di Valeria Venditti

 

[Pubblichiamo il terzo intervento della rassegna intitolata Chi ha ucciso la critica? Un’indagine indiziaria, a cura di Mariano Croce, in cui autrici e autori si confrontano sulla recente contrapposizione, dialettica o meno, tra critica e postcritica. I primi interventi possono essere letti qui e qui].

 

Nella sezione di destra del trittico il Giardino delle delizie dipinto intorno al 1480 da Hieronymus Bosch, John Berger vede una profezia-promemoria capace di rappresentare la situazione politica e culturale contemporanea[1].

 

Più che concentrarsi sulle figure, sulle allegorie o sulle scene macabre presenti nel quadro, Berger fa riferimento a ciò che “costituisce lo spazio dell’inferno”. Qui:

 

L’orizzonte è del tutto assente. Non c’è continuità tra le azioni, non ci sono pause né percorsi, non c’è un disegno, un passato, un futuro. C’è solo il clamore di un presente contraddittorio e frammentario. Le sorprese e le sensazioni sono ovunque, ma manca qualsiasi via d’uscita. Niente porta a niente: tutto si interrompe. Siamo di fronte a una specie di delirio spaziale.

 

Alla mancanza di un punto di fuga capace di regolare la posizione delle figure nello spazio corrisponde una frammentazione temporale. Uno spazio tale, infatti, non offre né continuità tra un evento e un altro, né coesione interna agli eventi stessi, così da limitare l’effetto delle azioni al loro compiersi. Questa inconsistenza vanifica qualsiasi potenzialità di sviluppo, riducendo le attività che si svolgono sul quadro a “sensazioni”, “sorprese”. Per Berger, questo caos temporale e spaziale determina una situazione in cui non si vede “neppure di sfuggita un altrove o un altrimenti”.

 

La proliferazione di eventi sconclusionati che si avvicendano alla rinfusa in un delirio spaziale assieme alla sensazione che non ci sia una via d’uscita da questo marasma è ciò che, per Berger, ricorda (cioè raffigura e rammenta) “la cultura in cui viviamo [che] è forse la più claustrofobica che sia mai esistita”. A fare da sponda a questa tesi Berger riporta uno scritto del subcomandante Marcos, in cui il portavoce dell’esercito zapatista descrive il “nuovo ordine mondiale” come un campo di battaglia, uno spazio lacerato da situazioni irredimibili e sconnesse che rendono impossibile qualsiasi politica di resistenza, qualsiasi cambiamento, qualsiasi altrimenti. Povertà, globalizzazione e sfruttamento, l’“incubo errante” delle migrazioni, la finanza criminale, i poteri canaglia, lo scarabocchio della “megapolitica contro i nani”, la disorganizzazione e il deterioramento delle sacche di resistenza sono i frammenti che caratterizzano il “rompicapo mondiale”. Nella visione del subcomandante, questi frammenti emergono sullo sfondo indistinto di un sistema saturato da alcuni totem che chiudono l’orizzonte. Non c’è alcun altrove possibile, perché tutto si svolge nella cornice del capitalismo e del neoliberismo.

 

A oltre vent’anni dalla pubblicazione degli scritti di Berger e del subcomandante Marcos, i problemi sociali sono gli stessi, così come è ben viva la sensazione di essere presi nella rete di un meccanismo politico che non lascia via di scampo.

 

Tanto più che i tropi della frammentazione che il subcomandante Marcos elencava si sono espansi in modo trasversale e inaspettato. Perché adesso i ceti medi scompaiono, la precarietà diventa sistematica, le migrazioni sono esplose in mille varianti (di guerra, economica, ecologica). E ancora e ancora di più, dunque: dai Panama Papers, ai soprusi dell’Egitto e i diritti umani calpestati, fino al potere politico negoziato e gestito da multinazionali e lobbies. Per non dire che, con buona pace di Juan Gelman (citato anche lui da Berger), la lotta dei “piccoli compañeros […] tutti insieme contro la grande disfatta del mondo” sembra ancora, ancora e ancora destinata a svanire sullo sfondo indistinto dello spazio politico saturo e asfittico in cui annaspiamo.

