di Matteo Marchesini

 

In Italia, quando un membro della corporazione filosofica interviene nel dibattito sui fatti del giorno, dà quasi sempre risultati più scarsi di un editorialista mediocre. Di solito, o il professionista della filosofia tenta di sollevare qualunque frammento di cronaca al proprio cielo teorico, rivelandone l’inservibile monotonia da idea fissa, o viceversa abbandona questo cielo teorico cedendo a un buon senso sbiadito, e così confessando ugualmente l’inutilità dei suoi studi. In entrambi i casi, il pensatore-giornalista sembra incapace di connettere il particolare e l’universale, ciò che era il vecchio orgoglio della tradizione filosofica. Manca di orecchio, direbbe un suo mito moderno da cui ha ereditato l’enfasi ma non l’intuito. Non riesce a stabilire le giuste proporzioni, anche linguistiche, tra i diversi piani dell’esperienza, né un rapporto attendibile tra teoria ed esistenza quotidiana: operazioni possibili solo se si possiede una certa immaginazione morale o sociologica, che viene dall’attitudine a immedesimarsi con gli attori in campo. Questa attitudine, almeno in parte, si può sviluppare con l’aiuto di romanzi e testimonianze di vita. Ma sono libri che in genere i filosofi snobbano o strumentalizzano, leggendovi ininterrottamente sé stessi, così come i letterati afferrano al volo qualche sentenza filosofica illudendosi di dare un prestigio interdisciplinare ai loro sforzi esegetici.

 

Pensavo a questo quadro deprimente, per contrasto, mentre sfogliavo con soddisfazione i ritratti dedicati da Piergiorgio Bellocchio a una ventina di grandi narratori e intellettuali moderni. Un seme di umanità. Note di letteratura, stampato a gennaio da Quodlibet, è un bilancio del lavoro di mezzo secolo, che dimostra sia la varietà della cultura dell’autore (si va da Stendhal ad Hašek, da Wilson a Montaldi) sia la costanza di alcune passioni (Orwell, Céline, Böll…). Malgrado pubblichi di rado, al contrario dei filosofi di cui sopra, Bellocchio è un eccezionale critico del costume: sa cogliere con prontezza krausiana il diavolo nel dettaglio, svelarne la natura di sintomo, e collegarlo al contesto mantenendo un perfetto controllo su tutti i livelli. Al netto del talento, questa dote ha senz’altro a che fare con la sua formazione e con il suo approccio alla letteratura. Bellocchio ha sempre amato la tradizione romanzesca, ma non ha mai smesso di nutrirsi anche di diari, saggi e cronache storiche. A differenza del letterato medio, non scinde artificiosamente le finzioni dalla realtà umana in cui sono immerse. Il che non significa confondere le carte. Significa soltanto che se non si vuole ridurre il romanzo a un mazzetto avvizzito di parole, come diceva Forster, bisogna comprendere che è un organismo fradicio di vita, e uno strumento in grado d’illuminare ciò che mentre ci muoviamo nel mondo resta fatalmente opaco: l’intreccio della sorte e delle scelte individuali, le relazioni sociali e i problemi etici…

 

