a cura di Franca Mancinelli

 

Nello spazio da cui nascono le parole, ci sono punti luce, luoghi che ci permettono di vedere, da cui si attinge una visione. In questa rubrica cerchiamo di riconoscerli, di esplorarli, chiedendo a un autore di scegliere un’immagine o un suo dettaglio, e di raccontarci, nel modo più libero e aperto, questo incontro: appunti di viaggio, ecfrasi, riflessioni, tracce depositate nello sguardo. Un’occasione per entrare nel processo creativo riconoscendo le immagini guida, depositarie di un significato che si rilascia nel tempo (Franca Mancinelli).

 

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Fabio Pusterla

Hold on. Per Luca Mengoni

 

Conosco Luca Mengoni da molto tempo, e ho spesso collaborato con lui, che è prima di tutto un artista, e in seconda battuta un piccolo e raffinato editore; così mi è frequentemente capitato di lavorare insieme a lui, ora per realizzare insieme una cartella d’arte, in cui immagine e parola trovassero un dialogo, ora per accompagnare qualche sua edizione con una nota critica. In altri casi, Luca si è fatto per così dire catalizzatore di incontri: partiva da un testo poetico per associargli un artista, o viceversa mi proponeva l’opera di un suo collega e amico per vedere se da quelle immagini potesse mai nascere qualche cosa. Sicché potrei elencare numerose occasioni di dialogo e di incontro, con lui o, grazie a lui, con altri artisti. Però forse, al fondo di questa collaborazione, stanno due altre cose, più difficili da dire. La prima è una simpatia immediata, che poi si è trasformata in amicizia. Certo, ci sarà capitato qualche volta di parlare di arte e di poesia, confrontando le nostre idee; ma credo sia accaduto di rado. Più spesso abbiamo parlato d’altro, bevendo un bicchiere di vino; o siamo stati in silenzio, senza avvertire il bisogno di troppe parole. La seconda cosa è una misteriosa comunanza di intenti e di atteggiamenti nei confronti del linguaggio artistico e poetico. Ricordo bene una visita, di forse dieci anni fa, al suo atelier, dove campeggiavano alcuni suoi quadri in lavorazione, insolitamente grandi. Rimasi a lungo a guardare quelle ali di farfalla o d’angelo, la pancia di un aereo colto in volo in un grumo di grigio, l’ammasso delle nuvole, da cui poi nacque una poesia che esponemmo insieme ai quadri, e che si intitola Abbozzo degli aerei e delle ali, a cui sono molto legato e che ancora oggi mi interroga.

 

Credo che una delle caratteristiche di Luca Mengoni sia quella di partire da immagini concrete (la casa, la forma vegetale, l’ala, il labirinto, la scala, il papavero) e poi di lavorarla per sottrazione e per scavo, conducendola, o forse lasciando che il lavoro e la sperimentazioni conducano l’artista, verso una dimensione diversa, mitica o archetipica, da alfabeto primordiale. Non ho mai chiesto a Luca se abbia letto e se apprezzi i libri di Gaston Bachelard; ma avverto nel suo lavoro qualcosa di simile, il tentativo cioè di spogliare l’immagine dalle sue stratificazioni più ovvie e immediate, per cercare di riportarla a un senso profondo e sempre sfuggente attraverso un incessante lavorio sperimentale. E a modo mio, nelle inevitabili diversità, credo di riconoscermi molto in questa forma di espressione e di ricerca, che non esclude affatto il rapporto con la realtà (il “figurativo”, si potrebbe dire), ma prova a non lasciarsene intrappolare del tutto. Come se il dato di realtà fosse necessario e insufficiente; come se non fosse possibile rassegnarsi alla mera contingenza materiale e biologica, non potendo d’altro canto dirigersi verso un orizzonte altro, ideale o metafisico. E anche come se la “resistenza del mezzo” (credo fosse, questa, un’espressione di Fortini), cioè il corpo a corpo con tecniche, strumenti, materiali sempre diversi e disparati, fosse una componente fondamentale dell’atto creativo: per me, vorrà dire parole, registri, temi e situazioni anche molto distanti dal comune senso del “poetico”. Per Luca vorrà dire cimentarsi in diversi linguaggi, attraversare forme e modalità, passando dal lapis al pennello allo scalpello.

 

Con questo spirito ho visitato la mostra di Tegna, dove tra le molte cose che mi hanno colpito c’era una strana installazione, che non ho capito subito. Per terra, nello spazio centrale della sala, una sorta di candida colata intralciava il passaggio. Una colata di cosa? In un primo momento devo aver pensato a dei pezzetti di sagex, di cui mi sfuggiva il senso; poi, guardando meglio, ho visto che si trattava di ossa, tutte uguali. Erano infatti dei calchi di osso; e poco dopo l’autore mi ha detto di prenderne una in mano, di stringerla orizzontalmente nel pugno. Sorpresa: quel calco d’osso si adattava perfettamente alla forma della mano, che lo poteva contenere esattamente e stringere forte. Era il senso profondo dell’esposizione: “hold on”, cioè “tieni duro”, “resisti”. Conosco bene Luca, e conosco alcune cose della sua vita che davano a questa immagine un significato profondamente toccante e quasi lancinante; un significato che risuonava in me, per tante ragioni, fraternamente. Da qui è nata la poesia. Eppure in fondo, mi dico adesso, le nostre ragioni individuali e biografiche, che hanno condotto ciascuno di noi a ciò che è o si sforza di essere, sono fondamentali e nel contempo secondarie. Tutti abbiamo qualche ragione per stringere forte l’osso di Luca Mengoni nel palmo della mano, per dire a noi stessi “hold on”; tutti possiamo riconoscere, in quell’osso scarnificato e ridotto all’essenziale (l’antica, fondativa essenzialità dell’osso di seppia, potremmo anche dire, o della ginestra leopardiana) un frammento di verità abbagliante.

 

Qualche tempo dopo, stavo cercando di aiutare una mia studentessa, dalle grandi doti e dai profondi dubbi, che era tentata di mollare tutto, di abbandonare il liceo, di lasciarsi trascinare verso la cupezza. Purtroppo le mie parole mi sembravano servire a ben poco; così un giorno le ho dato un osso di Luca, che Luca mi aveva regalato. Le ho detto di stringerlo forte nella mano, le ho spiegato brevemente il titolo della mostra e il senso; e le ho proposto di tenerlo come un talismano fino alla fine degli esami di maturità. Così è stato; la studentessa ha fatto gli esami, e adesso studia all’Università; non è al riparo né dalla sventura né dall’ombra, poiché nessuno lo è, ma forse è in grado di affrontarle. Un po’ più in grado di prima.

E l’osso è tornato in mano mia; si trova sulla libreria, accanto al tavolino dove lavoro.

 

 

HOLD ON

 

per Luca Mengoni

alla Galleria Carlo Mazzi

 

Erano sassi, ossa? Quelle forme

candide al suolo sparse,

erano cosa?

 

Prendine in mano una,

chiudi, si adatta bene ai quattro spazi

tra le dita: rovescio delle nocche,

calco da stringere forte,

come stringendo il pugno

o i denti per resistere:

all’urto della vita forse

o alla morte.

 

 

Hold on è il titolo della mostra che Luca Mengoni allestì nel novembre del 2014 alla Galleria Mazzi di Tegna. Questa è la versione originale della poesia ora pubblicata in Cenere o terra (Marcos y Marcos, 2018), a conclusione della sequenza Paziente zero. (Appunti sulla poesia) dedicata a Luca Mengoni.

 

 

 

 

 

 

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