di Orsetta Innocenti
La cosiddetta ‘ripartenza’ della scuola ha scandito i mesi estivi, tra una serie infinita di comunicati, note, smentite, da parte del Ministero dell’Istruzione, mentre, pedalando la loro autonomia, i presidi cercavano di far quadrare i metri, chiedendo più o meno disperatamente ai loro interlocutori provinciali, regionali e nazionali spazi, aule a norma, insegnanti in più (e dunque classi più piccole), che non sono arrivati.
Invece, molto si è parlato di banchi (più o meno rotelle) e di «rime buccali», di «didattica digitale integrata» (il nuovo nome della didattica a distanza) e di test sierologici; di capienza a scadenza (entro i 15 minuti non c’è assembramento) sui mezzi di trasporto. Molto ci sarebbe da eccepire, per ciascuno di questi punti, ognuno dei quali conferma l’impressione di provvisorietà con la quale si è guardato alla scuola nel suo complesso (e non è solo questione di emergenza sanitaria). Perché, è ovvio, gli spazi sono importanti, così come lo dovrebbe essere l’adozione di misure di prevenzione reali, conformi alla presente situazione epidemiologica e coerenti con quelle prese per ogni altro comparto: ma la verità è che, da giugno a fine agosto, per parlare di scuola, si è parlato di tutto, tranne che di scuola reale.
Abbiamo passato quasi quattro mesi in emergenza, facendo didattica di prossimità in una situazione inaudita prima ancora che anomala. Tutto questo ha lasciato – oltre che segni tangibili in ogni membro della comunità scolastica – tantissimi buchi neri, ha acuito distanze sociali e culturali, sottolineato differenze, per una serie di ragioni che iniziano a essere indagate in molti interventi da parte della comunità sociale e culturale[1]. Eppure, ancora il 27 giugno 2020, la ministra Azzolina ha mandato ai docenti una «Lettera alla comunità scolastica per la riapertura delle scuole a settembre»[2]. La lettera contiene slogan motivazionali, dichiarazioni di successo e buoni sentimenti; curiosamente, non contiene, per esempio, un Google Moduli con qualche domanda per i docenti: come ti sei trovato, quanti alunni ti hanno seguito bene, male o così così, che cosa salveresti, che cosa manderesti al macero: insomma, un banalissimo questionario di valutazione dell’esperienza.
Forse, Azzolina e il suo staff ritengono di non averne bisogno, dal momento che nella lettera la didattica a distanza viene definita: «Un patrimonio di esperienze e competenze di cui andare fieri e da non disperdere assolutamente: rappresenta un’eredità importante per il futuro». Eppure, qualche settimana prima non ne dovevano essere così certi, visto che l’OM 11/2020, «Ordinanza concernente la valutazione finale degli alunni per l’anno scolastico 2019/2020 e prime disposizioni per il recupero degli apprendimenti»[3], conteneva indicazioni riguardanti il recupero di quanto non appreso (dai singoli alunni) e di quanto non spiegato (dai docenti) in questo periodo di distanza: il “Piano di apprendimento individualizzato” e il “Piano di integrazione degli apprendimenti”, PAI e PIA, rispettivamente (al MI gli acronimi piacciono moltissimo). In quel documento il MI mette nero su bianco che, nonostante tutte le magnifiche e progressive sorti celebrate nella distanza, i docenti non sono riusciti a svolgere quello che avevano in mente come lo avevano in mente, e lo hanno svolto forzatamente ‘meno bene’ (se no non dovrebbero recuperarlo e integrarlo, art. 2, comma 1) e gli alunni non hanno avuto la possibilità e le condizioni di apprendere come avrebbero potuto e dovuto per diritto (altrimenti non sarebbero ammessi alla classe successiva in presenza di un numero a piacere di insufficienze, e non dovrebbero a loro volta avere un piano degli apprendimenti da recuperare nell’anno successivo, art. 3 e art. 4).