Nella Premessa l’autore insiste anzi sull’attenuarsi della sua giovanile fame di fiction, sostituita da un interesse crescente per le scritture memorialistiche, specie a sfondo politico. Più che dall’invenzione, spiega, è attratto oggi “dalle testimonianze personali e dirette, dal giornalismo di reportage e dall’autobiografia”. Si vedano, a riprova, i capitoli sulla Russia ottocentesca. Bellocchio delinea benissimo la situazione dei suoi massimi narratori, la cui vicenda è molto più tragica, più vasta e imbevuta di umanità di quella europea, e la cui opera appare, si direbbe, larger than literature, tanto che nei loro poemi in prosa Gogol’, Dostoevskij e Tolstoj si pongono direttamente le domande prime e ultime come si fa nei dialoghi filosofici. Però il tono del critico diventa più intimo davanti alle memorie di Aleksandr Herzen, che offrono una differente ma altrettanto straordinaria “fusione degli elementi speculativi e narrativi”. In Herzen “ci è l’uomo”, direbbe De Sanctis; e un uomo misurato, senza accessi febbrili, al quale il lettore vorrebbe poter chiedere consiglio. Si trovano riunite nella sua figura “spinta etica, passione politica, rigore intellettuale. E in più una vitalità generosa, il bisogno di affetto e amicizia, un autentico e profondo interesse per gli uomini”. L’autore di Passato e pensieri è un intellettuale che agisce e insieme osserva con rigore ciò che sfugge all’azione, evitando di mistificare un’attività con l’altra. Lo stesso farà un secolo dopo George Orwell, che pure Bellocchio sente fraterno, e che i filosofi e i letterati costantemente sottovalutano, sembrando loro che non arrivi a essere né un pensatore né uno scrittore puro – che il suo socialismo libertario sia poca cosa, e poca cosa sia l’elaborazione formale delle sue pagine. Ma l’originalità di Orwell sta appunto nel fatto che nessun concetto ha in lui una consistenza trattatistica, derivando da un processo conoscitivo messo alla prova dell’esperienza, e che nessuna scelta stilistica è separabile dal bisogno di dire il più esattamente possibile ciò che si vede e si crede. “Il lettore e il critico esigono il romanzo e, nella saggistica, il libro a tema e di sicura appartenenza a una precisa disciplina (storia, filosofia, economia, critica letteraria ecc.)” constata mestamente Bellocchio: rifiutano gli ibridi che non fanno dell’ibridazione una griffe, e in particolare le raccolte di documenti, articoli, racconti. Rifiutano più che mai, di conseguenza, quella miscela di reportage e saggio autobiografico, di apologo sociologico e racconto realistico che costituisce il contrassegno naturale di Orwell, e che buona parte della cultura egemone del Novecento ha ritenuto sospetta sia dal punto di vista formale che da quello ideologico. Accecati da una concezione della grandezza modellata su un estetismo rozzo quanto sprezzante, i letterati e i pensatori stentano a cogliere le doti inventive che sono necessarie all’arte orwelliana, come sempre sono necessarie alla morale, la quale esiste soltanto se riscoperta e praticata occasione per occasione. “A differenza della quasi totalità degli intellettuali della sua epoca (e tanto più della nostra), per Orwell l’intelligenza è indivisibile dall’onestà, lo stile dalla lealtà” scrive Bellocchio. E subito dopo, con il suo modo felice d’illustrare comparativamente le diverse funzioni della letteratura: “Nessuno sente la mancanza di un secondo Proust; un Thomas Mann e un Eliot ci bastano; e anche un Gadda. Orwell è un compagno, un fratello (…) Sono assolutamente convinto che un maggior numero di scrittori, di uomini del suo stampo avrebbe potuto cambiare molte cose, incidere realmente sul nostro destino. E oggi, come e più di allora, a mancarci sono soprattutto scrittori e uomini come Orwell”.

 

Sia nei saggi analitici sia nei pezzi più brevi, sia nelle introduzioni concepite per le collane economiche sia nelle riflessioni a mano libera, Bellocchio riesce a essere insieme didattico e originale. Ha, come dice, lo scrupolo del lavoro ben fatto, che si traduce in una nitida alternanza di riassunto e commento. Questa inclinazione è stata rafforzata a vent’anni dalla lettura di Edmund Wilson. Nel ritratto che gli dedica, Bellocchio ricorda come il critico americano gli sia subito apparso più comprensibile di Adorno e più convincente di Lukács e Sartre: “Ammiravo la sua sagacia interpretativa e la sua fedeltà al testo, la franchezza del giudizio, la passione per le idee e la storia, l’ampiezza degli interessi e l’energia morale, per cui il discorso, pur criticamente impeccabile, andava sempre al di là della letteratura”. A proposito di Wilson cita una definizione di George Steiner, che ha parlato di “reportage filosofico”: e così si torna alla parola chiave, “reportage”, accompagnata da un aggettivo che implica il rovesciamento della prospettiva più comune tra i filosofi e i letterati. L’autore di La ferita e l’arco concilia la chiarezza e l’esattezza documentaria con un’aderenza vivacissima alla radice umana dei prodotti culturali. È al tempo stesso un ottimo insegnante, un critico intelligentissimo e un cronista “di razza”, possedendo “quella curiosità per il ‘fattore umano’, quell’appetito di realtà che sono propri del grande giornalista e del grande narratore”. Senza indulgere a un biografismo spiccio, Wilson mostra un’attenzione costante al retroterra dal quale affiorano le opere; e così fa Bellocchio quando chiosa le lettere degli scrittori. Ma la lezione wilsoniana convive in lui con un’elegante applicazione degli schemi di Lukács. Impressiona la disinvoltura con cui unisce l’indagine minuziosa sulle vicende concrete a una nativa capacità di tipizzare, e quasi di ridurre a teorema le trame più intricate. Conservando il tono del lettore che si mette nei panni di autori e personaggi, in poche righe colloca tutte le parti dell’organismo preso in esame nella durata lunga della Storia. Se nemmeno oggi il suo lukacsismo infastidisce, è perché Bellocchio sa verificarne gli schemi attraverso gli esempi; e anche a chi rigetti le premesse, gli appunti sui luoghi in cui i grandi romanzieri difettano nella rappresentazione delle classi suonano in genere più che convincenti. Si veda il capitolo su Dickens, uno scrittore, di nuovo, che ha insieme “il gusto romantico del melodramma e la passione giornalistica dell’inchiesta”. Descrivendo le sue creature, Bellocchio sembra quasi delinearne meglio i tratti e continuarne l’opera; ma mentre descrive, ecco che già demistifica l’ideologia loro e del loro creatore con un misto di osservazioni psicologiche, sociologiche ed economiche dalle quali si trae l’ennesima conferma che per un vero critico nessun metodo è inutile, purché usato cum grano salis. Lo stesso trattamento è riservato alla concezione stendhaliana del romanzo, da Armance alla Certosa di Parma, e a quel grande narratore critico che è stato Stanley Kubrick. In un’interpretazione al tempo stesso asciutta e virtuosistica del virtuosistico e asciutto Barry Lyndon, Bellocchio sottolinea come il regista frustri impeccabilmente ogni tentativo d’identificazione, affinché lo spettatore non dimentichi mai che i soggetti sono determinati dalle strutture economiche: “Come Barry è rappresentato in modo da non suscitare particolare simpatia, così i suoi antagonisti non offrono mai tratti propriamente malvagi. La loro odiosità non ha niente di soggettivo, è quella della loro classe, dei rapporti di classe vigenti” commenta ammirato.

