di Mario Pezzella

 

[LPLC va in vacanza dal 2 al 22 agosto. In questo periodo ripubblicheremo alcuni dei post apparsi nel corso del 2020. Questo articolo di Mario Pezzella è uscito l’11 marzo, durante il lockdown].

 

Il nostro primo ministro, citando Churchill, dice che stiamo attraversando l’“ora più buia”; speriamo invece che non sia un nuovo 8 settembre. Voglio alludere al fatto che da una sensazione di invulnerabilità dei corpi, di odio contro lo “straniero” e di identificazione col potere, si sta passando – in brevissimo tempo e non si sa per quanto – a una condizione di radicale insicurezza ontologica e politica, in cui tutti i parametri precedenti di comprensione e di riferimento sono sospesi e oscillanti.

 

Vedo che i filosofi discutono a proposito del contagio: è vero, è falso, è virtuale, è biopolitico, serve a introdurre uno stato d’emergenza, no l’emergenza c’è già, bisogna confidare nella scienza, no la scienza è una macchinazione, etc. È probabile che il paradigma biopolitico non spieghi interamente il presente stato di cose. Il “governo dei corpi” sta lasciando il posto a un disordine reattivo della natura, che pone in primo piano l’emergenza ecologica: la situazione attuale deriva dall’incapacità crescente a governare in modo non autodistruttivo la vita biologica.

 

Ecologia non vuol dire idealizzazione della natura: la quale non è solo una madre benefica e generativa, ma anche una forza “empia” (Leopardi), aorgica e dissolvente. Però sta a noi trovare un ragionevole accordo con essa e potenziare l’uno o l’altro polo. La politica di dominio e il governo della vita, come si è articolato nel neoliberismo, sta producendo la sua stessa autosospensione, il suo interno dissolvimento, un’implosione: più che un potere emergenziale, i governanti europei stanno esibendo la loro tragica incapacità nel contenere l’emergenza climatica, biologica e umanitaria, prodotta dal dominio reale del capitale.

 

L’immagine della folla impazzita che a Milano cerca di prendere l’ultimo treno per il Sud per fuggire dalle restrizioni sanitarie (e diffondere ovunque il contagio) non suscita associazioni con lo stato d’eccezione o col governo disciplinare dei corpi; mi ricorda piuttosto le fotografie degli sfollati e dei soldati in fuga dopo l’8 settembre del 1943, con un governo incapace di prevedere le reazioni emotive ai suoi provvedimenti e alle sue scelte, e il panico di un paese diffidente, opaco, umiliato, confuso e ottusamente egoista. Non dunque la rigidità di uno stato d’eccezione, ma la decomposizione molecolare di un organismo che fino a pochi giorni prima mascherava il suo interno sfasciume.

 

Più importante è capire lo stato d’animo che si sta diffondendo: e cioè la percezione acuta della precarietà sociale ed esistenziale in cui siamo. Quando Heidegger scriveva in Essere e tempo di un essere-per-la-morte e dell’angoscia come tonalità affettiva dominante, la sua generazione usciva dagli anni della guerra mondiale e dell’epidemia di Spagnola. Heidegger negherebbe il nesso tra questi fatti “ontici” e la sua riflessione “ontologica”, ma invece a me sembra impensabile separare drasticamente le due cose. Diciamo che una circostanza “ontica” particolarmente acuta, critica e grave, può costringere a portare l’attenzione anche sulla natura ontologica e antropologica del nostro essere. E inoltre: mette a nudo la sostanza di una comunità, se è una società in grado di affrontare situazioni estreme o se è invece così malata da rischiare di soccombere.

 

Nel 1926 Siegfried Kracauer (che nulla ha in comune con Heidegger e con la sua filosofia) fa considerazioni analoghe nel suo libro sugli impiegati: “Meno essa [l’attività economica] è sicura del suo proprio significato, più essa impedisce alla massa di chi lavora di rimetterlo in questione. Ma se essi non possono perseguire uno scopo che abbia un senso, allora la fine ultima – la morte – perde anch’essa di significato. La loro vita, che per meritare questo nome dovrebbe essere confrontata con la morte, si fossilizza e ritorna indietro, verso la giovinezza: questa giovinezza da cui proviene diviene il suo compimento perverso, perché un vero compimento è in effetti vietato”.

