di Giovanni Accardo

 

[Giovanni Accardo, scrittore e insegnante in un liceo di Bolzano, proseguo il suo diario verosimile sulla scuola a distanza. La prima puntata, uscita domenica scorsa, si può leggere qui.]

 

«Salve prof.»

Guardo l’ora sul cellulare: le 6 e 12. Sono sveglio da tre quarti d’ora, svegliato dai gatti che volevano mangiare. Come ogni mattina provo a riaddormentarmi, ma non ci riesco.

«Simona, che ci fai sveglia quest’ora?»

«Oggi è il mio compleanno, compio 18 anni.»

«Auguri!»

«Sarà un compleanno indimenticabile: in quarantena.»

L’emoticon che l’accompagna sottolinea il tono sarcastico delle sue parole.

«Non lo festeggi neanche in famiglia?»

«E con chi?»

«Beh, con i tuoi.»

«I miei non si parlano da tre anni, ognuno fa la sua vita: mio padre dorme sul divano del soggiorno, la mattina esce e torna la sera.»

«Anche in questi giorni?»

«No, in questi giorni è sempre in casa. Per fortuna è fuori mia mamma.»

«Che lavoro fanno?»

«Mio padre è parrucchiere, però non ha un suo locale, lavora in un salone per uomo e per donna. Mia madre lavora in Comune e continua ad andare in ufficio. E meno male, perché ad averli tutti e due in casa in chat sarei impazzita.»

«Hai un fratello, mi pare.»

«Sì, ma lui è via di casa da tre anni. Vive a Modena, lavora nella Guardia di Finanza.»

 

Simona frequenta la quarta, è mia alunna da settembre, come tutta la classe. Si è subito legata a me, forse perché scrive poesie e sente una sorta di affinità. In classe è piuttosto silenziosa, perciò mi stupisce questa conversazione.

«E lei come sta?», mi domanda.

Il gatto ritorna alla carica, dopo un’ora di solito vuole la seconda razione di cibo, se non mi alzo, mi cammina sopra finché non mi arrendo.

«Non è un bel periodo neanche per me. Mi sono separato da mia moglie, ma il trasferimento nella nuova casa che ho comprato è stato bloccato dalla quarantena. Non ho neppure i mobili, Diciamo che sono in attesa. Come tanti.»

«Mi dispiace. Però meglio separarsi che vivere come i miei genitori.»

«Sì, certo. Ma anche separarsi dopo tanti anni e ricominciare una nuova vita non è facile. Ci sono novità che spaventano e rattristano.»

È giusto raccontare queste cose a una mia studentessa?

Vado a riempire di croccantini le ciotole dei gatti, che mi precedono appaiati. Al ritorno in camera, Simona è ancora online.

«Sai cosa mi mancherà di più nella nuova casa?»

«Cosa?»

«I gatti.»

«Non sua figlia?»

«Certo, anche mia figlia, però lei verrà a trovarmi. Spero con una certa frequenza. I gatti invece non li rivedrò più.»

«Non può portarsene uno?»

«No, mi dicono che non si possono separare, ne soffrirebbero. Di separazione basta la mia.»

Quando la notte mi sveglio, soprattutto in queste notti di frequenti risvegli e di difficoltà a riprendere sonno, allungo un piede per sentire uno dei due gatti, di solito Theo, accucciato in fondo al letto.

«Ora però ho bisogno di bere un caffè», per combattere la depressione del mattino, ma questo non lo scrivo, chiudendo quell’insolita conversazione con Simona.

 

* * *

 

«Prof, ma le piace questa didattica a distanza?»

«Valentina, non si tratta di piacere, non è una questione estetica ma etica, per così dire, cioè un dovere nei vostri confronti. Pensa se questa pandemia fosse avvenuta vent’anni fa, quando non c’erano gli strumenti digitali di oggi. Cosa avremmo fatto?»

«Non lo so.»

«Molto probabilmente avremmo chiuso la scuola, perdendo un anno scolastico. O avremmo promosso tutti d’ufficio. Non riesco a immaginare una soluzione. O magari avremmo continuato le lezioni, facendo finta di nulla e sperando di non ammalarci.»

«Non la trova faticosa?»

«Certo! Faticosissima e a tratti avvilente. Sai perché? Sapete perché?», dico rivolto a tutta la classe.

«Perché?»

«Perché manca qualcosa.»

«Cosa?»

«A voi cosa manca?»

«A me quel buon profumo di brioches ancora calde di forno che si sentiva in atrio quando arrivavo la mattina a scuola», dice Cristina. E ride.

