Visite allo zoo, rubrica a cura di Massimo Gezzi

 

[Ecco la terza puntata della rubrica a cura di Massimo Gezzi, costituita da una serie di interviste a insegnanti-scrittori e scrittrici sulla difficoltà (ma anche sulla bellezza) di insegnare la poesia e la letteratura a scuola oggi, sulla relazione tra il mestiere di scrittore e quello di insegnante e sul senso di questa professione, attualmente “congelata” e costretta a reinventarsi in forme nuove: anche per questo ci sembra importante continuare a riflettere. Dopo Fabio Pusterla e Francesco Targhetta, oggi risponde Marco Balzano].

 

1) Per prima cosa, per contestualizzare quanto stiamo per leggere, che contratto hai, quanto e dove insegni?

 

Insegno da quindici anni e da quattro sono di ruolo, sono stato precario molto a lungo a causa dei tagli della riforma Gelmini e delle sue conseguenze. Ho insegnato in ogni ordine e grado ma principalmente nei licei milanesi. Ho sempre affiancato al mio lavoro in classe l’insegnamento nelle scuole ospedaliere e nelle carceri. Adesso insegno al liceo Bottoni di Milano e da quando sono di ruolo lavoro part-time per dedicarmi alla mia attività di scrittore.

 

2) Ho intitolato un recente contributo apparso sull’«Ulisse» Una visita allo zoo. L’idea nasceva da una riflessione sui programmi e sulla pratica didattica tipica del liceo ticinese (quello in cui insegno), ma forse, per buona parte, anche di quello italiano: a scuola trattiamo prevalentemente poesia e autori che scrivono in versi, mentre la società contemporanea e il pubblico dei lettori italiani seguono e leggono – se li leggono – quasi esclusivamente scrittori in prosa (soprattutto romanzieri). Come mi capita talvolta di dire ai ragazzi e alle ragazze, i poeti somigliano sempre di più ad animali in via di estinzione o esotici relegati in uno zoo (la scuola, l’aula) e affidati a dei custodi (gli insegnanti). Senza questo recinto istituzionale, la poesia tutta – anche quella altissima: poniamo Dante, Leopardi, Montale – avrebbe ben poche chances di essere letta dalle nuove generazioni. Sei d’accordo con questa diagnosi? Anche a te, qualche volta, è sembrato di lavorare in un zoo?

 

Condivido quello che dici, ma proviamo a vedere il rovescio della medaglia. Al posto dello zoo si potrebbe usare anche un’altra immagine: l’oasi, ad esempio. Concepisco la scuola come una sacca di resistenza. Resistenza democratica in primis, ma anche resistenza della poesia. Mi piace insegnare perché la scuola è un mondo dove possono vigere la democrazia, l’uguaglianza, lo scambio gratuito, le pari opportunità, la conoscenza libera, la tolleranza e la laicità: e non può essere un caso che proprio qui sopravviva ancora la poesia. Certo, sarebbe un’ingenuità sostenere che le ragioni siano solo queste, ce ne sono anche altre meno nobili: i programmi sono vecchi – risalgono a quando i versi godevano di una considerazione differente – spesso la poesia la si fa in maniera molto discutibile, a volte riducendola a filastrocca, altre a repertorio di figure retoriche, consegnandola immediatamente a un mondo polveroso. Questo accade perché andrebbe svecchiato il modo di insegnare, perché ci vorrebbero formazione e aggiornamenti. Del resto, se ci pensi, la prosa gode di maggior successo editoriale ma entra in una maniera comunque frammentata nelle classi. In prima superiore arrivano studenti che hanno letto un libro e altri una decina. Dopo le medie c’è chi legge un libro al mese e chi non legge affatto, chi legge solo classici e chi anche contemporanei, chi dopo aver letto deve compilare schede a crocette e chi impara a intavolare dibattiti, chi invita gli scrittori e chi pensa che gli scrittori non siano mai viventi. Ancora una volta: non c’è formazione, e finché mancherà non è detto che un insegnante riesca a trasmettere ai suoi studenti l’idea che la letteratura è una cosa viva perché corrisponde al nostro bisogno di raccontare e sentirci raccontare storie, di non rimanere prigionieri della nostra realtà che è sempre minuscola, parziale e dunque miope.

