di Matteo Santarelli

 

L’emergenza Covid 19 ci ha imposto di cambiare drasticamente le nostre abitudini. Allo stesso tempo, ci ha anche offerto delle scuse per comportamenti che, in un regime di normalità, avrebbero richiesto una giustificazione con gli amici, i colleghi, i cari. Tipo: non uscire la sera e guardare X Factor.
Chiunque abbia seguito anche distrattamente il programma, sa bene che si tratta di un’edizione speciale. Innanzitutto, per il ruolo preponderante degli inediti dei concorrenti. Non serve essere dei complottisti per intravedere una strategia commerciale dietro la riproduzione illimitata dei brani originali in ogni possibile occasione: nella prima puntata; quando si deve decidere chi eliminare; in un’apposita puntata dedicata all’eliminazione diretta; nelle pubblicità; quando andiamo al supermercato o al market cinese per acquistare le nostre vettovaglie, nel timore che la nostra regione cambi colore; quando apriamo Facebook o il giornale in cerca di nuove sfide legali del team Trump. Non a caso, i partecipanti sono stati affiancati sin dall’inizio non solo dai giudici, ma anche da alcuni dei produttori più in voga del momento – come ad esempio Tha Supreme.

Commentare la musica di X Factor dal punto di vista qualitativo non è molto utile. In primis, in quanto un giudizio del genere sarebbe per forza influenzato dai gusti di chi scrive. Un tema, quello dei miei gusti, che immagino e spero lasci giustamente indifferente chi legge. Allo stesso tempo, è interessante notare come i quattro giudici siano separati da una specie di faglia musicale. Da un lato, Manuel Agnelli e Mika. Se fossimo entrati in coma attorno al 2008, e qualcuno al nostro risveglio avesse pronunciato questi due nomi nella stessa frase, avremmo immediatamente pensato di aver subito dei danni neurologici permanenti. Nella seconda metà del primo decennio dei 2000 la situazione era più o meno questa: mentre Agnelli girava l’Italia sibilando storie di piccole iene egoiste e sottili linee bianche, Mika saltellava per i palchi e gli studi tv di mezzo mondo al grido di: “ho tentato di essere come Grace Kelly”. Quindici anni dopo, si trovano giudici dello stesso programma, e persino uniti nello stesso sistema valoriale, differente da quello degli altri due giudici Emma Marrone e Manuelito, detto Hell Raton.

 

 

2007: un giovane Mika ci racconta i suoi drammi identitari con un convincente falsetto.

 

 

 

2007: Manuel Agnelli presenta una specialità della casa al concertone del Primo Maggio. Siamo al culmine del suo periodo Severus Piton.

 

Questo scontro non è né una questione di qualità – il format del programma non permette questioni del genere – né una formalità. Si tratta piuttosto di diversi sistemi di valutazione e di diversi valori. Al netto delle ovvie differenze e dell’“apertura mentale” – leggi: propensione al degrado – richiesta dal format, Mika e Manuel Agnelli continuano a vivere – ogni tanto, almeno – in un mondo in cui le parole “brutto”, “sbagliato”, “fuori luogo” hanno ancora un senso, e sono ancora oggetto di dibattito. Un mondo in cui, in breve, è ancora possibile parlare di musica, magari anche litigando. Una possibilità che viene sistematicamente negata alla radice dagli altri due giudici, e dai sistemi di valutazione che incarnano.

 

Emma Marrone, Amici e il soggettivismo

 

Premessa necessaria. Il club dei valori e delle valutazioni ha solo una regola: non fingere di essere neutrali. In ottemperanza a questa regola, ammetto senza difficoltà che il mio sistema di valori e valutazioni rispetto alla musica è più vicino a quello di Agnelli e Mika. Per me ha senso litigare sulla musica: quando si tratta della musica, non si tratta di semplici preferenze o pseudo-giudizi tecnici. Un giudizio estetico in alcuni casi spesso è anche morale, nel senso che io penso e sento che alcune musiche siano profondamente sbagliate, oltre che brutte, e la mia opinione su chi fa queste brutte cose non riesce a essere totalmente separabile da un giudizio sulla persona, o almeno sui suoi atti.

 

Da questo punto di vista, si potrebbe cadere nella tentazione di vedere nell’universo musicale di Emma Marrone un mondo privo di valori: una forma di nichilismo musicale. Un’ipotesi attraente, che tuttavia comporterebbe un grave errore teorico. Il sistema valoriale E.M. è chiaro, stabile, organizzato e pure piuttosto coerente. È un sistema in parte mutuato da Amici di Maria De Filippi, programma di cui “Emma”, come la chiamavano a inizio carriera, è stata una delle partecipanti di maggiore successo. Ma come mostra il modo in cui interpreta la parte di giudice di X Factor, il termine “partecipante” va qui inteso nella sua accezione forte. Emma Marrone è “passata da” Amici nel senso che ne ha incorporato il sistema di valori e valutazioni. Un sistema di chiara impostazione soggettivistica.

