di Massimo Recalcati

 

[Il volume La lezione di Pasolini (a cura di Enrico Redaelli, edito da Mimesis) nasce da un ciclo di conferenze coordinate da Enrico Redaelli nel novembre 2015 ,in occasione del quarantesimo anniversario della scomparsa dell’intellettuale italiano. Oltre ai testi dei relatori di quella rassegna, il volume ospita altre voci di letterati, psicoanalisti, filosofi e studiosi di cinema. Contributi di: Andrea Bellavita, Lucio Blanco Mallada, Florinda Cambria, Francesco Chianese, Silvia De Laude, Gabriele Fadini, Massimo Recalcati, Rocco Ronchi, Alberto Russo Previtali, Aarón Rodríguez Serrano, Giacomo Tinelli. Presentiamo un estratto del contributo di Massimo Recalcati, ringraziando l’editore].

 

Il mio incontro con Pasolini

 

Ho incontrato il testo di Pasolini dopo aver incontrato da ragazzo il suo corpo morto, straziato, ferocemente assassinato. Per la mia generazione Pasolini è stato sinonimo di anti-conformismo, libertà intellettuale, pensiero critico. Il personaggio pubblico, il divo, l’intellettuale, il poeta, l’omosessuale appariva fuori dagli schemi, introverso e inassimilabile. Era sufficiente quello per provocare nelle nuove generazioni simpatia spontanea e ammirazione. Per questa ragione la sua morte appariva ai nostri occhi come un attentato alla nostra stessa libertà. La lettura di Pasolini avvenne per me solo dopo la sua morte e probabilmente anche a causa della sua morte. Nel 1978 gli dedicai la mia tesi di maturità titolata “Popolo e religione nell’opera di Pasolini”. Allora al centro dei miei interessi era la sua prima produzione poetica centrata sulla lingua friulana che, grazie alle origini di mia madre, avevo la fortuna di conoscere bene e di poter leggere direttamente senza ricorrere alla traduzione in italiano.

 

Un soggetto diviso

 

Sono diverse e note le contraddizioni che attraversano la vita e l’opera di Pasolini: individualista, testimonia con coraggio l’impegno civile e collettivo dell’intellettuale; anticlericale, si schiera risolutamente contro l’aborto; comunista militante, subisce l’espulsione dal PCI con il quale entrerà in un conflitto sempre più aspro; ateo e marxista, resta cristiano nello spirito; anticonformista, detesta l’anticonformismo; critico acerrimo dello strumento televisivo e del mondo dei media si rivela sorprendentemente a suo agio proprio in quel mondo; contestatore vigoroso del “sistema” si schiera contro i giovani contestatori del ’68; anti-paternalista, non si risparmia nel segnalare il rischio del tramonto del padre nel nostro tempo; sperimentatore della lingua e delle sue grammatiche, resta critico irriducibile di ogni avanguardismo; straordinario poeta civile, conduce pascolianamente la poesia verso i propri drammi più segreti e indicibili; pedagogo libertario, riconosce come insuperabile la figura del maestro; omosessuale e ribelle, è un conservatore dei valori della tradizione e del mondo contadino.

 

Ragione e passione, storia e natura, pensiero critico e pulsione non trovano mai in Pasolini una conciliazione stabile, ma permangono in uno stato di perenne dissidio. Ai miei occhi è uno dei motivi non secondari della sua grandezza. La sua stessa psicologia individuale appare scissa tra gentilezza e attitudine alla provocazione, altruismo e rapacità pulsionale, divismo e umiltà, mondanità e solitudine. Libertario nei modi e nel pensiero, era preda di un fantasma che lo vincolava ad un godimento compulsivo simile a quello di cui è stato, paradossalmente, un feroce critico. È forse quest’ultima contraddizione quella che lo ha reso veggente, capace di leggere nello sviluppo promosso dal capitalismo italiano del secondo dopoguerra, salutato dalla maggioranza come una redenzione, l’inizio di un’epoca di barbarie, di un “Nuovo fascismo”. È riuscito a decifrare questo nuovo “inferno” – l’inferno della “mutazione antropologica” dell’uomo in consumatore, della “distruzione”, del “genocidio” dell’uomo – perché lo viveva intimamente nella sua stessa carne?

