di Simone Bernardi della Rosa

 

1. Delusione e impotenza

 

La scorsa primavera, dopo aver iniziato da poco il dottorato, ho vissuto per qualche mese muovendomi fra tre città italiane (più una straniera, decisamente più fredda) per motivi universitari e personali. Non era un obbligo strettamente lavorativo – difficile trovare una netta linea di confine tra lavoro e non-lavoro in occupazioni come quella universitaria – ma forse l’unico modo per gestire la situazione in quel momento, e la mole di lavoro. Nello stesso periodo è uscito il primo libro (Tempo Presente. Per una Filosofia politica dell’attualità, edito da Ombre Corte) di Franco Palazzi, giovane dottorando che stava per trasferirsi in Inghilterra, conosciuto da poco in quella “zona franca cognitiva” che è ancora, per fortuna, Bologna. Si tratta di un libro che con un certo coraggio cerca di far emergere discorsi invisibili che fanno parte sia dell’accademia che del dibattito pubblico. In quel periodo della mia vita, mi hanno colpito particolarmente, soprattutto perché provenivano da un mio coetaneo, e cui io avevo sempre fatto fatica a dare corpo.

 

Vorrei partire da due sensazioni sempre più comuni, analizzate all’inizio del volume, la delusione e l’impotenza. Delusione e impotenza sono due cifre stilistiche, psicologiche ed emozionali che risultano familiari a chi ha tentato – e molti della nostra generazione hanno tentato – di confrontarsi con i temi portanti di questo volume, il presente, l’attualità. Tempo Presente è proprio un “reportage filosofico” dal presente che prende avvio esattamente da queste due passioni tristi, cercando di riscoprire i loro aspetti creativi e potenzialmente radicali. La delusione è squisitamente politica, e le vicende trattate e che si dispiegavano nel periodo in cui questo libro è stato scritto non hanno particolarmente bisogno di essere analizzate: la scena iniziale in cui veniamo condotti attraverso una narrazione attenta e interrogatoria si svolge all’aeroporto di New York i giorni seguenti al Muslim Ban messo in atto dall’amministrazione Trump. Questo tono, che potremmo ricondurre ad una sorta di “giornalismo filosofico”, è uno dei fili conduttori che si snoda e tiene insieme i diversi argomenti toccati dall’autore.

 

Se la delusione è politica, l’impotenza è invece esistenziale, e generazionale. È l’impotenza nei confronti di una filosofia politica fiaccata in parte da limiti e difficoltà strutturali, oltre che da contingenze poco favorevoli. Ma è anche quella sperimentata dalle studentesse e dagli studenti che hanno tentato e tentano di sommuovere il loro percorso intellettuale – attivandosi in comune – all’interno di un’università sempre più svuotata dal conflitto, più lontana dal confronto critico con l’attuale, rigida e immobile nelle sue indagini pretenziosamente neutrali, dimentiche dello sviluppo complesso degli eventi, della storia del presente, della diacronia. Insomma, analitiche.

 

Delusione e impotenza devono però provare a scontrarsi fruttuosamente con un’attualità dalle tinte fosche se non tragiche. L’urgenza potrebbe restituir loro un carattere positivo e potenziale. A partire da un’indagine del presente, che lo spoglia della sua ideologica dimensione eterna, del “è sempre stato così”, delle narrazioni tossiche della rete o dell’accademia, che rivelano nostalgia per un’età dell’oro fittizia, si può ricostruire la genesi di molti fenomeni che occupano l’agenda politica dei nostri giorni.