«Sì, certo! Quello manca anche a me e forse alla gran parte degli insegnanti, non tanto per le brioches congelate riscaldate nel micro-onde, ma per il bar, cioè per la possibilità di incontrarsi e scambiare due parole. A forza di parlare con uno schermo mi sa che impazziremo»

«Le sembrerà strano ma a me manca tutto, pure i bidelli», dice Alessandro, ridendo. Tutti ridono.

«Meno male», dico io, «vuol dire che non siamo ancora diventati degli automi.»

«Montale, Le occasioni», esplode Lorenzo, prendendoci tutti di sorpresa, infatti la classe gli dice di tacere, anche se il collegamento è assolutamente pertinente e, anzi, mi riempie di orgoglio. Abbiamo da poco studiato Nuove stanze:

 

                                     Là in fondo,

altro stormo si muove: una tregenda

d’uomini che non sa questo tuo incenso.

 

Ma la parola automi a me fa venire in mente Addii, fischi nel buio…:

 

Addii, fischi nel buio, cenni, tosse
e sportelli abbassati. È l’ora. Forse
gli automi hanno ragione. Come appaiono
dai corridoi, murati!

 

«Rifaccio la domanda: Cosa manca in questo momento mentre parliamo ognuno nel proprio quadratino nello schermo?»

Silenzio.

«Allora?»

Ancora silenzio.

«Eppure è qualcosa che avete studiato al biennio. Cosa vedete di me in questo momento?»

«Quasi solo la faccia.»

«Cosa manca?»

«Il corpo», dice Valentina.

«Il linguaggio del corpo», dice Alessandro tutto d’un fiato.

 

«Ora vi ricordate? Noi non comunichiamo solo con le parole ma anche con il corpo, il cosiddetto linguaggio non verbale: un’espressione del viso, lo sguardo, la postura, ecc. Nel momento in cui tutto questo manca, sia chi parla sia chi ascolta è costretto a puntare unicamente sulle parole, è questo rende faticosa la comunicazione. Se voglio cogliere l’espressione del viso ho bisogno di un’immagine nitida che spesso la nostra connessione rende impossibile, ma anche avere quell’immagine in primo piano, cioè a tutto schermo. Quindi, come dicevo prima, va bene la didattica a distanza per non perdere l’anno scolastico, ma non può sostituire quella in presenza, come la vita vera fatta di carne sangue e sudore non può essere sostituita da una vita finta, virtuale, artificiale. Alla vostra età, se mi avessero detto di stare un mese chiuso in casa con i miei genitori, senza poter vedere gli amici o magari la fidanzata, mi sarebbe venuta la depressione.»

«Perché, cosa crede, che noi non ce l’abbiamo la depressione?»

«Siamo tutti depressi», dico io, «però vediamo di reagire, anche solo parlandone, raccontandoci le nostre paure, ma anche i nostri sogni. Ecco, pensate a tutte le cose belle che vorreste fare finita la quarantena, non pensate solo a quello che vi manca. Lo scrittore Albert Camus, qualche anno prima di scrivere il romanzo La peste, compilò una Esortazione ai medici della peste, invitandoli a non avere mai paura. “Affinché il corpo sconfigga l’infezione, occorre che l’animo sia saldo”, scrive. E soprattutto bisogna fortificarsi contro l’idea della morte, che è l’unica vera paura, giacché, sempre secondo Camus, il dolore passa.»

 

* * *

 

La mia collega Alessandra dal 5 marzo tutte le sere augura la buonanotte alle sue classi inviando un brano musicale: Genesis, Bruce Springsteen, Pink Floyd, Van Morrison, Marvin Gaye, ma anche Rhythm and blues, jazz. Sceglie dalla sua collezione di vinili, poi cerca il brano su YouTube e lo manda agli studenti. Mi sembra un bellissimo gesto d’affetto, ma anche un regalo che Alessandra fa a se stessa, perché quando regaliamo qualcosa agli altri, lo regaliamo anche a noi. E il regalo che Alessandra si fa non è solo affettivo, ma è un viaggio nella sua memoria, nei suoi anni giovanili, e sono certo che in quella musica, in quei ricordi, recupera tutta l’energia che ci serve in questi giorni di lontananza e solitudine.

