di Rahel Sereke, Diego Puccio e Chiara Zanini

 

[Pubblichiamo questo pezzo in occasione della proiezione, stasera alle 21, del film Mr Gay Syria, in visione gratuita in tutta Italia sulla piattaforma Streeen.org, a cura del progetto IO. Il film ha vinto 14 premi internazionali ed è diretto dalla regista e giornalista Ayse Toprak].

 

Come tutte le estati, anche in queste settimane il numero di persone che raggiungono le nostre coste cresce esponenzialmente, complice il meteo più favorevole alla traversata. Il viaggio per raggiungere quelle che per molti italiani sono essenzialmente delle località balneari è stato ampiamente descritto, sia dai media, sia dalla letteratura e dalle arti. Non è così comune però beneficiare di un racconto in prima persona, capace di liberarci per un istante del nostro sguardo di coloni e di farci acquisire consapevolezza proprio di tale limite. Le immagini della nave Anja e di altre imbarcazioni che raggiunsero negli anni novanta le coste pugliesi ne sono un primo, lontano, esempio: di quei giorni gli italiani ricordano essenzialmente una massa indistinta di profughi albanesi costretti con la forza nello stadio di Bari, dove, come rievocato ne Il colore della nazione* a cura di Gaia Giuliani, venne imposto un distanziamento sociale tra nativi e ospiti che più di altri provvedimenti è in grado da solo di spiegare come il razzismo istituzionale possa legittimare forme di esclusione ben più elementari e di conseguenza diffuse. Una storia, quella dei cittadini albanesi in fuga a seguito della caduta del regime comunista, che trova nel regista Roland Sejko e in alcuni migranti che fecero come lui quell’esperienza un raro esempio di testimonianza diretta cui viene riconosciuta autorialità. Il film fu infatti premiato con il David di Donatello ed è tuttora considerato un riferimento per chi studi le migrazioni. Uno sguardo, tuttavia, che il cinema italiano pare non intenda prediligere: sono rari i casi di autori e autrici migranti su cui si decide di investire, preferendogli – seppur non di misura – registi italiani da generazioni che hanno fatto dell’alterità il proprio focus, come quelli riuniti nella casa di produzione Zalab.

 

Si tratta di una prassi consolidata che ci distingue da altri paesi con cui competiamo nel mercato mondiale del cinema. In Francia, ad esempio, esiste già dal 2007 la Commissione Images de la diversité, che lavora a stretto contatto con l’Agenzia per la Coesione sociale e la Commissione Pari Opportunità del CNC” (Centro Nazionale del Cinema e dell’Immagine Animata). Il risultato è un pluralismo sancito per legge (la legge sul cinema) anche tramite denaro pubblico, condizione indispensabile per l’affermazione di nuove leve. In Italia, invece, la recente legge sul cinema (2016) non ha previsto nulla in tal senso, lasciando ai privati il compito di valutare se intercettare nuove voci, come fa con passione ma nel limite delle sue ridotte possibilità economiche il Premio Mutti- AMM, riservato a chi è di origine straniera, spesso escluso dai requisiti per fondi, concorsi, bandi, docenze. Tutto ciò comporta la scarsa presenza di voci che sono invece già parte integrante del nostro paese, silenziate da altre narrazioni, peraltro già prevalenti sulla stampa. Magari d’autore, ma incomplete. È il caso di Fuocoammare di Gianfranco Rosi, premiato a Berlino e applaudito in tutto il mondo, tanto da essere scelto come candidato italiano agli Oscar, evento che fece sperare ai documentaristi italiani l’avvio di una stagione in cui il documentario come genere cinematografico avrebbe ottenuto la dignità e lo spazio che merita. Tra le tante recensioni entusiastiche del film si trova anche una riflessione fuori dal coro di Miguel Mellino e Giuseppe Orlandini pubblicata da Euronomade, secondo i quali “appare davvero difficile non vedere la narrazione di Fuocoammare come qualcosa di diverso da quel lungo “festival di vittimologia”, “buoni sentimenti” e “paternalismi umanitari” attraverso cui il cinema italiano codifica sin dagli anni ’80 l’esperienza migratoria e il rapporto tra la società italiana e questo fenomeno.” Mellino e Orlandini non considerano alcune opere – tra cui quelle dei cineasti prodotti da Zalab, ma non si può negare che il paternalismo sia ben presente specialmente nelle opere che ricevono un più largo consenso, e che tale modalità finisca per far passare come simili storie molto diverse tra loro. Proseguono Mellino e Orlandini: “Fuocoammare, dunque, non fa che confermare qualcosa di già noto: nel momento di scegliere come rappresentare al cinema i migranti, in Italia la prima scelta è sempre il racconto paternalistico e vittimizzante.

