di Giovanni Accardo

 

[Sesta puntata del Diario della distanza di Giovanni Accardo, sulla scuola e la didattica a distanza. Le puntate precedenti sono leggibili qui: 1 – 2  3 – 45].

 

Dal 4 maggio la Provincia Autonoma di Bolzano, in virtù della propria autonomia legislativa che ha effetto su tutto il territorio provinciale, ha deciso di allentare il lockdown e dal 18 maggio riapriranno quasi tutte le attività commerciali. Il Governo ha inviato il ministro per gli Affari regionali, per convincere la Provincia a evitare strappi con Roma, ma proprio da Roma la Giunta provinciale intende distinguersi, anche per contenere le spinte separatiste che qui non mancano mai e che in questi giorni hanno preso la forma di scritte realizzate con i fuochi su alcuni prati di montagna e molto ben visibili a distanza: Los von Rome, cioè via da Roma. Per andare dove, non è mai molto chiaro: c’è chi vuole il ritorno all’Austria, chi vuole andare ancora più indietro nel tempo e ricostituire il Tirolo storico, chi vagheggia uno stato autonomo e chi non sa esattamente cosa vuole, tranne lamentarsi e aggiungere vittimismo a vittimismo, come se questa terra fosse il Sud Africa dell’apartheid o uno dei luoghi più poveri del pianeta. Il modello, ha dichiarato il presidente della Provincia illustrando il piano di riapertura, per noi è a Nord, cioè in Austria e in Germania.

 

Dunque riaprono negozi e attività commerciali. Però c’è un problema: dove lasciare i figli piccoli, quelli che frequentano il nido, la scuola dell’infanzia o quella primaria? L’assessore alla scuola in lingua tedesca, sostenuto da tutto il suo partito, che poi è il partito che governa ininterrottamente la Provincia dal 1948, ha chiesto agli insegnanti di dare la loro disponibilità ad accogliere e accudire quei bambini che i genitori iscriveranno in quella che è stata chiamata scuola di emergenza. Subito è partito un dibattito etnico che è diventato un vero e proprio scontro verbale: perché i tedeschi sì e gli italiani no? Bisogna sapere che qui le scuole sono rigorosamente separate, qualcuno dice etnicamente, perché fa più impressione, qualcun altro linguisticamente, perché è più delicato. Ogni scuola ha il proprio Intendente scolastico, cioè quello che nel resto d’Italia si chiamava e forse si chiama ancora Provveditore agli studi. In verità quello italiano si chiama Sovrintendente, perché era stato pensato come un gradino superiore all’Intendente tedesco e ladino; sì, anche i ladini, minoranza nella minoranza, hanno le loro scuole, concentrate nelle due aree – Val Gardena e Val Badia – dove vivono. Ma oramai da diversi anni il Sovrintendete scolastico italiano sovrintende a mala pena alla scuola italiana e ogni scuola va per la propria strada. Anche se in quella italiana sono sempre più diffuse le immersioni linguistiche, ovvero classi dove metà delle materie vengono insegnate in L2, cioè in tedesco. Purtroppo nulla di tutto ciò accade nelle scuole tedesche, per timore che il potenziamento dell’italiano indebolisca la loro identità.

 

Ma ritorniamo alla domanda iniziale: perché i tedeschi riaprono le scuole e gli italiani no? Immediatamente parte il dibattito sui giornali e sulle televisioni e in maniera più brutale sui social network. Un dibattito scatenato soltanto dagli italiani che collocano da una parte insegnanti e dirigenti tedeschi: buoni, generosi e disponibili, e dall’altra quelli italiani: cattivi, egoisti e lavativi. I giornalisti si prestano alla battaglia, alimentando l’equivoco che le scuole tedesche siano state riaperte. In realtà nessuna scuola può riaprire perché c’è un decreto del governo per emergenza sanitaria ed è valido su tutto il territorio nazionale, dunque anche nella Provincia Autonoma di Bolzano, almeno finché morte non ci separi. E allora cosa riapre? I dirigenti scolastici hanno messo a disposizione i locali delle scuole a quelle famiglie che su base volontaria hanno scelto di aderire, avendo a disposizione degli insegnanti (anch’essi volontari) che tutte le mattine per quattro ore si prenderanno cura dei bambini mentre loro saranno al lavoro. Ad esempio, una scuola elementare che ha 380 iscritti ospiterà 18 bambini. Numeri esigui e facilmente gestibili nel rispetto delle norme di sicurezza, ovvero la distanza fisica degli uni dagli altri.