 

2. Giornalismo e Filosofia

 

“Io mi considero come un giornalista, nella misura in cui quello che mi interessa è l’attualità che si svolge attorno a noi, quel che noi siamo, quel che accade nel mondo”. Così si definiva Foucault in un’intervista del 1973, e queste parole rappresentano al meglio quello che è il complesso e ben strutturato nocciolo metodologico del “reportage filosofico”. Non è un caso che nel libro vengano richiamati quasi subito, seppur sottolineandone gli aspetti controversi, sia il Foucault della rivoluzione iraniana che la Arendt del processo di Gerusalemme. Ma tutti i temi trattati nei cinque capitoli, che non per forza vengono approcciati con gli stessi strumenti critici (anzi la varietà delle lenti utilizzate è una delle ricchezze del volume), sono comunque tenuti insieme da questo fil rouge epistemico.

 

È una posizione che permette di approcciarsi in maniera interessante e non banale a temi cruciali del nostro presente. Indagare giornalisticamente il dispiegarsi di certi eventi permette di superare alcuni inutili confini. Il primo, per così dire, più interno, riguarda l’ambito disciplinare: molte analisi necessitano di diversi approcci interrelati, e la complessificazione dovuta anche all’accelerazione digitale non permette di poggiarsi sull’unico terreno di analisi circoscritto da una disciplina. Ma ancor più importante forse è l’introduzione nell’indagine della soggettività e del proprio punto di vista, quando non il corpo stesso, contaminazioni grossomodo proibite nella trattazione strettamente analitica, accademica. Un approccio del genere, quello di Palazzi, che onestamente ammette l’inesistenza di un punto di vista privilegiato, neutro e univoco sui temi dell’attualità, fa emergere con chiarezza che il successo di una indagine critica dipende in toto dalla sua capacità di farsi collettiva, dialogica, interdisciplinare, sensibile.

 

3. Genealogia, emergenza, diacronia: un’apologia

 

“Vorrei distinguere tra «storia delle idee» e «storia del pensiero». […] La storia del pensiero è l’analisi del modo in cui un campo problematico di esperienze, o un insieme di pratiche, che erano accettate senza problema, che erano indiscusse, familiari e «tacite», diventano un problema, sollevano discussione e dibattito, sollecitano nuove reazioni, e mettono in crisi il precedente tacito comportamento, le abitudini, le pratiche e le istituzioni fino a quel punto accettate”.[1] Chiamo nuovamente in causa Foucault per sollevare la questione intorno al contenuto principale dell’indagine, ovvero quale sia l’idea di presente che vogliamo indagare politicamente, e con quali strumenti sia possibile farlo. Mi rifaccio espressamente all’idea di storia del pensiero per puntare dritto alle opposizioni che emergono così chiaramente oggi, e già annunciate dal filosofo francese: non c’è ricostruzione del presente senza indagine genealogica, non è possibile osservare il dispiegarsi degli eventi attuali senza “storia del presente”, non è possibile fare critica delle attuali pratiche indiscusse, abitudini consolidate, senza la ricostruzione della loro genesi narrativa e fenomenologica. In altre parole, per parlare del presente dobbiamo reintrodurre la diacronia. L’eterno presente (così visibile in rete) espunge l’attualità.

 

