di Matteo Marchesini

 

[E’ appena uscito l’ultimo numero della rivista La società degli individui, dedicato al tema “Cultura che occulta, cultura che trasforma”, che ospita anche una sezione dedicata a L’oppio dei popoli di Goffredo Fofi, con interventi di Marco Gatto, Mario Pezzella, e una lettera all’autore di Matteo Marchesini, di cui presentiamo un estratto]

 

Caro Goffredo, quando Italo Testa mi ha proposto di consegnare alla Società degli Individui un intervento sulle questioni sollevate dal tuo libro L’oppio del popolo, cioè sui cattivi e buoni usi della “cultura”, ho pensato subito che avrei potuto onorare l’invito con una lettera aperta all’autore: sia perché la tua storia, come tutti sanno e come il libro dimostra, rappresenta un esempio significativo di quegli usi, sia perché mi sembra un’ottima occasione per sollecitare te, e magari coloro che ti ritengono un modello, a confrontarsi con alcune obiezioni che dubito vorresti discutere a voce (non dico con me, figuriamoci, ma con chiunque ti chiedesse di farlo in un dialogo alla pari, in cui non è consentita la scappatoia dell’anatema).

 

Aprendo L’oppio del popolo sapevo già più o meno cosa avrei trovato, e mentre leggevo sentivo ravvivarsi i miei vecchi sentimenti di affetto. Ma quei sentimenti non attenuavano, anzi accrescevano la sensazione penosa di procedere tra cataste di mezze verità davvero troppo comode. Provo ad arrivare all’aggettivo, mezze, iniziando dal sostantivo, verità, ossia da ciò che condividiamo. Come non essere d’accordo, caro Goffredo, con l’idea che il mito della Cultura è stato ed è una droga dannosissima, soprattutto da quando i suoi celebratori sono quasi soltanto dei funzionari di un sistema scolastico e mediatico che polverizza ogni istanza critica, ovvero gli amministratori di una tecnocrazia postumanistica che espelle fisiologicamente chi vuole ricondurre i saperi alle esigenze della vita intima e comune? E come non essere d’accordo, d’altra parte, sul fatto che, per dirla adornianamente, se ci si disfa di questa barbarie travestita si rischia di rimanere in balia di una barbarie più nuda, brutale e immediata? Tu sai che nella città del Dams, delle scienze della comunicazione e del notabilato pedagogico io ci sono cresciuto, e che dei suoi mandarini ho fatto il mio primo tema critico. A Bologna e dintorni, come è noto, si tenta di corporativizzare ogni suggestione culturale; e se l’involucro è progressista o ribelle, il nocciolo è bottegaio e modaiolo. Del resto, negli anni Ottanta della mia infanzia, il fenomeno era di ben altra portata. Passando dalla “Parigi in minore” alla Parigi vera che tu hai conosciuto bene, avrei trovato lo Stato culturale stigmatizzato da Fumaroli, che anziché limitarsi a un’intelligente conservazione del patrimonio storico intende promuovere la migliore cultura in fieri. Il problema è che non è in grado di farlo, visto che quella cultura, a differenza di ciò che accadeva nei regimi assolutistici, non può coincidere con il potere, e visto che lo Stato si rivela per forza un cattivo imprenditore, non possedendo né la spregiudicatezza degli sperimentatori né la spietatezza del mercato. I suoi funzionari truccano allora da giudizio critico delle iniziative che si limitano a riflettere le idee ricevute di stagione. Sulla Senna, gli equivoci che ne conseguono sono proporzionali alla tradizionale efficienza amministrativa. In Italia, invece, la grandeur si riduce a una commedia dell’arte festivaliera, gestita da tipi molto simili agli intellettuali-politici nei quali Garboli riconobbe gli eredi di un personaggio inventato proprio in Francia: il molieriano Tartuffe, che nel Seicento metteva i suoi progetti di potere al riparo della religione, e che nel tardo Novecento s’è nascosto appunto dietro la causa culturale, il nuovo credo capace di zittire ogni dubbio.

 

