di Sandro Abruzzese

 

Letteratura e Questione italiana

 

Nel capitolo dedicato al miracolo economico della sua Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi Paul Ginsborg sottolinea giustamente come il 1960 sia l’anno de La dolce vita e di Rocco e i suoi fratelli, per poi concludere chiosando: “Non vi fu nel campo della produzione letteraria di quegli anni un’opera che potesse rivaleggiare con il Rocco di Visconti”. È questo passaggio, poche righe, a riportare alla mia mente Lucio Mastronardi e a spingermi qui a una rilettura de Il meridionale di Vigevano, ultimo tassello della trilogia sulla città padana.

 

Il fatto è che, se volessimo tracciare un percorso non solo del boom economico, ma relativo alla rappresentazione della Questione italiana (o meridionale che dir si voglia), – di cui il boom è certo una delle tappe più rilevanti – in questa prospettiva più ampia, il terzo libro del settentrionale oriundo Lucio Mastronardi apparirebbe in una luce tale da risultare addirittura indispensabile. E invece il vigevanese, con Bianciardi, viene perlopiù relegato al ruolo di autore del boom, del microcosmo Vigevano, mentre a carattere nazionale altri sono i nomi che sovvengono: da Verga, Silone, Alvaro, Carlo Levi, Russo, a Ottieri, Strati, per farne alcuni.

 

Ebbene, ho come l’impressione che Mastronardi resti confinato nello spazio circoscritto dai primi due grandi libri e che l’attenzione dedicata dalla critica al meridionale non solo sia nel complesso minore, ma a volte generi vere e proprie stroncature. È il caso di Gian Carlo Ferretti che vi trovò “un linguaggio incerto”, una struttura meno coinvolgente, un “discorso (…) descrittivo, sproblematizzato, nel quale non c’è più né cattiveria né divertimento né disperazione”.

 

Per la verità troviamo disaccordo critico su buona parte delle opere del vigevanese pure incrociando i giudizi autorevoli di Contini, Calvino e Asor Rosa. Contini amerà Il calzolaio ma non Il maestro. Per il ligure è Il calzolaio (lettera del 3 dicembre 1960) a dare una visione dell’umanità espressa in maniera “oggettiva e unitaria”. Asor Rosa invece ritiene lo stesso libro “rozzo e sommario”, tuttavia il più penetrante.

 

Se non c’è unanimità è però sempre Calvino, colui che seppe essere amico di Mastronardi per molto tempo, soprattutto dopo la dipartita di Vittorini, a confessargli: “la cosa più bella che hai scritto in vita tua è il capitolo dei meridionali al telefono pubblico (…)”. Certo anche il ligure non lesina, con la consueta franchezza, alcuni rilievi, e infatti il vigevanese riscriverà più volte, prassi consolidata, fino all’uscita, nel ’64.

In casa d’altri

 

La trilogia di Vigevano nel suo insieme assume una fisionomia completa e finisce per perdere il carattere frammentario dei singoli libri. Si tratta di volumi complementari, in cui Il meridionale di Vigevano sembra avere il compito di restituire all’esodo delle masse contadine uno sguardo prospettico particolare. Si guarda ancora alla Vigevano del boom, ma stavolta il punto di vista è a un tempo interno e esterno. In esso, infatti, l’io narrante e alter-ego di Mastronardi è un impiegato meridionale del fisco, testimone coinvolto eppure distante, a tratti implacabilmente alienato alla maniera del Silvio D’Arzo di Casa d’altri, e per questo in grado di riportare con estrema efficacia l’incontro-scontro tra meridionali e padani.

 

Beninteso, fin dal principio, attraverso un condensato di forza icastica e sarcasmo, Il meridionale di Vigevano getta il lettore nel magma di un nuovo mondo: “Quando i portinai possono combinare un matrimonio”, scrive l’autore, “sono contenti che sembrano loro gli sposi”. Gli fa eco la teoria delle razze della portinaia: “I figli nati fra calabresi e vigevanesi sono più intelligenti che belli. I figli nati fra siciliani e vigevanesi sono piuttosto piccoli. Fra abruzzesi e vigevanesi vengono fuori figli, uhm!, così e così (…)”, ricorda con ironia lo scrittore, egli stesso figlio di un abruzzese nativo di Cupello, sposato a una maestra vigevanese.

 

In questa Vigevano dunque i meridionali sono ormai dappertutto: affollano cortili di vecchie cascine, sale di conventi, gremiscono bagni pubblici, rive di fiumi, canali: “I figli fanno i muratori (…) Le figlie fanno le giunture. I genitori vanno in fabbrica, e si portano ancora a casa del lavoro. Anche i piccoli hanno lasciato la scuola per fare i garzoni”.