L’OM 11/2020, se sugli acronimi va fortissimo, è viceversa molto fumosa per quanto riguarda il “dove” e il “quando”. Logica vorrebbe che, per sanare le lacune create dalla didattica a distanza, questo recupero debba essere fatto con agio e in presenza. Così, nel DL 22 08/04/2020 (legge di conversione 41 06/06/2020[4]), all’art. 1 comma 2, il MI stabilisce «l’eventuale integrazione e recupero degli apprendimenti relativi all’anno scolastico 2019/2020 nel corso dell’anno scolastico successivo, a decorrere dal 1° settembre 2020, quale attività didattica ordinaria» le cui strategie e modalità di attuazione saranno «definite, programmate e organizzate dagli organi collegiali delle istituzioni scolastiche». Così, senza ulteriori parole, se non una generica (e scivolosa) indicazione di «didattica ordinaria» (che, in quanto tale, è soggetta a disciplina contrattuale, ogni tanto tocca ricordarlo). A questo si aggiunge la ferma intenzione di far partire l’inizio delle lezioni in anticipo e la data prescelta è quella del 14 settembre 2020. Nella mia regione, la Toscana, è ben 1 giorno prima del calendario regionale ufficiale, che prevedeva il 15/09, tutti gli anni; per molte regioni del nord e qualcuna del sud si tratta di qualche giorno dopo l’inizio usuale. Tutto questo, in mezzo al turno elettorale, e alla sessione straordinaria degli esami di Stato.
Ancora una volta, dunque, l’assenza di indicazioni chiare rovescia in modo ambiguo sull’autonomia delle singole istituzioni scolastiche (già impegnate a: raddoppiare aule, clonare insegnanti, abbattere alunni e inventare il teletrasporto) tutta l’organizzazione, creando l’ennesimo quadro progettuale e normativo assai opaco e – ciò che è più grave – bordeggiando pericolosamente coi diritti dei lavoratori della scuola. Infatti, la natura non occasionale delle azioni di recupero (che sono previste anche per l’intero anno scolastico) esige, se considerata “attività ordinaria” (cioè ricompresa nelle ore ‘normali’) di insegnamento anche per i docenti, una ricontrattazione del CCNL. Altrimenti, come per ogni altro corso di recupero extracurricolare, le ore di insegnamento devono essere considerate in più, dunque di lavoro straordinario, e come tali pagate e conteggiate.
Perché è chiaro che alla fine gli aspetti si legano, e i nodi vengono tutti al pettine: se la didattica a distanza ha avuto (come ha avuto) una natura esclusivamente suppletiva ed emergenziale, con una funzione di mantenimento di una relazione minima, non può sopperire alla dinamica pedagogica sottesa alla didattica in presenza. In altre parole, un recupero serio, progettato, cadenzato e personalizzato (sul gruppo classe e sugli studenti e sulle studentesse) può avvenire solo alla ripresa di una relazione didattica, comune e continuativa, in presenza, poiché progettare un recupero di obiettivi il cui mancato raggiungimento è stato determinato dalla forzata condizione di distanza con una ripetizione della stessa distanza si configurerebbe come una tautologia.
Allo stesso modo, un piano di recuperi che esuli dalla didattica ordinamentale (cioè quella che va, per gli alunni, dal primo giorno di scuola all’ultimo) prevista dal CCNL si può considerare, se ritenuto didatticamente valido, attività “ordinaria” per gli studenti, ma non certo per i docenti, che dal 1 al 14 settembre sono impegnati nelle attività funzionali propedeutiche all’avviamento dell’anno scolastico, che sono sempre molte, e quest’anno ancora di più, come è ovvio. La proposta di concentrare il buco nero di tre mesi e rotti a distanza in due settimane di corsi alla spicciolata, gratuiti e senza ricontrattazione, magari anche a online («in alcuni casi in presenza, in altri, per il secondo grado, a distanza» – è scritto nero su bianco nel comunicato del MI del 29/08/2020[5]), per i soli alunni ‘rimandati’ dovrebbe dunque suonare solo ridicola. Eppure è esattamente quello che è successo.
“Ma intanto si comincia, meglio che niente; la legge dice che poi là dove c’è bisogno si prosegue” – potrebbe essere una sensata obiezione da parte di chi a scuola non ci abita. Ed è importante cercare di spiegare perché questa soluzione è mera pubblicità per solide ragioni didattiche.