 

* * *

 

Consiglio di classe della seconda, ovviamente in video-conferenza. La discussione s’incaglia su Manuel, un ragazzo seguito dai servizi sociali e con l’insegnante di sostegno. Manuel vive con gli zii, insieme alla sorella, poiché ai genitori, quando lui aveva sette anni è stata tolta la patria potestà. La diagnosi del servizio psicologico parla di un generico disturbo o deficit della sfera emozionale con episodi di aggressività, che però in questi due anni non si sono ancora verificati. Anzi, il ragazzo appare sempre spento, privo di qualunque vitalità. La madre, alcolizzata, è seguita dal servizio psichiatrico, mentre il padre ha trascorso parecchi anni in una comunità per tossicodipendenti. Lo zio, fratello del padre, piuttosto che far finire i ragazzi in una comunità, ne ha chiesto l’affidamento, ma badare a quattro ragazzi non è stato facile. Crescendo sono nati i primi conflitti, le prime risse, addirittura Manuel è stato accusato di guardare film porno sul cellulare e di farli vedere alla sorella, che ha undici anni. Il ragazzo rischia di essere sottratto alla famiglia affidataria, la scuola cerca di sostenerlo attraverso una certificazione che permetta di ridurre gli obiettivi. La collega S. però ritiene che il ragazzo non abbia tutte queste difficoltà e che sia soltanto una scusa dietro cui nasconde la sua voglia di non far nulla. Vorrei dire che anch’io, se avessi avuto una storia familiare come la sua, non avrei avuto voglia di far nulla. Interviene Jacopo, il collega di sostegno.

 

«Il ragazzo fa molta fatica a seguire le lezioni a distanza. Vi ricordo che a casa sua, o per meglio dire, dei suoi zii, sono in quattro che si collegano tutte le mattine con i propri insegnanti.»

«E tiene sempre il video spento», rincara la collega.

«Manuel ha solo il cellulare, la connessione è debole e allora deve spegnere la telecamera. Ma l’audio è in funzione, ascolta e può interagire.»

«A me non sembra che ascolti»

«Possiamo prestargli un tablet», interviene la preside, «ne abbiamo ancora.»

«Gliel’ho detto anch’io agli zii, ma lo zio non vuole, teme che possa romperlo o possano prenderlo i fratellastri.»

«Per me sono tutte scuse», ribadisce la collega S. con un tono talmente irritante che devo contenermi a fatica; sembra quasi che si diverta a infierire.

Non si contiene invece la collega di matematica.

«È troppo facile giudicare quando si ha avuto una famiglia, bisognerebbe sapere o almeno capire cosa significa crescere senza genitori, sbattuto di qua e di là.»

«Perché tu lo sai?»

Sento che l’aria si sta surriscaldando, anche a distanza, pur non sentendo e vedendo quelle sfumature che solo in presenza si possono cogliere, appunto quel linguaggio non verbale di cui parlavo qualche giorno fa con gli studenti.

 

«Io sono cresciuta in un orfanatrofio», dice la collega di matematica, una rivelazione per me inaspettata che suscita un improvviso silenzio.

La collega insegna nel nostro liceo da quattro o cinque anni, ma è una di poche parole, pur essendo molto gentile e sempre molto protettiva con gli studenti; però la vedo spesso da sola, come se faticasse a legare con gli altri. Di lei non so molto, tranne che arriva dal Veneto ed è separata. È il primo anno che siamo nello stesso consiglio di classe.

«E per due anni ho persino vissuto in un carcere femminile. Mia madre era una prostituta e ho rischiato di finire anch’io sulla strada. Non mi vergogno a dire che quando è uscita dal carcere, le rare volte in cui andavo a trovarla, voleva convincermi a prostituirmi. Le adolescenti erano molto ricercate e pagate bene, mi diceva. Mi hanno salvato la scuola e un educatore, anzi, un dirigente dei servizi sociali di Venezia che si è affezionato a me e mi ha fatto studiare. Grazie a lui ho finito la scuola media, poi mi ha trovato un istituto in provincia di Padova dove però mi tenevano solo se andavo bene a scuola. E ora eccomi qua, laureata e con una famiglia. Ti bastano come credenziali?», dice, rivolta alla collega S. che ha provocato la sua reazione. «Ti è sufficiente per capire che per certi ragazzi la scuola è l’unica via di salvezza? E non importa se non sempre imparano la matematica o l’inglese, perché c’è qualcosa che conta di più, molto di più: la vita.»

 

Siamo tutti ammutoliti, ognuno di noi probabilmente attende che sia un altro a dire qualcosa, a spezzare quel silenzio improvviso. Siamo annichiliti. Ci penserà la preside a parlare? O devo farlo io, che sono il coordinatore di classe? Invece è la collega stessa a spezzare quel silenzio maligno che si è impossessato di noi e ci ha paralizzati.