Attualità e presente non sono mai composti dal qui e ora, incorporano sempre la dimensione diacronica e necessitano di quello sguardo trasversale, interrogatorio e trans-disciplinare di cui parlavo prima. Il presente non è un contenitore da riempire di fatti, bensì una condizione interrelata da illuminare, e molte indagini critiche in più discipline si sono private dello strumento con cui far luce: la ricostruzione complessa e concatenata di tutte le cause o continuità di fenomeni che portano all’emergenza di un determinato evento. Leggiamo oggi ovunque che la memoria è breve e l’agenda della rete assomiglia ad un groundhog day. Più precisamente credo che sia la continuità del pensiero e delle abitudini soggiacenti alle narrazioni più in voga a non venire riconosciute né tantomeno analizzate criticamente, ed è questo che permette al presente di “reinventarsi” ogni giorno. E questo è un enorme problema politico ancor prima che teoretico. Qualche esempio, per fare chiarezza: non si può capire la narrazione (tossica) sulle migrazioni nell’Italia di oggi senza andare a vedere come si è costruito negli anni il dibattito, da quali leggi sono scaturiti alcuni luoghi comuni, come è stato “reinventato il passato”. Non si può analizzare semanticamente l’infelice espressione “taxi del mediterraneo” coniata dall’attuale ministro degli esteri senza ricostruire le vicende (giuridiche, politiche, giornalistiche) che hanno portato ad una sempre maggiore criminalizzazione sia della migrazione economica che delle organizzazioni non governative. Ma aggiungerei anche che non si ha un quadro chiaro di quella specifica vicenda se non la si inserisce nel contesto della storia italiana: ovvero un paese in cui il negazionismo sul tema del proprio passato coloniale è la prassi, che non ha mai responsabilizzato la propria cittadinanza in merito e di conseguenza certe questioni sono “invisibili” alla stessa. Su questo terreno è più facile costruire certe narrazioni “a-storiche” che presentano lo spostamento di persone da un paese ad un altro come un problema, perché emerge dal nulla, senza motivazioni e contesto (e quindi più facile da riempire di nuovi contenuti propagandistici).

 

Nelle pieghe di quegli stessi eventi, nella continuità del meccanismo premesse/conclusioni/nuove premesse si possono rintracciare gli inneschi dei “disastri” della nostra attualità. Solo in questo modo si riesce a scoperchiare alcuni “indicibili” che restano altrimenti sottotraccia e dati per scontato. Vorrei dunque proseguire queste brevi note toccando il non-dicibile per eccellenza, per molte e molti giovani, ovvero la propria sofferenza psichica.

 

4. Solitudine in aula

 

Dopo l’uscita del libro è stato pubblicato anche un articolo di Franco Palazzi, “Accademia e depressione”, ripreso e commentato anche in radio assieme a Francesca Coin, che si pone in continuità con l’ultimo capitolo del volume, “Un’irata sensazione di peggioramento. Depressione e Depressione tra Mark Fisher e Frantz Fanon”.[2] Le coincidenze biografiche di questi due saggi non si limitano al riferimento, attraverso Il partigiano Johnny, ad uno dei miei album preferiti di sempre (e fra i più belli della musica italiana, Linea gotica dei CSI – che nella traccia “Irata” rimodula le parole di Fenoglio, poi riprese nel titolo di un romanzo di Ottieri). Nell’immagine che accompagna l’articolo on-line è ritratto un interno del Jacob und Wilhelm Grimm Zentrum, biblioteca dove ho preparato la tesi in un non troppo mite inverno berlinese, e soprattutto, mi trovo a rifletterci adesso a voce alta, dove ho sperimentato per la prima volta un certo tipo di malessere che non ero stato assolutamente in grado di verbalizzare al tempo.

 

Una delle difficoltà maggiori che impedivano una corretta autoriflessione, mi sono poi accorto, era il pudore di partire da sé, di esplicitare l’esperienza biografica della propria condizione, che si palesava spesso attraverso una sensazione di colpevolezza e imbroglio, oltre a quella che Fisher aveva chiamato una “sneering ‘inner’ voice which accuses you of self-indulgence”.[3] Essere in una condizione considerata privilegiata dal senso comune impedisce di confrontarsi con franchezza sia fra pari che pubblicamente. Ovviamente, all’epoca non avevo letto nulla di ciò che finalmente e a fatica sta emergendo nel dibattito accademico e non solo negli ultimi anni, la cui lista di riferimenti è oggi (in un certo senso fortunatamente) piuttosto lunga.