 

Tutto questo per dire che a me piace lavorare in uno zoo, ossia in un posto protetto dal mercato, dalla finanza, dai carrierismi, dalle disuguaglianze, ma questo agio mi serve esclusivamente per far guardare il mondo fuori come un’esperienza degna di essere vissuta e non come una minaccia. Là fuori la poesia esiste e gode anche di buona salute ma, come molte cose belle, bisognerà andarsela a cercare.

 

3) Quando insegni e leggi poesia in classe, ti è mai capitato di sentirti inefficace, goffo o controproducente? Se sì, cosa genera questa sensazione, secondo te?

 

Il nostro lavoro educa al fallimento e alla perseveranza: non tutti ti ascoltano, almeno uno ti ascolta. Dunque mi è certamente capitato di risultare inefficace, di realizzare che quell’argomento o quel testo, spiegato in quel modo, non arrivava. Non ci trovo niente di male. Anzi, torno a dire: è un lavoro che implica un continuo riassestarsi, riprovare, rimettersi in gioco. Gli insegnanti stanchi sono quelli che hanno perso questa elasticità e che ripropongono se stessi in modo rigido, diventando dei ripetitori automatici. È importante ricordarsi che se un messaggio non arriva la prima responsabilità è di chi lo lancia. La mia prof del liceo non diceva mai “Avete capito?”, diceva sempre “Sono stata chiara?”. Per me è stata una lezione importante.

 

4) Che relazione c’è tra la tua esperienza di scrittore e quella di insegnante?

 

Sono mestieri che hanno in comune la condivisione della parola, questo sì, ma quando insegno i miei libri e il mio lavoro restano fuori (e ci mancherebbe!). Nella vita sono uno scrittore ma a scuola sono un insegnante: un operatore culturale, un lavoratore del personale educativo.

 

4b) È un rapporto unidirezionale o bidirezionale?

 

I miei romanzi sono sempre stati ben accolti e a volte molto letti nelle scuole: uno scrittore quando incontra studenti non porta solo il suo libro, porta se stesso, quello che rappresenta, l’importanza delle storie e delle parole in senso assoluto, la possibilità che queste creino immedesimazione, consolazione, nuove conoscenze. Per i ragazzi incontrare uno scrittore (un pittore, un attore, ecc.) è un momento importante, di cui generalmente rimangono entusiasti. È un’ulteriore prova, se ancora ce ne fosse bisogno, di quanto la scuola debba aprirsi di più, far entrare gli esperti e i migliori esponenti della società civile a dialogare con i ragazzi: medici, scienziati, musicisti, scrittori, artisti… Aula in greco vuol dire spazio ampio, le nostre invece sono spazi stretti e quasi sempre chiusi.

 

5) Leggi poesia e letteratura contemporanea, con i tuoi allievi? Raccontami un aneddoto a proposito di un testo, un autore o un libro.

 

Ho un metodo collaudato, che poi taro a seconda di chi ho davanti. Faccio leggere un libro al mese, un romanzo che non superi le 250 pagine. Generalmente un testo del Duemila o del Novecento, ma con delle belle incursioni anche nell’Ottocento. Obbligo gli studenti a leggere: non ci trovo niente di male a obbligare. Premetto loro che se leggeranno non farò test e schede libro (le detesto), intavolerò invece discussioni e dibattiti, approfondimenti scritti e orali che loro, se vorranno, potranno farsi valutare. Nel tempo si crea fiducia e i ragazzi chiedono più spontaneamente di leggere, a questo punto allargo la scelta. Quando siamo stanchi racconto la trama di un po’ di libri e lascio gli studenti sempre più liberi di scegliere. Mi interessa far esplorare i generi, in modo che quando entreranno in libreria o in biblioteca sapranno orientarsi e capire quante cose possono trovare. Mi interessa che contraggano questa abitudine e che poi ne facciano quel che credono, dunque assecondo via via le loro proposte, alternandole con un classico o un libro che considero importante. Nascono dibattiti, confronti e soprattutto scambi: chi sa raccontare un libro, infatti, invoglia l’altro e così i volumi girano, si consumano un po’, si sottolineano, come è giusto che sia. Nelle classi del triennio propongo anche saggi (i veri discriminati della scuola italiana, anche se poi alla maturità pretendono che sappiano scrivere un saggio breve…) e le raccolte poetiche, lette per intero. Dell’antologia non sento affatto il bisogno, non la faccio nemmeno comprare.