 

Se uno dei segreti del boom è il basso costo della manodopera al cospetto del neonato mercato unico europeo, Mastronardi ne racconta il carattere caotico, disperato e disordinato, che assume le forme di una vicenda individuale o familiare, capace di tratteggiare le fattezze di un nuovo aberrante spirito nazione. L’Italia di Mastronardi è priva di una strategia collettiva, orfana di mano pubblica, i nuovi arrivati vi si arrangiano in tuguri, la definizione di “miracolo” non può che apparire una beffa. Come può una nazione che si avvia a tale ricchezza, vien fatto di pensare col meridionale, destinare così poco a una parte più che consistente della sua popolazione?

 

Tra il ’51 e il ’74 più di quattro milioni di italiani provenienti dalle aree maggiormente penalizzate delle fasce collinari e montane della penisola, quasi del tutto abbandonate al loro destino, lasceranno il Sud e le aree interne italiane. Contestualmente Vigevano passa da poco più di quarantamila abitanti a circa settantamila. I nuovi arrivati saranno accolti da un razzismo manifesto, disposti a orari di lavoro massacranti, senza alcun grado di sicurezza: “Voi meridionali avete il senso dell’imprudenza”, fa dire alla moglie di un funzionario Mastronardi, “(…) Vedete quello? – seguitò indicandomi un muratore – Quello ha famiglia. Dico: ci vuol niente a cadere (…) Anche quello ha famiglia (…) Sa, questi sono venuti qui alla ventura (…)”.

 

Una massa di persone disprezzata, ricattata da contratti brevi e, spesso, come poi mostrerà Gianni Amelio in Così ridevano, organizzata dall’opportunismo di caporali compaesani o corregionali. È ancora Mastronardi, puntuale, a scrivere a riguardo della “maffia” di un tizio che “prometteva gente che si contenta. Veniva giù al paese (…) si faceva dare un tanto da quelli che volevano la sistemazione, e un tanto dagli industriali”.

 

In fin dei conti si tratta degli albori di un’Italia priva di guida e valori collettivi che abbiamo imparato a conoscere, in cui l’unica strada sensata sembra essere il manifesto egoismo che darà luogo all’ossessione monomaniacale della roba e del denaro. Un mondo improvvisato, certo, e per questo ridotto a pura questione personale, in cui si impone il problema della casa – La speculazione edilizia di Calvino è del ’63 – ovviamente nell’urbanizzazione incontrollata, preda degli avvoltoi del settore edile.

La scena di Calvino e il nuovo mondo

 

Il meridionale di Vigevano pullula di un’umanità rurale: “Nel mio paese c’è gente buona e cattiva; è come dappertutto, nel mio paese. Non è mai successo niente di brutto al mio paese”, sente il bisogno di dire tra sé e sé il protagonista durante la scena del telefono di cui parla Calvino nella sua lettera.

 

Siamo in una domenica cittadina, nell’aria pregna di fumo della saletta della Stipel, la telefonista chiama uno per volta i paesani in fila per telefonare alle famiglie lontane. Arrivato il suo turno, però, l’io narrante è preso da un improvviso pudore che gli piega le gambe e la voce. L’idea del paese natale lo tramortisce. L’operatrice prosegue con la girandola infinita di nomi dell’Italia rurale: Croce Ferrata, Monterosso, Stornara, Roccapalomba, Partinico, Cinquefrondi, Grazzanise, Ginosa. La scena è dotata di un ritmo e di un’intensità tali che non sfugge al lettore Calvino.

 

Altrettanto potente è, poco più avanti, l’alterco tra il protagonista e l’aggressiva fidanzata Olga, la quale, vistasi scoperta nella sua povera doppiezza, per ripicca tenta di raggiungere il paese del fidanzato per “giudicarne la gente”. Sicché arrivata in stazione ferroviaria, sale su un vagone e sventola il biglietto del treno: “il treno era preso d’assalto. Sull’uscita c’erano padri con bambini in braccio (…) Io glieli mostravo a Olga. Le mostravo i meridionali, che anche loro guardavano la locomotiva e il treno come bambini”, racconta lo scrittore.

 

Resta il tempo per l’epilogo della storia di Consiglia. È qui che si chiude, con una carrellata sui campi avvizziti di questi contadini-operai venuti da lontano, Il meridionale di Vigevano.