«Scusate», dice, «ma siccome alla fine sono stata fortunata, perché ho avuto dalla vita un aiuto che non mi aspettavo di ricevere, sento di doverlo restituire, raccontando la mia storia, offrendomi come esempio delle possibilità che la vita comunque può dare.»

La collega S. sembra non avere sentito, insiste col suo punto di vista.

«Si vede che tu, anche se vivevi in un orfanatrofio, avevi voglia di studiare.»

Prima che la collega di matematica possa replicare qualcosa, interviene la preside, invitando a rispettare quanto stabilito all’inizio dell’anno scolastico, garantendo al ragazzo obiettivi ridotti, strumenti compensativi, prove scritte e orali semplificate. Invita tutti a sostenere gli studenti più fragili in questo momento estremamente delicato, in cui c’è bisogno di una maggiore attenzione ai loro bisogni.

«Organizzerò al più presto un incontro in video-conferenza con gli zii, alla presenza dello psicologo e dell’assistente sociale che seguono il ragazzo. E naturalmente vorrei che ci fosse anche lei, professore», dice, rivolta al collega di sostegno.

«Io vorrei aggiungere una cosa», torna alla carica la collega S.

«Abbiamo già detto tutto quello che c’era da dire. Ora ho un altro consiglio di classe», la liquida la preside, chiudendo la riunione.

 

* * *

 

Due colleghe del liceo classico/linguistico di Bolzano hanno ideato la lettura collettiva di uno dei romanzi più significativi del ‘900, La peste, di Albert Camus, pubblicato nel 1947. Gli studenti, attraverso dei video realizzati da loro stessi, della durata circa 25-30 minuti ciascuno, hanno letto l’intero romanzo, alcuni in lingua originale, cioè in francese, altri nella traduzione italiana. I video si possono guardare nel canale Youtube del liceo. Le studentesse si sono truccate e pettinate, ma anche i ragazzi si sono vestiti bene. Dopo tanti giorni di trascuratezza casalinga, possono ritornare a mostrarsi con piacere. C’è stata molta disponibilità e collaborazione tra di loro, mi raccontano le colleghe, addirittura gli studenti del linguistico hanno realizzato un tutorial per far sentire la corretta pronuncia dei nomi francesi a quelli del classico. Insomma, una scuola della cooperazione.

L’idea della lettura collettiva è stata di Cinzia, una collega che insegna lettere.

 

«Penso che tutti ci siamo resi conto, in questi giorni, di quanto sia importante, anzi, direi essenziale, la relazione vis-a-vis per stare bene e poter apprendere davvero; solo nella mancanza si scopre ciò che conta. E in questo momento così surreale e difficile la letteratura e la musica mi sono state di grande conforto; così ho ripreso in mano il romanzo di Camus, che avevo letto in età molto giovanile, anche se, lo confesso, non l’avevo proprio capito. Ora, più matura e in mezzo a una pandemia, ho trovato in questo romanzo davvero molti spunti di riflessione interessanti e molti passaggi commoventi.»

La collega ha contattato gli studenti del liceo e in 52 hanno aderito volentieri all’iniziativa. Fondamentale è stata la collaborazione di Novella, docente di francese nel medesimo liceo.

«La peste è un libro allegorico: Camus inventa un’epidemia di peste negli anni Quaranta a Orano, in Algeria, per raccontare le reazioni dei suoi cittadini e quindi degli uomini di fronte al male. Com’era accaduto qualche anno prima ai francesi durante l’occupazione nazista, di fronte alla peste gli abitanti di Orano mostrano le diverse possibilità della natura umana. Lo scrittore non aveva avuto diretta esperienza di epidemie, però conosceva la sofferenza della malattia, visto che all’età di diciassette anni era stato colpito dalla tubercolosi, per la quale all’epoca non esisteva una cura.»

«Nel suo romanzo analizza il dolore e la sofferenza attraverso un’epidemia», aggiunge Cinzia, «e ne offre un ritratto così fedele a oggi, in tante parti, da quelle sanitarie e biologiche a quelle umane, da impressionare ogni lettore. Penso alle parole della moglie quando sale in macchina: “Va t’en Bernard. Tout ira bien”. Quell’espressione “andrà tutto bene” che sventola dalle finestre dei nostri condomini è già stata detta qui, nelle prime pagine del libro.»