 

Pensare, con Berger e Marcos e Gelman, che anche i compañeros soccombono al caos, rende più grave la claustrofobia. Cosa resta se l’incoerenza della scena globale dei poteri forti contagia anche i tentativi di immaginare e realizzare azioni e strutture alternative a quelle esistenti? Anche in questo inferno, quello in cui viviamo, regna l’angoscia paralizzante di uno spazio incoerente, saturo e indifferibile, privo di punti di riferimento (e dunque indifferenziato), privo di potenzialità corale (in cui dunque non si può che essere indifferenti). Come nel quadro di Bosch, le singole istanze della dannazione si consolidano nell’essere incastonate in un apparato politico che fagocita tutto, gira a vuoto e colpisce anche coloro che vi oppongono resistenza. Una macchina votata allo sperpero, un magma in ebollizione, in cui pesanti rigonfiamenti emergono in superficie per poi – spesso con tonfi grotteschi – esplodere e lasciare niente, ritornare nell’indistinto della massa iniziale. Di esempi di questo meccanismo tipico del nuovo ordine mondiale (nuovo per Marcos, meno per noi, ma tant’è) ce ne sono a iosa. Senza andare distantissimi, basti pensare all’emergere di un movimento politico di rottura, che guadagna terreno, s’installa al centro del sistema criticato e – plop – esplode. Si fa partito, fa ripartire le dinamiche a cui si opponeva e se ne fa carico.

 

Tutt’altro che un esempio polemico, questo a cui alludo vuole essere un racconto gnomico.

Come tanti altri, questo dimostra che l’infiacchimento dei piccoli compañeros spesso coincide o con una disfatta o con un’assimilazione, una identificazione tra le forze di rottura e il potere centrale.

 

Il problema delle sacche di resistenza è troppo spesso quello di partire da una critica alla struttura portante, al sistema “molare” (l’insieme come il neoliberismo). Puntare e attaccare un potere strutturale, strutturante e strutturato non è la risposta al delirio contingente e mutevole che caratterizza la nostra esperienza quotidiana. È una necessità, certo, ma il confronto diretto con un potere di questa natura costringe a una forma di opposizione che destina le linee minori di lotta proprio alla disfatta o all’assimilazione.

 

In particolare, l’assimilazione, seppur complementare alla disfatta, la eccede, poiché scaturisce non tanto dalla sconfitta della singola istanza oppositiva, quanto dal fatto che ogni atto di resistenza viene ricollocato al centro del meccanismo che critica. Se i casi di opposizione sembrano votati a essere sacrificati alla gerarchizzazione, alla dualità, al pendolo, all’aut aut è perché essi affiorano in una macchina dialettica attraverso la quale la realtà viene organizzata. Per quanto numerosi possano essere, infatti, la loro varietà non è in grado di modificare la dinamica dialettica. Difatti, come nota Gilles Deleuze, ciò “che definisce il dualismo non è il numero di termini, così come non si esce dal dualismo aggiungendo altri termini (x > 2)”[2]. La “macchina infernale di Hegel” (per usare la divertente espressione di Rosi Braidotti) mantiene il suo ritmo anche quando un terzo polo vi si aggiunge. Semplicemente, il terzo elemento si sostituisce a uno degli altri – o per identificazione, o per scarto. (Come nel gioco della torre: chi butti giù tra questo e quello? E tra quello e l’altro? E via). Le lotte dei piccoli compañeros si frantumano nello scontrarsi con un orizzonte perduto e inafferrabile che comunque segna il perimetro della loro azione politica. Il cruccio di Nanni Moretti in Ecce Bombo è in relazione alla festa molare: mi si nota di più se non vengo o se vengo e me ne sto in disparte? Non c’è un’alternativa alla festa. La mia decisione è comunque per la festa. La rivoluzione che punta alla sovversione è sempre e comunque contro, e dunque per e nel, sistema.

 

Questa constatazione non minimizza l’impatto dei significanti-totem sulla politica mondiale. Già solo il parlare di un meccanismo binario che induce una frammentazione o produce assimilazione lo postula. Resto, anche io nel parlarne, nel suo sistema, nella sua orbita.