 

Attingere all’Origine, alla fonte prima, alla verità del Mito, ad un “essere” non ancora, come si esprimeva Artaud, “tradito dal linguaggio”, alla Cosa, appare essere uno dei motivi fondamentali del pensiero pasoliniano. Pasolini=Rousseau? L’esordio dell’Emilio del grande filosofo francese può suonare come una sintesi perfetta del fantasma pasoliniano: “Tutto è bene quando esce dalle mani dell’Autore delle cose, tutto degenera nelle mani dell’uomo”. Lo sviluppo, agli occhi di Pasolini, è “senza progresso” perché ci allontana dalla verità dell’Origine, costringe a perdere contatto con l’immediatezza naturale della vita, con il suo fondamento sacro e mitologico. Nelle mani della ragione strumentale tutto non può che degenerare. Pasolini si muove allora verso Sud – come Nietzsche, Rimbaud, Van Gogh hanno fatto prima di lui – per trovare il corpo nudo, incorrotto e immacolato del popolo (friulano, romano, africano, indiano) e della sua lingua mitica; il corpo intatto dell’Origine. Il suo presupposto – come quello di ogni fantasma – è risolutamente anti-storico. L’Origine si sottrae all’alienazione della storia; sussiste in uno spazio incorrotto, sottratto al tempo. Preservando il mito roussoiano della vita come assoluto Bene – dono della Natura –, egli non può che restare diviso tra la trascendenza di un desiderio che lo sospinge incessantemente e disperatamente in avanti strappandolo dalla Cosa originaria e il rimpianto struggente e melanconico nei confronti di questa perdita irreversibile dell’Origine che lo mantiene costantemente ripiegato all’indietro, preda della “spinta conservatrice”, come direbbe Freud, della pulsione di morte e del suo godimento.

 

Semiologia del corpo

 

Emblematico da questo punto di vista è il celebre articolo del 7 gennaio del 1973 titolato: ll discorso dei “capelli”. Pasolini non si limita qui a rievocare la teatralità del corpo messa in luce da Freud nei suoi studi sull’isteria. Non si limita a sottolineare la valenza espressiva del corpo, ma come esso sia divenuto il luogo di una plasmazione inconscia di tipo sociale. In questo si avvicina all’idea lacaniana dell’inconscio come “discorso dell’Altro” e alle riflessioni che nello steso tempo Foucault avvia sulla versione biopolitica del potere. Quello che interessa a Pasolini è come il potere – il discorso istituito dall’Altro – possa agire sul corpo, possa fabbricare un corpo. Il corpo che lo interessa non è, dunque, il corpo isterico che parla la lingua dell’inconscio, ma è il corpo preso, morso, rapinato dal discorso dell’Altro. In questo senso i “capelloni”, protagonisti dell’articolo, non sono la manifestazione dell’inquietudine dell’inconscio, della sua rivolta isterica ai significanti padroni della normatività edipica, ma l’apparizione, come egli stesso si esprime, di una nuova forma di vita[1]. Non sono semplicemente giovani che hanno acconciato i loro capelli “alla moda”, ma espressioni di una mutazione in corso, di una “nuova categoria umana”[2]. Il corpo non è – come nell’isteria freudiana – linguaggio, ma è il linguaggio – l’azione del grande Altro della cultura dominante, il “Potere” nel lessico pasoliniano – a determinare il corpo. In primo piano non è il contrasto tra il corpo e il potere, ma la sussunzione del corpo nelle reti del potere.