 

6) Credi che la scuola, nella sua organizzazione attuale, possa essere un punto di riferimento per i ragazzi e le ragazze che amano leggere e scrivere? Tu sei uno scrittore: riesci a seguire e a stimolare i ragazzi e le ragazze cui piace scrivere?

 

Gli studi più accreditati dicono che la scuola si cura della capacità di scrittura e di lettura di un allievo solo fino agli otto/nove anni, cioè fino a quando il bambino sa leggere e scrivere ormai autonomamente. Dopo va tutto a caso: se incontri un insegnante che ti fa leggere leggerai, se no arrivi al liceo senza aver mai letto un libro. Stando così le cose è difficile sviluppare nella scuola di oggi un amore per la scrittura e per la lettura. Aggiungi che nei programmi ministeriali ci sono solo inviti generici scritti in politichese. Del resto, a ben vedere, ti puoi laureare in Lettere senza aver mai letto opere imprescindibili e, soprattutto, senza aver mai scritto nulla. Molti laureandi, mentre lavorano alla tesi, realizzano che l’ultima volta che si sono messi a scrivere un testo di una certa misura è stato all’esame di maturità.

 

Quanto alla seconda domanda, invece, assolutamente sì: senza dubbio credo che i ragazzi, se hanno di fronte qualcuno che li sappia stimolare, diventano reattivi e curiosi. La retorica dei giovani di oggi che non leggono e stanno solo sui social è una mezza verità, che si può benissimo rigirare così: premesso che oggi siamo tutti molto distratti e dunque la lettura ne risente, è vero che molti adulti stanno sui social più dei ragazzi e che attorno a un ragazzo che non legge ci sono almeno tre o quattro adulti che non leggono o non hanno mai letto.

 

7) In articolo provocatorio e fluviale uscito su LPLC2 il 1 luglio 2019, Mauro Piras, stufo delle semplificazioni e delle dinamiche che inevitabilmente si innescano durante l’esame orale di maturità, proponeva – chissà quanto seriamente – questa soluzione:

 

Per dieci anni fare pulizia di tutte le formulette […]: divieto di trattarle e divieto di ripetere quelle formule, scomparsa dei manuali per decreto o per estinzione commerciale. Obbligo per i docenti di fare le loro discipline letteratura inglese filosofia arte scegliendo qualche testo autore che amano, leggendolo insieme agli studenti e da lì conversando. Senza interrogare. Anarchia, senza metodo. Per prendere aria. E poi, tra dieci anni, vedere che cosa ne è uscito fuori.

 

Forse è impraticabile, ma che ne pensi, da insegnante?

 

È una provocazione e come tale va presa. Il problema non sono le formulette, i manuali e i programmi: il problema è la riduzione della scuola a questi elementi. Non credo che la soluzione sia abolirli, ma farli vivere in maniera più armonica in una scuola che sia skolè, che in greco significa ozio, tempo libero, ossia fase della vita in cui si dialoga, non si mortifica il corpo, in cui si impara a parlare in pubblico e a esporre il proprio pensiero, in cui si faccia educazione e cittadinanza. Queste cose, invece, vengono sempre dopo l’assurda necessità (a volte autoimposta) di rispettare i programmi.

 

8) Ultima curiosità: fai l’insegnante di lettere anche perché hai avuto un bravo o una brava insegnante di lettere, da qualche parte nel tuo percorso?

 

È così. Ho avuto la fortuna impagabile di essere allievo del maestro Vincenzo Di Lauro, un ragazzo di poco più di vent’anni che alle scuole elementari leggeva poesie ad alta voce e trascorreva le ore a leggere Rodari e terzine dantesche, a spiegarci chi era Umberto Eco e a farci inventare storie. È stato così importante che è diventato un personaggio del mio romanzo L’ultimo arrivato. Quando penso a lui mi viene in mente quello che diceva Gesualdo Bufalino: “In ogni paese civile i soli depositari della rivoluzione sono i maestri elementari”.

 

 

Visite allo zoo, rubrica a cura di Massimo Gezzi

[Immagine: Foto di Friedrich Seidenstücker].

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