 

Se Bellocchio riesce in queste sintesi, è anche perché ha il senso delle proporzioni in un’accezione più sottile di quella evocata all’inizio, e oggi sempre più difficile da trovare e apprezzare. Il fatto è che intuisce spontaneamente il grado di plausibilità delle parole e degli atti dei più vari tipi umani come poteva farlo un borghese d’antan, un possidente o un professionista la cui cultura non era scissa dall’esperienza ‘amministrativa’ e soprattutto dalle esperienze materiali, ovvero da quel commercio diretto con un mondo stratificato che lo rendeva di per sé uno storico dilettante di buon livello. Ma oltre al retroterra di colta borghesia provinciale, hanno certo favorito questo suo intuito l’appartenenza a una generazione in bilico tra l’Italia contadina e l’Italia del boom, e le tempestive letture di alcuni testi capitali del marxismo eretico. D’altra parte, fin dagli esordi sui “Quaderni piacentini”, agli interventi bellocchiani si può togliere il presupposto marxista praticamente senza danno, dato che non inficia quasi mai le analisi dei singoli fenomeni. Dopo aver assimilato la lezione di Fortini, Bellocchio ha imparato presto a usare le armi del maestro con piena autonomia. Se l’autore di Verifica dei poteri tende a prevaricare il dettaglio imbozzolandolo in un sotto e sopra-testo cifrato, lui sa invece illuminare gli oggetti dall’interno. Ne chiarisce i nessi con il panorama circostante, lasciandoli però sempre trasparenti e in primo piano davanti al lettore. A volte Bellocchio fa pensare a Enzensberger, ma a un Enzensberger molto meno gigione. Sia il tedesco che l’italiano appaiono reattivi tanto alla cronaca politico-sociale quanto alla letteratura, al cinema, alle arti. Ma se né le sconfitte, né i cambiamenti d’orizzonte e le conseguenti palinodie intaccano il nocciolo dei suoi migliori pezzi ‘marxisti’, ciò accade anche perché Bellocchio conosce un contravveleno che non si limita all’illuminismo scettico enzensbergeriano. Al di là, o meglio al di qua, dell’empirismo di Wilson e della proba indipendenza di Orwell, scorre infatti nei suoi saggi una salutare vena anarchica. Bellocchio sospetta di tutti coloro che credono di poter razionalizzare e organizzare la vita sociale. La sua stima va alle persone e ai personaggi che non hanno abbastanza volontà per essere efficienti, ossia integrati: e che dunque, azzardiamo, almeno un po’ gli somigliano. Un seme di umanità, chiuso sul Settecento di Barry Lyndon, si apre sul Settecento di Casanova. E del veneziano Bellocchio loda appunto quell’incapacità di perseverare, quell’irresistibile spinta a commettere errori per ripartire altrove, che è poi il rovescio della sua capacità di cavarsela negli imprevisti: “Tutti gli aspetti della vita gli piacevano troppo perché fosse capace di applicarsi esclusivamente a un progetto sacrificando tutto il resto”. L’avventuriero rimane un eterno dilettante, “ma è proprio il suo fallimento a darci la misura della sua fondamentale non riducibilità a quell’ordine moribondo che egli si ostinava a sentire suo, come pure alla classe emergente”.

