di Vanni Santoni

 

[È uscito da poco per minimum fax La scrittura non si insegna, di Vanni Santoni. Pubblichiamo l’introduzione].

 

«Se un ragazzo venisse a trovarla e le chiedesse: ‘Voglio diventare

scrittore, mi dica cosa devo fare’, lei che risponderebbe?»

«A mo’ dei maestri zen, cercherei di rompergli una sedia sulla testa.

È possibile che il giovane capisca cosa c’è oltre la sediata, ma se,

nonostante tutto, la risposta non gli fosse chiara, gli direi che il

solo fatto di chieder consigli ad altri in materia letteraria

dimostra la mancanza di una vera vocazione.»

 

(Julio Cortázar, intervistato da Mario Vargas Llosa)

 

 

In una prima bozza di questo libro, l’introduzione consisteva in una storiella: quella di una rivista autoprodotta i cui membri diventavano tutti scrittori a parte uno, quello che aveva deciso di iscriversi a una grande scuola di scrittura creativa – lui, invece, sarebbe diventato un insegnante di scrittura creativa.

Per quanto avesse l’aspetto di una parabola, era una storia vera. Tuttavia – si sa che «scrivere è riscrivere», ma ancor più è tagliare – ho deciso di rimuoverla dalla versione finale, sia perché il suo beffardo valore didattico rimane anche in questo brevissimo riassunto, sia perché si prestava a fraintendimenti. Per quanto in questo pamphlet si venga a sostenere che non la scrittura, ma solo la mentalità dello scrittore, possa essere insegnata, aprire con una storia del genere rischiava di alimentare un mito che, nel generare legioni di aspiranti frustrati, è stato più potente di qualunque pretesa d’insegnamento della «scrittura creativa»: quello dello scrittore solitario e geniale, che lotta con le sue sole forze nonostante un’editoria sorda e corrotta che cerca di ostacolarlo in ogni modo.

 

È dal Romanticismo che l’idea stessa della scrittura si è legata a un’immagine – appunto – romantica della figura dell’autore, alimentata poi nei secoli successivi con miti ulteriori e anche più radicali: un’idea del tutto incompatibile con quella di apprendere il mestiere in una classe e attraverso moduli didattici. È da quel seme e da quei miti che viene l’idea della scrittura come qualcosa che non può essere insegnato. Quando, esattamente trent’anni fa, le prime scuole di scrittura cominciarono a spuntare in Italia – se vogliamo, come conseguenza di quella «politica degli esordienti» avviata da Calvino e poi, soprattutto, da Tondelli –, alcuni dei più importanti autori e critici italiani dell’epoca si esprimevano in questi termini sulla questione:

 

«Le regole si insegnano, ma la scrittura [letteraria] nasce proprio dalla trasgressione di queste stesse regole. […] Lo stile nasce dall’esclusione. E lo scatto del vero scrittore, solo la singola personalità se lo può dare.»

(Giovanni Raboni)

 

«Insegnare a scrivere: ma che vuol dire? È la traduzione italiana di creative writing, ma è una cosa assolutamente sbagliata. E che vuoi imparare? È molto più importante leggere dieci, cento, mille libri, insomma tutta la letteratura – e se uno non impara così, vuol dire che è negato, scrittore non lo sarà mai.»

(Mario Soldati)

 

«Io [all’insegnamento della scrittura] non ci credo. Così come non credo che si possa insegnare a un adulto a creare. Certo, se hai tra le mani un manoscritto, allora puoi dire la tua: qui mi sembra troppo lungo, qui troppo sovraffollato. Ma questo non è insegnare, si tratta di consigli.»

(Natalia Ginzburg)

 

«Queste scuole le detesto, le detesto tutte quante. […] Credo che per difendere quel poco di senso che è rimasto ancora alla scrittura occorra separarla il più possibile dall’idea che si tratti di un mestiere.»