 

Anche su questo punto, attenzione a non fare confusione. Il sistema di Amici non è soggettivistico nel senso banale del termine, ossia in quanto basato sulle valutazioni soggettive di chi valuta. Molto più radicalmente, esso è soggettivistico in quanto il suo oggetto è principale il soggetto. Non conta il bello o il brutto, l’armonia o la disarmonia, la contemporaneità o la non contemporaneità di un brano o di un’esecuzione. Conta principalmente l’autenticità, se hai raccontato qualcosa, se hai espresso quello che tieni dentro, se ti sei messo/a nudo, e così via. Non a caso uno dei complimenti favoriti dalla giudice Marrone è il seguente: “Tu non fai la cantante. Tu sei una cantante”. O in alternativa: “quando ti trema la voce, sei ancora più bella”. L’oggetto della valutazione è colonizzato dal soggetto: l’imperativo a cui sono sottoposti i cantanti è esprimere il proprio essere soggettivo in modo realistico. Questo si riflette nel modo in Emma Marrone valuta la sua attività di giudice. Ogni volta che deve eliminare un concorrente, parte in automatico la formula: “io sono stata coerente con me stessa, sono stata fedele a me stessa”. In effetti, il criterio di valutazione è sempre quello: puramente riferito al soggetto. Talvolta, questo soggettivismo assume forme tanto pure, da toccare vette di misticismo – come quando nell’ultima puntata E.M. loda una concorrente perché l’ha vista “proprio aperta”. Il contenuto oggettivo è finalmente un retaggio del passato.

 

In questo senso, nel sistema Marrone c’è del nichilismo, nel senso più tecnico del termine. Se Heidegger avesse visto qualche puntata di X Factor, probabilmente avrebbe intravisto in Emma l’apoteosi della metafisica del soggetto, che è nichilista non nel senso che essa intende distruggere tutti i valori, ma in quanto li riduce appunto a proprietà del soggetto. Purtroppo Heidegger aveva ben altro da fare, ed era preso da altre forme di nichilismo decisamente più pericolose per i destini dell’umanità.

Ogni tanto, la violazione della legge di Amici suscita la reazione aggressiva di Marrone. La giudice perde le staffe ad esempio quando il suo concorrente Santi, giovane prototipo di regaz bolognese, porta una canzone in pieno stile: “caricatura di High School rock”, laddove lo “High School rock” è a sua volta una caricatura. Agnelli e Mika lo fanno notare, Emma Marrone reagisce in ottemperanza a un suo ricorrente topos letterario: non siamo qui per parlare di musica.

 

 

“Morrison” di Santi è un po’ troppo davvero persino per il 2020.

 

Una dinamica analoga si attiva durante l’ultima esibizione di Franco Rujan da Ponte San Giovanni (Perugia), detto: Blind. Blind sta più o meno simpatico a tutti – me compreso. Il suo inedito “Cuore nero” non è un inno di estrema destra, ma un brano allegro che pure sta avendo discreto successo. Franco non ha certamente l’ambizione di diventare un crooner: vuole raccontare le periferie disagiate del centro Italia, non farà da grande il maestro di canto jazz, non lo chiameremmo a cantare in una cover band dei Soundgarden, ma perché poi dovremmo? In ottemperanza al sistema di valori di X Factor, il povero Franco deve però “mettersi in gioco”, ossia: fare una figura di merda rituale. Emma e i suoi collaboratori esagerano, e lo fanno cantare quasi senza effetti, con una base di archi e pianoforte. Blind la combina grossa: la sua performance è una di quelle occasioni in cui vorremmo chiedere in prestito ai tedeschi il termine Fremdschämen, ossia quella situazione in cui ci vergogniamo per gli altri, come se la cosa vergognosa a cui assistiamo l’avessimo fatta noi. I giudici non possono tacere: pur apprezzando da copione il fatto che si “è messo in gioco”, né Mika né Agnelli possono evitare di menzionare, pur in modo molto soft, che Franco insomma ha cantato male, né più né meno. La giudice Marrone ovviamente non ci sta: è indignata perché di solito la criticano perché lei e Blind non si mettono in gioco. Ora che l’hanno fatto, che vogliono gli altri? Il giudizio sulla performance è irrilevante. Quindi si chiude in se stessa, si arrabbia, ed elimina Vergo, che pure ha cantato male, come ha riconosciuto il suo capitano Mika. Perché ogni tanto qualcuno canta male, e questo può rientrare nel giudizio musicale. Ma non nel sistema valoriale di Emma Marrone.

 

 

Youtube non riporta testimonianze della defaillance del simpatico Franco Rujan.