 

Ma come si spiega la generosità tedesca e l’egoismo italiano? Leggendo alcune lettere arrivate ai giornali e ai sindacati, ma anche la coraggiosa testimonianza di un ex ispettore della Sovrintendenza scolastica italiana, si scopre che diverse maestre delle scuole in lingua tedesca non erano impegnate nella didattica a distanza, limitandosi a inviare ai loro alunni i compiti una volta alla settimana, e questo ha suscitato le ire dei genitori, che perciò hanno preteso che venissero occupate nella scuola di emergenza. Alcune di queste maestre hanno denunciato anonimamente, per paura di ritorsioni, di essere state obbligate a fornire il servizio per cui si sono meritate l’attestato di generosità. I dirigenti scolastici italiani, dal canto loro, non avendo ricevuto dal competente assessore italiano i necessari protocolli di sicurezza, hanno ritenuto che fosse pericoloso sia per i bambini che per gli insegnanti attivare questa scuola di emergenza. Come si può immaginare di tenere a distanza di sicurezza i bambini che naturalmente stanno insieme a giocare, è stata la loro obiezione? O, peggio ancora, come si fa con i bambini del nido o delle scuole dell’infanzia, dove spesso le insegnanti devono imboccarli, cambiargli i pannolini, prenderli in braccio se piangono? Se un’insegnante è positiva e asintomatica e infetta un bambino e poi il bambino porta il virus a casa, facendo partire la catena dei contagi, di chi è la responsabilità? Inoltre, la quasi totalità delle maestre delle scuole italiane si sono giustificate dicendo che erano impegnate quotidianamente nella didattica a distanza e che dunque non avrebbero avuto alcuna possibilità di occuparsi d’altro. Qualche maestra, prontamente linciata su Facebook, ha fatto notare che forse non rientra nei loro compiti accudire i bambini, almeno quelli della scuola primaria, dove si svolgono attività didattiche, e che forse il problema più che alla scuola andava proposto e sottoposto a chi si occupa di servizi sociali o a quelle cooperative che durante l’estate organizzano attività di animazione e intrattenimento proprio a beneficio delle famiglie che non sanno dove lasciare i figli mentre loro sono al lavoro.

 

Ancora una volta l’occasione è stata buona per dare addosso agli insegnanti, prontamente accusati di godere di tre mesi di vacanze estive, di lavorare poco e nulla e sostanzialmente di rubare lo stipendio. Una condizione che chiunque svolga questa professione conosce molto bene e sa quanto sia frustrante ricevere queste accuse. Spiace che si sia unito al coro dei linciatori qualche giornalista, che dovrebbe essere persona informata dei fatti, vista la sua professione. Naturalmente tra gli aggressori non sono mancati diversi politici antigovernativi, il sindaco di un grosso comune della provincia e un ex funzionario della Sovrintendenza scolastica italiana che ha suggerito di tagliare lo stipendio agli insegnanti, visto che stanno approfittando della pandemia per stare a casa a dormire.

Immagino che, come accade spesso, i tedeschi abbiano riso dell’autolesionismo italiano.

 


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«Per quasi due mesi siamo rimasti confinati nelle nostre abitazioni, costretti a cercare di far continuare il nostro stile di vita precedente con metodi alternativi. Per quasi due mesi non abbiamo visto nessuno tranne i nostri familiari, che dopo un po’ sono diventati pesanti da sopportare. Inizialmente stare a casa mi è sembrato bello e sinceramente non so da quanto tempo non mi sentivo così rilassata. Tuttavia lo stress e l’ansia che prima accompagnavano la vita frenetica e caotica si sono manifestati anche nel silenzio, in un appartamento che sembrava diventare ogni giorno più piccolo e più scomodo. Stare tutti quei giorni chiusi in casa mi ha portato brutti pensieri, mi sentivo in trappola, perciò pregavo per un cielo azzurro, per un caffè al bar con le amiche e per un poco d’aria.