Nell’Oppio del popolo tu arrivi a conclusioni abbastanza simili, seppure con accenti un po’ diversi. Tra gli istinti che si azzuffano nel tuo carattere, quello per il quale ho più simpatia è senz’altro l’istinto illichiano, che in forme rozze ha alimentato anche la mia insofferenza verso la “scuola”. È da lì che vengono le pagine più convincenti del libro; e leggendo, per un attimo ho sperato che trionfasse. Si tratta di uno dei pochi istinti che coltivo senza rimorsi, perché purtroppo non sarà mai abbastanza forte da vincere le tendenze contrarie a cui la scolasticizzazione e la mediatizzazione dell’intera cultura, anzi dell’intera vita, hanno consegnato la mia generazione e quelle limitrofe. Anche quando si credono rivoluzionari o libertari, i miei coetanei confidano meccanicamente nella finta serietà di metodi quasi sempre inadeguati all’oggetto che dovrebbero illuminare, ma necessari per impacchettare i saperi nei luoghi deputati alla formazione di massa. Può capitare, ad esempio, che subito dopo avere invitato a recuperare la lezione di Illich o don Milani screditino un assessore citando il suo scarso punteggio alla maturità, o lodino il gergo di Judith Butler. Può capitare, anche, che si richiamino ai pensatori marxisti ma esaltino la “pura tecnica” dei romanzi seriali, come se in quei casi l’utilizzo di misure pseudo obiettive, prese in prestito dalle attività scientifico-pratiche per arginare lo smarrimento, non nascondesse la più angusta delle false coscienze. Ma è normale: ciò che difendono è un curriculum ormai indistinguibile dalla loro identità. Li hanno illusi che si possa essere specialisti di humanities come lo si è di ingegneria edile; quindi non esigono soltanto un lavoro dignitosamente pagato, ma pretendono di ottenere il riconoscimento di una “professionalità” che costituisce di per sé stessa un tradimento delle mai delimitabili materie alle quali vorrebbero associarla. Mentre torna a proletarizzarsi, il nostro ceto culturale è frustrato in primo luogo perché fatica a riavere lo status che Luciano Bianciardi, durante il boom, considerava viceversa un peccato da scontare. I suoi membri sono diventati adulti in una società in cui non si distingue più tra il dibattito libero delle idee, che in fondo fa paura, e i manifesti associazionistici, identitari, in senso lato sindacali; in cui non si distingue, soprattutto, tra i veri fatti culturali e certi loro surrogati mostruosi – ad esempio i progetti stesi per ottenere fondi di ricerca, che costringono a moltiplicare entità poetiche o concettuali inesistenti. Crescendo, questi lavoratori culturali si sono trovati dietro le spalle come un paesaggio naturale la falsa oggettività dell’editing, l’holdenorum e i laboratori di scrittura che hanno rimpiazzato il confronto tra visioni critiche. Così molti di loro si sono costruiti una carriera da manager della narrativa, della letteratura per ragazzi o del teatro, cercando di convincersi e di convincere che sia indispensabile frapporre sempre più “esperti” tra i libri o gli spettacoli e chi li legge o li guarda, o aspira a crearne (non ti fischiano le orecchie, caro Goffredo? non ti vengono in mente i gruppi che sostieni incentivando lo spaccio d’oppio?). Figli di un mondo dove tutto è Scuola, tipi del genere non sono più i mediatori odiati da Kierkegaard, e nemmeno i “quartari” di Bianciardi. Somigliano piuttosto ai parcheggiatori abusivi: accompagnano con gesti esagerati da slapstick un’azione per compiere la quale non si ha affatto bisogno del loro aiuto, che anzi inibisce o frastorna come un rimbombo, e poi tendono la mano per essere pagati.

 

Parlandone, ovviamente, parlo anche di me che pure li contesto. Siamo tutti prodotti di una mutazione avvenuta a monte del nostro percorso. Quanti di noi non sono figli dei giovani descritti dal Pasolini luterano, quelli che avevano ormai assorbito i gerghi della scuola, ma che quando non se ne servivano regredivano a una rozzezza maligna impensabile nell’Italia contadina? In quanti di noi convivono minacciosamente le due barbarie, la mediata e l’immediata? E quanti sono gli eredi dei cretini intelligentissimi visti nascere dallo Sciascia che tu citi con approvazione? Quei cretini, lo sappiamo, erano già molto diversi dal “cretino” difeso da Fortini, che all’alba della mutazione, coi pacchi dei primi “Quaderni piacentini” freschi di stampa, prendeva ancora genuinamente sul serio le domande morali poste alla sua esistenza dai giornali e dal costume. Abbiamo dato a Renzo e a Lucia la lingua di Azzeccagarbugli, ha riassunto benissimo Arbasino, purtroppo dopo avere contribuito non poco ad allestire uno scenario culturale intimidatorio. Sono passati gli anni, la mentalità veicolata da quella lingua si è diffusa, ed ecco che oggi gli adulti scalfarizzati del ventunesimo secolo annuiscono automaticamente al corsivo in cui Michele Serra, commentando il basso numero dei connazionali lettori, sostiene che “è l’ora di rivendicare i libri letti come calli sulle mani”. A parte il fatto che vien da chiedere quali libri, e in che modo, a me sembra piuttosto che sia ora di rivendicare i calli sulle mani come libri letti. E almeno finché ci teniamo sulle linee generali, caro Goffredo, credo che anche su questo possiamo essere d’accordo. Tutti e due rifiutiamo la concezione di “cultura” e “ignoranza” che identifica la prima con un mix di scuola e industria editoriale, e che nella seconda comprende un numero enorme di saperi non riconosciuti. Chi assume questa concezione, tra l’altro, finisce per attribuire le opinioni sgradite espresse dai meno privilegiati alle fatiche di una vita oscura. Il presupposto è che “se sapessero” la penserebbero come chi legge. Non prendono in considerazione, i serriani, l’ipotesi che appunto quelle fatiche possano far capire cose che altrimenti sfuggono, non solo della propria esistenza ma del mondo: per i progressisti del ceto culturale, l’idea di offrire a tutti la possibilità di studiare coincide con l’idea di estendere la loro visione della realtà.

