di Igino Domanin

 

La notte del 2 gennaio 2020, sono finito in un pronto soccorso. Mi diagnosticano una fibrillazione atriale in corso. Per la prima volta riconosco l’esistenza del cuore, la sua attività e la sua minaccia. Ho perso il controllo, il muscolo ora si contrae e si espande, pulsa troppo, mi figuro come se si trattasse di un pugno che si stringe. Il pugno è invisibile, interno, ma fisico. Una presa che si afferma su tutto quanto il mio essere, lo scuote, lo tramortisce. Lo impaurisce.

 

Sono steso supino con una serie di ventose appiccicate sull’epidermide da cui partono cavi elettrici collegati a macchinari che visualizzano grafici. Sono lasciato solo. C’è molto da fare in un Pronto soccorso, molto viavai, molto rumore di sofferenza vaga e intensa. Il personale medico ti cura immediatamente, ti accoglie, ti assegna un codice, ti sistema, ti sorveglia. Disciplina il corso delle cose, ma è il tuo corpo che comanda, il suo stato che detta legge su di te. Basta pochissimo per sentirti abbandonato. Sei accasciato, sei soccombente, un essere vulnerabile. Sei trascurabile per molti aspetti. Ancora pensi, ma dei tuoi pensieri cosa sarà? A cosa servono?

 

Qui contano solo i protocolli.

La crisi è durata un po’, un paio d’ore, poi il rilascio del farmaco che mi hanno iniettato ha cominciato a sedarmi, concedendomi una fase dolce di spossatezza. Ma prima, prima avevo farfugliato un po’ con la cardiologa, che mi aveva castigato. «Lei è uno di quelli che non si ascolta, lei non sa niente di quello che le succede, ma lo sa che lei ha il cuore di un vecchietto?» Quell’espressione poco scientifica, gergale, conteneva un messaggio paternalistico. Un ammonimento, una sconfessione della mia condotta, un tono rude e triviale. Poi la cardiologa è sparita, ma prima di arrivare al Pronto Soccorso non ero riuscito ad andare in bagno. Mi scappa. Devo farla. Chiamo l’infermiera. Non è italiana, l’accento è dell’Europa orientale, ti dà del tu. Per loro sei come un bambino, intuisco. Le dico che devo andare in bagno, allora lei va e torna con un pappagallo. Le dico che non l’ho mai fatta e non so come usarlo, sono imbarazzato, posso mica urinare in quella posizione stesa, ma lei si scoccia e drasticamente mi dice che devo tirarlo fuori e infilarlo dentro, «vedrai che pisci». Non l’ho realizzato subito, ma la risposta brusca, tagliente, canzonatoria aveva raggiunto, cieca e profonda, la zona più suscettibile e irritata della mia coscienza. Mi sono sentito irrimediabilmente un essere bisognoso di cure, esposto all’eventualità incombente di futuri trattamenti ospedalieri, dipendente da una serie inevitabile di controlli, riscontri, monitoraggi e sorveglianze. Iniziavo un percorso di raccolta dati. Il mio corpo è improvvisamente indagato, investigato nei suoi malesseri ancora privi di una manifestazione esteriore e avvertibile di dolore. Sono trasformato in un documento carnale dei rischi latenti della mia morte.

 

Nel corso di questa vicenda personale di esami, incertezze diagnostiche, congetture e confutazioni sulle cause delle anomalie ritmiche dei miei atri ventricolari, il 22 febbraio 2020 mi sono accorto che in Lombardia stava avvenendo qualcosa di molto più vasto e ignoto. Una pandemia. Le pulsazioni del mio cuore battono ora dentro una oscurità più universale. Da allora ho messo tra parentesi tutte le indagini, una specie di epoché, anche se prendo spesso a misurarmi battito e pressione, non appena avverto la presenza invadente di una attività cardiaca. Ma non mi sto chiedendo più nulla. Ho imparato a riconoscere nella “cura” qualcosa di più che un fatto medico: un tratto del mio rapporto con me stesso, con gli altri, con tutte le cose. Io sono uno che si cura. Non provo imbarazzo, anzi. So che ora vivo per curarmi e non mi sento affatto solo, ma come se un legame fragile e sovraccarico di pena fosse il filo tenue che tesse assieme l’intera specie a cui appartengo. Non era forse l’uomo, l’animale malato?