 

La vicenda narrata da Camus inizia con una morìa di topi, le autorità, pur temendo il peggio, minimizzano e rimandano ogni decisione, finché la gente comincia a morire. Allora si chiude la città e i cittadini vengono chiusi nelle proprie case con sempre maggiori restrizioni, mentre il male attacca anche i polmoni, i morti aumentano e progressivamente vengono destinati alla cremazione senza che i parenti possano confortarli o partecipare alle esequie.

La letteratura talvolta ci aiuta a dare senso alla nostra esistenza, specie quando le domande ci assalgono e riesce difficile trovare delle risposte. In questi giorni di pandemia tutto ci sembra assurdo, uno stato d’animo e una condizione esistenziale centrali nel pensiero di Camus. Chiedo a Novella cosa possono ricavare i lettori dalla lettura di questo romanzo, quale insegnamento ci offre.

«Rieux, il medico, ci insegna la generosità, la dedizione, la convinzione che se il lavoro è fatto bene, anche la guerra sarà vinta. Ma possiamo identificarci con Rambert, che vuole fuggire e inseguire la felicità perché si sente prigioniero per una colpa non sua; oppure con Padre Paneloux, che interpreta la peste come una prova divina inviata da un dio che vuole richiamare a sé l’uomo. Leggendo il romanzo sicuramente non sembrerà strano il comportamento di tanti abitanti di Orano che si sono sentiti invincibili finché il morbo non ha toccato anche loro. Oppure quando, sfiniti dalla quarantena, finiscono per infrangerla e fuggire da Orano. Esperienze e stati d’animo che stiamo sperimentando oggi.»

 

«I primi segnali spesso vengono trascurati, perché gli uomini tendono sempre a pensare che le catastrofi capitino solo agli altri. Nonostante in apertura di romanzo Camus descriva la morìa dei topi che infesta le strade di Orano, la maggior parte della popolazione preferisce girarsi dall’altra parte e continuare la propria vita, come se il problema non esistesse o riguardasse soltanto i topi,», aggiunge Cinzia. «Esattamente com’è accaduto nelle prime settimane dell’epidemia di Covid-19, quando si pensava che l’unico luogo colpito fosse la città di Wuhan in Cina e che tutto dovesse finire lì.»

Alla fine nel romanzo di Camus l’epidemia si ferma, viene riaperta la città, la gente fa festa, ma il dott. Rieux avverte che l’epidemia non è stata fermata definitivamente, bisogna stare attenti perché può ritornare. Essa tuttavia è servita a creare un senso di comunità e di solidarietà, forse la vera forza per combattere il male.

 

* * *

 

La clausura della quarantena si sta rivelando pesante non solo per gli studenti ma anche per gli insegnanti: i fragili, i depressi, gli ansiosi, gli psicopatici stanno progressivamente perdendo il controllo di sé. O quel poco di controllo che avevano in tempo di normalità. Sento che si moltiplicano le fobie e le ossessioni. Mi chiama su Skype il collega Edoardo, insegnante di inglese e caro amico.

«Hai saputo della Silvestri?»

Ovviamente penso subito che abbia preso il Coronavirus.

«No, cosa le è successo?»

«Interroga gli studenti bendati.»

«Allora ha cominciato ad accendere il video», scherzo.

«Non scherzare per favore! Questa è pazza! Ma come si fa a interrogare gli studenti bendati?»

«Non scherzo, mi ha detto che è contraria a mostrarsi in video, ha paura che gli studenti la possano registrare e poi mettere in giro il filmato. Anche se le ho detto che non possono farlo, perché sarebbe un reato.»

«E interrogare degli studenti bendati non è un reato? Cosa ridi?»

«Non ti arrabbiare, ma a me ‘sta cosa fa ridere, anche se capisco che non deve farlo. Lo sai che è una molto sprovveduta, probabilmente neppure si rende conto di quello che fa»

«Sprovveduta? Quella lì è un disastro. Bisognerebbe mandarla in pensione con largo anticipo.»

«Vabbe’, senti, ora la chiamo.»

 

Lo so che la collega è incapace sia a insegnare che a mantenere un minimo di disciplina in classe. Lo so che dovrei arrabbiarmi e che forse sarebbe meglio che cambiasse mestiere. Eppure la trovo così stramba, così fuori dalla realtà, che mi fa ridere.

«Ciao Silvia, come stai? Scusami se ti disturbo, ma c’è un problema di cui devo parlarti.»

«Stavo correggendo compiti. Tutti copiati su internet.»

«Mi dicono gli studenti che li interroghi bendati.»