 

Quando Pasolini racconta il suo primo “sconvolgente” incontro con i capelloni insiste nel carattere uniformante e olofrastico di questo inedito “segno monolitico”[3]. Quei due ragazzi non sono percepiti da Pasolini come due soggetti, ma come “un unico segno”, un “monolito” appunto. Si tratta di una nuova forma d’essere, di una ontologia che viene al posto di ogni possibile discorso perché il “loro parlare coincide con il loro essere”[4]. Il capellone esiste, innanzitutto, come una “Novità”[5]. Una nuova forma di vita interrompe la continuità antropologica precedente. Questa novità non stimola in Pasolini alcuna simpatia. In questa “Apparizione” egli intravede già l’affermazione del movimento del ’68 e delle sue contraddizioni[6]. Per un verso il capellone, come il rivoluzionario sessantottino, entra in una relazione di antagonismo radicale col sistema, per un altro verso vi appare totalmente asservito: la critica “totale e intransigente”[7] si rovescia rapidamente in una adesione incondizionata e inconsapevole alla ratio del potere. Il “segno monolitico” della protesta incarnato nella marca del capello lungo viene inglobato nel sistema della moda. Sarà, com’è noto, quella di Pasolini, una lettura controcorrente del ’68. Basti pensare a come egli giudichi centrale nel ’68 – diversamente da altri grandi interpreti di quel movimento, tra tutti, basti pensare a Gilles Deleuze – la rimozione del linguaggio del corpo a favore di una “malattia verbale del marxismo”[8] che ha finito per oscurare le ragioni antropologicamente sovversive – almeno agli occhi di Pasolini – del corpo stesso. Esempio del carattere eminentemente “borghese” di quel movimento. Il sistema ha per Pasolini una straordinaria capacità di integrazione di ciò che si presenta come antagonista. Di qui il facile sdoganamento del capello lungo che divenendo “alla moda” ha perduto ogni suo potenziale critico. In realtà questa marca monolitica non si limita ad annullare le differenze tra i corpi (maschile-femminile), ma anche quella tra le ideologie: destra e sinistra, commenta Pasolini, si sarebbero “fisicamente fuse”[9]. Ecco allora la conclusione disincantata a cui giunge la sua riflessione: “La sottocultura al potere ha assorbito la sottocultura all’opposizione e l’ha fatta propria; con diabolica abilità ne ha fatto pazientemente una moda”[10]. Fallendo il compito dell’eredità, i figli capelloni sono diventati solo marche, prodotti di mercato, consumatori. La loro iniziale “teppistica iconicità” si è ribaltata nel suo esatto contrario. Sono diventati figure della pubblicità, reclames, espressioni della moda dominante. Il capello lungo è diventato uno slogan, una espressività stereotipata, rigida, priva di vita, nata già morta.

 

Agli occhi di Pasolini la critica radicale e indiscriminata mobilita una rivolta sterile, incapace di essere generativa. In gioco, come si vede, è il rapporto tra le generazioni. L’opposizione rivoltosa al padre non promette mai nulla di buono. È una tesi di grande attualità che ritroviamo anche in Lacan: “per fare a meno del padre bisogna servirsene”[11]. Per Pasolini si può superare il padre – se ne può fare davvero il lutto – solo se si assume dialetticamente il debito simbolico che ad esso ci vincola. È l’errore fatale commesso dai figli capelloni e da quelli del ‘68:

 

la condanna radicale e indiscriminata che essi hanno pronunciato contro i loro padri… alzando contro di essi una barriera insormontabile, ha finito con l’isolarli, impendendo loro, coi loro padri, un rapporto dialettico. Ora, solo attraverso tale rapporto dialettico – sia pur drammatico ed estremizzato – essi avrebbero potuto avere reale coscienza storica di sé, andare avanti “superare” i padri[12].

 

La lacerazione  

 

La religione del mio tempo è una raccolta di poesie pubblicata nel 1960, dopo l’insuperabile raccolta di poesie titolata Le Ceneri di Gramsci del 1957. Da questa raccolta possiamo leggere la poesia omonima per reperire la divisione soggettiva del poeta. Si tratta di un breve passaggio dove Pasolini ricorda la sua giovinezza friulana. È interessante rileggerlo tenendo in considerazione la prospettiva corsara di fondo del pensiero pasoliniano che si precisa negli anni Settanta dell’idea dello sviluppo come tempo privo di progresso, separazione senza ritorno dal carattere sacro e mitologico del passato:

 

Eppure Chiesa, ero venuto a te.