 

Ho provato a vivere la mia vita il più normalmente possibile: la mattina mi alzavo alla solita ora, mi vestivo e facevo colazione. Ho iniziato una dieta per evitare il più grande pericolo: l’aumento di peso causato dalla vita sedentaria; infatti trascorrevo molto tempo alla scrivania per le lezioni online. Il metodo sicuramente è stato efficace, ma stancante e pesante. Alla sera i miei occhi pregavano per un poco di riposo perché erano gonfi e arrossati. Inoltre, alcuni insegnati, nel disperato tentativo di restare al passo con il programma, di avere i voti necessari e di continuare con lo stile di insegnamento precedente, ci hanno assegnato un grande carico di compiti, che insieme alle lezioni on-line, ci hanno tenuti incollati alla scrivania per molte ore. La parte più dura è stata restare al passo con le consegne e i compiti. Poi ogni insegnante ha usato uno strumento diverso, a volte soltanto la voce, e tutto è diventato una confusione di richieste e date. Alcuni insegnanti, che magari a scuola non concludevano molto nelle loro ore, ci hanno scaricato addosso tutto in una volta e senza chiarimenti. Senza contare che chi come me è in quinta, si sta preparando anche per gli esami di ammissione all’università.

 

Dopo la mattina di video-scuola, passavo il pomeriggio a fare i compiti e poi una passeggiata nei soffocanti 400 metri intorno alla casa, ma quello almeno snebbiava la mente e calmava i sensi. Ormai la mascherina è diventata un’estensione di me, come la maglietta o i pantaloni, non posso farne a meno. Non avevo mai notato quanto fossero belli i colori della primavera, dei fiori e del cielo, per la prima volta ho cominciato ad apprezzarli. Mi ricordavano i quadri di Monet. Dopo la breve passeggiata, facevo esercizio fisico sul tappetino: l’unico modo per mettermi di buon umore e produrre endorfine, anche se sentivo moltissimo la mancanza della mia corsa giornaliera per le campagne. Dopo la doccia e la cena, non restava che andare a letto. Tuttavia non c’era vero riposo, ma sogni agitati e persino incubi.

 

Durante questa lunga reclusione, il cosiddetto lockdown, la mancanza di contatti con gli altri ha portato molte persone alla depressione. L’uomo, l’abbiamo studiato anche a scuola, è un essere sociale, e che lo voglia o no, ha bisogno degli altri, per non perdersi ma anche per affermarsi. Sicuramente la didattica a distanza ha rappresentato una soluzione necessaria per fare fronte all’emergenza, ma le vere lezioni vanno fatte in aula, dove è più facile seguirle, fare domande al docente, risolvere problemi di matematica alla lavagna, e magari chiacchierare con il vicino di banco quando la lezione è troppo noiosa. La scuola è anche interazione umana. Lo dico pensando agli studenti che a settembre ritorneranno a scuola, come mia sorella, perché io sono in quinta e spero di poter frequentare le lezioni all’università. Mi dispiacerebbe cominciare questa nuova esperienza restando nella mia camera a Bolzano.»

 

[Lisa]

 


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Tutti vogliamo tornare a scuola. Forse… Ho sentito qualche giorno fa una docente universitaria “celebrare” alla radio i vantaggi del telelavoro, la riduzione degli spostamenti e dei costi. Uno studente può frequentare l’università da casa sua, diceva, e non pagare l’affitto. Cioè immaginava una società divisa sempre di più in classi sociali, dove i poveri restano a casa propria e i ricchi scelgono se andare ad Oxford o ad Harward. Solo che la vedeva come un’opportunità.