 

Ho trovato solo un commento Emmamarroniano di tale Filippo Ruggieri. Ruvido il primo commento al suo monologo: “Purtroppo credo tu abbia torto in pieno. L’esibizione live di Blind è stata inascoltabile e aberrante”. ☹
La giudice della corte di X Factor in quota “soggettivisti” è dunque una fiera esponente della propria corrente giudiziaria: sia nel giudicare chi canta, sia nel giudicare se stessa, sia nel litigare con Mika e Agnelli, appartenenti a una corrente più realista – nei limiti concessi dal programma e dalla necessità di rappresentare tutti i prodotti come “vendibili”. Emma Marrone non ha ovviamente problemi a rivendicare la propria sincerità e coerenza, a rivendicare il fatto che lei alcune cose le dice in faccia ai ragazzi e non qui, e certo non ha problemi con le risse verbali e con le polemiche, come da scuola Amici. Polemiche che non vengono quasi mai raccolte dal quarto giudice, di orientamento diverso sia rispetto ai realisti moderati, sia alla soggettivista Marrone.

 

L’etica di Manuelito e lo spirito del capitalismo

 

Sarò sincero con chi legge: prima di X Factor, non avevo idea di chi fosse Hell Raton, detto anche Manuelito. Questo la dice lunga su quanto sia al corrente dei nuovi sviluppi della musica italiana. Fatto sta che Manuelito è un personaggio interessante sotto vari aspetti. In primis, fino alla puntata scorsa era l’unico giudice a non aver subito ancora nessuna eliminazione. Inoltre, quelle che lui chiama “le mie ragazze” vanno pure piuttosto bene nelle classifiche dei singoli, un aspetto determinante dell’edizione “crisi economica” di X Factor. Manuelito è decisamente in fase con i recenti trends della musica italiana, i cui esponenti di punta – Tha Supreme, Salmo, Dj Slait – collaborano con la produzione dei vari brani interpretati dalle sue partecipanti.

 

Manuelito a differenza di Emma Marrone sembra poco interessato alle polemiche. Si dichiara “fan” di ogni partecipante, evita di rispondere a ogni polemica o critica degli altri giudici, dice in continuazione: “GG”, “good game”, bella mossa, termine tratto dal gergo dei gamers, categoria alla quale peraltro il nostro appartiene. Se il sistema Marrone talvolta entra in conflitto col sistema Agnelli-Mika, l’organizzazione di valori di Hell Raton sembra quasi incommensurabile rispetto a quest’ultimo. Lui gioca un’altra partita, quella delle classifiche, dei dischi che deve vendere perché lui a differenza degli altri fa il discografico, e del rapporto con le “sue ragazze”. Quando litiga con Manuel Agnelli, il litigio non è “sulla” musica (questo è bello, brutto, interessante), ma “a partire dalla musica” – questo è “vendibile”, è “piazzabile”, e così via. Dove il principio generale è che se un brano presenta tracce di chitarra elettrica, allora non è vendibile. Quando si passa dalle questioni commerciali e quelle estetiche, Manuelito invece è tutto un “non capisco”, “prendiamo i giudizi dei giudici a tesoro”, “grazie ma la nostra strada è un’altra”. A volte, con scene a un passo dal familismo più trash. Come quando i giudici, per una volta inclusa Emma Marrone, chiedono tra le righe che a My Drama venga dato un pezzo normale e venga tolto un po’ di autotune. Manuelito non risponde, e interloquisce solo con la “sua ragazza”: “sei felice? Pensi che ci sia qualcosa che non va? Non ti convince il nostro percorso?”, e lei risponde: “sì, sì, sì”. Ci mancava solo un: “vuoi più bene a Manuelito oppure a mamma?”, e la combo ricatto morale-paternalismo era servita.

 

Peggio ancora, talvolta Manuelito risponde al posto alle domande degli altri giudici al posto delle sue ragazze, affermando ad esempio: “non ci piace il vittimismo”, con quel pizzico di retorica paternalistica vintage che guasta sempre. Un paternalismo che esplode quando Manuelito, nel complimentarsi con l’orchestra femminile che ha accompagnato i/le partecipanti durante l’ultima puntata, afferma: “siete uniche perché siete emotive e perché siete riuscite ad accompagnare una mia ragazza”. Ma questo è il postmoderno: il nuovissimo innervato di vecchissimo. Mentre le tue ragazze vanno in cima alla classifica.
La classifica, appunto, è il valore su cui Manuelito sembra dare le piste a tutti gli altri giudici, in un anno in cui le vendite sono obiettivo esplicito, e non solo implicito, del programma. Da un lato, questa esplicita e immediata iper commercializzazione dei prodotti musicali – alla faccia della retorica sulla “crescita” degli artisti – crea anche dei momenti vintage. Tipo le pubblicità dei dolciumi e delle bevande sponsorizzati dai concorrenti, che personalmente ho molto apprezzato.