 

È qui l’ideologia che domina la zona grigia di compromissione in cui tutti ci muoviamo. Mi conforta che tu riconosca di essere a tua volta complice e parte di questa “struttura della sovrastruttura”, e che tu avverta la mancanza di un “fuori” sul quale far leva per criticarla. Come te, penso che la sua apparenza totalitaria dipenda anche dalla riduzione di ogni ambito all’unum della comunicazione, nel cui flusso vengono mistificate sia la politica sia la cultura: sottoposta a un capillare ricatto mediatico, la prima non riesce a essere efficace, e la seconda rinuncia a dire tutta la verità. A questo punto, però, mi tocca aggiungere che l’autocritica ti serve a poco, perché nel tuo libro e nelle tue attività non sembra poi avere degli effetti concreti. Ti lamenti degli scrittori e dei registi inclini “a far merce e carriera perfino dell’apocalisse”, eppure quando li hai davanti non li riconosci, anzi li sostieni da decenni. Parli dell’aspirazione alla letteratura come di uno stupefacente, eppure hai incoraggiato il suo uso a lungo. Biasimi il Dams, ma ti appoggi a intellettuali che sembrano nati dentro le sue aule e che sono posseduti dal citazionismo febbrile, a volte inconsapevolmente un po’ squadrista, di chi più legge e meno capisce. Ti accorgi che l’inchiesta finto-vera e l’affresco narrativo di trito pessimismo sono divenuti strumenti per affermarsi sul mercato, di solito col corollario di un estetismo miserevole: ma quante volte non sei caduto subito nella loro trappola ricattatoria, elogiando nella maniera più enfatica delle bruttissime copie di Malaparte o degli sceneggiati Rai spiaccicati su carta, magari con pretese da Capote? Mentre lo scrivo, però, mi chiedo se il verbo “cadere” sia esatto. Perché l’impressione, a essere sincero, è che non di rado tu ti sia mosso così per ragioni tattiche, diciamo di rappresentanza. Se si pensa al piglio dei tuoi interventi sui “Quaderni piacentini”, non importa quanto e dove giusti o sbagliati, fa un certo effetto vagliare i prodotti “estetici” e “intellettuali” che hai promosso tra la fine degli anni Ottanta e il 2019. Valeva la pena, per dire, bastonare senza pietà e spesso senza un linguaggio adeguato (Kraus esige precisione) i maggiori artisti del secondo Novecento, per poi promuovere Baricco o gli attuali propagandisti dell’engagement? Ma il cambiamento diventa spiegabile se lo si attribuisce alla volontà di continuare a incarnare la Politica della Cultura in una situazione in cui, senza passare bruscamente al nuovo regime comunicativo, ci si sarebbe condannati a un antagonismo mediaticamente invisibile. Chi attraversava il confine non poteva mettere a confronto questo regime con quello precedente senza rischiare che le contraddizioni mandassero in pezzi la sua identità. Ecco allora che uno degli aspetti migliori dei “Piacentini” e dintorni, la critica impietosa a una recita dell’impegno ormai del tutto integrata nel sistema pubblicitario, è stato rimosso proprio mentre la recita dilagava ovunque. Sono rimasti i richiami alla tua giovinezza tumultuosa, di cui hai anzi favorito la leggenda; ma tacendo sulla complessa costellazione di idee che l’aveva nutrita. E infatti troppi tuoi allievi mostrano al riguardo una confusione sconfortante, sebbene forse vantaggiosa per i tuoi progetti pedagogici. È questa rimozione che oggi, al di là delle tirate astratte, ti consente di dar credito caso per caso a un’iconografia caricaturale dell’engagement. Altrimenti come “passare”? Come risultare identificabili, nel ruolo della minoranza battagliera, se non agendo in un modo che neutralizza alla radice ogni concreta possibilità di battaglia culturale?

 

Lo stesso tipo di cambiamento, caro Goffredo, emerge anche dai tuoi rapporti con i protagonisti del Novecento letterario e cinematografico. A conferma del fatto che non basta tenersi lontani dall’università per distinguersi dai professori, le tue svalutazioni e rivalutazioni all’interno del canone fanno pensare ai tentativi di riposizionamento di certi accademici (i Segre, i Luperini…) sempre preoccupatissimi di non essere sfrattati da uno Spirito del Tempo che cambia velocemente assieme ai paradigmi interpretativi e ai miti culturali. Come loro, anche tu occulti le tue metamorfosi. Adesso anche per te Gadda è il più grande prosatore del Novecento, né vedi troppa necessità di spiegarne la ragione (a proposito, quanti “più grandi” battezzi in un anno?). Luigi Baldacci, che nel giudicare la letteratura e la cultura era anticonformista per davvero, alla fine del secolo scorso osservava che ti stavi allineando con i critici più diversi in un recupero di Anna Maria Ortese del tutto sproporzionato alla realtà dei testi, ma proporzionatissimo alle esigenze di una mentalità diffusa che giusto allora, svaporate altre passioni, iniziava a desiderare gli aromi poetico-pittoreschi sempre molto apprezzati da chi non riconosce la poesia dove effettivamente si trova. Le epoche, caro Goffredo, continuano a cambiarti senza che tu senta il dovere di svolgere autocritiche reali, vale a dire puntuali. Ciò che rimane immutato è quindi il linguaggio delle tue generiche approvazioni o delle tue altrettanto generiche invettive – un linguaggio abbastanza vuoto da poter essere facilmente riempito con gli stereotipi e le idee correnti. Dici di cercare lavori capaci di “raccontare il nostro tempo, il suo fondo, le sue ipocrisie e censure”, ma lo dici usando un’espressione che già di per sé rivela un’idea giornalistica del “tempo”; e volendo colpire degli avversari spesso indistinguibili, per valore o addirittura per poetica, dai tuoi autori al momento prediletti, parli di “fasulli”, “ruffiani”, “pasticci mielati”, “meschine malinconie”, “finte denunce”, con una prosa che come si vede è essa stessa fasulla, buona per la finta denuncia e… eccetera.