 

Più che di giovinezza (che era un topos degli anni Venti) oggi si dovrebbe parlare dell’infantilismo eterno e spettrale della distrazione, della fantasmagoria del divertimento, del sempre libero degg’io, dello sport negli stadi, delle palestre, degli apericena, dei Papeete da cui il Capitano escrementa i suoi proclami, dei fascistelli e dei fascistoni, mascherati, ridesti o dormienti, simboli di un essere sociale invaso e terrorizzato da Thanatos, che ha perso ogni senso dell’Eros, dell’amicizia e del legame. È il capitalismo bello pronto per essere infornato nel fascismo, che devia le paure, fa da psicofarmaco all’angoscia e scatena l’aggressività sull’estraneo innocente. Ciò che per Heidegger era la chiacchiera, per Kracauer era la distrazione. La distrazione è la stupidità esistenziale diffusa che di fronte alla morte, alla malattia, alla guerra, rende possibile solo due reazioni complementari, entrambe inadeguate e scomposte: la negazione del pericolo, o il panico dinanzi alla sua ombra non più rinviabile e minacciosa. Entrambe rivelano il primitivismo magico-arcaico in cui sta precipitando l’inconscio sociale.

 

I vescovi fiorentini hanno vietato di scambiarsi il segno della pace durante il rito della messa. A Lourdes hanno chiuso l’accesso alle acque miracolose. Giusti provvedimenti, per carità, per un laico illuminista. Che però mettono a nudo spietatamente quanto la fede religiosa sia diventata un gadget turistico, che non regge di fronte a uno stato di necessità. Si deve stare, per misura igienica, ad almeno un metro di distanza l’uno dall’altro. Esiste una sincronia tra le malattie fisiche e il male oscuro dell’animo di una società, come il primo Foucault, decisamente il più interessante, ha mostrato nella Nascita della clinica. La distanza fredda che c’è in questo schifo di capitalismo tra i nostri corpi e le nostre anime, ora si fisicizza e trova una rappresentazione prescrittiva. Viene a nudo ciò che in effetti siamo da molto tempo. I “distanti” si aggirano circospetti nei centri commerciali, nei duomi turistici, nei bar, sorvegliando attenti gli sputi e gli starnuti: e poi passano all’opposto e pretendono apericena, ammucchiate campestri e abbuffate compensatorie. Ernst Jünger scrisse di essersi accorto che il mondo stava cambiando quando – durante la prima guerra mondiale – in una delle ultime cariche di cavalleria della storia, i prodi cavalieri furono falciati in pochi minuti dalle mitragliatrici. Noi, che al solo vedere un fucile col tappo ci butteremmo in un fosso, ci accorgiamo di essere letteralmente incapaci di affrontare razionalmente il pericolo. Così si chiudono le scuole, si isolano le zone rosse e intanto la gente si accalca nei treni che portano in altre regioni prima che il governo abbia il tempo di fermarli, diffondendo forse più virus in ventiquattr’ore che nel mese precedente. Il governo dei corpi sembra sopraffatto dall’eterogenesi dei fini, lo stato d’eccezione dalla teoria delle catastrofi. Un po’ come la prescrizione rigida a un malato di non bere vino, mentre quello di notte si fa una bottiglia di whisky scozzese.

 

Fino a qualche tempo fa c’erano anche autorità sportive che proponevano di continuare a giocare le partite di calcio a porte aperte. Com’è stata creata e alimentata questa regressione infantile della coscienza? Poi, passata l’emergenza se passa, tutto ricomincia per un po’ come prima, fino al prossimo urto collettivo e tutti ritornano – starei per dire festosamente – alle proprie patologie e ai propri dolori abituali, e ai surrogati chimici e psichici con cui li si costringe a tirare avanti.

 

Se lo stato d’emergenza del contagio dovesse durare a lungo e se ad esso si sommassero altri fattori di crisi, come l’arrivo in un’Europa ammalata di milioni di migranti siriani e una recessione economica difficilmente reversibile, è anche possibile che il “nostro mondo” così come lo abbiamo fino ad ora conosciuto, prenda termine: nella condotta di vita quotidiana, nello stato d’animo dominante, nella politica. La capacità del capitale di produrre una “distruzione creatrice” o una “innovazione distruttiva” potrebbe stavolta seriamente incrinarsi. Categorie come consumismo, incremento del Pil, sviluppo e liberismo, potrebbero divenire incomprensibili come geroglifici dell’età della pietra e un aut-aut ritenuto obsoleto – socialismo o barbarie – riacquistare una improvvisa attualità.