 

È così che altre realtà (se così si vuole chiamarle) costitutive dell’esperienza e della soggettività migrante in Italia – fughe e rivolte nei Centri d’accoglienza, insorgenze spontanee come quelle di Rosarno e Castel Volturno, partecipazione a “scioperi sociali”, lotte contro lo sfruttamento delle cooperative nel settore della logistica, rifiuto a farsi prendere le impronte digitali o a farsi deportare dove decidono le autorità, reazioni al razzismo istituzionale e popolare, produzione di spazi sociali meticci, ecc. – restano per lo più o fuori dall’occhio cinematografico italiano o raccontate in chiave “salvifica” e attraverso una scelta estetica “realista” piuttosto ingenua.” Qualunque sia la nostra posizione a riguardo, questa recensione apre a domande che meriterebbero una discussione dentro e fuori le riviste culturali. Come garantire il racconto onesto e veritiero delle esperienze migratorie, facendo emergere le specificità di ognuna, i tratti che la rendono differente rispetto alle altre? A mettere chi scrive di fronte a un simile quesito è un altro documentario, la cui visione è proposta dai volontari di Progetto Io – Immigrazioni e Omosessualità, uno sportello rivolto ai migranti lgbt+ che ha sede da undici anni presso l’Arcigay di Milano. Si tratta di Mr Gay Syria di Ayse Toprak, che verrà proiettato gratuitamente on line questo giovedì alle 21*. Protagonisti del film sono alcuni ragazzi siriani omosessuali che vivono in Turchia a causa della guerra in atto nel loro paese. Da Berlino li raggiunge Mahmoud, un attivista siriano che vuole vedere alla finale di Mr Gay Mondo uno di loro, e per questo ha organizzato la competizione di Mr Gay Syria. Non certo per vincerla o per dimostrare qualcosa, ma perché la comunità lgbt+ si assuma l’impegno di veicolare un messaggio di pace e riesca a riaccendere nuovamente i riflettori su un conflitto che, nonostante coinvolga attori internazionali, è stato dimenticato. Mahmoud non sopporta che l’idea che il mondo intero si è fatto di come si possa essere gay e siriani sia quella dei giovani impiccati dall’Isis per il loro orientamento. I migranti lgbt+ non sono solo vittime. Ne sono consapevoli Diego Puccio e Rahel Sereke, fondatori di Progetto Io, che spiegano:”Le richieste che riceviamo non si limitano al supporto per ottenere i documenti, ma spaziano tra problemi legati alla salute, all’accoglienza, all’apprendimento della lingua, alla ricerca del lavoro e di un alloggio, e il nostro sportello si è trasformato in uno spazio di socialità e di scambio.

 

Il Progetto IO ha contribuito negli anni a sensibilizzare la comunità LGBT+ autoctona, non senza alcune resistenze, e il tema dell’allargamento dei diritti è diventato anche lo slogan del Pride del 2017, Diritti senza confine.  Le persone che in questi anni si sono rivolte al Progetto IO hanno subito nella maggior parte dei casi discriminazioni multiple, dalla comunità di origine e da quella del paese di transito e di destinazione. Hanno vissuto forti esperienze di isolamento sul territorio italiano. Il Progetto IO prova ad offrire uno spazio di parola e  confronto per iniziare ad inserirsi nel contesto sociale in cui si risiede. A questo obiettivo concorrono l’organizzazione di cene, la proiezione di film a tematica LGBT+, i momenti di discussione e di confronto, tutte attività svolte all’interno del CIG Arcigay Milano e negli altri spazi con cui il Progetto è in rete. Attività che mirano al benessere della persona. La maggiore familiarità con una condizione simile alla propria, ma vissuta in maniera più serena, fornisce speranza e forza alle persone, anche quando l’esperienza è segnata da forti traumi, e il più delle volte le persone realizzano così che è possibile vivere liberi. Sentiamo però ancora troppo spesso parlare di immigrazione usando termini impropri, stigmatizzanti, utilizzati in modo strumentale per alimentare il senso di insicurezza generato della crisi economica del 2008 e ancora presente in Europa, al fine di rivolgere quell’insicurezza contro un capro espiatorio, ossia le persone immigrate. Abbiamo scelto di proiettare il film “Mr Gay Siria” per provare, nel nostro piccolo, a parlare di immigrazione in modo differente, attraverso la cultura che nasce dall’incontro con realtà diverse dalla propria. Nel farlo abbiamo coinvolto due attivisti che hanno trovato rifugio in Italia, perché ci offrissero il loro sguardo anche sul paese in cui viviamo, così come i protagonisti di “Mr Gay Siria” fanno affrontando le difficoltà quotidiane di un’esistenza in fuga. Sono persone determinate, consapevoli e responsabili del loro destino, descritte senza alcun pietismo. Pur riconoscendosi come vittime, non rinunciano a lottare e a sostenersi reciprocamente. Questo ci ricorda l’importanza della solidarietà che dobbiamo coltivare anche come comunità LGBT+ a livello internazionale. Abbiamo conquistato dei diritti, ma se rimangono esclusivamente nostri, di alcuni paesi soltanto, non possono che essere considerati privilegi.”

 

* La proiezione sarà accessibile giovedì 16 luglio alle 21 da tutta Italia sul sito Streeen.org, la piattaforma per lo streaming del cinema indipendente e d’autore, e sarà preceduta da una conversazione tra i coordinatori di Progetto Io, Diego Puccio e Rahel Sereke, gli attivisti Amani Zreba e Benny Mc Bonzy, la programmer del Festival Mix Priscilla Robledo e la critica cinematografica Chiara Zanini. La conversazione verrà trasmessa sulla pagina Facebook del Milano Pride. Il film ha vinto 14 premi internazionali ed è diretto dalla regista e giornalista Ayse Toprak. 

NOTE E RIFERIMENTI

http://www.euronomade.info/?p=6931

Capitolo elisabetta pesole https://www.mondadorieducation.it/catalogo/il-colore-della-nazione-0050003/

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