 

Esattamente come scrive la mia alunna Lisa, la scuola e l’università non sono solo le lezioni, ma una comunità di persone che interagiscono. Se io fossi rimasto nel mio piccolo paese in provincia di Agrigento, invece di andare a studiare all’Università di Padova, sarei diventato quello che sono? Certo, i miei genitori avrebbero risparmiato un sacco di soldi e io forse mi sarei laureato ugualmente, anche se a quei tempi (anni ’80) non esisteva Internet, ma ne sarei uscito molto più povero umanamente e intellettualmente. A Padova, oltre a conoscere persone che arrivavano da tutto il mondo, ho avuto la possibilità di andare al cinema e al teatro, grazie a una ragazza di Merano ho scoperto la letteratura tedesca e grazie a un amico che studiava medicina ho sentito parlare di omeopatia e di macrobiotica. Solo per fare qualche piccolo esempio. Ricordo ancora l’emozione quando per la prima volta ho messo piede nella libreria Feltrinelli di via San Francesco, arrivando da un paese che non aveva né una libreria né una biblioteca. Sono stati anni stimolanti ma anche duri, ho conosciuto infatti la solitudine e la depressione, ho sofferto di ansia e per un breve periodo di crisi di panico. Forse restando al mio paese me le sarei risparmiate. Ma a Padova ho avuto la possibilità di affrontare queste sofferenze con la psicanalisi, attraverso una lunga e faticosa terapia che mi ha permesso di crescere e diventare consapevole di me, dei miei limiti e delle mie potenzialità, di trasformarmi e di scoprire un universo prima ignoto. Ho scoperto che la malattia e la sofferenza, proprio come la solitudine, possono diventare esperienze di crescita. Grazie alla solitudine, ad esempio, ho scoperto il piacere di leggere, trovando conforto nella letteratura.

 


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«All’inizio sembrava una semplice influenza, poi però abbiamo cominciato a vedere al telegiornale le strade vuote e silenziose di Wuhan, la città completamente ferma e presidiata dall’esercito, e allora abbiamo cominciato a capire che era qualcosa di più drammatico. Però mai avrei pensato che il virus sarebbe arrivato anche in Italia, a Codogno, in Lombardia, la regione dove abitavo fino allo scorso anno. Subito sono cominciati gli scontri tra chi voleva chiudere le frontiere e chi minimizzava. I contagiati in pochi giorni si sono moltiplicati, fino ad arrivare alla chiusura delle scuole. In un primo momento non mi sono resa conto di quello che stava succedendo, poi è diventata sempre più dura, soprattutto perché abito al quarto piano di una casa in pieno centro, priva di balcone o di un piccolo terrazzo. L’unico momento di libertà lo avevo quando mi affacciavo alla finestra per fumare una sigaretta. Nel silenzio sentivo il cinguettio degli uccelli, il soffiare del vento, però mi mancava la mia vita: le mie abitudini erano sparite di colpo.

 

La cosa che mi ha rattristato di più, stranamente, è stato non andare più a scuola. Finalmente avevo il piacere di passare del tempo con i professori, con dei compagni di classe fantastici, e invece da un giorno all’altro mi sono ritrovata a fare delle odiose videolezioni on-line. Fino allo scorso anno scolastico abitavo in provincia di Varese, questo è stato il primo anno in un liceo di Bolzano, il mio ultimo anno di scuola, visto che frequento la quinta. Ed è stata, sin da subito, un’esperienza scolastica molto diversa e molto più bella di quella vissuta fino all’anno scorso, ma purtroppo bruscamente interrotta. Non pensavo che la scuola potesse essere anche quella che ho scoperto a Bolzano, cioè così ricca di iniziative e così stimolante.

 

Un giorno, guardando sul sito Facebook del giornale Alto Adige, ho letto che un’associazione cercava volontari per occuparsi di tutti quegli animali domestici bloccati in casa in quanto i padroni erano in quarantena o in terapia intensiva. Ho deciso di impiegare il mio tempo libero contribuendo a fare del bene, perciò ho iniziato questa attività di volontaria. All’inizio non è stato facile, passavo ore a indossare mascherine ffp3, guanti, disinfettando costantemente tutto quello che toccavo. Tornando a casa capivo come si sentivano medici e infermieri che combattevano in prima linea contro il virus, addolorati per quelle mascherine che stringono così tanto da lasciarti i segni sulla faccia.