 

La sensazione di “precaria colpevolezza” non è certamente andata a diminuire con il dottorato, tutt’altro, ma il livello di consapevolezza personale e collettiva mi pare in parte mutata. Possiamo provare a esaminare la questione su più livelli che si intrecciano fra loro, a cominciare dalla intrinseca contraddittorietà del lavoro “immateriale”, giornalistico/accademico (ma oggi la lista deve necessariamente includere l’enorme galassia di lavori che includono le possibilità di operare da remoto, esclusivamente su pc, senza contratto, e che non prevedono un confine ben definito del “tempo della prestazione”), che per sua stessa natura include livelli di gratuità elevati e impiego di risorse ingenti collaterali all’occupazione principale che stiamo svolgendo in un determinato momento. Le condizioni però sono mutate, e la soglia a cui i lavoratori e le lavoratrici sono sottoposte si è decisamente alzata. Inoltre è necessario mantenere una visione sistemica, e sovrapporre ambienti sociali diversi, anche per abbattere la coltre di diffidenza che si addensa proprio su questi lavori, motivo per cui, come accennato, non è semplice parlarne in maniera onesta. C’è chi era riuscito a tenere insieme perfettamente tutte queste molteplici dimensioni lavorative, e che ho sperimentato in prima persona. Nuovamente Fisher, in questo straordinario passaggio:

 

“In my twenties I drifted between postgraduate study, periods of unemployment and temporary jobs. In each of these roles, I felt that I didn’t really belong – in postgraduate study, because I was a dilettante who had somehow faked his way through, not a proper scholar; in unemployment, because I wasn’t really unemployed, like those who were honestly seeking work, but a shirker; and in temporary jobs, because I felt I was performing incompetently, and in any case I didn’t really belong in these office or factory jobs, not because I was ‘too good’ for them, but – very much to the contrary – because I was over-educated and useless, taking the job of someone who needed and deserved it more than I did”.[4]

 

Mi preme sottolineare la straordinaria capacità empatica di descrivere una situazione collettiva partendo da sé, senza indulgenza né autocommiserazione, ma con una disarmante tenera lucidità. Questo regime narrativo intermedio è quasi sempre precluso. In università si pretende un punto di vista neutrale, lucido, analitico, non solo nei lavori, ma proprio come atteggiamento (e d’altronde chi si fiderebbe di un ricercatore instabile o fragile? La precarietà sta bene solo in busta paga). Per i corridoi dovrebbero aggirarsi solo professionisti/e incorporei/e desoggettivizzati/e. D’altronde, come accennato, nemmeno l’estremo opposto della narrazione compulsiva da social, spesso freneticamente autoassolutoria (con abusi di universalizzazione dei particolari, di una autoindulgenza espressa quasi sempre in second person point of view) porta ad analisi lucide e efficaci.

 

Aggiornerei inoltre le parole di Fisher appena citate in merito all’esclusione sociale e al progetto di “re-subordinazione” messo in atto oggi. È impossibile infatti sentirsi di appartenere ad una specifica “nicchia”, che sia cognitiva, sociale, “abituale”, anche solo per l’instabilità generata dal continuo rimbalzare fra percorsi diversi che oggi sempre più sperimentiamo (venduti ovviamente come “arricchimento”, “capacità di adattamento”, potenziamento del proprio CV). Il discorso andrebbe spostato sui fenomeni evidenti a cui assistiamo: il restringimento delle possibilità di inclusione davvero trasversale, che comprende non solo “l’imbuto” della ricerca (oramai ridotto ad una “cruna di un ago”), ma si innesta su aspetti più ampi (numero chiuso, taglio del personale, taglio ai fondi amministrativi oltre che di ricerca che sobbarcano di altro lavoro non pertinente la classe insegnante).