 

Eppure, se da oltre 23 anni siamo miseramente legati alla guerra totale descritta da Marcos e combattiamo ancora e ancora per trovare un punto di fuga da cui partire per ordinare il nostro spazio infernale, forse è il caso di provare a cambiare modo di vedere.

Magari iniziando proprio dal modo di vedere l’inferno di Bosch, partendo dalla amara considerazione che siamo immersi nel delirio spaziale, lacerato e ipercontingente. E che allora toccherà fare qualcosa di e a partire da questa situazione incresciosa.

 

In questo senso, credo che la profezia-promemoria sulla nostra situazione odierna venga rispecchiata molto meglio da un’immagine più semplice del Giardino di Bosch, ma che può però competervi in quanto in quanto a delirio, insensatezza e caos.

 

È il cinque di bastoni dei tarocchi Waite-Smith. Nella prefazione al testo di Oscar Wirth (I tarocchi. Manuale per la divinazione, Roma: Edizioni Mediterranee, 1983), Roger Caillois spiega che i bastoni nei tarocchi sono l’emblema del potere temporale e della potenza (potestas) generatrice maschile. Richiamando l’archetipo paterno, le carte di questo seme sono organizzate sempre attorno a un punto di riferimento che fa da perno (un bastone principale, una geometria particolare). Solo il cinque fa eccezione e ci mette di fronte a una scena in cui non si distingue alcun polo che guida, dall’interno, l’azione: ci sono solo cinque sciamannati che agitano dei rami al cielo. I personaggi sono del tutto disinteressati alle attività altrui, nessuno incrocia lo sguardo degli altri, nessuno collabora, nessuno interagisce. Qui, come in Bosch per Berger, ognuno si concentra “sul proprio bisogno immediato, sulla propria personale sopravvivenza”. Sia bisogno o idea, pulsione o obiettivo, questione di vita o capriccio, questo desiderio che muove i cinque bastonari è caratterizzato da una forte disconnessione. Essa non si esaurisce nell’autoreferenzialità propria dei personaggi, ma vi aggiunge la tensione verso qualcosa di altro, al di fuori della scena, come si vede nello slancio del personaggio all’estrema sinistra, il quale brandisce minaccioso il ciocco verso un orizzonte imprecisato e lontano.

 

A guardare bene, dunque, la carta e Bosch si distinguono oltre che per qualità dell’arte, anche per una sorta di sovvertimento della dinamica spazio/temporale. Seguendo Berger, si può vedere l’inferno di Bosch come uno spazio privo di insieme, in cui il tempo dell’azione collassa per via della contingenza. Qui, invece, la traiettoria spaziale è data dagli sguardi: non c’è insieme, perché lo spazio che delinea la scena è segnato da una tensione verso l’interno (l’autoreferenzialità dei personaggi in rosso e a pois) o verso l’esterno (lo sguardo al cielo degli altri tre) e questo determina il tempo come in costante differimento.

 

Le traiettorie spaziali e temporali sono qui ribaltate: è la tensione verso un altrove spaziale e verso un tempo altro che fa collassare l’azione. In pieno stile cartomanzia-del-tempo-andato (promemoria-profezia), si può rileggere questa carta come un’altra allegoria della situazione contemporanea e giocarla contro Berger. A mio avviso, infatti, sono gli sguardi rivolti altrove (dei bastonari, ma anche dei piccoli compañeros di Marcos) che anziché arginare il delirio, lo esasperano. Neoliberismo, capitalismo, globalizzazione, cielo, inferno sono orizzonti di senso tra le cui pieghe si perdono le piccole rivoluzioni, assimilate nella dinamica molare del dualismo.

 

La mossa che propongo è quella di lasciare da parte la lotta corpo a corpo con i grandi significanti che fanno da trama al discorso politico, così come le disillusioni per le mancate sovversioni del sistema centrale, per interessarci a una politica pret-à-porter che si possa svolgere nell’unico tempo e dall’unico spazio su cui possiamo avere presa: il tempo presente e lo spazio della nostra presenza. Invece di rimanere incastrati nella macchina infernale dialettica, invece di immaginare la politica innanzitutto come lotta con i bastoni, come percorso lineare e coerente contro un nemico colossale e stabile. Invece di bearci nella fantasia fallica della rivoluzione o della sovversione totale, si potrebbe ritornare a pensare alla politica come una questione di crocchi. Innanzitutto locale, o meglio localizzata.