 

A me sembra, caro Goffredo, che questi pasticci dipendano dalla strategia identitaria a cui ho accennato sopra. La rappresentazione del ruolo divora la funzione che sola la legittimerebbe. Il politico della cultura finisce per non fare cultura nel senso più autentico, avendo sempre in mente qualche tattica che prevede alleanze, associazioni, reti, ed essendo dunque portato a truccare strumentalmente il quadro dei valori; ma non fa nemmeno politica, perché queste alleanze, associazioni e reti si fondano su una vaga aria di famiglia, o su una serie di equivoci, o su un ambiguo sostegno reciproco che troppo poco ha a che fare con degli obiettivi precisi e con le attività quotidiane di ognuno. Nel regime della comunicazione totale, questo politico-pedagogo non è disposto a rischiare l’isolamento e l’invisibilità, ma neppure a prendersi la responsabilità piena della prassi. L’unica sua incarnazione accettabile rimane quella, rarissima, del politico vero, diciamo alla Pannella. Non solo perché l’allargamento del pubblico attutisce il potere che esercita sui piccoli gruppi, nonché l’effetto manipolatorio del linguaggio per metà profetico e per metà referenziale con cui sfugge alla resa dei conti rifugiandosi a seconda delle circostanze nella metafora intimidatoria o nell’ordine pratico; ma anche perché in politica, persino nella migliore politica, è fatale una certa dose di demagogia, quella di chi deve chiedere i voti. Il pedagogo più irresponsabile, invece, è deciso a conservare i vantaggi della demagogia politica mentre conciona dalla tribuna della cultura, che per sua natura la demagogia dovrebbe prosciugarla alla radice. Il politico della cultura, il tribuno che non si presenta alle elezioni ma si comporta come se lo facesse, tradisce sia la politica sia la cultura. Mentre parodia la prima senza farsi carico di almeno un po’ del suo peso, riduce la seconda al suo valore sociale. Oggi più che mai, caro Goffredo, la colpa di questo mandarino sta nel fingere che possano darsi minoranze culturali virtuose e compatte in un mondo standardizzato e atomizzato, ovvero nel fingere di poter cementare un gruppo su ciò su cui non è lecito farlo – cioè su quei gusti, quelle idee e quelle inclinazioni che al contrario delle proposte politiche esigono di essere discussi in un dialogo non indirizzato, senza scopo. Il risultato è una retorica che malgrado i toni savonaroliani si tinge dei colori delle mode. Col suo linguaggio veemente quanto approssimativo, il pedagogo-tribuno si scaglia contro i “letteratini” ma dimentica di esserlo più di chiunque altro: nessuno più di lui, infatti, trascorre la vita tra convegni, festival e redazioni, tanto che a volte viene il sospetto che se non potesse riflettere ogni giorno la sua immagine in questi spazi saturi d’oppio impazzirebbe. Perfino quando promuove prodotti notevoli lo fa di solito per ragioni estrinseche, cioè per mettere il cappello su ciò di cui si parla. Tenta di cooptare i tipi che emergono e che sembrano alonati da una vaga raffinatezza, ossia da quello che l’epoca e l’opinione della società a cui si rivolge ritengono raffinato. A patto che non pretendano un rapporto paritario, stringe con loro un’alleanza; e questa alleanza è spesso coronata da lodi pubbliche espresse in quei termini che fanno apparire ogni opera e giudizio pressoché intercambiabili. Lodi di questa natura sono subito pronte a diventare slogan del sistema editoriale che il pedagogo genericamente fustiga. I funzionari del sistema le mettono in bella vista, sulle fascette e i manifesti, per dimostrare che i propri prodotti hanno superato persino il severo esame d’essai – ovviamente dell’essai come lo concepisce la chiacchiera che loro stessi eccitano. Tra te e la pubblicità libraria, caro Goffredo, c’è un accordo sorprendente. Non è che in fondo, almeno in ambito culturale e specialmente letterario, ti piace ciò che piace al tuo “tempo”? Nulla di male, nel caso: basta solo togliersi la maschera sbagliata. Non so se sia vero l’aneddoto secondo il quale avresti detto che gli amici “francofortesi” di Piacenza ti inibivano, e che tu a leggere Umberto Eco te la spassavi un sacco. Comunque sia, si vede che è così. Goditi dunque la scolastica goliardica dei vincitori, e abbandona una buona volta la posa corrucciata. Ti farà bene; e farà bene soprattutto alle tue cosiddette minoranze culturali, cioè a gruppi il cui statuto comunicativo è quasi sempre traducibile in termini di marketing, dato che si tratta di brand di nicchia che rispecchiano in miniatura i meccanismi del mainstream, ovvero di variazioni falso-nobili delle “maggioranze”. Con ciò non nego i loro meriti, e quelli grandi delle loro e tue riviste. Nego che siano estranei “a ogni logica chiusa o di parte”, come affermi. Lo sono invece a una logica di parte sensata. Perché non è certo la fazione il problema, figuriamoci. È che si tratta di militanze simulate, visto che manca ormai a tutti noi non dico un programma, ma addirittura una lingua comune. Fingere che esistano è un errore, e nel tuo caso un errore non innocente. Se vogliamo usare un linguaggio pedagogico, avallare e incoraggiare questa mistificazione è anzi un atto massimamente diseducativo. Chi lo fa insegna a sviluppare riflessi da squadra, di cui ho avuto occasione di sperimentare su di me gli effetti: invita cioè i membri dei propri gruppi a sostenere a priori dei “nostri” che non hanno nulla di diverso dagli altri se non la casacca – nello specifico il logo fofiano. Sei cosciente del fatto che “famiglia, gruppo, associazione, corporazione, clan, mafia indicano (…) l’opposto della parola ‘comunità’”; eppure, pretendendo di fondare la coesione su ciò che non lo consente, costruisci esattamente dei piccoli clan. Altro è il discorso per quel che riguarda il lavoro sociale, dove la “catena” associativa ha una funzione chiara, e dei cui pregi e limiti ragioni in pagine molto più attendibili. Anche per questo, tra l’altro, mi dispiace che tu confonda le carte: perché così induci la parte migliore dei tuoi compagni, cioè appunto le persone impegnate nel sociale, ad assumere un comportamento da tifosi su materie che non ammettono invece se non la discussione socratica e il confronto tra singoli esseri umani, ognuno con la sua verità e attitudine critica. Essere “letteratino”, come diresti tu, non significa anche e proprio questo? Non significa stendere una patina letteraria su ciò che non lo richiede, e viceversa? Non significa illudersi e illudere sul fatto che esista un’unità organica delle esperienze e dei lavori, o addirittura una loro intercambiabilità? Non vuol dire mescolare confusamente ambiti che non sono collegati nella forma retorica a cui si vorrebbe ricondurli, ma in modi assai più complessi e sfuggenti? Sappiamo entrambi che scrivere e servire in una mensa per poveri non è la stessa cosa – che darlo a intendere è un’impostura, non un impegno ma un disimpegno. Eppure tu porti incessantemente a esempio delle figure che giocano su questa finzione, svilendo le potenzialità reali della scrittura e suggerendo che chi scrive testi subito spendibili come blasoni e segni sociali d’intesa vale più di chi sperimenta senza la garanzia dei Grandi Temi e degli Stili del Momento. E spero non ci sia bisogno di aggiungere che muovere questa critica non implica dimenticare che ogni testo è determinato anche da un contesto. Al contrario: appunto perché la poesia è sempre privilegio, prefigurazione di un futuro utopico in cui potrebbero goderne tutti – ah Fortini! – non può fingere di essere immediatamente azione politica senza ridursi a un fantasma oratorio.