 

Casanova ha un lato servile che non accetta mai fino in fondo. Ma spesso l’istinto anarchico o anticonformista si nasconde sotto il volto enigmatico di tipi che sono tecnicamente dei servi. Come Švejk, che al contrario di tanti suoi fratelli più o meno astuti non si lega a un Don Giovanni o a un Don Chisciotte. La sua solerzia è una recita, e per il suo ufficiale il leggendario soldato di Hašek resta un mistero. Quando però divide il pane con chi sta in basso, osserva Bellocchio, Švejk diventa subito solidale, e si occupa dei bisogni primari con praticità affettuosa. A differenza dei servi bartlebyani, inappetenti e circonfusi di un’aura cristologica, possiede infatti una “densa fisicità”. I suoi gemelli speculari sono gli inferiori che non sanno cavarsela: impiegati, anziché picari, che in apparenza soccombono, ma che portando alle estreme conseguenze la loro sottomissione arrivano a una specie di liberazione per la via opposta. Ecco come Bellocchio descrive ad esempio il protagonista del Cappotto di Gogol’: “A dispetto della sua insignificanza, o proprio per questo (…) è un eroe positivo, l’unico che Gogol’ possa concepire, al livello più basso dell’umanità. Il più negletto, sfruttato, deriso sembra racchiudere in sé il segreto di una strana felicità e santità: quella del puro di cuore che serve umilmente e in letizia, senza nulla pretendere”. Questa purezza disarma quanto la sapienza sbrigativa e l’‘amoralità’ di Švejk. Vi si specchia quella verità, più eloquente di ogni eloquenza, che il gogoliano Brancati riecheggerà in modo grottesco nel suo stordito e afasico Vecchio con gli stivali. Secondo Bellocchio, persino Bouvard e Pécuchet hanno legami di sangue con questa famiglia, perché “nei due cretini, ridicole vittime della cultura, apostoli fallimentari del progresso, c’è infine un’onestà, un seme genuino e indistruttibile di umanità, che mancano totalmente al mondo in cui vivono, che giustamente diffida di loro e se ne difende. Li avranno tutti contro: il sindaco, il notaio, il nobilotto, il prete, il medico, i proprietari e i fittavoli, i bottegai e le domestiche. La loro diversità è irriducibile all’ipocrisia, al conformismo, al profitto (‘Me ne infischio degli affari!’: la stessa fiera battuta Flaubert la mette in bocca a Frédéric e a Pécuchet). Seppure nelle note di una farsa desolata, Bouvard e Pécuchet sono due eroi del ‘no’, due uomini liberi, compagni di Akakij Akakievič e di Bartleby, umili scrivani come loro”. Si tratta di eroi piccolo-borghesi, che è una contraddizione in termini; e certo Bellocchio si tiene ben lontano da quella mentalità, che ha a sua volta satireggiato. Eppure è almeno altrettanto lontano da chi, si chiami Dickens o Nizan, deride le aspirazioni a migliorare il proprio stato come se fossero automaticamente catalogabili sotto l’etichetta di filisteismo o mania, e non riflettessero spesso, al contrario, un normale e per niente disprezzabile istinto umano.

 