 

Come viene sottolineato giustamente in Tempo Presente, “le soluzioni a contraddizioni sistemiche sono sempre biografiche” (p.173). Se da un lato la colpa è assunta personalmente, non stupisce che anche i possibili rimedi siano ugualmente ad personam. L’accento è sempre posto sulla dimensione “interiore”, ed uno dei miti più odiosi della contemporaneità è proprio quella della imperscrutabilità delle proprie sensazioni, la privatizzazione di una coscienza ermetica e immune dai condizionamenti esterni (ironico in tempi di algoritmi predittivi), a cui segue una costante derubricazione dei segni esterni e dei problemi comuni. È questa la lente con cui vengono letti ad esempio i sempre più numerosi suicidi di studenti e studentesse. Viene indagata esclusivamente la dimensione dell’impossibilità di mantenere la menzogna a lungo, la paura dell’essere scoperti, a cui si aggiunge la pruriginosa e malsana ricerca di precedenti sofferenze interiori. Mai che si rifletta sulla sofferenza inaccettabile dovuta all’ inadeguatezza di non aver trovato un’alternativa, il coraggio di deviare da un percorso che evidentemente era diventato insostenibile o molto più semplicemente la capacità di realizzare, e conseguentemente di comunicare, di aver fatto “una scelta sbagliata”; questioni che evidentemente metterebbero in campo problemi di un ordine di grandezza differente, non più riconducibili alla “tragedia individuale”.

 

Termini quali implementazione dell’efficienza, ottimizzazione dei tempi, capacità di reinventarsi quotidianamente sembrano insomma le uniche strade percorribili per imparare a gestire i propri carichi di lavoro. Peccato che questi termini niente hanno a che vedere con la metodologia del lavoro di ricerca in senso stretto né entrano nel merito dei contenuti dello stesso. Ed è proprio la direzione che si tenta di dare alla propria ricerca che ne risente, perché certi argomenti, per esempio quelli fortemente connotati socialmente ma dall’impatto immediato inferiore e meno spendibili, portano spesso a questa contraddizione interna che non può non influire negativamente sul proprio lavoro e sulla salute mentale[5].

 

Tornando al punto di partenza, queste condizioni sono un proprio della condizione del lavoro “immateriale”? C’è una possibilità di lavorare sulle narrazioni comuni per tentare di cambiare la percezione che ne abbiamo? Oppure le contraddizioni si risolvono solo su un altro piano? Per fortuna o purtroppo la risposta è negativa, nel senso che come si evince bene anche dal tentativo di questo libro non si possono tenere separati i piani a questi livelli di complessità, fosse altro per non fare il gioco di chi trae profitto dalla frammentazione e dai dissidi fra giovani di classi, occupazioni o anche solo interessi diversi. Molto più umilmente, credo che molto ci sarebbe ancora da riflettere e da discutere sul paradosso a cui assistiamo oggi di una difficile comunicazione ed una crescente solitudine anche in ambienti fortemente collettivi, dove i mezzi abbondano ma le forme e le strutture sociali sono deficitarie, in cui ad aule colme oltre il limite della capienza non troviamo spesso una corrispondente attiva partecipazione. Ben venga perciò qualsiasi, e sottolineo qualsiasi, nuova forma di aggregazione e struttura di comunicazione da parte dei prossimi studenti e studentesse. In questa direzione stanno andando tante nuove esperienze di autorganizzazione che ho avuto la fortuna di conoscere in questi ultimi mesi. Gruppi informali di studentesse e studenti che si riuniscono per mettere insieme approcci disciplinari diversi, gruppi di discussione per fornire sostegno psicologico a partire dalle proprie esperienze, sportelli legali per le discriminazioni subite. Nuovi esperimenti per creare relazioni resistenti si stanno manifestando, vecchie strutture stanno cominciando a vacillare.

 

Note

[1] Foucault (2005), Discorso e verità nella Grecia antica (Roma: Donzelli editore), p.49.

[2] Palazzi (2019), Tempo presente. Per una filosofia politica dell’attualità (Verona: Ombre corte), cap. 5.

[3] Fisher (2014), “Good for nothing”, The occupied times.

[4] Fisher, “Good for nothing”, The occupied times, 2014.

[5] Francesca Coin: “L’inadeguatezza del digital academic”, Rivista trimestrale di scienza dell’amministrazione, 2018.

 

 

[Immagine: © Mona Kuhn, Nephilia, 2012-13 (particolare)].

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.