 

Sotto questa luce, i personaggi che punteggiano il Giardino di Bosch non sono preda del caos, ma tracciano una trama nello spazio, dandogli una forma. Anche se nel quadro manca un punto di fuga capace di unificare lo spazio, di sicuro molti e vari sono al suo interno i punti di vista e le unioni. All’opposto dell’inoperoso Arcano Minore, questa scena pullula di affetti e interazioni. Azioni dunque che rendono allo spazio, alla vita, alla politica, il disegno. Trasposto al di qua della pala: la presenza – corporea – può fare da argine alla deriva dinoccolata del presente come tempo vuoto, in perdita.

 

La presenza segna il ritmo di un tempo fatto di sensazioni (cose provate, sentite, esperite, materiche, intensità) e scandisce lo spazio tracciando delle connessioni tra un soggetto e gli altri che a questo sono vicini. La nostra stessa presenza è, come suggerisce bell hooks, “un atto di rottura” (hooks, b., Elogio del margine, Milano: Feltrinelli, 1998, p. 66.).

 

Per dare pieno titolo politico alla presenza, però, bisogna ricordare che l’operosità minima dei corpi non si dice nella lingua molare della megapolitica. Né nella sua negazione. Per “creare spazi in cui sia possibile […] trovare modi per trasformare con successo la realtà presente” c’è bisogno di darsi a una politica fatta di “quei suoni e quelle scene di cui non ci si può appropriare […] espressioni colloquiali di suoni e gesti intimi […] Parole private in un discorso pubblico, irruzioni dell’intimità che creano un altro testo”. Si tratta, in pratica, di creare una politica del sotto-testo, del tra-le-righe. Significa fare disordine nella struttura, senza ipotecare il cambiamento al futuro, al generale. In barba ai significanti molari, infatti, le “nostre vite dipendono dalle nostre capacità di concettualizzare alternative, spesso improvvisando” (ivi, p. 64). Improvvisando. Ora. Mentre la politica dialettica della resistenza si articola in un dualismo rigido (che si riduce sempre al binomio vincitore-perdente), una possibile crepa nella struttura portante potrebbe essere data dal dispiegare un armamentario politico del tutto nuovo e per sempre nuovo. Del tutto, perché parla la lingua famigliare all’attore e non il linguaggio formale del sistema (dialetto contro dialettica) e per sempre perché viene modellato di continuo nel filare di relazioni a tu-per-tu, imprevedibili per contesto, durata, risultati.

 

Come si improvvisi con un corpo affinché si possano creare momenti di attiva resistenza al “nuovo ordine mondiale” non è scritto da nessuna parte. E il compito politico più radicale è quello di non lasciarsi scoraggiare dalla presunta resistenza di significanti generali per sfilacciare di volta in volta il pezzetto di tela molare che ci troviamo in mano.

 

Facendo tappa a Cork con il suo tour There will be no intermission, la cantante Amanda Palmer, famosa per il suo ukulele e l’attivismo politico, è stata diffidata dall’organizzare un picchetto nel foyer dell’Opera House con il locale gruppo pro-abortista Rebels for Choice. Le regole del teatro, gestito da fondi privati, sono chiare: nessuno scranno, nessun volantino, nessun tipo di informazione, nessun tipo di chiamata alle armi tramite internet: negli spazi dell’Opera House è proibito organizzare qualsiasi manifestazione politica al di fuori del palco.

 

Tuttavia, Amanda Palmer rivolgendosi agli interessati dalla sua pagina Patreon (un canale a cui hanno accesso solo gli iscritti) fa notare che:

 

non c’è nessuna regola che dice che a VOI non è permesso parlare gli uni con gli altri e condividere le vostre storie personali. nessuna regola.