Ma oltre ai personaggi, gli alfieri bellocchiani di un’anarchia passiva o rocambolesca sono alcuni autori. C’è il Böll maturo, in cui il critico riscontra l’elogio di un’irregolarità attiva, autonoma, capace di organizzarsi. C’è l’impassibile Isherwood, “anarchico individualista” attratto da anarchici incoscienti che vivono ai margini della società, “inguaribilmente infantili, felicemente irresponsabili”, o da furfanti troppo poco pragmatici per avere successo. E c’è Céline, che a proposito di aspirazioni infantili rimpiange “l’unico comunismo possibile (…) quello che tutti abbiamo conosciuto nell’infanzia”. Del francese, Bellocchio non esita a rivalutare i terribili pamphlet con cui seppellì gli onori dell’esordio; e una delle chiavi interpretative, anche qui, è quella dell’autosabotaggio, del rifiuto a integrarsi. “Per procedere oltre” scrive dando l’ultima pennellata al suo ritratto, Céline “deve rompere il rapporto con la corporazione di cui oggettivamente fa parte, che minaccia di paralizzarlo e isterilirlo, e affermare violentemente la sua radicale diversità umana, morale, artistica”. Così “erige barricate dove accumula i materiali più eterogenei, anche robaccia, menzogne, turpitudini. Spara su tutto ciò che si muove, vede nemici dappertutto. / Regredisce, vaneggia. Però ottiene il suo scopo. Riesce a non farsi trasformare in vedette (…) Per ottenere tanto non bastava il Voyage, occorrevano proprio Mea culpa, Bagatelle e il resto”.

 

Con Orwell, Weil e Bernanos, Céline è per Bellocchio uno dei pochi scrittori che in mezzo alle tragedie del Novecento siano stati all’altezza di quell’engagement di cui si è tanto chiacchierato. Tutti e quattro hanno pagato le loro scelte di persona, andando incontro all’isolamento e al fallimento. Ecco come li descrive uno per uno: “Un pensiero dove si scontrano e si integrano marxismo, platonismo e cristianesimo; un cattolico senza chiesa; un anarchico pessimista che finisce fascista; un puritano senza fede nonché socialista senza tessera…”. Ed ecco le caratteristiche comuni di queste “figure di isolati, di outsider, di inclassificabili”: “feroce spirito antiborghese; ‘estremismo’ intellettuale ed esistenziale; rifiuto a chiudersi, a esaurirsi nel ruolo di scrittore; estraneità e disprezzo verso la corporazione intellettuale e per tutte le istituzioni in genere; disinteresse personale, generosità, odio del denaro; fame di esperienza, bisogno di accertare sempre di persona, vedere con i propri occhi, esporsi, partecipare fisicamente; inettitudine diplomatica e al comando; tendenza a esercitare la massima severità critica verso gli errori e le colpe della propria parte…”. E a proposito di quell’estremismo, Bellocchio precisa che vale sul piano della ricerca intellettuale e della prova esistenziale, ma non implica e anzi di solito esclude la scelta di un gergo elitario, traducendosi anzi in un atteggiamento tendenzialmente democratico nei confronti del pubblico.

 

Autori e personaggi anarchici fanno tutt’uno nella vicenda di Danilo Montaldi, che nelle Autobiografie della leggera, con orecchio letterario pari al talento di sociologo, ha trascritto i racconti di un mondo padano eslege e amaramente allegro. A sedici anni Montaldi ha abbandonato la scuola e il partito comunista, si è formato da autodidatta, e in seguito ha deciso di vivere di precarie collaborazioni editoriali. Paragonando il suo rapporto con lui a quello che lo ha legato a Fortini, Bellocchio gli dedica parole che non credo abbia speso per nessun altro. Se dell’ispiratore dei “Piacentini” riconosceva “la superiorità intellettuale, senza patirla”, “la superiorità di Montaldi”, dice, “era umana, morale, e la pativo, perché mi metteva di fronte alla mia incapacità di recidere risolutamente, come ritenevo fosse giusto, i legami culturali e pratici con la mia condizione di borghese. Insomma, continuavo a vivere nell’ambiguità, anziché compiere quel ‘salto’ che Montaldi invece aveva fatto. / Per la precisione, Montaldi non aveva avuto bisogno di compiere alcun ‘salto’. Nato proletario, aveva scelto di restarlo. Ma questo è ancor più singolare. Qualche borghese che ha scelto di declassarsi, l’ho conosciuto. Ma intellettuali di estrazione proletaria che, pur avendone possibilità e titoli, abbiano rinunciato alla promozione sociale, preferendo restare dei proletari a tutti gli effetti, non ne ho mai incontrato nessuno, salvo Montaldi. Sicurezza, agi, potere, prestigio non lo allettavano: non valeva certo la pena, per quei risibili vantaggi, di perdere il lusso dell’indipendenza, la libertà di fare il lavoro che preferisci, nel modo e per lo scopo che ritieni più giusti”. E infine: “Non credo di esagerare dicendo che Montaldi rappresenta il miglior esempio di libertà e coerenza che io abbia incontrato nel mondo degli intellettuali”.