 

In definitiva, caro Goffredo, mi sembra che tu finisca per essere populista dove il populismo può solo fare disastri, cioè nella discussione sulla cultura e sull’arte (e s’intende che in questo populismo è compreso anche il rovescio dello snobismo). Invece davanti alla politica, dove in certe forme e dosi sarebbe consentito, perché la politica è il luogo del possibile, e una pratica a cui è inutile chiedere un rispecchiamento identitario, ecco che il tuo discorso prende una piega virtuistica. Trovo fondata, e nel miglior senso discutibile, la tua convinzione che oggi su quel piano le strade siano chiuse – che non si riesca a intervenire in modo fecondo attraverso la politica nel significato stretto del termine, e che di conseguenza ci si debba concentrare sul “sociale”. L’impotenza la si avverte da quasi mezzo secolo, quindi la secessione può essere una scelta ragionevole. Ma allora, se la si compie, non si può poi attaccare coloro che rimangono a gestire le istituzioni, come se fossero dei perduti, con la violenza corriva dell’editorialista qualunque. Non si può mantenere la visibilità di epoche precedenti accaparrandosi solo i comodi onori dello scontro pubblico e rifiutandone gli oneri. Tra l’altro, di questo atteggiamento si trova nel tuo libro un sintomo particolarmente sgradevole: fai senza problemi i nomi dei leader di partito, ma sui “fasulli” della cultura sei molto più discreto. Vecchia storia, no? È più facile criticare chi abita distante dal ramo su cui si siede; così come per te è tutto sommato facile rifiutare incarichi di prestigio in Rai o in Parlamento, mentre la cosa davvero difficile è smettere di recitare da Pedagogo Nazionale delle Minoranze, ruolo assai più gratificante e oggi eminentemente festivaliero.

 