La prima argomentazione riguarda la assoluta assurdità di permettere il recupero a distanza delle lacune determinate dai limiti della didattica a distanza, che sono ancora gli stessi di metà giugno. In secondo luogo, ricordiamo che gli insegnanti e i loro alunni non si sono rivisti in presenza, in classe, dal 4 marzo (in alcune regioni da prima). La distanza ha messo in evidenza le difficoltà di sguardo connesse con il mezzo, di cui hanno fatto esperienza, e abbondantemente (stra)parlato, tutti. Per mettere in atto, per davvero, un piano di recupero che non sia «“un mero adempimento formale”, ma nasca dalla “necessità di garantire l’eventuale riallineamento degli apprendimenti” dato il particolare anno scolastico vissuto da marzo a giugno dai nostri ragazzi» (sempre comunicato MI del 29/08/2020) è necessario, prima, in classe, tornarci tutti e ripristinare la relazione didattica: incontrare i ragazzi, misurare lo spazio virtuale che ci ha separato nei mesi di scuola a distanza e quello reale dei mesi estivi, ascoltare, dialogare e provare a comprendere. Solo dopo questo primo e necessario atto, sarà possibile elaborare un piano serio che (lo dice l’OM 11, quando parla non solo di PAI, ma anche di PIA) non riguarda soltanto gli alunni insufficienti, ma, ancora prima, l’intera classe. Dal punto di vista didattico, è perfettamente ovvio che prima di procedere a corsi di recupero mirati per quegli alunni che abbiano lacune consistenti, io debba progettare un recupero complessivo per tutti gli alunni, il quale recupero dovrebbe, idealmente, già servire a colmare parte di quei disallineamenti presenti negli alunni più fragili.
Invece, il 26 agosto 2020 è stata diffusa la Nota MI 1494 “Piano di integrazione degli apprendimenti e Piano di apprendimento individualizzato. Indicazioni tecnico operative”, a firma del Capo Dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione Marco ‘Max’ Bruschi. La Nota, giocando sul significato delle parole «attività ordinarie», andando contro a quanto previsto dal CCNL, non esita a dichiarare che i corsi di recupero compresi tra il 1 e il 14 settembre 2020 vanno intesi «nell’alveo degli adempimenti contrattuali ordinari correlati alla professione docente e non automaticamente assimilabili ad attività professionali aggiuntive da retribuire con emolumenti di carattere accessorio». Inoltre, sarebbero da pianificare non dagli organi collegiali (che si riunisce non prima del 1 settembre), come previsto dal CCNL e dallo stesso art. 1 comma 2 della L. 41/2020, ma dai dirigenti scolastici, «nell’esercizio del potere organizzativo loro riconosciuto dalle vigenti norme» e «con propri atti».
Solo in subordine, qualora (ma dai?!) 12 giorni non fossero sufficienti a recuperare tutti gli apprendimenti lasciati indietro nelle classi e per gli alunni più fragili, «per le attività che invece debbano svolgersi nel prosieguo dell’anno scolastico 2020/2021» è previsto di destinare a questa attività che a parole si dice prioritaria «i risparmi, dovuti alla diversa configurazione delle Commissioni degli esami di Stato, per metà all’incremento del Fondo per il funzionamento delle istituzioni scolastiche e “per la restante metà al recupero degli apprendimenti relativi all’anno scolastico 2019/2020 nel corso dell’anno scolastico 2020/2021”. La destinazione avverrà a seguito della ricognizione dei predetti risparmi, al termine della sessione straordinaria degli esami di Stato». In altre parole, nessun investimento ulteriore per sanare le lacune, culturali, relazionali e pedagogiche, intercorse nel periodo di distanza, ma solo i risparmi dovuti al fatto che all’esame di Stato (esame, e costi relativi, che poteva essere evitato tout court: mi concedo un “lo avevo detto”[6]) c’erano più commissari interni e l’invito ai presidi a violare il contratto collettivo nazionale[7].
E così si torna all’inizio: parole parole parole vs investimenti. Quelli che mancano, per ripartire. E quelli che sono mancati, sempre. L’esperienza è generalizzata e comune: nelle scuole italiane mancano le necessità di base: sapone, asciugatutto, penne e pennarelli, carta e carta igienica. Tutti materiali che sono stati pazientemente forniti, anno dopo anno, dalle famiglie: dall’infanzia a tutta la primaria, attraverso donazioni dirette che fanno parte delle richieste usuali delle scuole a inizio anno; alle medie e alle superiori attraverso l’istituto del “contributo volontario”, che spesso serve in questi casi a fornire alle scuole non più o non tanto carta, ma, per esempio, forniture di base ai laboratori nei tecnici e nei professionali, o altri materiali di prima necessità didattica. Lo spirito di sacrificio con il quale la società civile ha supplito a queste carenze strutturali riguarda tutti. Perché altrimenti la scuola dei nostri figli sarebbe stata priva di mezzi, perché il contributo richiesto era, diviso per tutti, una cifra relativamente piccola e affrontabile – e dunque pagarlo era il modo più veloce per risolvere un problema immediato e contingente, la cui mancata soluzione ne avrebbe causati altri, assai più gravi e pressanti: un’impossibilità sostanziale di garantire condizioni minime di praticabilità didattica. Ma bisognerebbe ricordare che la scuola noi cittadini la finanziamo già, in forma indiretta, con quel nobile istituto che prende il nome di fiscalità pubblica. E sarebbe dunque anche ora di fare, tutti, una enorme ammenda collettiva – magari per progettare una bella inversione di tendenza – e pensare che, sostituendoci a chi quei materiali doveva fornirli, non abbiamo fatto un atto di supplenza civica, ma abbiamo avallato la sostituzione individuale per beneficenza di un diritto sociale.