 

Nei suoi saggi, Fortini è stato un sottilissimo demistificatore della falsa coscienza; Montaldi l’ha indicata e contrario con la sua biografia. Il contravveleno ideologico dell’anarchia ha dunque a che fare con la fedeltà a ciò che si sconta in proprio, e insieme con la mancanza di retorica: virtù che l’autore delle Autobiografie conserva anche di fronte ai suoi emarginati, mai ridotti a una demagogica bandiera culturale. Ma il contravveleno ha a che fare anche con il riconoscimento della dignità di tutta la realtà elementare e corporea in cui è immersa la nostra vita. A proposito di un personaggio femminile di Böll, Bellocchio parla di “fedeltà al proprio corpo”, e osserva che nello scrittore tedesco i bisogni fisici hanno sempre trovato “comprensione e interesse vivissimi. Mangiare e far l’amore sono cose tutt’altro che peccaminose, altrettanto buone che pregare o prendere l’eucaristia”. A livello sociale, riconoscere la parte reietta del mondo umano significa ridare realtà a chi è escluso dalle convenzioni o condannato a un’esistenza da spettro. Ad esempio la donna, ai cui modi di rappresentazione Bellocchio è molto attento. Non a caso diversi autori rappresentati in Un seme di umanità aboliscono istintivamente la scissione tra la sua immagine angelica e la sua sottomissione reale. Uno dei tratti migliori di Casanova è la gratitudine che prova per ogni sua compagna. Stendhal tende a dare piena cittadinanza umana e civile all’altro sesso. Di Norman Lewis, Heinrich Böll e Danilo Montaldi il critico cita i brani dedicati alla fierezza delle prostitute, e analizzando l’Educazione sentimentale si sofferma con simpatia su Louise Roque, sul suo amore schietto e la sua “sana spudoratezza”.

 

L’altra categoria subordinata per eccellenza è quella dei ceti popolari, che Bellocchio accosta con uno sguardo privo di estetismo, ma non riconducibile alla dottrina marxista. Il suo scopo è quello di evidenziare come il ruolo del popolo venga quasi sempre sottovalutato, mentre si sopravvaluta una classe intellettuale che in alcune fasi drammatiche della storia italiana, nonostante la sua maggiore consapevolezza, ha dato al progresso civile un contributo assai minore. In Fedele alle amicizie di Geno Pampaloni isola il passo nel quale l’autore, ufficiale in guerra, dopo avere invitato un sergente a comportarsi virilmente, si vergogna davanti allo sguardo amaro dell’inferiore, che gli ricorda come l’intera vita, e la continua ubbidienza senza risarcimenti, lo abbiano educato a essere uomo in una maniera assai più dolorosa e antica della sua. E il saggio su Pasolini finisce con una riflessione, mai maramaldesca ma severa, sull’estraneità che il poeta ha mantenuto davanti ai combattenti della Resistenza tra le cui file militava il fratello Guido.

 

La finezza ideologica serve insomma a Bellocchio per esaltare gli ideali o piuttosto i comportamenti che dai suoi pari sono considerati di solito con sufficienza. Tra questi c’è anche la schiettezza, parola che quando non è sequestrata dai populisti è vilipesa da chi le associa una concezione dell’uomo scioccamente ingenua e inconsapevole della complessità. Invece Bellocchio non ne ha paura, perché sa che molto più pericolosa, e di frequente irreversibile, è proprio la sospensione di questa qualità basilare in nome di un sistema intellettuale che finisce per dimenticare le ragioni da cui è sorto. Abbozzando il profilo di Belinskij, un provinciale autodidatta che non pubblicò mai un libro e tenne cattedra sulle riviste (decisive anche per Bellocchio…), nota che il suo prodigioso istinto critico è inscindibile non soltanto dai suoi interessi filosofici e sociali, ma soprattutto dalla sua tensione morale. Mentre persevera in un’eroica onestà leopardiana, che gli impedisce di accettare le false consolazioni anche nella malattia e nella povertà estrema, Belinskij non separa mai la condotta pubblica da quella privata, come non separa i concetti da quei fatti che rimangono ai concetti irriducibili. Perciò passa dai primi entusiasmi per l’idealismo tedesco al rifiuto di ogni astrazione in nome di un “pensiero concreto”: “Senza esempi e fatti, per me non si intende nulla”. Belinskij rimprovera a Bakunin di “amare le idee e non gli uomini”, e recisamente afferma che per parte sua non cambia mai “un uomo contro un libro”. Isherwood appartiene a un mondo sideralmente distante da quello del critico russo, eppure il motivo per cui Bellocchio lo ama è simile. Questo ricco e raffinatissimo studente di Cambridge, che trovandosi a suo agio ovunque non trucca i propri limiti e nemmeno gli istinti più amorali, rimane refrattario alle teorie persino nei rari slanci politici: “Il suo pacifismo rifiuta ogni giustificazione etica trascendente. Egli non sparerà mai su un tedesco per la semplice ragione ‘privata e incrollabile’ che potrebbe trattarsi del suo amico Waldemar”.