«Certo che li faccio bendare, altrimenti quelli leggono dal libro, oppure si preparano dei bigliettini. Come faccio a sapere se hanno studiato?»

«Ma non puoi farlo, è una tortura.»

«Ma quale tortura! Chi te l’ha detto che li faccio bendare?»

«Non importa, solo che non devi farlo. Prova tu a fare lezione bendata e dopo mi dici se riesci a concentrarti o se non ti gira la testa. Si perde completamente l’orientamento. E poi lo trovo anche mortificante per lo studente. Significa che non ti fidi, che lo consideri un truffatore già in partenza. Capisco che in queste condizioni possono copiare, ma allora devi preparare delle domande non nozionistiche o delle attività in cui devono esprimere il loro punto di vista, mostrare un ragionamento, stabilire dei collegamenti. Magari confrontati con i tuoi colleghi della stessa materia e senti come fanno loro.»

 

* * *

 

Ci sono insegnanti che non hanno il senso della misura, in questi giorni sta emergendo in modo evidente. Certo, la pandemia e la necessità di fare lezioni a distanza ci ha colti di sorpresa. È vero, molti di noi non avevano mai usato gli strumenti digitali per la didattica. E tuttavia non serve una grande preparazione, non serve aver frequentato corsi di aggiornamento per capire che non si può tenere uno studente tutta la mattina incollato al computer o allo smartphone e al pomeriggio chiedergli di vedere un film in tedesco che dura un’ora e cinquanta minuti, un video di storia di un’ora e mezza e un altro video di italiano in cui uno studioso parla per quaranta minuti di Boccaccio. Da anni c’è la guerra contro la lezione frontale, superficialmente giudicata noiosa, ora però è tutto un fiorire di esperti che suggeriscono video in cui c’è uno scrittore o un professore universitario o un critico letterario che per quaranta minuti parla di uno scrittore o di un poeta, di un romanzo o di una raccolta poetica. Spesso sono lezioni molto ricche, ma sono lezioni che tanti bravi insegnanti della scuola superiore sono in grado di fare e fanno giornalmente.

 

Dirò un concetto talmente usurato da essere diventato banale: lo studente non è un contenitore vuoto da riempire a forza di video, schemi, esercizi e pagine da studiare, ma un adolescente con cui innanzitutto costruire una relazione. Non c’è apprendimento significativo senza coinvolgimento emotivo degli studenti ed esso sarà tanto più facile quanto più l’insegnante sarà sentito dagli studenti appassionato e vicino a loro. Questo ovviamente non significa rinunciare alla naturale asimmetria che c’è in ogni processo di apprendimento, dove chi insegna ha più sapere ed esperienza di chi impara. Però se l’insegnante si mette in gioco, ad esempio con riferimenti alla sua esperienza di apprendimento, renderà più autentico e fecondo il suo sapere. Non ho mai creduto all’insegnamento che trasforma l’aula in una sorta di laboratorio asettico dove l’insegnante siede in cattedra e distribuisce nozioni; meno ancora credo alla valutazione oggettiva, quella che ignora anima e corpo degli studenti con le loro emozioni e i loro odori, le loro storie e le loro esperienze, il loro punto di partenza e le loro provenienze sociali.

 

C’è una competenza che ritengo centrale nella professione dell’insegnante e che non viene minimamente considerata nel nostro bagaglio formativo, in parte è qualcosa che dipende dal carattere e dalle esperienze personali, ma in parte è qualcosa che si può sviluppare o migliorare, prestandovi la giusta attenzione: la relazione. Credo che l’insegnamento sia innanzitutto e soprattutto relazione con gli studenti, cioè capacità di farsi ascoltare e capire, capacità di ascoltare e mediare. Prima di pensare a cosa insegnare, ogni insegnante dovrebbe domandarsi come farlo, cioè come rendere gli studenti attenti, interessati, appassionati a quello che insegnerà. Ci sono tanti insegnanti preparatissimi, laureati con ottimi voti, che magari hanno fatto il dottorato di ricerca e scritto saggi su riviste accademiche, però quando entrano in aula non sono in grado di farsi ascoltare o di farsi capire: gli studenti si fanno i fatti propri, oppure fingono di ascoltare, mentre in realtà non capiscono nulla di quello che l’insegnante spiega. Questo perché l’insegnante non si pone il problema di costruire una relazione con gli studenti, non si preoccupa di conoscere chi ha davanti. E proprio in questi giorni di lontananza fisica dalla scuola, tutto ciò mi appare ancora più urgente.

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