[…] come se

 

il mistero contadino, quieto

 

e sordo nell’estate del quarantatré tra

il borgo, le viti e il greto

 

del Tagliamento, fosse al centro

della terra e del cielo;

 

e lì, gola cuore e ventre squarciati sul lontano sentiero

 

delle Fonde, consumavo le ore del

più bel tempo umano, l’intero

 

mio giorno di gioventù, in amori

la cui dolcezza ancora mi fa piangere…

E tra i libri sparsi, pochi fiori

 

azzurrini, e l’erba, l’erba candida tra

le saggine, io davo a Cristo

tutta la mia ingenuità e il mio sangue […][13]

 

In questa poesia la divisione del poeta si apre tra il “più bel tempo umano”“l’intero giorno di gioventù”, il tempo dell’amore, il tempo del corpo adolescente che sboccia, il tempo fremente della pubertà (“cuore, gola e ventre”), della passione sessuale, il tempo rimpianto nostalgicamente (“la cui dolcezza ancora mi fa piangere […] tra i libri sparsi e i fiori azzurrini”) e il tempo mortale del distacco, del trauma e della separazione. Tra questi due tempi non c’è però una successione lineare perché il tempo vagheggiato all’indietro (“il più bel tempo umano […] la cui dolcezza ancora mi fa piangere”) appare già attraversato dalla perdita: è già il tempo di una ferita (“davo a Cristo tutta la mia ingenuità e il mio sangue”). L’estasi, la gioia, la felicità del corpo immerso nella natura della campagna friulana, l’espansività erotica e la forza vitale della giovinezza, è già da sempre mescolata all’esperienza di una lacerazione. Non c’è mai solo la vita che afferma se stessa, ma una vita che può affermare se stessa solo a partire da una perdita irreversibile, da una scissione insanabile, da un trauma inassimilabile.

 

La caduta

 

Proviamo a vedere meglio questo trauma. Leggiamo da una lettura pubblicata postuma e datata 27 dicembre 1964. Destinatario il suo amico, Don Giovanni Rossi. Sono gli anni in cui Pasolini sta lavorando ad una sceneggiatura che non vedrà mai una luce editoriale, destinata ad essere pubblicata postuma, quale è il suo San Paolo[14]. In questa lettera è chiarissima l’identificazione drammatica di Pasolini al fondatore istituzionale del cristianesimo. Il poeta vede in Paolo di Tarso qualcosa che lo riguarda profondamente. Non è forse Paolo stesso un uomo spaccato in due dalla contraddizione? Non è stato un persecutore accanito dei cristiani prima di convertirsi e diventare il fondatore politico del cristianesimo, il suo militante più autorevole? In questa lettera, come spesso capita in Pasolini, siamo di fronte ad un momento di confessione autentica di sé:

 

[…] Sono bloccato, caro Don Giovanni, in un modo in cui forse solo la Grazia potrebbe sciogliere. La mia volontà è impotente. Forse perché io sono da sempre caduto da cavallo: non sono mai stato spavaldamente in sella (come molti potenti della vita o molti miseri peccatori): sono caduto da sempre, e un mio piede è rimasto impigliato nella staffa, così che la mia corsa non è una cavalcata, ma un essere trascinato via, con il capo che sbatte sulla polvere e sulle pietre. Non posso né risalire sul cavallo degli Ebrei e dei Gentili, né cascare per sempre sulla terra di Dio […][15]

 

Nella sua identificazione a Paolo, la caduta da cavallo non è per Pasolini, diversamente dal santo cristiano, il tempo della luce e della conversione, il preludio di un rinnovamento radicale della propria vita. Piuttosto il poeta non smette di cadere, resta fissato, bloccato al tempo della caduta che si ripete incessantemente. “Io – scrive Pasolini – sono da sempre caduto da cavallo…, caduto da sempre”. Non solo. In questa lettera è come se venisse annunciato il carattere tragico e imminente della sua stessa morte. La caduta assume allora la forma di “un essere trascinato via, con il capo che sbatte sulla polvere e sulle pietre” che non può non evocare la tragica notte di Ostia dove il poeta trovò la sua morte. Ma perché la ripetizione della caduta è la forma che la vita assume in Pasolini? È questo interrogativo a portarci più prossimi al suo segreto.