La tua ansia di non restare indietro, caro Goffredo, ti ha reso simile ai più giovani quadri del ceto culturale, che si sentono naturalmente migliori dei politici. Citano spesso Gramsci, questi tuoi eredi, ma quasi sempre dimenticano che esiste un’inevitabile, gramsciana somiglianza tra i vari gruppi dirigenti, e dunque che ai Di Maio, ai Renzi e ai Salvini corrispondono i direttori di collane, festival o facoltà, gli autori di editoriali e trasmissioni, i chierici che confondono la cultura con l’organizzazione di eventi. Tra questi, caro Goffredo, si contano gli alleati che ti sei scelto in giro per l’Italia. Ottime alleanze, oppio che dà notevoli garanzie di visibilità e durata. Malgrado la posa da quaresimale perenne, ne sei così soddisfatto che parli e scrivi come se fuori da questi gruppi ci fosse un inferno. Virtuismo, appunto: e non dei più innocui. Ma c’è ancora qualcosa di peggio. Ed è il modo in cui, nel libro e nei tuoi discorsi, presupponi che la maggioranza delle persone sia costituita da squallidi conformisti, dimenticando che la linea di confine tra reazione e assuefazione o tra individuo e massa passa all’interno di ognuno di noi. I tuoi astratti furori non colpiscono solo i politici ma i preti, gli insegnanti, tutti. Fingi di poter controllare una società di milioni di individui come se la contemplassi dall’alto e insieme penetrassi in ogni casa, salotto o caffè, pervasivo e divino come lo Spirito Santo. Il tuo tono non è quello di chi giudica le azioni e le vicende che conosce e poi, quando generalizza come si fa per costruire modelli interpretativi, lascia avvertire il salto rimodulando il linguaggio. No, il tuo tono è quello di chi crede davvero di poter giudicare e confrontare le vite. Descrivendo i più diversi settori e strati sociali non fai che ripetere che la situazione è disperata, che tutto è compromesso, ma che per fortuna c’è qua e là uno sparuto manipolo di uomini e donne che resistono. E sono, ovviamente, i manipoli che hai passato in rassegna tu, gente che hai incontrato per caso o magari perché si autorappresenta pubblicamente con particolare zelo, cosa che accade soprattutto quando l’attività in questione sta a cavallo tra “culturale” e “sociale”. Insisto su questo atteggiamento, che non saprei definire se non empio, perché l’ho visto riflettersi in certi tuoi sodali che non avendo nemmeno la tua storia e la tua sensibilità lo esprimono senza freni. “Cosa cazzo ha fatto quello nella vita, eh? Che cosa hai fatto tu?” ti fanno eco, s’intende senza sapere nulla di ciò che ognuno fa, soffre e vive. La loro concezione del fare culturale somiglia un po’ a quella che avevano i vecchi filistei abbagliati dalle “grandi opere”; ma è più volgare, come testimoniano le definizioni bombastiche con cui fasciano – da “fascetta” – tutto ciò che si presenta già come nobile, autorevole, monumentale, poco importa che si tratti di Eco, Calasso o Ellis. Quanto alla domanda aggressiva, ancora come i filistei d’antan, la pongono di solito a chi mette in dubbio quella autorevolezza e quella monumentalità, cioè a chi svolge una critica che non sospettano sia essa stessa un fare, e non di rado un fare migliore della cultura che stimola i loro spot. In assoluto, il fare che li ossessiona è quello spendibile nelle iniziative il cui prestigio viene assicurato da una copertura corporativa; e quando questa concezione è usata per valutare l’aiuto che un essere umano sa dare ai propri simili diventa ancora più empia. “Dai frutti li riconoscerete”, o no? Caro Goffredo, per rappresentare ciò che rappresenti devi dimenticare, e far dimenticare a chi ti prende a modello, che una lezione in una scuola di campagna di cui nessuno saprà nulla può avere effetti incalcolabilmente maggiori di qualche convegno di cui si saprà fin troppo. Quante sono quelle lezioni, nella società che hai l’aria di sorvolare spirando dove vuoi? Non puoi permetterti di sollevare la questione, temo, finché ti ostini a mantenere il profilo di un pedagogo da emblema – così come, finché resisti in posa, non puoi correggere la posizione falsa del pedagogo restaurando un dialogo alla pari, imprevedibile e dunque rischioso. Nell’Oppio del popolo lodi i maestri che non vogliono controllare gli allievi ma aiutarli a essere liberi. Non mi sembra esattamente il tuo caso. L’istinto illichiano cede in te a quello più forte del politico della cultura. Tendi a parlare solo con possibili allievi e alleati, o con i Grandi coi quali puoi instaurare il rapporto che c’è tra ambasciatori di paesi dalla nobile tradizione. Se poi un presunto allievo ti tratta come un interlocutore alla pari anziché come una guida, se cioè non si lascia attrarre nel gioco della cooptazione, la tua stizza è evidente. E spesso la prima mossa con cui provi a riportarlo all’ordine consiste nel ricattarlo con le domande-invettive che ho ricordato: “cosa fai tu nella vita, eh? A cosa servi? Perché non ti occupi del ‘tuo tempo’?”. È un tentativo di far sentire le persone irreali: e finisce per contribuire alla “perdita di senso dell’esperienza” che lamenti.

 

La verità, caro Goffredo, è che se si vuole sfuggire alla droga occorre distinguere l’azione politica dal dialogo critico e culturale: la prima, se fatta sul serio, implica la rinuncia al riconoscimento ideale che tutti vorremmo; il secondo, se intende essere radicale e veritiero, rimane alla politica necessariamente irriducibile. Bisogna accettare, insomma, che la realtà degli eventi e la realtà del pensiero, la contingenza di ciò che accade e l’ordine continuo delle idee sono separati da un confine sacro e inviolabile; che l’arte e le utopie sono modelli destinati a nutrire la vita spirituale, cioè a tradursi solo mediatamente e per vie inimmaginabili nei comportamenti pratici; e che perciò volerle trattare come progetti politici palingenetici è mostruoso come sarebbe mostruoso per il poeta voler vivere la sua poesia. Non faccio che parafrasare Nicola Chiaromonte e Simone Weil, che tu hai il merito di aver ristampato: ma forse senza prenderli abbastanza sul serio.