(Franco Cordelli)

 

«No, non ci credo. Scrivere è un artigianato che non conosce maestri, se non in modo imponderabile. […] C’è una bellissima lettera che Čechov indirizza a Gorkij: gli spiega come si può evocare un chiaro di luna, magari anche con dei frammenti illuminati di vetro su un muretto. La lezione è perfetta, ma certo a Gorkij, che aveva tutta un’altra idea di letteratura, non servì a nulla.»

(Enzo Siciliano)

 

«Ho qualche dubbio sulla loro utilità e mi domando se non sarebbe meglio trasformarle tutte in scuole di lettura. Sono i lettori che mancano: di scrittori ce ne sono fin troppi.»

(Luigi Malerba)

 

Un’alzata di scudi che, pur contenendo diverse verità, oggi appare non poco pregiudiziale – quasi un desiderio di difesa di una certa aura che si credette minacciata. Gli unici a pensarla diversamente erano Fruttero & Lucentini, che già nel 1985 sostenevano che l’insegnamento della scrittura sarebbe «cresciuto a dismisura e divenuto normale materia d’insegnamento», e in effetti è andata così. Certo, dagli Stati Uniti, dove l’insegnamento della scrittura è stato a tal punto sistematizzato da far sì che oggi quasi tutti gli scrittori pubblicati escano dagli MFA, MA e BA in Creative Writing, arriva un segnale: la lingua si è uniformata, le eccezioni sono scomparse, e il fronte d’onda del romanzo è tornato in Europa. Può essere il semplice frutto dei ricorsi storici, e può entrarci la pressione alla pubblicazione che porta a valorizzare i testi che assomigliano a qualcosa che c’è già, ma di certo l’epoca dei titani, dei Roth e Bellow e Morrison, dei DeLillo e Pynchon e McCarthy è certamente finita, pur essendosi moltiplicata la quantità di aspiranti «formati».

 

In effetti io stesso, sebbene di corsi ne tenga svariati, reputo che la scrittura non si possa insegnare. Il motivo è semplice: la vastità infinita delle possibilità di un testo narrativo implica che infinite cose si possano scrivere in infiniti modi. Ne consegue che ogni testo ha bisogno di trovare le proprie giuste modalità, e allora a poco, davvero a poco, varrà spiegare come si fa un incipit, come si delinea un personaggio, come si scrive un buon dialogo o si imposta una scena, finanche come si imposta un arco narrativo. Pure, in questi anni, di scrittura ne ho insegnata: ho fatto tante ospitate, ho condotto corsi miei, faccio parte del corpo docenti di due scuole, anzi due. Hai tradito i tuoi ideali letterari di gioventù!, arriverà qualcuno a gridare. Gli risponderò raccontando cosa mi feci venire in mente la sera prima del mio primo corso di scrittura, fissando un soffitto d’albergo che non si vedeva per l’oscurità. Pensai – con un filo di presunzione, quella sì, tutta giovanile, giacché come scrittore non ero che un pulcino, con due soli librucci pubblicati – che non si può insegnare a scrivere, ma forse si può insegnare a pensare e agire come uno scrittore.

 

Non è detto, per citare un esempio ricorrente, che fondare una rivista ti faccia diventare uno scrittore; ma se hai la forza di inventarti una rivista, raccogliere gente intorno a te, scrivere e discutere in assemblea i racconti al suo interno, stamparla e promuoverla nella raggelante indifferenza del mondo, allora, probabilmente, avrai anche la forza per diventare uno scrittore. Nessuna scuola, ecco la verità, impedirà a chi è destinato a essere uno scrittore di diventarlo, e allo stesso modo nessuna scuola farà di un non-scrittore uno scrittore. Ma potrà, magari, restringere i tempi, a seconda dell’indole della persona in questione. Allo stesso modo, non è detto che un corso – o un manuale – di scrittura non possa avere una sua utilità: ma, per usare una metafora alimentare, è una sorta di integratore, là dove le proteine sono i grandi romanzi, perché a scrivere si impara solo leggendo.

