dunque che questo tentativo di colmare i vuoti sia sempre all’origine di alcune delle tavole più amare dell’intero volume, come quando Charlotte congettura sulla reazione della nonna a una lettera durissima in cui Paulinka l’ha accusata di essere la responsabile della morte delle figlie o quando immagina i severi commenti del padre e di Paulinka sul suo conto o, ancora, descrive minuziosamente gli elaborati progetti di seduzione che Daberlohn mette in atto con la medesima Paulinka (per non parlare della spietata superficialità con cui Daberlohn vive la relazione con Charlotte dopo averla sedotta in quello che lei stessa, per prima, riconosce essere stato, agli occhi di lui, un semplice «esperimento»).

 

Tale tentativo di fare luce sul proprio passato si avvale però anche di un altro procedimento non meno significativo. In quanto narratrice, Charlotte ha il potere di mettere ordine tra le rovine della propria storia familiare sottraendosi almeno in parte alla sua forza oscura. Se non può cambiare le cose che sono successe, se non può mettersi al riparo, le è concesso almeno provare a spiegarle. La disposizione dei frammenti diventa allora decisiva. E la scelta di aprire il libro sul suicidio della zia e di presentare sempre gli eventi che hanno travagliato le vite dei suoi cari nella esatta sequenza in cui si sono svolti, pure quando Charlotte ne è stata messa a parte solo parecchio tempo dopo, deve essere interpretata come un segno della sua determinazione a non subire passivamente la propria eredità di dolore e a fare luce, comunque. Scegliere la semplicità della fabula al posto della maggiore complessità dell’intreccio significa insomma provare a dipanare almeno in parte la matassa di dolore che le è stata lasciata in eredità dalle donne e dagli uomini che l’hanno preceduta: renderla intellegibile attraverso il racconto. Se possibile, per quanto possibile, emanciparsene.

 

Ciò che può essere spiegato fa meno paura, certo. Eppure, al tempo stesso, la progressione lineare scelta dalla Salomon per il suo romanzo sembra rendere persino più minaccioso il passato perché dietro la sequenza dei suicidi di tutte le donne della sua famiglia permette di intravedere una ferrea legge di causalità che non lascia scampo a chi rimane. La bisnonna, la nonna, la madre, la zia… Forse anche per Charlotte non c’è speranza: forse è solo questione di tempo. Assai più che a una testimonianza, a un atto di accusa o a una lunga lettera di addio, Vita? O teatro? può far pensare dunque al tentativo di mettere in ordine le proprie povere cose prima di prendere definitivamente congedo. L’ultima immagine prima dell’autoritratto conclusivo (a tutti gli effetti una sorta di controcopertina) registra infatti una tremenda battuta del nonno che lascia presagire il peggio: «Dài, ucciditi una buona volta, e finiamola con tutte queste sciocchezze!». E non è affatto escluso che il pensiero della morte l’abbia spesso visitata, soprattutto nella disperazione dell’abbandono. Charlotte ha amato, ed è attorno al suo grande amore che il suo racconto si organizza per intero, relegando in un «Preludio» e in un «Epilogo» tutto quanto è avvenuto prima e dopo l’entrata in scena di Daberlohn/Wolfsohn. Incipit vita nova, explicit vita nova. Scomparso lui, riconosciuta la legge di autodistruzione cui sembrano predestinati tutti i membri della sua stirpe, non resta dunque a Charlotte che prepararsi anche lei alla fine. Ma prima c’è almeno il tempo di disporre ogni tassello al posto che gli compete, così che tutto sia chiaro a chi rimane (ironia della sorte: le tavole di Vita? O teatro? sono numerate, ma una nota della Salomon chiarisce che non sempre la disposizione finale corrisponde alla numerazione e, purtroppo, l’ordine previsto dall’autrice è stato scombinato per sempre nel corso dei tortuosi passaggi che le hanno portate fino allo Jood Historisch Museum di Amsterdam dove oggi le si possono ammirare, costringendo i curatori ad adottare per il volume una sequenza puramente congetturale).

 

Le ultimissime pagine, di solo testo, lasciano però spazio anche per una interpretazione meno cupa. La morte, in ossequio alle teorie di Daberlohn, potrebbe forse essere solo il passaggio necessario di un ciclo di distruzione e rinascita. E Charlotte, per diventare un’artista, deve – come scrive lei stessa – «svanire dal piano umano e fare ogni sacrificio per ricreare, partendo dalle profondità del proprio essere, il proprio mondo». In questa chiave, Vita? O teatro? può essere letto il racconto della maturazione di una grande personalità creatrice e della sua capacità di curarsi da sola attraverso l’arte (un’altra idea chiave di Daberlohn, che si era dedicato al canto per guarire dal trauma della vita di trincea durante la Grande guerra). L’ultima tavola, un autoritratto di spalle, sarebbe allora il segno che il tempo è stato «ritrovato» e, in qualche modo, nietzschianamente sconfitto. Si può guardare verso il mare: ci si può ancora sporgere sul futuro. La vita non è finita, nonostante tutto. Appena qualche mese dopo, però, i nazisti avrebbero troncato sul nascere anche questo ultimo sogno.

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