 

L’unica vera distinzione che trovo nel tuo libro, caro Goffredo, è un po’ psicologica e un po’ sociologica: l’“io” ingombrante degli intellettuali da un lato, il “noi” incerto e ambiguo del sociale dall’altro. Ma anche da qui si potrebbe ricavare qualcosa. Peccato che al solito utilizzi la diagnosi di Lasch sul narcisismo un po’ a casaccio, come fosse una clava da brandire contro la folla di chi non sta nei tuoi immediati dintorni. E peccato soprattutto che tu non rivolga mai la diagnosi verso di te guardandoti allo specchio, cosa che ti aiuterebbe a distogliere gli occhi dall’altro specchio, quello appunto di Narciso. Quasi mi vergogno a ricordarti che il narcisismo patologico dilaga dove non lo si vede, e dove il bisogno di un’identità solida spinge ad aggrapparsi a un ruolo con cui la si vuole a tutti i costi far coincidere. Se è vero che una buona parte delle esperienze di cui parliamo ne è inquinata, perché l’identità è in crisi e la pressione sociale è sempre più pervasiva, non mi pare dubbio che nell’autorappresentazione pedagogica il narcisismo raggiunga un picco massimo. Lo noteresti, se solo non ne proiettassi il fantasma su tutto ciò che vuoi punire; e affrontandolo potresti forse superare quella fobia o rimozione del passato che ti costringe a ripeterlo proprio mentre provi a cavalcare l’ultima onda del presente. Di che anno è L’oppio del popolo, Goffredo? Se non fosse per i nomi e i sommari riferimenti storici, anche i tuoi lettori affezionati faticherebbero a datare questo Fofi. Cambiano le mode, i temi, le figure che ottengono la promozione con lode o il pollice verso e la bocciatura, ma mancano le analisi che dovrebbero dar conto dei rovesciamenti di fronte, dei tuoi passaggi da una prospettiva all’altra. Anche tu compi quelli che Fortini chiamava i lavacri periodici in Lete ed Eunoè delle nostre classi dirigenti; e li compi mentre i tuoi sodali, privati di quella tridimensionalità storica che tu per primo gli neghi, s’inchinano senza discutere a tutte le insegne vincenti dell’industria culturale, dall’echismo all’arbasinismo al calassismo meno consapevole. A un certo punto, nel libro elogi l’industria dello spettacolo della tua giovinezza come fosse quasi innocente. A parte la discutibilità della posizione, la pensavi così quarant’anni fa? E se no, cosa ti ha fatto ricredere nel frattempo? Ecco, su questo dovresti scrivere. Non sarebbe un atto di narcisismo. Al contrario, servirebbe a liberarti da un narcisismo così onnipresente e informe che ti sovrasta con la sua ombra su tutte le strade che imbocchi con la fretta del fuggitivo, costringendoti a cambiare travestimento a ogni cambio di scenario storico e insieme a restare monotonamente identico nei tic retorici come i personaggi di Brancati.

 

Ma tutto questo, dicevo, lo sai meglio di me. Il problema è agire di conseguenza. In una pagina molto interessante, commentando la situazione del teatro – nella cui analisi, come in quella del cinema, sei più attento ai dettagli – parli di certe compagnie contemporanee come di una “piccola comunità che limita all’indispensabile il suo commercio con il ‘sociale’”. L’immagine può evocare una setta. Ma la si può prendere anche in un senso socratico o chiaromontiano: non una setta, ma un set in cui ricominciare da capo, con una misura che permette di dibattere e ascoltarsi senza falsi obiettivi “pubblici”. Non serve quasi niente per ottenerlo: basta un’aula dove un po’ di persone discutono insieme, lasciando che capiti qualcosa. Con l’avvertenza che la porta deve essere aperta. Una versione non dirigista dei tuoi seminari, in fondo. Non è difficile. T’invito a tentare questa strada, caro Goffredo, spogliandoti delle vesti del politico della cultura o del capocomico. Amo ancora meno di te i miei coetanei che identificandosi con l’aggressore commentano l’attuale stagnazione con un cinico e alla fin fine ingenuo “se le cose stanno così, vuol dire che devono stare così”. Ma tu che credi di combattere questa deriva, ripetendo che affoghiamo nel guano e facendo dell’utopia una retorica troppo simile ai gerghi del nostro presente senza scampo, rischi di recitare per secoli in tutti i teatri d’Italia la stessa pièce dell’alternativa mentre eviti d’incarnarla sul serio. L’inferno non sono sempre gli altri: siamo noi per primi, o se preferisci siamo noi gli altri. Vorrei che ne prendessi atto, anziché affermarlo con la consueta furiosa vaghezza. Sono certo che la spina l’avverti nella carne molto più acutamente di me. Non tornare ad anestetizzarla con l’oppio. Lo dico per te, ma soprattutto per chi ti segue. Strappalo, quel foglio bianco che tieni in mano; oppure riempilo con cura. Solo, non fare più finta che i due gesti siano uno.

 

[Immagine: Mária Švarbová, He].

7 thoughts on “Cura te ipsum: lettera aperta a Goffredo Fofi

  1. “ Domenica 10 aprile 2011 – Poi guardo un altro libro – un libretto, un librettino – che ho comprato dagli zingari. Il libretto è: Gaetano Fofi, Dalla creazione der monno alla bomba acca / Poemetto in versi romaneschi in 26 tappe e 26 disegni di Giga, 1955. È dedicato « Ai miei diletti figli ». Mi chiedo se fra i « diletti figli » ci sia per caso anche un tale Goffredo. Mi sembrerebbe buffo. “.