 

Sui motivi di fedeltà e schiettezza sono incentrati anche i brevi ritratti di due italiani quasi coetanei di Bellocchio, Luciano Bianciardi e Beppe Fenoglio. L’autore di Una questione privata è addirittura incapace di sposare tesi che non ha patito sulla pelle, anche se questo lo allontana dal suo milieu e se in astratto potrebbe condividerle. Quanto a Bianciardi, l’efficacia della sua satira “è il risultato di una fondamentale schiettezza. Anche quando la polemica è più virulenta, non è mai astiosa né arrogante. Nel suo atteggiamento e nella sua scrittura c’è sempre una lealtà, una naturale dignità virile che lo preserva tanto dal rancore che dalla viltà sentimentale”.

 

Ecco cos’è la letteratura, grande o solamente dignitosa: un’arte impregnata di questi fondamentali caratteri umani, richiamati subito dopo il titolo della raccolta dall’esergo di Horkheimer, che credo piaccia a Bellocchio perché è il francofortese meno acrobatico, più malinconicamente sobrio, ed è abituato a pesare bene le parole: “Se soltanto conoscessi una parola migliore di ‘umanità’ – questo povero slogan provinciale dell’europeo semicolto! Ma non ne conosco…”. D’altra parte, come insegnano molti autori del pantheon bellocchiano, l’umanità non è sempre umana; e forse soltanto ricordandoselo si può far fruttare il suo seme. Per citare il Céline pamphlettista: “L’Uomo è umano pressappoco quanto la gallina vola” si legge in Mea culpa, che in certi passaggi sembra una delle tante interpretazioni modernamente idiosincratiche di La Boetie. “Lei, se si prende un colpo duro nel didietro, se un’auto la fa piroettare, va su fino al tetto, è vero, ma ripiomba subito nella melma, a ribeccare lo sterco. È la sua natura, la sua ambizione. Per noi, nella società, è esattamente lo stesso. Non si smette d’essere totalmente letame che sotto il colpo d’una catastrofe”.

 

Bellocchio non scriverebbe righe del genere, ma le capisce. La sua generazione ha conosciuto una catastrofe in sordina; e il tema della decenza, della dignità individuale nella sconfitta, è tornato fuori appunto perché tutte le impalcature teoriche sono crollate, comprese quelle che sembravano permettere agli uomini di volteggiare sui tetti mentre affondavano nella melma. L’autore di questi saggi, nella sua maturità, ha pubblicato poco. Tra gli anni Ottanta e l’inizio del nuovo secolo, su una rivista scritta con Alfonso Berardinelli e in alcune brevi raccolte, ha sparpagliato i frammenti del diario di un uomo solo, privo ormai di una comunità politica su cui contare e di una platea riconoscibile di lettori. In questa solitudine ha continuato a registrare i sintomi della stupidità nata dall’opulenza, senza dimenticare però che è così invasiva da rendere giocoforza un po’ complice anche chi la critica. Volenti o nolenti, e comunque dolenti, non abbiamo a quanto pare vie di fuga. Il meglio che si può fare, data la situazione, è forse meditare sulle esperienze nelle quali resiste un’etica del “come se”: l’etica che Bellocchio ammira in Flaubert, deciso a “praticare la virtù senza crederci”, e a prendere alla lettera i valori che una borghesia ormai tramontata ha usato per secoli da paravento.