Note
[1] Segnalo, nel mucchio, il sintetico e acuto intervento di C. Foà – M. Saudino, La scuola è finita. E ora? Riflessioni sulla didattica a distanza, «Volere la luna», 19 aprile 2020: https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/04/19/la-scuola-e-finita-e-ora-riflessioni-sulla-didattica-a-distanza/ (u.c. 13 luglio 2020).
[2] Cfr. https://www.miur.gov.it/documents/20182/0/Lettera+alla+comunit%C3%A0+scolastica.pdf/5794498d-4612-9e65-74f8-8a788fa2bfdf?version=1.0&t=1593257124535 (u.c. 13 luglio 2020).
[3] Cfr. https://www.miur.gov.it/documents/20182/2432359/OM+VALUTAZIONE+FINALE+ALUNNI+A.S.+19-20+RECUPERO+APPRENDIMENTI+.0000011.16-05-2020.pdf/c665ee9e-1752-c808-ce67-9f3e3c02ef7e?version=1.0&t=1589784478152 (u.c. 13 luglio 2020).
[4] Cfr. https://www.edscuola.eu/wordpress/wp-content/uploads/2020/06/Legge-6-giugno-2020-n.-41.pdf (u.c. 29/08/2020).
[5] Cfr. https://www.miur.gov.it/web/guest/-/scuola-recupero-apprendimenti-ci-sara?fbclid=IwAR0IKD-_HMk-fuQeS4ykjTYrIRcFQPuF-YDT_W-5ogSwUuLVRqMCmLINdDY (u.c. 29/08/2020).
[6] Cfr. O. Innocenti, Dov’era Gondor quando cadeva l’Ovestfalda, «La letteratura e noi», 9 giugno 2020: https://www.laletteraturaenoi.it/index.php/scuola_e_noi/1202-%E2%80%9Cdov%E2%80%99era-gondor,-quando-cadeva-l%E2%80%99ovestfalda%E2%80%9D-l%E2%80%99esame-di-stato-2020-tra-retorica,-simboli-ed-errori-di-calcolo.html (u.c. 29/08/2020).
[7] Sulla illegittimità della Nota Bruschi rimando al comunicato congiunto emanato dalle organizzazioni sindacali: http://www.gildains.it/public/documenti/10492DOC-207.pdf (u.c. 29/08/2020).
Sarebbe infatti ora che si proceda con una seria autonomia delle istituzioni nelle progettazioni didattiche e nell’offerta formativa, che i dirigenti si prendano le loro responsabilità e che, invece dell’inversione di rotta con il sistema delle convocazioni centralizzato, possano avere la possibilità delle chiamate dirette.
Cara Orsetta,
non sono d’accordo. Il problema dei corsi di recupero non è il pagamento dei docenti e il Contratto nazionale.
Il problema è che questa polemica è la ripetizione dell’identico, come tutto quello che c’è stato da maggio a qui: invece di affrontare un’emergenza con mezzi di eccezione (per esempio, non fare i trasferimenti, mantenere tutti nelle loro scuole, compresi i supplenti, nominare in fretta i docenti di ruolo e i dirigenti ecc.) si sono fatte tutte queste operazioni, si è imposta la ripetizione dell’identico. Un’emergenza avrebbe richiesto di rientrare a scuola il primo settembre, o almeno di rendere obbligatori non solo i recuperi ma anche le integrazioni degli apprendimenti, dal primo settembre: con rientro a scuola anticipato di tutti gli studenti, ma per piccoli gruppi flessibili, in cui chi fa il recupero sta anche con chi non lo fa, perché tutti insieme fanno integrazione. Invece, poiché tutta la macchina amministrativa e sindacala ha dovuto seguire i soliti riti (assegnazione organici, trasferimenti, graduatorie ecc.) siamo qui, con ritardi spaventosi, in cui dobbiamo ancora risolvere tutti i problemi infrastrutturali (non abbiamo i docenti! in questo casino non abbiamo i docenti!) e non ci stiamo occupando del problema più grave: che didattica fare dopo questo disastro. I corsi di recupero tra il primo e il 14, in queste condizioni, sono un’ipocrisia, l’importante è quello che viene dopo, cerchiamo di darci da fare.