 

Era difficile anche per i cani, spaesati e spaventati a vedere uno sconosciuto in mascherina che li prelevava da casa per portarli a fare un giro al parco o in prossimità dell’abitazione. Ho dedicato molto del mio tempo agli animali, mia grande passione, e lentamente sono riuscita a stabilire con loro un rapporto di fiducia e amicizia; da quel momento portarli a spasso è diventato facile e divertente. Era anche un’occasione per uscire finalmente di casa.

 

Un pomeriggio, andando a prendere due dei cani che mi erano stati affidati, in lontananza ho visto l’ambulanza e poco dopo un uomo che veniva portato d’urgenza in terapia intensiva per problemi respiratori. Era il padre della proprietaria dei cani a cui badavo. Purtroppo qualche giorno dopo ho saputo che sia lui che la moglie non ce l’avevano fatta, il coronavirus li aveva uccisi. Da quel momento in poi ho iniziato a prendere reale coscienza del pericolo rappresentato dal virus e ho iniziato a temerlo. Allora mi chiudevo nella mia stanza, ascoltavo la musica e piangevo. Pensavo a quella terribile situazione che stavamo vivendo, mi mancavano i miei affetti, mi chiedevo come saremmo andati avanti in questo modo, pensavo ai miei amici e alle loro famiglie in Lombardia e speravo sempre che al telegiornale dessero buone notizie. Per fortuna a Bolzano i contagi sono diminuiti e il presidente della Provincia ha deciso di riaprire gradualmente tutto quello che era stato chiuso, facendoci lentamente ritornare alle nostre vite di prima.

 

Nonostante il male che il Covid-19 ha causato a migliaia di persone, ci ha dato una grande e importantissima lezione: apprezzare di più le piccole cose, come un abbraccio, un caffè al bar con un’amica o una passeggiata in mezzo alla natura. Sicuramente dopo questa esperienza non ci dimenticheremo più di quanto sia preziosa la vita e forse saremo persone migliori. Almeno me lo auguro.»

 

[Chiara]

 


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Può sembrare la scena di un film ad alto tasso di retorica e invece è la realtà, un avvenimento che è avvenuto prima a Bolzano, perché è stata la prima città a riaprire, poi a Roma, a Palermo e in altre città. Diversi studenti, alla loro prima uscita, sono andati a rivedere la propria scuola da fuori, come si va a trovare un caro amico dopo tanto tempo, fissando lo sguardo verso la propria aula, soprattutto se era rimasta la stessa per più anni. La nonna di una studentessa che ha fatto questa uscita mi ha detto, speriamo che non sia stata la visita al caro defunto e che la scuola riapra presto e ritorni in vita, magari più bella di prima.

 

Mia figlia, invece, ha chiesto se sarà possibile entrarci a scuola, vuole andare a rivedere la sua aula per un ultimo saluto, per un addio, visto che è in quinta. Ma anche perché ha paura, ritornando il giorno degli esami, dopo tre mesi di assenza, di commuoversi e mettersi a piangere. Non è una ragazza retorica né una che lascia trasparire facilmente le proprie emozioni, perciò ho pensato che il legame che studenti e studentesse hanno con la scuola è molto più forte di quanto immaginassi. Infatti, i primi ad esserne stupiti sono stati loro stessi. E il legame non è tanto o soltanto con lo studio o con gli insegnanti, quando c’è, ma con la scuola come comunità fatta di incontri e condivisioni, di amicizie e innamoramenti, di scontri e delusioni. Insomma, di vita.

 


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«Noi italiani viviamo nel paese più bello del mondo e facciamo finta di non saperlo, ma durante la quarantena, potendo vedere l’Italia solo dalle nostre finestre e in tutto il suo silenzio, mi è sembrato incredibile scoprirlo. Da quando la quarantena è terminata, ci siamo ripresi tutta questa bellezza e forse abbiamo cominciato ad apprezzare di più ogni singola passeggiata, proprio perché fuori dalle nostre finestre c’era ancora il paese più bello del mondo ed era ancora vivo.