 

In ogni caso, la percezione oscura che il mondo sempre più asfittico in cui abbiamo vissuto la nostra vita potrebbe ora finire è una delle radici dell’angoscia che si sta diffondendo come tonalità affettiva dominante. L’angoscia, ha scritto Freud, è cosa diversa dalla paura ragionevole e determinata di fronte a un pericolo concreto. È una percezione generalizzata di dissoluzione del reale, una crisi della presenza, come avrebbe detto Ernesto de Martino. Negazione isterica o il panico che ne è l’inverso sono dunque i fenomeni secondari di questo sfondo inquietante. Se poi veniamo alla politica è chiaro che l’alternativa tra una soluzione autoritaria della crisi e la necessità di cambiare lo stesso modo di produzione diverrebbe lacerante. Cosa di più facile che realizzare un colpo di stato in una situazione di angoscia ingestibile? Quale richiesta di autorità e di Padri padroni potrebbe emergere dall’inconscio del collettivo?

 

Per la prima volta nella mia vita, ho la percezione che effettivamente il sistema neoliberista potrebbe non reggere di fronte all’impatto congiunto delle tre forze: epidemia, crisi economica e crisi migratoria (e la guerra o le guerre che le accompagnano).

 

Tra le premesse del nazismo c’è sicuramente – a leggere Benjamin e Kracauer – la stupidità o la distrazione o la chiacchiera massiccia e diffusa nella Germania degli anni Venti e del suo primo aborto di consumismo. La stupidità va presa sul serio, è forse lo stato d’animo che più ancora della violenza, del risentimento e dell’umiliazione predispone al fascismo: o meglio è il loro necessario complemento, perché li copre di un velo spesso di ignoranza e inconsapevolezza, così che possano agire in modo primordiale e massificato. Il razzismo è stupido perché muta il male concreto in pericolo immaginario, il nemico effettivo in un fantasma terrificante di alterità (che reincarna in forma paranoica gli esseri umani). La stupidità è l’inverso della follia di Don Chisciotte: prende i mostri reali per innocui mulini a vento. I grandi comici, tra cui vanno annoverati anche il Flaubert di Bouvard et Pecuchet e Joyce con l’Ulisse, hanno sempre intuito il suo lato minaccioso e oscuro, la sua predisposizione alla rovina e alla violenza.

 

Come potrebbe il nostro “popolo” – predisposto all’infantilismo e alla disgregazione psichica da decenni di berlusconismo e dall’utopia cialtrona e ipocrita del neoliberismo europeo – reagire in modo adulto alla situazione estrema in cui ci troviamo? Invece di affrontare il pericolo avremo la tentazione di fuggire, come un bambino che ha paura del buio e a cui manca la mamma. E potremmo divenire sensibili alle seduzioni di un capo, che ci prometta di riconquistare la nostra ebetudine attonita. Mi aveva sorpreso una frase degli Impiegati di Kracauer, secondo cui un popolo che ha perduto la consapevolezza della fragilità del corpo e della possibilità della morte, non è capace di alcuna rivoluzione, ma solo di una sottomissione passiva. Non la capivo. Forse vuol dire che chi è in grado di sopportare l’incertezza della vita ed è consapevole della sua finitezza, è anche capace di ribellarsi quando il poco tempo che ci è concesso gli viene sottratto da un potere insensato. Invece, nella distrazione ottusa, la fuga dalla morte è talmente caotica che si procede in fila ordinata verso il burrone come i ciechi di Brueghel.

 

Si può leggere su openonline del 7 marzo, a proposto di uno stato d’emergenza che per eterogenesi dei fini sfocia nel caos: “Una transumanza umana, di quelle che bene si prestano a romanzi distopici o a film su cataclismi e sventure: si potrebbe definire così quello che sta avvenendo in molte località montane e sciistiche del nord Italia. E sembra non esista coronavirus che la montagna possa temere. ‘Psicologicamente i monti danno rassicurazione’. Qui, da più di una settimana, è un andirivieni senza sosta di gente che, dalle città vicine, ma anche dalla Lombardia e dalla Liguria cerca un posto per sottrarsi agli stop e alle limitazioni previste da ordinanze e decreti ministeriali… ‘Impianti sciistici saturi, maestri di sci in affanno per la troppa domanda, sci club pieni…’. La grande fuga è dovuta soprattutto a tutti quei genitori che si sono rifiutati di tenere i figli in città, a casa da scuola. ‘Anziché una vita cittadina costretta tra quattro mura e poco altro, preferiscono portare i ragazzi a fare lezione di sci o nei cinema di montagna, o nei pub. Qui tutto è aperto e funzionante’. Si lavora, senza sosta”. Nell’ultimo decreto (8 marzo) il governo ha dovuto specificare che anche gli impianti sciistici vanno chiusi. Evidentemente non si era neanche lontanamente accorto di questa reazione distopica della gente.