7 thoughts on “La scrittura non si insegna

  1. Vecchia e inutile polemica. La scrittura si può insegnare benissimo e lo si fa da almeno 2500 anni. La scuola lo ha sempre fatto e sono nate anche discipline apposite con propri testi, come i trattati di retorica che non sono altro, detto in termini aggiornati, che manuali di scrittura creativa.
    Basta solo intendersi sul significato di scrittura e su quali sono le componenti che si possono insegnare e quelle che non si possono insegnare.
    Innanzitutto si possono insegnare le strutture di base dei vari generi, da una lettera privata a un romanzo a una poesia.
    Poi si può insegnare a evitare gli errori più comuni (a partire da quelli grammaticali e sintattici). Si può insegnare a organizzare il materiale in modo efficace o almeno coerente.
    Si può anche insegnare come trasferire un mondo di pensieri e di ricordi che si ha in testa in un testo scritto leggibile.
    E si possono insegnare tante altre cose. Certo non a diventare grandi scrittori o grandi poeti o grandi saggisti.
    Si insegnano delle strutture, delle tecniche, dei generi, dei percorsi. Ma non a diventare dei talenti brillanti o dei geni.
    Ma anche i talenti brillanti qualche volta hanno bisogno di un inizio prima di riconoscere se stessi e lavorare in modo del tutto autonomo.
    Oggi, soprattutto nel settore dell’auto-pubblicazione tramite apposite case editrici (che ormai hanno cataloghi con decine di migliaia di titoli), sono usciti tantissimi libri di autori formatisi nelle scuole di scrittura creativa, senza le quali non avrebbero, molto probabilmente, mai affrontato l’impegno di mettere insieme dei libri. Molti di questi libri, pur non essendo certo essenziali, sono a un livello dignitoso e anche prescindendo dai pochi che sono emersi come scrittori di talento e passati all’editoria media e maggiore, presentano un panorama spesso interessante e indicativo di una maggiore diffusione di cultura letteraria. Molti libri sono di carattere autobiografico che trovano una loro giustificazione nella documentazione che contengono, anche a lasciar perdere ogni valutazione letteraria.
    Insomma, il sottobosco (chiamiamolo così) letterario, storico e saggistico è sempre esistito, ma quello odierno mi pare mediamente superiore a quelli dei secoli passati. E forse le scuole di scrittura creativa ne hanno parte del merito.
    Trovo sempre elitario e snobistico i giudizi, come quelli citati nell’articolo, che negano la possibilità di insegnare la scrittura. Elitari, snobistici e antistorici.
    Per secoli, nei vecchi licei, si è insegnato anche a scrivere in poesia: canzoni, odi, sonetti, capitoli in terzine ecc. Queste esercitazioni non solo rendevano gli studenti più capaci nel leggere e comprendere la tradizione poetica italiana, ma li rendeva capaci di usare le forme metriche tradizionali per esprimere, all’occasione, un proprio pensiero. E se ciò non creava grande poesia serviva però allo sviluppo delle forme di sociabilità di cui la storiografia più recente ha rilevato l’importanza. La scrittura non è solo letteratura, grande letteratura, ma è anche comunicazione e strumento di gestione di rapporti amicali e di gruppi sociali, e anche strumento di lavoro (quanti dirigenti e funzionari hanno migliorato la qualità delle loro relazioni scritte e della loro corrispondenza di lavoro frequentando scuole di scrittura creativa?). E infine, e perché no? anche strumento per lasciare ai figli e nipoti le proprie memorie o per pubblicarle sui social e condividerle con amici reali e virtuali.
    La grande letteratura è solo una punta emergente del grande mare della scrittura, e non sempre è la più importante. È necessario che i poeti e i romanzieri di successo se ne rendano conto e siano più umili nelle loro considerazioni sulla possibilità di insegnare la scrittura.
    E dico ciò senza nessun interesse personale, visto che non ho mai insegnato in scuole di scrittura creativa e nemmeno le ho mai frequentate, ma ho passato decenni di lavoro con ragazzini delle elementari, studenti di liceo e di università e ho visto che differenza fa insegnare o non insegnare un po’ di tecnica dello scrivere. A titolo di esempio:
    1) Può portare ragazzini di quarta e quinta elementare, giocando “alla poesia”, a riconoscere strutture metriche classiche, tipi di versi e di strofe, sonetti e a renderli capaci di replicarle a modo loro, cioè a scrivere sonetti o componimenti in terzine, sestine e ottave. Certo, non per questo diventeranno grandi poeti, ma non credo che si possa dire che sia un sapere inutile o addirittura dannoso.
    2) Può portare studenti di liceo a redarre in modo adeguato e personale le famose “tesine” (in storia e filosofia, le mie materie di insegnamento), senza copiare e organizzando bene il materiale, citando in modo corretto ecc.
    3) Può portare uno studente universitario, nell’arco di pochi mesi, da un’informe abbozzo di tesi di laurea senza capo né coda a un testo dignitoso, frutto di una ricerca personale (e in alcuni casi pubblicato, per il suo interesse a livello di storia locale, a cura del Comune o di altri enti).
    E credo che ciò basti per dire la mia a favore delle scuole di scrittura creativa: eccetto quelle che si pongono il compito elitario e impossibile di selezionare, curare, formare e seguire solo i possibili prossimi grandi scrittori.