 

Ora, seguendo i soccorritori, egli si ritrova nell’umile abitazione della sua compaesana Consiglia: “(…) qualche metro quadrato di spazio, con tre pareti di cartone e fòrmica”. Fa in tempo a vedere la donna avvicinarsi all’orecchio del figlio: “Quante volte te lo dicevo, Cosimino, che qui non ci stiamo. Che non è posto, questo, per noi”.

 

Nel mezzo di questi poli estremi vi sono, nel meridionale, tutti i meccanismi di rimozione di qualsiasi sradicamento: i tic, gli sconquassi familiari, l’indigenza, la paranoia, la nevrosi. L’alter-ego dell’autore attraversa rassegnato furibonde gelosie, subisce i rimbrotti e gli ammiccamenti dell’imprenditore Esposito: “Li terroni non sanno fare proprio niente (…) più che figli non sanno fare”. “Più che un terrone non può essere (…) i terroni non hanno il senso del rispetto della roba degli altri!”.

“Gli Esposito”, egli mostra, sono balzani e bipolari, e d’improvviso “parlavano di noi meridionali (…) che siamo una razza superiore, inutile dire, troppo superiore”.

 

C’è poi l’invidia per chi, come il napoletano Pedale, ha fatto ancora più fortuna e può permettersi di assumere solo operai settentrionali e ne ha circa 400. Nel suo ufficio campeggia un cartello con su scritto: “vietato l’ingresso ai cani, ai porci, ai terroni!”.

Oppure l’irpino Oreste, armato di pistole, coltelli, sempre pronto alla rissa per difendere il suo desueto, anacronistico concetto d’onore.

Ci sono le mondine, anch’esse meridionali, che cantano, verso l’imbrunire, il lamento della vedova nelle risaie. La sera “la strada era piena di contadini diventati operai”. Le strade di Vigevano ormai portano i nomi di via Campania, via Calabria, via Sicilia, e via dicendo.

 

Revisioni

 

Nel meridionale di Vigevano, dunque, va in scena la brutale forza centripeta del capitalismo spontaneo all’italiana. E se è vero che il Mastronardi del meridionale è già uno scrittore in crisi d’ispirazione, a distanza di decenni gli stessi aspetti ritenuti da Gian Carlo Ferretti più deboli, sembrano tramutarsi nei suoi principali punti di forza. Si apprezza cioè del meridionale, oltre all’assenza di toni elegiaci in un argomento a cui non è estranea la componente nostalgica, quella distanza dal mondo e dagli altri in grado di connotare l’io narrante trincerandolo in una misurata rassegnazione. La precisione descrittiva e visuale, il carattere frammentario, gli scatti, la prevalenza del nitore sui brevi obnubilamenti, si innestano in dialoghi semplici, terragni, eppure necessari, che restituiscono un costante senso del vacuo, insieme all’aderenza a una realtà trasfigurata dalla sua lente d’ingrandimento. Il narratore è sì trascinato dagli eventi, tra pause di parole taciute, giudizi sospesi, ma quella stessa postura accondiscendente favorisce la rappresentazione di un’umanità degradata, grottesca e irrazionale. È cioè l’arma di una protesta silenziosa e isolata, basata su un arreso pudore al cospetto degli accenti e delle linee di fuga del familismo italiano, della montante cultura di massa consumistica. Le accelerazioni, i cosiddetti difetti di struttura, ripresi oggi, alla luce dell’omologazione che l’industria culturale è andata via via imponendo alla letteratura, diventano elementi dinamici del tutto coerenti con uno scrittore viscerale e riottoso. Uno scrittore che è sempre marcatamente autobiografico, e si esprime attraverso una lingua viva, intensa, spontanea, incapace di lirismo, anzi fitta di brevi invettive e sproloqui. Una lingua, giusto per schematizzare, votata al plurilinguismo e per questo vicina a un filone che ha dei precedenti in Gadda come in Testori.

 

La rivolta impossibile

 

Quella di Mastronardi è, come ha giustamente titolato Riccardo De Gennaro nella sua preziosa biografia dell’autore, una rivolta impossibile. Ricostruendo il percorso del vigevanese, De Gennaro sottolinea come tra i motivi di fondo della sua opera vi sia una rivolta dai tratti marcatamente politici e esistenziali, dunque non ascrivibile, se non banalizzandola, esclusivamente ai problemi psichici e familiari. Vi è nella vicenda dello scrittore, secondo il biografo, una ricchezza e molteplicità di piani che va dal difficile rapporto con la figura ingombrante del padre Luciano, alla fragilità di nervi, a cui si somma la sua strenua lotta contro la spinta omologatrice degli anni in questione. Lo scrittore è quindi pienamente ascrivibile alla storia intellettuale di quegli anni al pari dei Bianciardi, Pasolini, Calvino, Sciascia. Di certo lo aiuta nella scrittura questa sua capacità di captare il mondo circostante per osmosi, la sua forza istintuale, alimentata dal sentirsi esule in casa propria, in un legame con la città fatto di consuetudine e repulsione.