Ho letto la lettera di Michel Houellebecq. Un testo inviato a France Inter per essere recitato ai suoi ascoltatori, con una insolita impostazione retorica dove lo scrittore finge delle risposte ad altri noti intellettuali e scrittori francesi e dove spicca, per esempio, una risposta a Emanuel Carrère che si sarebbe domandato se si possono scrivere libri interessanti sulla pandemia. Trattandosi di Houellebecq sono portato a prendere questa prosopopea come un teatrino satirico e sputtanante. Mi ha fatto sempre molto ridere quello che scrive: un riso che è certo questione grave e seria, ma pur di risate si è sempre trattato.

 

Ben ovvio che nessuno potrebbe pensare di romanzare la pandemia. Solo un cattivo scrittore potrebbe arrischiarsi a farlo; di solito sono di quel genere fastidioso che tiene diari personali e che spaccia minutaglie per verità universali, che sale sul palcoscenico mediatico per dire il senso del proprio tempo e rivolgersi ai politici, agli scienziati, all’intera umanità. È vero: esiste questo ridicolo corteo, ma perché occuparsene? Al massimo basta sedersi, abbandonandosi all’arte di godere della folla e della sua bestialità. Ma seguendo Houellebecq in questo suo passo leggero, occasionale, smaccato e bugiardo, ho avvertito un’altra scossa, che arrivava dritta a urticare quello stato di coscienza già irritato in cui mi trovo fatalmente da inizio anno. Houellebecq dice apparentemente che col Coronavirus non cambia nulla del corso delle cose, forse solo un qualche peggioramento della situazione, ma null’altro. Nihil novi sub soli. Cosa potrebbe, infatti, dire un pessimista schopenhaueriano nutrito di positivismo, come lui stesso si è dichiarato in un libretto parafilosofico qualche tempo fa? D’altra parte come si potrebbe intendere sul serio la storia se non dal punto di vista dell’eterna ripetizione dell’uguale: solo così possiamo restare nell’immanenza dei fatti e non lasciarci sedurre dall’illusione fraudolenta di qualsiasi rivestimento di senso e allontanare la puzza della trascendenza.

 

È vero, le cose si ripetono. Sono sempre le stesse. Inutile cercare il cambiamento nelle cose. Ma non è tutto qui. Il punto è che accadono più velocemente. L’evento della realtà è più rapido, è accelerato. Non è certo Houellebecq il primo a dirlo, anzi è forse un ritornello, ma non si tratta ovviamente di scoprire nulla, non si tratta di essere originali. Ancora una volta solo un cattivo scrittore pretenderebbe l’originalità di ciò che dice. Lo scrittore non crea. Si tratta, invece, di esporsi alle cose, al loro accadere, alla loro inaudita velocità. Ed ecco qua il punto, l’unica rivelazione possibile. La pandemia sta facendo succedere più velocemente ciò che accadeva già. La forma di vita della distanziazione sociale non è che una magnifica occasione, un argomento inoppugnabile e una raison d’être, per fare più velocemente e più in fretta quel che già stavamo facendo delle nostre vite. Nulla di eclatante, tutto molto banale, in fondo senso comune. Ecco dunque il passaggio della lettera di Houellebecq che mi ha fatto pensare tutto questo:

 

Le coronavirus, au contraire, devrait avoir pour principal résultat d’accélérer certaines mutations en cours. Depuis pas mal d’années, l’ensemble des évolutions technologiques, qu’elles soient mineures (la vidéo à la demande, le paiement sans contact) ou majeures (le télétravail, les achats par Internet, les réseaux sociaux) ont eu pour principale conséquence (pour principal objectif?) de diminuer les contacts matériels, et surtout humains. L’épidémie de coronavirus offre une magnifique raison d’être à cette tendance lourde: une certaine obsolescence qui semble frapper les relations humaines. Ce qui me fait penser à une comparaison lumineuse que j’ai relevée dans un texte anti-PMA rédigé par un groupe d’activistes appelés «Les chimpanzés du futur» (j’ai découvert ces gens sur Internet; je n’ai jamais dit qu’Internet n’avait que des inconvénients). Donc, je les cite: «D’ici peu, faire des enfants soi-même, gratuitement et au hasard, semblera aussi incongru que de faire de l’auto-stop sans plateforme web». Le covoiturage, la colocation, on a les utopies qu’on mérite, enfin passons.