@Hamilton: sullo specifico punto dell’autonomia, non sono d’accordo per una serie di ragioni che però esulano dallo specifico ma su cui mi farà piacere tornare, magari in un altro intervento/scambio perché mi rendo conto che messa così suona (la mia affermazione) troppo secca mentre ci possono anche essere posizioni intermedie condivisibili. Ma anche l’autonomia prevede un contratto nazionale che, per essere cambiato fortemente, deve essere ridiscusso e (appunto) ricontrattato. Non può essere superato da una Ordinanza e da una Nota che peraltro non è mai nemmeno arrivata fino a essere pubblicata sul sito del MI (se si nota, il sito che ospita il comunicato sulla Nota curiosamente, almeno al giorno in cui ho scritto il pezzo, 30 agosto, non riportava la Nota, che non compariva nemmeno altrove – non è un caso se non l’ho citata in nota). A prescindere da questo, vi sono solide ragioni didattiche, che ho cercato di argomentare, a mio avviso, che rendono i corsi settembrini 2-12 un mero specchio per allodole.
@Mauro Piras: Caro Mauro, forse invecchio, e sto diventando troppo cerchiobottista, ma a me non pare che le tue argomentazioni siano così in contrasto con quanto ho detto. Ho letto la tua proposta sul rientro a scuola il 1 settembre con un mese di ripresa, e mi trova (forse con qualche correttivo minimale ma che non rileva sull’insieme) d’accordo. Ma, appunto, come tu dici: “in cui chi fa il recupero sta anche con chi non lo fa, perché tutti insieme fanno integrazione”, che è esattamente il senso dell’inutilità di fare un corsettino solo PAI a settembre che io argomentavo. Prima ci si ritrova tutti, poi si progetta come recuperare, quindi eventualmente si valuta anche di fare integrazione di recuperi. Dunque sono assolutamente d’accordo sul fatto che i corsi siano un’ipocrisia didattica. A questo ho aggiunto che sono anche una illegittimità contrattuale, cosa che mi sta a cuore per altri motivi, che, sono d’accordo, possono essere laterali rispetto alle motivazioni di emergenza didattica, ma mi sembrano una cornice doverosa in cui inscrivere l’atteggiamento istituzionale generale, portato a considerare il contratto, e i diritti del lavoratore, ultimamente, con una certa sufficienza (io non dimentico che in un documento MI delle settimane dell’emergenza si è usata impudicamente la parola “sacrificio”, come invito ai docenti – e io non ho scelto questo mestiere con spirito di martirio, né, credo, questo vogliono da me i cittadini ai cui figli mi onoro di provare a insegnare). Su questo non concordiamo, ma mi pare che io nella mia argomentazione abbia sottolineato l’aspetto didattico, spiegando appunto perché i corsi non si hanno da fare (mi cito e me ne scuso) “per solide ragioni didattiche”.
In tutto il resto, sottoscrivo quanto dici sul ritardo, sulla mancanza di docenti, e sul generale imparaticcio che ci incornicia (ma da ben prima del Covid).
Che l’importante sia quello che viene dopo ne sono certa. Ho la fortuna di avere una scuola molto aperta e duttile nell’atteggiamento: ha fatto molto, per rimediare, ma, onestamente, in una cornice così (che è fatta certo non solo, ma anche di negligenza e protervia rispetto ai diritti dei lavoratori) non se basterà.
Ps. Mi scuso per la risposta tardiva con entrambi, ma (per l’appunto e come molti di noi) sono sempre a scuola per i lavori per riaprire.
@Mauro Piras Fermare i trasferimenti? I “soliti riti”, come sprezzantemente vengono nominati da quanti pare si ritengano elevati dalle nugae che affannano la bassa umanità dei colleghi, ma da qualche altro, da molti altri ancora definiti, e con miglior base oggettiva, diritti contrattuali. Non so se sto invecchiando anch’io, ma sono ben contento di essere stato educato in un’epoca in cui su queste cose si scherzava meno, e la “modernità” non ancora redoleva di qualche vecchio slide di Renzi e di Madia. Ma ora, mentre il Miur registra il completo fallimento igienico della scuola, dovuto alla riproposizione identica dei pollai Gelmini bellamente rinominati “protocolli rigorosi”, insistere nella retorica della penalizzazione dei diritti come elemento motivazionale suona davvero fuori tempo massimo, quasi come un Honecker a reti unificate nel cielo del 1989 sopra Berlino.