di Sabrina Ragucci

 

[E’ uscito da qualche giorno per Bollati Boringhieri Il medesimo mondo, il romanzo d’esordio di Sabrina Ragucci. Ne presentiamo un estratto, ringraziando l’autrice e l’editore].

 

Dentro il cortile c’è tutto quello che serve, ciononostante Sara, qualche volta, deve varcare la soglia per comprare al minimarket, ritirare le michette. Attenta, Sara! Ricorda che il pane quotidiano ha un costo superiore al prezzo!

La consapevolezza di Sara comincia all’età di sei anni; ora che è una ragazzina, nulla è cambiato. Forse da maggiorenne, a vent’anni, finalmente vecchia, Sara diventerà meno visibile, più libera. Adesso che è una ragazzina ascolta il suono dei motori delle auto, sopraggiungono rombando, poi procedono così lente che Sara vorrebbe immaginarle silenziose, senza guidatore; e invece si accorge che il guidatore esiste, e allora cammina accelerando il passo, vorrebbe correre. Calza scarpe da tennis e pantaloni una taglia più grande, per essere veloce e nascondere il proprio corpo in fase di sviluppo.

 

Gli uomini alla guida riconoscono qualcosa dentro l’ammasso sgraziato che contiene Sara, e così accostano, la affiancano, a volte strusciano il cerchione dello pneumatico destro contro il bordo del marciapiede, il suono distorto e stridulo è la conferma del tallonamento; questi uomini, quasi per cercare un equilibrio si inclinano, tenendo la mano sinistra sul volante, la mano destra sulla manovella del finestrino, e abbassano il vetro dicendo, sali bella, vieni a fare un giro, dài, sali, bellissima, ti faccio vedere un posto, vieni qua, ti faccio saltare!

Le frasi violente, le frasi insistenti, le frasi piagnucolose, le frasi in apparenza neutre.

 

Sara ascolta la frase Vieni qua, ti faccio saltare e pensa al pericolo, a una strada sterrata ai margini delle fabbriche, dei palazzi, tra spazzatura e coltivazioni agricole; Sara pensa a un cruscotto sempre più grande, dettagli ingigantiti che si frantumano nel nero, un parabrezza che si spacca e la soffoca, mentre sua madre parla e parla, e suo padre non sa niente, o peggio, non vuole sapere niente, chiuso dodici ore in ufficio.

Nessuno di questi uomini direbbe, Vieni a fare un giro, se avesse al fianco la moglie, la fidanzata, la madre, la figlia dell’età di Sara, né chiederebbe un’informazione di viabilità pur avendo lo stradario appoggiato sulle gambe, e mai lo scosterebbe qualora la ragazzina si avvicinasse per rispondere alla domanda: Scusa, sai dov’è via Roma? Qui sulla cartina non la trovo.

 

La ragazzina abbassa lo sguardo verso l’intreccio di vie e piazze che dovrebbero rappresentare la realtà, le vie e le piazze dedicate a uomini celebri, a luoghi importanti della storia italiana. E invece, con un movimento repentino, dallo stradario sbuca il cazzo dell’uomo perduto alla ricerca di via Roma.

Ecco cos’è il cazzo, il cazzo eccitato o quasi eccitato o per nulla eccitato, il cazzo di passaggio proveniente da altri quartieri, quartieri centrali, residenziali, periferici; il cazzo proveniente da altre città, il cazzo che rappresenta ogni classe sociale, il cazzo universale, il cazzo anonimo pur essendo associato a un numero di targa che, dopo, non si riesce a memorizzare; del resto, Sara, a stento, ricorda il colore della carrozzeria, il colore sbiadito che non appartiene a un sogno, ma a una realtà parallela, che vive appena al di sotto di quella abituale, di quella del cazzo.

 

Il cazzo è il pezzo di carne che sbuca dall’elenco alfabetico delle vie, delle piazze, il cazzo è l’indicazione topografica, storica, l’appiglio per individuare la posizione dell’uomo; solo, smarrito nonostante la cartina e il cazzo, anzi, smarrito a causa del cazzo e senza nessuna autorevole figura femminile – madre, moglie, zia, nonna – che lo sorvegli, l’uomo chiede aiuto alla ragazzina.

A volte l’uomo ripete frasi più costruite: Tua madre ha detto che devo accompagnarti dalla nonna! Una frase tranquillizzante, che rimanda a una crostata di mele, al cigolio di un’altalena che oscilla senza nemmeno bisogno di essere spinta. Entrambe le nonne di Sara sono morte giovani, è impossibile che la madre di Sara utilizzi l’uomo sconosciuto per condurla dalle nonne morte. L’uomo al volante insiste, e soltanto l’ingresso di Sara al minimarket lo costringe a rivolgere il desiderio verso un’altra, o a tornare a casa.

 

Sara ha chiesto alla madre di tagliarle i capelli corti come quelli di un bambino, così spera di passare inosservata. Perché vuoi tagliarli corti? Sara non ha risposto, non ha mai raccontato le storie degli uomini che accostano e chiedono, Dov’è via Roma? Non ha mai raccontato nemmeno la storia dell’uomo che doveva accompagnarla dalle nonne morte. Sara protegge la madre da queste storie. La madre l’ha accontentata, portandola con sé dalla parrucchiera, eppure non è bastato, anzi, l’essersi mascolinizzata, pur restando bambina, ha ulteriormente accresciuto il desiderio degli uomini in auto, nel tratto dal palazzo al minimarket.

 

Allora Sara scavalca le cancellate che comunicano con altri cortili, altri condomini; quella breve serie di attraversamenti consente di arrivare al minimarket senza camminare sul marciapiede. La sua fantasia più grande è andare al minimarket svolazzando da una cancellata all’altra. Una volta, però, il padre di Sara è tornato presto dal lavoro, e vedendo la figlia arrampicarsi ha temuto che potesse infilzarsi sulle punte della cancellata. Non che Sara sia tranquilla quando scavalca, può scivolarle un piede, le scarpe da tennis hanno la suola liscia e le gambe non sono abbastanza lunghe. Le madri del condominio dicono di non scavalcare, i bambini disubbidienti si trafiggono e come in una battaglia finiscono dissanguati all’ospedale. L’immaginazione è eccezionale, peccato che le madri non si accorgano mai – o fingano di non accorgersi – dei molestatori al volante. Le storie materne sanguinolente e i rimproveri paterni non fermano Sara, e quella specie di coreografia ginnica da un cortile all’altro è l’esercizio fisico più significativo della sua infanzia: è così che l’Italia alleva le future campionesse!

 

 

[Immagine: particolare della copertina (Sabrina Ragucci, Album planetarium, 2006)].

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