  2. RIORDINADIARIO/ SU FOFI
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    9 aprile 1994
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    Incontro a Cologno Monzese dell’Associazione “Cinque terre” sul volontariato promosso da A. M. C’è anche Goffredo Fofi. Interviene sulla cultura di sinistra degli anni Ottanta (craxismo, pensiero debole, nuovi comici, fine della storia, minimalismo). Dice che somiglia troppo alla cultura di destra e che ha fatto da battistrada al berlusconismo. Insiste sulla rottura tra minoranza e maggioranza della piccola borghesia e sulla “idolatria della politica” (Tronti, Asor Rosa). Non capisco perché solo la minoranza (e solo quella non violenta) sia un valore in sé. E le classi? L’accentuazione sui “pochi” mi sta sul c. Alla fine dell’incontro qualche scambio di parole. Mi ha detto: lascia perdere questa cazzata (il comunismo).
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    12 dicembre 1998
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    Dopo il convegno su Elvio Fachinelli
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    Gli unici interventi che offrono qualche spunto positivo alla mia riflessione sono stati quelli della Melandri, di Bellocchio e in parte di Majorino. Ma in tutti c’è una rimozione del dato politico e storico che è impressionante. E non credo più che valga la pena andare a polemizzare o a correggere un Fofi o menar scandalo per la sua acrimonia contro Fortini.
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    21 aprile 2015
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    Ennio Abate
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    Esiste anche una retorica delle minoranze e Fofi e Berardinelli ne sono gli austeri sacerdoti. Gli altri celebrano alla TV, loro nelle nicchie dell’editoria. Per chi conosce bene il loro percorso alcune frasi (“Per combattere i suoi rimorsi, Goffredo non sta mai fermo”; “rifiutano i padri e poi diventano peggio di loro”) sono dei veri e propri lapsus. Prosit, comunque. Perché invidiarli?
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    Commento lasciato sul profilo di Attilio Mangano (https://www.facebook.com/groups/374416016067007/?post_id=444226685752606) che aveva pubblicato: Elogio del gran fare (e disfare) di Fofi, socio-moralista di minoranza.
    La “disobbedienza civile” contro la scemenza emotiva
    di Alfonso Berardinelli | 19 Aprile 2015
    [Stralcio: Ma al fondo di tutto, come dice il titolo del suo saggio appena uscito da Nottetempo (91 pp., 7 euro), c’è un “Elogio della disobbedienza civile”. La vera dimensione del discorso politico di Fofi è questa. E’ qui che convergono i suoi autori più cari: Thoreau e Gandhi, la Arendt e Günther Anders, Aldo Capitini e Guido Calogero, Bobbio, don Milani, Ivan Illich. E’ una tradizione che permette di misurare le meschinità e le ottusità di tanta sinistra italiana, che negli ultimi vent’anni è riuscita a dare il peggio di sé nonostante l’esibizione vacua di rigorismi immaginari. Tutti convinti, scrive Fofi, “di essere di sinistra solo perché un filo più a sinistra di Berlusconi, o perché si sentivano tanto ribelli leggendo la Repubblica o il manifesto, godendosi le estati romane e la Milano dei miglioristi, ripetendo le battute dell’ultimo Benigni o dell’ultimo Moretti, credendo di essere stati la ‘meglio gioventù’ e di ritrovarsi, senza pena, magnifici quarantenni o cinquantenni”.]
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    16 febbraio 2016
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    CONTRO FOFI ANCORA
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    http://lostraniero.net/di-che-arte-abbiamo-bisogno/
    Mi pare un troppo lungo e stanco predicozzo fondato sulla nostalgia di un passato ora idealizzato. E poi questo affidarsi all’arte! Ma l’arte potrebbe svolgere una funzione positiva se ci fosse un progetto politico. Quello di Fofi in parte si accoda a quello di Papa Francesco ed in parte è una ripresa generica del comunitarismo. Continua a non convincermi per nulla.

  3. “ Lunedì 18 aprile 2011 – « Luperini o Fofi o Perniola / Gerusalem! Pietra su pietra non c’è restata / è il nulla che opponete alla Coca Cola » (Pier Paolo Pasolini, Trattamento, in «Nuovi Argomenti», 27, n. s., maggio-giugno 1972) “.

  4. “29 marzo 1862
    […] Ci si alza da tavola e si passa nel salone, e si domanda a Flaubert di danzare l’IDIOT DES SALONS. Prende in prestito una marsina da Gautier, si alza il bavero; dai suoi capelli, dalla sua aria e dalla sua fisionomia, non so come faccia, ma eccolo di colpo trasformato in una formidabile caricatura dell’ebetudine”.

    Edmond et Jules Goncourt, Journal. Mémoires de la vie littéraire, tome I, Laffont, Paris, 1989 p. 794

  5. “Giovedì 18 ottobre 1827
    C’è qui Hegel del quale Goethe ha grande stima, benché non possa prender gusto a certi frutti nati dal suo sistema filosofico. In suo onore ha offerto questa sera un rinfresco [… ] Si è parlato di dialettica. ‘In fondo – ha detto Hegel – la dialettica non è altro che il regolamento e perfezionamento metodico di questo spirito di contraddizione insito in ogni uomo, questo dono che denota la sua grandezza nel distinguere il vero dal falso.’
    ‘Certo – Goethe -se non si abusasse di questi artifici e abilità dello spirito per far apparire vero il falso e falso il vero.’”

    Johann Peter Eckermann, Gespräche mit Goethe in den letztzen Jahren seines Lebens, Deutscher Klassiker Verlag, Berlin 2011 p. 648

  6. Marchesini ha pubblicato un libro di saggi con la casa editrice di fofi e introduzione dello stesso… Giusto? … Magari la cosa poteva essere citata in questa lettera-resa dei conti… O no?

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