di Agostino Cera

 

Come evidenziato in questo articolo comparso sul sito “il napolista”, la recente condotta dei due frontmen della politica “locale” nella gestione dell’emergenza perpetua (pandemica e/o meteorologica) che affligge la campania infelix, tradisce una insospettabile sintonia carsica. Un’intesa che scorre al di sotto delle ostentate idiosincrasie personali (che se ne possa fare una nuova piattaforma politica?) e che si realizza all’insegna di una parola d’ordine: responsabilità.

 

A tale riguardo, mi propongo di portare all’attenzione del lettore una sorprendente valenza teoretica, filosofica addirittura, di questa vicenda. Mi riferisco a una inedita accezione del concetto di responsabilità, prodotta dall’altrettanto inedita “convergenza più-che-parallela” DELU-DEMA. Detta convergenza sembra infatti evidenziare una piccola ma significativa crepa – un’aporia – nientemeno che nell’impianto del celebre principio responsabilità di Hans Jonas. Vale a dire: uno dei principali, forse il principale, standard etici adottati dalla nostra «civiltà tecnologica». Soprattutto in chiave ecologica.

 

Nel suo capolavoro del 1979 – Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica –, Jonas formula il «principio responsabilità» quale culmine di una catena argomentativa che prende le mosse da una «euristica della paura», per combinarsi poi a un principio di precauzione e sfociare, appunto, nell’assunzione di una decisione responsabile. Il caso di scuola jonasiano è grossomodo il seguente: il timore concreto (avallato da qualche tragico “incidente di percorso”) che il nostro prometeismo tecnico – la nostra irrefrenabile pulsione di addomesticare la natura e «disincantare il mondo» – possa consegnare alle generazioni future un pianeta non più abitabile, ci mette sull’avviso imponendoci – «in forza di un dovere primario verso l’essere contro il nulla»[1] – di agire cautelativamente, assumendoci la responsabilità di limitare il nostro impatto sull’ambiente. Applicare il principio responsabilità significa perciò tutelare il diritto all’esistenza di chi ancora non c’è, rispondere qui e ora per coloro che ci saranno qui e dopo; fare in modo che le condizioni preliminari (trascendentali) della vita – un clima sopportabile, un’aria respirabile… – non vengano compromesse in modo irreparabile dalla nostra gestione dissennata del ruolo di custodi della Terra che ci spetta per decreto storico. Più semplicemente: visti i guai spaventosi che siamo ormai in grado di combinare, è meglio se ci diamo una regolata. Per noi, ma soprattutto per chi verrà dopo di noi.

 

Ebbene, ciò che Jonas non aveva considerato e che invece l’involontario (e verosimilmente occasionale) sodalizio politico denunciato in apertura ci consente di evidenziare, è l’esistenza di una fattispecie inedita dell’euristica della paura. Qualcosa che potremmo definire euristica del terrore o del timor panico. Una fattispecie, all’interno della quale a dominare è la paura prima e ultima di ogni uomo/donna politico: perdere il proprio consenso elettorale. A partire da un tale timore e sempre per il tramite di un principio di precauzione e di sopravvivenza (in questo caso, la propria), a emergere è stavolta un principio de-responsabilità (de-responsabilizzazione). Vale a dire, l’esatto opposto di quanto previsto dall’argomentazione jonasiana. Il risultato prodotto dall’euristica del terrore è infatti il rifiuto di assumersi la responsabilità di una decisione (nella quale compare sempre, per quanto limitato, un elemento di rischio. Diversamente, si tratterebbe della mera esecuzione di una procedura e per quello non c’è bisogno di scomodare la responsabilità) oppure il tentativo di scaricarla su qualcun altro (il governo nazionale, la protezione civile…), nel caso in cui la decisione sia già stata presa. Insomma, in questa specifica circostanza la somma degli addendi “paura” e “precauzione” non fa “responsabilità”, bensì il suo contrario.