 

Mastronardi, poi, possiede questa sorta di fiuto per la realtà, confermato dalla famosa inchiesta del gennaio ’62 condotta da Giorgio Bocca sul Giorno, Mille fabbriche nessuna libreria, dove si annota con sarcasmo: “Ebbene, se voi credete che la montagna dei capitali produca redditi adeguati vi sbagliate. Altrove i redditi industriali saranno del dieci, del venti per cento, qui neppure dell’uno. Si vede che interi carichi di scarpe colano a picco nel tempestoso oceano, forse migliaia di macchine utensili vengono travolte dalle piene del Ticino (…).

 

Quasi vent’anni dopo, nello scandalo delle false fatturazioni scoppiato in tutta Italia, emerse che nella sola Vigevano, così riporta Guido Crainz nel Paese reale, “andavano in galera 29 esattori dell’Iva su 30”. Lo scandalo condusse Maurizio Chierici, in un articolo per il Corriere della Sera, a ricordare che se Mastronardi fosse stato ancora in vita, a questo punto avrebbe potuto scrivere L’esattore di Vigevano. Evidentemente anche stavolta, al di là della boutade, sfuggiva ai più Il meridionale di Vigevano, libro incentrato sulla corruzione italiana, oppure il ruolo di personaggi ricorrenti nella trilogia come l’avvocato siciliano Racalmuto, definito da Domenico Scarpa “un piccolo dio dei ladri e dei commercianti”.

 

Meridionali si diventa

 

Intendiamoci, qui non si tratta solo di annoverare Mastronardi tra i grandi del Secondo novecento. Nella trasfigurazione di Vigevano vi è un essenziale contributo alla decodificazione della storia italiana recente, contestualmente alla messa a fuoco di linee di continuità e storture nazionali che arrivano direttamente ai nostri giorni. Ciò che Mastronardi scrive, dunque, in linea con ciò che il cinema e la letteratura della Questione italiana rappresentano nel Secondo dopoguerra, oggi confligge vistosamente con l’immaginario mediatico prodotto negli ultimi trent’anni. Sicché se lo scrittore del Meridionale sottolinea i prodromi dei futuri problemi del paese – l’assenza endemica di riforme strutturali, la creazione di un sistema di potere burocratico ipertrofico e inefficiente fondato sulla tolleranza dell’evasione fiscale e del lavoro nero, sulle tangenti e i voti della malavita – questi affosseranno definitivamente le speranze di riduzione degli abnormi divari del paese, prima di sommare, al malcontento rassegnato del Sud, quello inedito del Nord per “Roma ladrona” e i terroni. Queste e non altre sono le ragioni principali del fallimento italiano.

È a questo punto che, con Tangentopoli e l’irrompere della Questione settentrionale nella scena politica italiana, scrive Guido Crainz: “Il Sud diventa luogo centrale e simbolico del degrado, con un salto di qualità nella stessa percezione del problema”. Si dimentica cioè, aggiunge Vito Teti nella Razza maledetta, che Tangentopoli ha la sua capitale a Milano, e invece “il Nord si scopriva improvvisamente sfruttato (…) vittima dei meridionali e dei partiti che avevano curato soltanto i loro interessi”. Ecco che gli stessi “ (…) meridionali che avevano popolato città, campagne e paesi del Nord, riempito fabbriche, costruito economie”, come Mastronardi attesta, “(…) diventavano, per i leghisti, i responsabili della corruzione e degli imbrogli portati avanti dai partiti di governo, al Nord e al Sud, dal 1948 in poi”.

Ebbene, ogni polarizzazione, ogni schematica opposizione noi-loro, italiano-straniero, nord-sud, ci ricorda che il capro espiatorio della balcanizzazione ha la doppia funzione di fornire alibi, magari vittime, per salvare i veri colpevoli.

 

È la lunga stagione berlusconiano-leghista a produrre il ribaltamento della percezione generale della Questione italiana per una riedizione dell’antico pregiudizio antimeridionale. Si rimuove quella fusione “vigevanese” tra Nord e Sud, quel Mezzogiorno padano sostanzialmente mai interrottosi nel corso della storia repubblicana, eppure – sostiene ancora Teti – “era facile accorgersi che le due entità geografiche, culturali, morali erano ormai mescolate, erano l’esito di un processo unitario di oltre un secolo (…) sia nei successi che nelle responsabilità, sia nelle conquiste che nelle degenerazioni”.