 

Quando il 6 marzo ci hanno comunicato la chiusura delle scuole, ho pensato che fosse soltanto una piccola pausa e ne ero molto felice. Quando poi mi sono accorta di avere trascorso l’ultimo giorno di scuola senza neanche rendermene conto e che non sarei più entrata nella mia classe, mi sono sentita molto triste. Avrei voluto fare la consueta cena di maturità con i professori, una festa di fine anno con i miei compagni e avrei voluto un normalissimo esame, ma questo non è stato possibile. Secondo me la didattica a distanza è stata un fallimento, già prima uno studente non riusciva a stare concentrato per più di venti minuti consecutivi, a casa e davanti a un computer la situazione è decisamente peggiorata.

 

Ripensando alla quarantena non ho ricordi felici, anzi, forse ne ho solo di tristi. Il padre del mio migliore amico, ad esempio, è stato ricoverato in terapia intensiva per più di un mese, rischiando di morire in un letto d’ospedale e senza nessuno al suo fianco. Ricordo il mio amico che piangeva in videochiamata, ricordo le lacrime e le preghiere fatte, nonostante io non sia credente, ma ricordo anche le lacrime di quando ho saputo che stava meglio e che sarebbe guarito.

 

Mio padre ogni settimana andava a fare la spesa per la mamma del mio amico e per il mio amico, con la paura di prendersi il coronavirus, visto che entrambi erano positivi e non potevano uscire di casa. Ma anche questo rende bella l’Italia, che si aiuta chi ha bisogno, che è il paese con più volontari al mondo. Io sono fiera di tutti i volontari e di tutti i medici, che meritano di restare nei libri di storia perché loro ci sono sempre stati e ci siamo resi conto della loro importanza solo quando ne abbiamo avuto bisogno.

 

Ma il coronavirus ha portato anche la fine della mia famiglia. Sapevo che i miei genitori non andavano molto d’accordo, ma non pensavo di dover affrontare la loro separazione durante una quarantena. Ho sempre desiderato una famiglia normale e felice, e credevo di averla, anche se i miei genitori lavoravano tutto il giorno e spesso tornavano a casa solo per cena o addirittura dopo. Siamo una famiglia non ricca ma benestante, io ho già una macchina e mia sorella ha appena ricevuto una moto; ogni week-end andavamo nella nostra casa al lago di Garda e le nostre vacanze al mare sono sempre state bellissime. E invece ho scoperto che non eravamo una famiglia felice.

 

Quando ero piccola spesso sentivo i miei amici dire, “Oggi vado dalla mamma, ieri ero dal papà”, e mi sentivo molto fortunata a vivere con entrambi genitori. Però la quarantena mi è servita anche a capire che la separazione non è così terribile, perché è molto peggio un matrimonio infelice e una famiglia che vuole mostrare agli altri ciò che in realtà non è.

 

Nonostante tutto, questa lunga reclusione in casa ha fatto nascere o rinascere in me molte passioni, ho cominciato a coltivare l’orto, ho ripreso a leggere libri e a cucinare; non avevo mai preparato i taralli in vita mia. Molte notti le ho trascorse guardando intere serie tv, oppure organizzando le vacanze in Puglia con il mio ragazzo, in attesa del ritorno alla normalità. Ho sognato tutti i giorni di poter andare al mare, o anche solamente in piscina, trascorrendo le notti a immaginare piuttosto che a dormire; non ho dormito mai più di cinque ore al giorno. Ogni volta che andavo a fare la spesa mi sentivo quasi come una criminale che sta per derubare un negozio, facendo ore infinite di fila. Ma ho anche passato giornate intere a non fare nulla.

 

La mia fortuna più grande è stata avere Mya, il mio Labrador chocolate, perché grazie a lei ogni tanto facevo una passeggiata e liberavo la mente dai pensieri che mi assillavano. Molte volte camminavo per ore lungo il fiume soltanto per evitare i litigi dei miei genitori e non immaginavo neanche quanto potesse essere terribile dover restare a casa e sentirli.

 

Leggendo in Rete le storie di altre persone, mi sono resa conto che la mia esperienza rispetto a molte altre è stata quasi bella, visto che non mi sono morti parenti o amici. È un’esperienza che per quanto drammatica mi è servita molto, perché ho capito l’importanza delle piccole cose, ho capito quanto è bello potersi fermare in un bar con gli amici a ridere, scherzare e chiacchierare. Ma soprattutto ho capito che il segreto della felicità è solamente la libertà.»

 

[Sharon]

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