 

A un certo punto il critico nota che “Flaubert non ha mai scritto un articolo per un giornale. Non ne aveva bisogno, è vero, ma tanti suoi colleghi che vi si producevano non erano spinti da mere ragioni di sussistenza: si trattava anche e soprattutto di partecipare, affermare la propria presenza, mantenersi a galla, promuoversi. Un costume che da allora si è mostruosamente dilatato, con un peso effettivo inversamente proporzionale alle dimensioni del fenomeno, la moltiplicazione dei partecipanti conseguendo la loro progressiva nanificazione, fino all’indistinguibilità”. Si pensa all’astensione dal dibattito pubblico che Bellocchio ha scelto per sé, senza farne un’insegna da appartato sdegnoso (che sarebbe poi solo uno dei tanti modi di affermarsi). Si pensa a come Bellocchio ha evitato di forzare e drogare un’opera che cresce o in una dimensione comunitaria difficilmente recuperabile, o in un silenzio che consente di coltivare almeno una certa svagatezza indolente, ma che in ogni caso non contempla la produzione in serie di scritture per tutti e per nessuno. Non stonerebbe, in fondo alla sua galleria di moderni, un ritratto di questo satirico con pathos.

 

[Immagine: George Orwell].

2 thoughts on “L’umanità è antiquata. Sui saggi di Piergiorgio Bellocchio

  1. L’individualismo da borghese infelice di Bellocchio, depurato dal comunismo (ah, quel puzzo di zolfo della ideologia!) di Fortini, appare oggi doppiamente bello[all’]occ[h]io del Marchesini.

    P.s.

    E a proposito di umanità:
    «Che cosa sia poi quell’uomo, quell’essere umano di cui parlate, quando a quello sia tolta la dimensione dell’azione comune per la solidarietà, la giustizia, la libertà e l’eguaglianza, io non riesco davvero a immaginarmelo. Che cosa è un uomo ridotto alla mera dimensione della interiorità morale?». E aggiungeva : «deve trattarsi di una canaglia. O di una vittima. E che cosa vogliono infatti da noi i custodi della eticità di stato, se non fare di noi delle canaglie o delle vittime?» . O politica o morale allora? No: «tra il momento politico e quello morale c’è una incessante tensione e implicazione reciproca» (38). Gli incarcerati per terrorismo e banda armata sostenevano che la sconfitta della lotta armata fosse venuta da un errore: aver fatto «uso della violenza» (36), che essi ora sentivano come colpa morale. E toccava proprio a Fortini fargli notare che così abbassavano la loro rivolta al livello dell’azione di «una banda di assassini o [di] un’associazione di indemoniati», perché essi stessi cancellavano la dimensione politica della loro azione (37). No, gli replicava, l’errore non è stato questo, non è stato morale, ma è venuto da una vostra cattiva «lettura e valutazione dei fattori politici che ha contribuito potentemente alla sconfitta della opposizione di cui [il Partito Armato] era una parte» (37) E aggiungeva: «e non una conseguenza» [della violenza](37). E per Fortini questo «errore politico [era] più grave di quello morale: quest’ultimo riguarda l’individuo, mentre quello politico «si trasforma in sofferenze e rovina per gli altri» (37). E infatti è la storia di tutti che è stata ridotta a «una questione di coscienza invece che in una questione di conoscenza e di azione» (37).

    (da E.A. , Le disobbedienze dimenticate di Franco Fortini, http://www.poliscritture.it/2014/11/07/le-disobbedienze-dimenticate-di-franco-fortini/)

  2. “Autori e personaggi anarchici fanno tutt’uno nella vicenda di Danilo Montaldi, che nelle Autobiografie della leggera, con orecchio letterario pari al talento di sociologo, ha trascritto i racconti di un mondo padano eslege e amaramente allegro. A sedici anni Montaldi ha abbandonato la scuola e il partito comunista, si è formato da autodidatta, e in seguito ha deciso di vivere di precarie collaborazioni editoriali.” (Marchesini)

    Andrebbe aggiunto che Danilo Montaldi abbandonò il PCI ma mai l'”orizzonte” del comunismo; e, dunque, in lui il “contravveleno ideologico dell’anarchia” non si è mai separato dal “contravveleno Marx” (per capirci). L’ultimo documento politico pubblicato lui vivente, “La piattaforma del Potere Operaio” (1970), si conclude così: “La necessità di un’organizzazione marxista di avanguardia e l’importanza decisiva del suo inter vento prima e dopo la rivoluzione sono uno degli insegnamenti fondamentali della rivoluzione d’Ottobre 1917 e di tutti i movimenti rivoluzionari che hanno avuto luogo dopo di allora: Germania, Europa centrale, Italia, Cina, Spagna, Germania dell’Est, Polonia, Ungheria”.

    (da Danilo Montaldi, Bisogna sognare. Scritti 1952-1975, pag. 603, edito per conto dell’Associazione culturale Centro d’Iniziativa Luca Rossi – Milano dalla Cooperativa Colibri, 1994 )

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