 

Già Musil, evocato da Houellebecq, a proposito del “virus senza qualità”, indicava nella formazione del luogo comune la genesi dello spiazzamento delle nostre abitudini linguistiche. Quando tutto cade nella banalizzazione, nell’ordinario, nel senso comune stiamo dentro il vortice, dentro la cosificazione più feroce. In fondo mi aggiravo già dentro la mia condizione di animale sofferente, vulnerabile, in cerca di cura. Allo stesso tempo sdegnoso di consolazioni affettive, solitario e ben contento di risolvere il rumore e il fastidio dell’interazione umana attraverso dispositivi comunicativi che posso manipolare, filtrare, e dietro i quali schermarmi. Ho già imparato a vivere secondo le agevolazioni e le compensazioni di questa forma di vita. Sono da tempo un suo abitante e non nutro altre illusioni di significato. L’obsolescenza delle relazioni umane può addirittura essere una paradossale utopia, morbida e accettabile, senza slanci o patemi, ma comunque una forma di emancipazione e liberazione da un sovraccarico emotivo che la vita non può reggere. Passo il tempo ad ascoltare canzoni del passato su Spotify, guardo varietà televisivi delle Teche Rai, ordino la cena peruviana su Glovo, faccio ricerche su Wikipedia, apprendo tecniche per i cocktails sui tutorials di Youtube….Esco, ma non troppo, vedo gente solo in base a un’agenda selettiva e programmata, mi tengo in contatto con amici e colleghi su Whatsapp. Nel frattempo mi tengo in vita, sto attento alla salute del mio cuore, prenoto visite in accoglienti grandi ospedali privati della Lombardia, provo perfino gusto a leggere voci on-line di enciclopedie mediche e seguo così a distanza anche la salute dei miei genitori. Ultimamente ci siamo rivisti anche in video sul cellulare. In fondo, non era poi così diverso dal vederli da vicino. Loro stessi, all’inizio erano un po’ come l’essere umano che scopre l’esistenza del fuoco, ma già alla seconda o terza volta si sono abituati. È stato velocissimo. Anche per loro.

 

Tutto sta accelerando. I miei genitori passano dalla preistoria alla attualità in pochi istanti. La possibilità della storia e della consapevolezza umana del suo accadere era basata sui ricordi. C’era uno spazio di esperienza, una serie di cose che sapevi che erano state il tuo passato, lo sfondo rispetto al quale poter stabilire se qualcosa di nuovo era possibile e stava accadendo. Ma cosa avviene se la memoria diventa inutile, cancellata, bruciata rapidamente e in modo istantaneo. Nutro l’impressione che i nostri ricordi di vita non servano più ad orientarci. Troppo rapido è il cambiamento, fino al punto di retroagire sul passato, ridurlo solo a una mole impressionante di dati, di tracce d’archivio e null’altro; ma del tutto slegate, senza connessione con l’istante accecante del presente accelerato ed estremizzato.

 

Il carattere dell’accelerazione è questa precipitazione, questa condensazione e banalizzazione del tempo, questa abdicazione condiscendente e desiderata. Siamo vivi, ma in modo sempre più incerto. Duriamo, ma restando accidentali, fungibili e transitori, sospesi a una perenne cura. Ci manteniamo in vita, più prossimi alla respirazione artificiale che al soffio dell’aria. È la vita che accelera. In effetti cosa c’è di più banale degli eventi, della loro inflazione, del loro succedersi e ripetersi senza senso possibile. Ma non è questa rapidità avida e smodata dell’istante, questa accelerazione stupida della vita, ciò che dobbiamo abituarci a scorgere nel buio? Non è di questo che dobbiamo imparare a prenderci cura?

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