  2. Penso che molte persone le quali frequentano le scuole di scrittura e forse soffrono – letteralmente – perché i propri aneliti scrittorii non corrispondono agli insegnamenti della scuola presso cui sono allievi farebbero meglio a chiudersi nel proprio studiolo a leggere e a perseguire la propria scrittura, i propri modi di scrittura. Parlo da persona che non scrive; parlo tuttavia da persona che ha assistito all’altrui sofferenza (ringraziando il Cielo, rientrata) di fronte alla sordità non tanto del mondo editoriale (pensiamo al caso di Guido Morselli, o, su di un crinale pur differente, di Cristina Campo) quanto di taluni dogmatici assertori della possibilità dell’insegnamento della scrittura creativa.

  3. Una argomentazione a latere: perché assistiamo, in ambito narrativo, limitando la campionatura al contesto italiano, alla pubblicazione di romanzi estremamente omologati, a tutti i livelli? Mi domando se tale omologazione (verso il basso) sia frutto delle scuole di scrittura o se non sia la stessa editoria che tenda essenzialmente a favorire una scrittura narrativa stereotipata (verso una facilità di lettura atta ad agevolare la vendita del romanzo stesso, forse). Domanda, ripeto, da persona lontana dal mondo letterario e dal mondo editoriale; domanda da lettore che, ai romanzi da premio letterario, si ostina a preferire i romanzi marginali.

  4. Alcune argomentazione di Luciano Aguzzi mi trovano d’accordo – soprattutto le considerazioni sull’insegnamento della scrittura (delle tecniche di scrittura) nei vecchi licei, di cui io stesso ho testimonianza. Ciò che non apprezzo delle scuole di scrittura è la creazione, a volte indebita, di un orizzonte di illusioni che può ingenerare sofferenza.

  5. “a scrivere si impara solo leggendo”
    Può darsi, ma la cosa non vale per me. Nella mia vita posso affermare con certezza di aver letto migliaia di libri. Nonostante ciò non penso di aver imparato a scrivere.
    Allora, forse, quello che serve è prima una scuola di lettura, e successivamente una scuola che insegni a “tradurre” la capacità di lettura così acquisita in capacità di scrittura.

  6. Leggere bene, prestando attenzione alle forme della letteratura, e quindi imparare a scrivere bene dovrebbe essere lo sforzo di ogni insegnante di materie letterarie alle scuole medie inferiori e superiori. E invece proprio questi insegnanti sono bistrattati di continuo dagli stessi che pagano fior di rette alle scuole private di scrittura creativa; e lo fanno non per imparare a scrivere, ma per l’illusione del successo editoriale, senza la quale, credo io, le scuole di scrittura creativa non riuscirebbero a tener aperti i battenti. Mi sembra la vecchia favola del ciarlatano, ma forse (e lo spero) mi sbaglio.

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