 

L’applicazione del principio de-responsabilità si traduce in una prassi ir-responsabilità, che consiste, ad esempio, nel trasformare qualsiasi possibile rischio in una apocalissi imminente e in una azione conseguente. In genere, quella di appellarsi a una ulteriore parola d’ordine: chiusura. Una perfetta sintesi di deresponsabilizzazione e irresponsabilità[2]. In tutto questo, nel passaggio dalla teoria alla prassi, “capita” che resti occultata la banale evidenza per cui se certi rischi minacciano sistematicamente di tradursi in catastrofi è anche (soprattutto) perché si danno delle preliminari condizioni di contesto che favoriscono una tale metamorfosi. Condizioni non fatali né inamovibili, ma contingenti, cioè frutto di ben determinate azioni e/o inazioni. Ad esempio: il pericolo di caduta indiscriminata degli alberi su cose e persone nel corso di un nubifragio, con conseguenze imprevedibili, è senz’altro favorita (molto favorita) dalla carenza pluriennale (decennale) di manutenzione del “verde pubblico”. Ciò significa che, occupandosi di quest’ultimo, molte di quelle potenziali catastrofi tornerebbero ad essere ciò che naturalmente sono: criticità, magari ostiche, e tuttavia gestibili.

Per sintetizzare: il funzionamento del dispositivo “euristica del terrore, principio de-responsabilità e prassi ir-responsabilità” quale inedito standard etico è il seguente. Al cospetto della perpetua minaccia di una catastrofe imminente (euristica del timor panico), ci si eclissa rispetto alla propria funzione amministrativa/gestionale (de-responsabilità) ovvero si adottano strategie che tutelano esclusivamente l’amministratore, producendo l’impasse del sistema che egli è deputato ad amministrare (ir-responsabilità). Vale come plusvalore ironico, all’interno di questo dispositivo, il fatto che una tale strategia deresponsabilizzata e irresponsabile si presenti sotto forma di interventismo e persino di decisionismo: un’assenza mascherata da presenza asfissiante. Una latitanza che si spaccia per ingerenza. «Assenza, più acuta presenza», scrive il poeta.

 

La prassi ir-responsabilità ricorda un precedente molto noto, ancorché poco illustre: la condotta di un certo amministratore pubblico (prefetto e giudice), il quale un paio di millenni or sono decise di sottrarsi a una responsabilità – a una decisione – particolarmente gravosa (euristica del terrore), camuffando quella scelta opportunistica (de-responsabile) da atto di magnanimità ovvero delegando le sue prerogative – i suoi doveri – al popolo (ir-responsabilità).

 

Il nome per la nuova piattaforma politica della quale, proprio in questi giorni, si scorgono i prodromi all’ombra del Vesuvio potrebbe ispirarsi al “fattore de-” ovvero al comune denominatore fra DE-LU, DE-MA e de-responsabilità. La si potrebbe chiamare Progetto DE-, una piattaforma che vedrebbe in Hans Jonas e Ponzio Pilato un altrettanto inedita coppia di numi tutelari. Di padri nobili. D’altra parte, in questi tempi pandemici uno dei consigli più utili che ci vengono rivolti – lo sentiamo ripetere di continuo e giustamente da scienziati e virologi – è proprio quello di “lavarsi le mani il più spesso possibile”. Appunto. Spirito dei tempi.

Tra l’altro, com’è noto, il buon esempio vale tanto di più quando viene dall’alto.

 

Note

 

[1] H. Jonas, Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica [1979], tr. it. P. P. Portinaro, Einaudi, Torino 2009, p. 48.

[2] Da un punto di vista genealogico, credo che la nascita di questa “prassi irresponsabilità” – come reazione a una euristica del terrore che si fa potenziale strategia (stile) di governo – vada fatta risalire alla imputazione e successiva condanna di Marta Vincenzi (patteggiamento a 3 anni – sentenza del giugno 2020), sindaco di Genova durante la tragica alluvione del 4 novembre 2011.

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