 

[…]

 

Note

 

[1] P.P. Pasolini, Analisi linguistica di uno slogan, Scritti corsari, Garzanti, Milano 1976, p. 6.

[2] Ibidem.

[3] Ibidem.

[4] Ibidem.

[5] Ibidem.

[6] Ivi, p. 7.

[7] Ibidem.

[8] Ivi, p. 9.

[9] Ivi, p. 10.

[10] Ivi, p. 11.

[11] Cfr. J. Lacan, Il Seminario. Libro XXIII. Il sinthomo (1975-76), Astrolabio, Roma 2006, p. 133.

[12] P.P. Pasolini, Analisi linguistica di uno slogan, cit., p. 11. Sul tema del rapporto tra Pasolini e la funzione paterna, segnalo il recente F. Chianese, “Mio padre si sta facendo un individuo problematico”. Padri e figli nell’ultimo Pasolini (1966-75), Mimesis, Milano 2018.

[13] P.P. Pasolini, La religione del mio tempo, in La religione del mio tempo, Garzanti, Milano 1976, pp. 77-78.

[14] Cfr. id., San Paolo, Garzanti, Milano 2018. Sul rapporto di Pasolini con San Paolo, vedi il ricco lavoro di G. Fadini, Pasolini con Lacan. Per una politica tra mutazione antropologica e discorso del capitalista, Mimesis, Milano 2015, in part. pp. 77-86.

[15] P.P. Pasolini, Lettere, Einaudi, Torino 1988, vol.1, pp. 576-577.

7 thoughts on “Pasolini: il fantasma dell’origine

  1. Se Massimo Recalcati inizia a scrivere qui
    Smetto di seguirvi
    Speravo questo fosse uno spazio in cui lui non presenziasse con i suoi discorsi vuoti

  2. Di Pasolini mi limito a essere lettore; il mio commento, dunque, è di lettore, di mero lettore. Se però dovessi iniziare a occuparmi, a livello scientifico, di Pasolini, partirei da questo contributo, in cui Recalcati raduna sostanzialmente tutti gli aspetti, potenzialmente contraddittori, della personalità pasoliniana. A latere: si può opinare su molti punti, al riguardo delle posizioni di Recalcati; non si può tuttavia negare, se posso permettermi, in questo contesto almeno, la sua analitica capacità di sintesi.

  3. “Pier Paolo Pasolini era un eretico, un critico, un ribelle e soprattutto uno spirito libero”, è il giudizio che va per la maggiore. Sì, Pasolini – scrittore, poeta, regista – è stato questo ed altro ancora. È stato un intellettuale geniale, gran moralista, nemico della frenesia consumistica. È stato vicino sia alla chiesa cattolica sia alla chiesa comunista. Ma da eretico. Si considerava un po’ il nuovo Dante, e tendeva a parlare continuamente di se stesso, venendo per questo accusato di “autoreferenzialità”. Visse in maniera ossessiva la propria omosessualità. Figlio di borghesi, considerava la piccola borghesia la rovina del mondo, mentre solo i proletari, i poveri, i primitivi, possederebbero, secondo lui, una vera umanità.
    Il suo sguardo nostalgico sul mondo contadino, minacciato dal rullo compressore della modernità, pone il marxista Pasolini a fianco dei cultori dei valori della tradizione, tutti in genere di destra. Suo padre, del resto, fu fascista. Il fratello, partigiano comunista, fu “giustiziato” dai comunisti filojugoslavi. Contro il padre, con cui ebbe sempre un rapporto difficile, Pier Paolo si rifugiò nella corazza del mammismo. “Sono capace di provare amore solo per mia madre, negli altri cerco i corpi”, fu la sua spiegazione.
    Le contraddizioni di Pasolini sono vaste: benché comunista – anche se non iscritto, perché era stato espulso per indegnità “sessuale”, anni prima, dal Partito – si schierò in difesa del feto contro l’aborto, fu contro il divorzio, prese posizione a favore dei questurini contro i manifestanti, figli di papà. Pasolini, che aveva molto dell’esteta decadente, odiava però D’Annunzio.
    “Lo scandalo del contraddirmi, dell’essere con te e contro di te; con te nel cuore, in luce, contro te nelle buie viscere”, si legge nel suo “Le ceneri di Gramsci”. E questo verso esprime non si potrebbe meglio la contraddizione in lui tra ciò che predicava e ciò che praticava.
    Pasolini, che si proclamava marxista – e in quell’epoca era necessario esserlo o almeno dichiarare di esserlo per sentirsi col vento della storia nelle vele – usò i termini “fascismo” e “male” in maniera interscambiabile, erigendosi a costante difensore del “bene”. Denunciò quindi anche “il fascismo degli antifascisti”.
    Attraverso questo suo Copyright sul “fascismo” non più fenomeno storico ma nuova categoria morale designante “sic et simpliciter” il male assoluto, di cui fu l’abile inventore, Pasolini cercò di superare le sue contraddizioni politiche e morali tanto che inghirlandò di politica e di moralismo, a beneficio delle platee “progressiste”, i suoi aberranti fantasmi sadomasochisti. Vedi il film “Salò”.
    I chierichetti della chiesa marxista si sono sempre battuti per assicurare a Pasolini il salvacondotto per il Pantheon dei buoni, cercando di trasformarlo addirittura in santo. Esaltando Pasolini, i complici morali dell’utopia alla Stalin e alla Pol Pot cercano di continuare a potersi presentare romanticamente ribelli, anticonformisti, eretici. Come Pasolini.