 

La complementarità delle varie parti d’Italia nel decennio scorso è stata sapientemente cristallizzata da Roberto Saviano – uno dei pochi giornalisti di una certa visibilità mediatica a battersi strenuamente e costantemente contro le falsificazioni leghiste – il quale in Gomorra racconta, insieme al sistema-paese e all’economia-mondo, lo smaltimento illegale dei rifiuti dell’Italia industrializzata nella Terra dei fuochi, unendo così ancora una volta l’Italia nell’inestricabile intreccio delle sue tante contraddizioni.

 

Altro discorso meriterebbe il successo dei pamphlet neo-borbonici alla Pino Aprile, che rilanciano la polarizzazione schematica dello scontro, finendo implicitamente per assolvere le classi dirigenti meridionali e rivolgersi contro il nemico esterno. Si attua così una sorta di leghismo meridionale più raffinato e erudito, che a sua volta, facendo un uso distorto di reali accadimenti storici, preferisce imputare ogni colpa della storia d’Italia alla sola parte settentrionale del paese. È la conferma dell’incapacità di farsi “soggetto di pensiero”, direbbe Franco Cassano, di auto-rappresentarsi senza cadere in patetici orgogli identitari, o in narrazioni irreali e emotive di un fantomatico “cuore meridionale”.

Un Sud che sembra sempre più condannato a dover essere speciale, in cui la sudditanza di un nuovo contro-immaginario generato per reazione nasce perché da troppo tempo in molte sue parti non si è messi in condizione di diventare normali.

Il resto è storia recente. La Lega al governo occupa le tv e rompe definitivamente argini e indugi: abituati ai Borghezio e Calderoli, a Zaia e Salvini, non desta alcuna sorpresa il recente siparietto Feltri-Giordano sui “meridionali inferiori”. È il solco di un terreno arato da decenni proprio grazie a tv, radio e pamphlet giornalistici.

 

Il leghismo, nel frattempo strumentalmente passato dalla secessione al federalismo, partendo da alcune ragioni di fondo, ha abilmente imposto il suo lessico e la sua agenda politica alla nazione, tracimando nello stesso Partito democratico per l’attuazione di imprecisate quanto frettolose proposte di autonomie regionali differenziate. Questa paradossale ancorché granitica deriva populistica e xenofoba fonde spinte disgregatrici e nazionalismo, religione e linciaggi mediatici. Grazie alla crisi economica del 2008 e alla martellante Questione migranti, per via dell’insipienza di un centro-sinistra in perpetua crisi d’identità, ingrossa le sue file fino a portare alla beffa del voto in massa dei meridionali per la Lega di Salvini. Siamo all’ultimo colpo di teatro.

 

In fondo quel che è successo in questo ventennio è l’aver abdicato, come stato e classe dirigente, al’’idea di una reale unione dell’Italia. La sfiducia di questi anni trasforma la Questione meridionale alla stregua di dispute folcloristiche tra tifoserie. Allora leggere Il meridionale di Vigevano oggi è più che mai opportuno per combattere i clamorosi e a volte voluti strabismi, e per ripartire da alcuni essenziali punti fermi sulla rappresentazione della realtà nazionale.

 

Bibliografia essenziale

 

Alberto Asor Rosa, Uno scrittore ai margini del capitalismo, in Quaderni piacentini, anno III, Gennaio 1964

Italo Calvino, Lettere, 1940-1985, Mondadori, Milano, 2000

Guido Crainz, Il paese reale, Donzelli, Roma, 2012

Guido Crainz, Autobiografia di una Repubblica, Feltrinelli, Milano, 2009

Riccardo De Gennaro, La rivolta impossibile, vita di Lucio Mastronardi, Ediesse, Roma, 2012

Emanuele Felice, Perché il Sud è rimasto indietro, Il Mulino, Bologna, 2013

Paul Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, Einaudi, Torino, 1996

Lucio Mastronardi, La trilogia di Vigevano, Einaudi, Torino, 1994

Roberto Saviano, Gomorra, Mondadori, Milano, 2006

Domenico Scarpa, La farfalla vola nel prato, pref. a Il maestro di Vigevano, Utet, Torino, 2007

Vito Teti, La razza maledetta, Manifestolibri, Roma, 1993

Vito Teti, Maledetto sud, Einaudi, Torino, 2013

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