 

E prosegue:

 

infatti, io mi impegnerò per rendere più semplice questo scambio. e magari potrei casualmente aver unito qualche tavolo nel foyer, e magari potrei stare là attorno con una bottiglia di vino, invitando le persone a chiacchierare tra loro e stare lì da un bel po’ prima che lo spettacolo inizi. […] non c’è NESSUNA REGOLA che dice che le persone non possano entrare liberamente nel foyer fino all’inizio del concerto

 

Già da due ore prima del concerto, il foyer era animato da gruppi di persone che parlavano tra loro. Quelli al corrente della situazione e i membri di Rebel for Choice portavano addosso un adesivo con su scritto “parla con me”. Come un contagio, via via che le persone venivano informate di cosa accadeva, ricevevano a loro volta una pecetta e a loro volta erano chiamate a prendersi in carico sia la divulgazione delle informazioni riguardanti Rebel for Choice, sia il compito di ascoltare esperienze e intavolare discussioni personali sull’aborto.

 

Quella sera, negli interstizi dell’interdizione era stata portata avanti una attività politica sotto-testo. Non solo il gruppo deputato aveva portato a termine la propria missione informativa, ma i partecipanti erano venuti a contatto con delle narrazioni nuove attorno a un tema solitamente ritenuto delicato, fragile, personale e intimo (in Irlanda, poi, la ferita è fresca). Nessuno quella sera aveva potuto combattere la pur necessaria lotta politica che si gioca sul piano della politica di sistema. Si erano però messi in gioco corpi, narrazioni e desideri che, crocchio dopo crocchio, avevano incrinato, modificato, interagito con la presenza politica di ognuno.

 

Ciò che accade in questo passaggio dal generale al particolare è una mutazione per cui l’asse della politica passa nelle mani – o scorre tra le dita, nelle lingue, in un lessico famigliare e defamiliarizzante – delle persone coinvolte. Piuttosto che di politica del margine (stavamo pur sempre all’operà), questo passaggio delinea “una vera e propria etica politica, una cornice concettuale in grado sia di catalizzare sia di sostenere le istanze trasformative che attraversano il presente”.

 

Che in questo passaggio la politica si faccia etica non snatura né deforma nessuno dei due regni. Piuttosto crea una fessura in cui è possibile modificare il modo in cui singoli corpi presenziano nello spazio politico. In altre parole, “l’etica sostenibile ci permette di […] perseguire […] un progetto originale di trasformazione” (Braidotti, R., Per una politica affermativa. Itinerari etici, Mimesis: Milano-Udine, 2017, p. 19).

 

Questa politica affermativa ci consente di dare un senso d’insieme all’orizzonte inquieto del presente. Facendo della ripetizione ancora, ancora, ancora, non più l’ennesimo assedio contro una fortezza molare, ma una “faglia d’amore” (l’encore di Lacan) che crea una rete orizzontale in cui è possibile trovare un altrove, immaginare un altrimenti.

 

Con questo non voglio limitare o minimizzare la necessità di pensare in grande e agire anche sui tropi molari. Abbiamo ancora bisogno di leggi, istituzioni, sentenze e focolai di rivolta. La legge, come il discorso, sono contesti in cui siamo calati e con cui ci dobbiamo confrontare perché siamo governati da quella legge e parlati da quel discorso. Abbiamo sicuramente necessità di orchestrare delle forze che arginino il dispositivo nevrotico di cui parlava Marcos, ma allo stesso tempo l’unica vera arma che abbiamo contro ognuno dei mostri indicati nella sua lettera sono i nostri corpi e il loro potenziale d’azione.

 

Nel delirio spaziale in cui siamo costretti, allora, forse, conviene anche iniziare a fare come i capannelli sgangherati dipinti da Bosch. Fare corpo nel momento in cui ci troviamo davanti a un ostacolo molare, lavorare corpo a corpo per trovare l’altrove che il discorso politico – da noi diligentemente strutturato – esclude dal nostro sguardo. Vedere nelle “sensazioni” e nelle “sorprese” del nostro quotidiano un’opportunità di smottamento dei grandi significanti, potenziare le nostre azioni come l’altrove e l’altrimenti che la prospettiva rigida e delirante del contemporaneo non ci offre.

 

Fare, cioè, che il prossimo promemoria-profezia suoni come l’inizio di una poesia di Tiziano Scarpa:

 

Adesso è adesso. Come inizio è ok.