  4. Confrontate quello che scrive Recalcati con “Attraverso Pasolini” di Fortini e decidete cosa vale la pena di pubblicare su LPLC2.
    I commenti cominciano a scarseggiare, mi pare. Significa qualcosa?

  5. Il fatto è che è stato trasformato in una specie di santino laico, d’icona con tanto di lineamenti scavati che vengono così bene in fotografia, quello che non era altro che un uomo, con tutti i suoi limiti, i suoi molti limiti – primo fra tutti, l’intolleranza, questa sì davvero fascista, per coloro a cui prestava l’odiato stigma di borghesi, ma che pure erano uomini, come lui: altro che “cristiano nello spirito”! -, uno scrittore, anche qui, con molti limiti: quel procedere per concetti apoditticamente buttati là, e sillogizzarci sopra dogmaticamente, senza il minimo tentativo di parlare alla ragione, di convincere… e che dire dei suoi pretesi “versi”, che nella maggior parte dei casi non sono se non prosa spezzata prima del margine (basti sfogliare invece, che so, un Luzi, un Caproni, se proprio non Montale…), o quelle “terzine” senza nulla, oltre lo spazio tipografico, a incatenarle? E dei romanzi (per quanto bene abbiano venduto), è cosa buona tacere. Ora, se qualcuno, magari con tutti i propri limiti, a sua volta, prova a scrostare un po’ della fastidiosa doratura dal simulacro del maudit, ecco che tutti i poveri piccini a cui hanno rotto il giocattolo scoppiano in lacrime, e lanciano urla di protesta…

  6. Forse merita di ritornare brevemente su quell’espressione molto uggestiva creata da Pasolini: il fascismo degli antifascisti. Attraverso di essa Pierpaolo considerava il fascismo a lui estraneo, perché i fascisti, anche se travestiti da antifascisti, sono sempre e solo gli altri. Invece lo stesso Pasolini, allora molto giovane, subi’ il fascino del fascismo tanto che in un articolo nel giornale Architrave dei Gruppi universitari fascisti (GUF) di Bologna, inneggiò al ponte Firenze-Weimar del 1942. E tornato in Italia, Pierpaolo ricorderà nel settimanale del GUF di Bologna, tra le altre cose, di aver passeggiato “con ansia quasi tremante […] lungo le favolose vie insieme con i giovani camerati spagnoli ”.

  7. “ Senza data [1975] – sentirsi invulnerabile, savio / e terribile, piccolo ed incoercibile, / io e io, voluto e da dio, / uomo pensoso e femmina, / promesso e sposa, fermo e / Lucia, / ma, / Ostia Lido non era in Lombardia. (A P. P. P.) “.

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