 

Afferma Umberto Galimberti in una intervista televisiva che l’angoscia di fronte a un pericolo indeterminato è talmente insopportabile che si cerca il più presto possibile di incarnarlo in un capro espiatorio tangibile e concreto: gli untori, i pazienti zero. Fino a un certo punto il ruolo del feticcio è stato rappresentato, anche in Italia, dai cinesi. Ora l’incarnazione del male siamo diventati noi. Quanto tempo dovrà passare perché gli altri (intendo il resto del mondo) non vedano più questo fantasma appollaiato sulle nostre spalle? Ora conosciamo sulla nostra pelle il razzismo: la trasformazione della malattia che ci minaccia in colpa, la perdita della singolarità nell’indistinto di una massa o di un “popolo”, disprezzato in quanto tale. E noi? Si invoca una cultura della solidarietà, molto difficile dopo che decenni di neoliberismo ci hanno resi astratti e separati l’uno dall’altro: in rete l’odio si scarica sul vicino e sull’avversario politico, il meccanismo di attribuzione di colpa continua incessante, a scala nazionale. Debitori, colpevoli, falliti, e ora anche untori.

 

Si cerca anche di mitigare l’angoscia dicendo: tanto muoiono solo i vecchi e i malati di altre patologie (il che poi non è così vero). Questa specie di eugenetica spontanea è davvero orribile. È come un nazismo così sepolto nell’inconscio da poter esser pronunciato quasi con innocenza. Cosa volete dire? Che sopravvivono i forti, i puri, i belli e che gli altri non contano niente? È la prima volta, mi pare, che si parla di un’epidemia in termini generazionali, con i “giovani” e i sani contrapposti ai “vecchi” e ai deboli, in fondo parassiti sacrificabili, verso cui viene a galla un malcelato sentimento di ostilità. La malattia non fa che evidenziare una insofferenza latente, anche questa derivante dal mito neoliberista dell’efficienza e dell’imprenditoria di se stessi.

 

“Paure e immaginazioni”, racconta il Boccaccio, si impadroniscono della gente di Firenze durante la peste, per cui alcuni si rifiutano di prestare i più elementari soccorsi ai malati, e altri si danno alla più sfrenata baldoria, bevendo e dandosi alle orge fino allo sfinimento: ed entrambi così incrementano il male in maniera esponenziale. Qualcosa di simile si vede nel Settimo sigillo di Bergman, o nel Nosferatu di Herzog. Ma in realtà per noi è un po’ diverso: sono le stesse persone, che il lunedì si barricano in casa, e il martedì sono già stanchi ed esausti di qualsiasi disciplina, e trapassano dal governo dei corpi alla trasgressione priva di senso. In una democrazia sociale (cosa che la nostra società dello spettacolo è lontana da essere) si dovrebbe ricorrere a quella che i Greci chiamavano fronesis, l’arte di discernimento nel particolare, caso per caso; in mancanza della quale è quasi inevitabile che dopo un certo punto l’insofferenza si alterni col panico, con la ricerca dell’untore-nemico, e con la richiesta di un potere autoritario. Allo stato d’animo dell’angoscia, dovrebbe sostituirsi quello che Leopardi nella Ginestra, dinanzi alla potenza incombente del Vesuvio, definisce “vero amor”, e cioè la capacità di sostenersi reciprocamente “negli alterni perigli e nelle angosce della guerra comune”. Questa risposta all’angoscia dell’esistenza (che non la cancella), articolata politicamente, era l’ispirazione fondamentale del socialismo, ancor prima della lotta di classe. Era, sarà, la sua tonalità affettiva predominante.

 

 

[Immagine: Da «La Gazzetta del Sud», 9 marzo 2020]

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