Perlomeno su questo

Siamo tutti d’accordo.

 

 

(Trattato Universale della pace tra i popoli. Prima bozza, in Le nuvole e i soldi, Torino, Einaudi, 2018)

 

[1] John Berger, Ritratti, il Saggiatore, Milano 2018.

[2] Gilles Deleuze, Claire Parnet, Conversazioni, Ombre Corte, Verona 1988, p. 145.

 

 

[Immagine: Hieronymus Bosch, Il giardino delle delizie, particolare].

5 thoughts on “Politica: un problema di spazio

  1. Voltaire diceva: “coltiva il tuo giardino”. Agisci, cioè, dove puoi, nel pezzo di mondo che ti è stato affidato, avendone cura pazientemente. Così forse costruirai un piccolo paradiso, senza aspettare premi metafisici e senza sperare in riforme calate dall’alto ad opera di inesistenti politici illuminati.
    Fare il meglio che si può, nella vita che ci è stata data. Credo che sia questa la chiave del cambiamento.

  2. Il cosmopolitismo illuminista di cui Voltaire fu un illustre esponente confligge nettamente con ogni idea e forma di lebensraum, ovviamente.
    Il senso è chiaro, anzi perfino ovvio: se non puoi cambiare il mondo, adoperati per fare il meglio che puoi, dove e come puoi. Amaramente, però, c’è da constatare che spesso l’ideologia ammazza le idee e fuorvia i dibattiti, spostando l’attenzione su dettagli che esulano dal tema centrale in questione. Ma ormai è così, da qualche tempo.

  3. “Voltaire diceva: “coltiva il tuo giardino”.”
    +
    Se ce l’hai, però. E i tanti che non l’hanno mai avuto o quelli a a cui il giardino è stato tolto?
    +
    P.s.
    L’articolo mi pare una stanca ripresa di una scorciatoia fallimentare: il consolatorio “piccolo è bello” di moda per un po’ di anni nel chiacchiericcio politico universitario.
    Cfr ad es. https://www.today.it/blog/le-affinita-elettive/piccolo-e-bello-economia.html ; https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=39071

  4. Cara Teresa, Cari Adriano e Ennio,
    Grazie per i vostri commenti.

    Ennio,
    leggerò con piacere gli articoli a cui rimandi. Hai ragione a dire che negli ultimi anni c’è stata una forte mobilitazione nel pensare e ri-pensare il ruolo degli attori sociali e il valore del “locale” come luogo di possibile ripoliticizzazione.
    Credo che (come mi sembra Teresa dica in modo chiaro) fare qualcosa “nel nostro piccolo” consenta a tutte e tutti di avere un giardino. Perché il giardino da coltivare non è un appezzamento privato di terra che appartiene a dei singoli individui, ma un più vasto campo aperto (a tuttu e di tuttu) all’interno del quale esercitare le nostre capacità relazionali, etiche, politiche. Il giardino da coltivare è lo spazio pubblico – fisico e virtuale – in cui far fiorire le piccole comunità che ci circondano senza pensare che per vivere bene si debba in primo luogo sovvertire un sistema più grande, per noi piccoli piccoli, inarrivabile (altra cosa sottolineata da Teresa).
    La critica del “chiacchiericcio universitario”, invece, mi sembra altrettanto scolastica e di moda. Una critica che vuole relegare i pensieri nei pensatoi, senza vedere la potenzialità effettiva della teoria. Teoria, che nel mio caso, esula dal mio precario lavoro universitario e informa la mia piccola esistenza fatta di guerrilla gardening, gruppi di lettura, attivismo pro-aborto (in una terra come l’Irlanda, non facile) e altre attività locali. Per non dire poi che io il giardino non ce l’ho mai avuto e non credo me lo potrò mai permettere. Ed è forse proprio questo mi spinge a lavorare sul campo comune, piuttosto che ululare alla luna.
    Ah, e poi, mica non ero stanca quando l’ho scritto. Scherzi a parte. Grazie per aver letto l’articolo nonostante le idee divergenti e grazie per il commento e le letture. Un saluto,

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