 

 

Tre esponenti del folto clan Centro Italia di X Factor 2020 sponsorizzano Kinder Bueno.

 

Eppure, la vita dei valori non è mai lineare, ma è spesso dialettica. Come ci ha insegnato il buon Hegel, ci vuole davvero poco per far sì che un concetto si rovesci nel suo opposto, proprio quando sembra al massimo della sua potenza. Manuelito sinora ha dominato la partita dell’immediatezza. Servono delle hits? Pronte. Serve che le “sue ragazze” siano vendibili? Perfetto, chiamo due produttori della crew e sforniamo le hits. Finora ha funzionato tutto.

Eppure, nelle ultime puntate si avverte qualche sintomo di rovesciamento dialettico. I giudici, e forse anche il pubblico, provano nostalgia per le prime esibizioni delle artiste del team di Manuelito, per un momento di quasi semplicità voce-chitarra, e cominciano anche dal pubblico i primi segni di insofferenza verso l’egemonia dell’autotune e delle produzioni pompate. Perché purtroppo la logica dell’immediatezza è amica di un’altra logica, quella per cui il pubblico tende a stufarsi tanto più velocemente di un prodotto, quanto più i ritmi di consumo sono sfrenati. Dopo tre settimane di cheeseburger pompatissimi, magari torna voglia di un panino con la mortadella. Magari dopo una strafogata di hits imposte in ogni occasione, in ogni versione e in ogni salsa, magari viene voglia di sentire una cover di pezzi che hanno una storia. Ecco, appunto: la storia.

 

Storia e coscienza della musica

 

All’interno della logica imposta dal format di X Factor, ovviamente i sistemi di valutazione dei quattro giudici finiscono per funzionare all’unisono su vari punti. In primis, l’esaltazione del coraggio e del mettersi in gioco. In secondo luogo, il vocabolario misterioso del “funziona”, “mi è arrivato”, “è convincente” e così via. In terzo luogo, la retorica del “fuori”: i concorrenti devono funzionare in un fuori che è già dentro, perché come abbiamo visto le cose prodotte “dentro” devono funzionare subito, anche se questo significa bombardare il pubblico con gli stessi identici inediti per intere, lunghe, settimane. Abbiamo inoltre visto come i quattro sistemi di valutazione abbiano delle loro peculiarità: Emma Marrone soggettivista, Manuelito aziendalista con venature comunitariste, Manuel Agnelli e Mika uniti su vari aspetti ma divisi in altri. Ad esempio, nella gestione emotiva e reputazionale dell’attrazione verso “Bomba”, la hit reggaeton di Vergo. Mentre Mika è senza vergogna rapito dall’immoralità del brano, Manuel confessa la sua attrazione sentendosi però in dovere di chiedere scusa, e ammettendo di provare vergogna. Non deve essere facile passare dai discorsi introduttivi delle performance delle sue band, intrise di “rompono il culo”, “prefigurano la contemporaneità”, “spaccano”, “mettono a ferro e fuoco il palco” e altri elementi di retorica rock, alla malata fascinazione verso il più languido degli autotune.

 

 

Prima audizione di “Bomba”. Mika critica l’abuso di autotune in generale, ma qui ci sta bene. Manuel giustifica il suo debole per Vergo con la retorica del “sei completamente a fuoco”.

 

Un’altra differenza tra Mika e Agnelli è lo stile comunicativo. Mika adotta spesso uno stile da psicoterapeuta di approccio misto: pragmatico, ma comunque interessato agli stati soggettivi del paziente. Interventista, ma non intrusivo, con un focus su quello che accade nel presente: “ora tu hai espresso un’emozione… ora sta accadendo questo… ora hai fatto questo”. Manuel è piuttosto di orientamento lacaniano, ossia interessato non tanto a gestire il trauma, quanto piuttosto a produrlo. Dopo aver pronunciato la frase “ha una grande voce al servizio del tuo cuore”, giustamente si vergogna e chiede scusa, mentre Mika vive in modo più libero il rapporto con le emozioni anche più triviali. Infine, nella puntata più recente i due giudici si sono scontrati sull’eliminazione dei Melancholia, il gruppo di punta di Manuel, che Mika ha criticato in quanto hanno cantato in modo non convincente Björk. Un’eliminazione psicodramma, che ha seminato angoscia, senso di colpa, lacrime facile nello studio e nel pubblico, suscitando anche richieste di riconteggio dei voti stile Trump vs. Biden.

 

http://www.rgunotizie.it/articoli/attualita/x-factor-melancholia-eliminati-sorpresa-web-rivolta-e-chiesto-riconteggio-dei-voti

 

Il web in rivolta chiede il riconteggio dei voti.

 

Eppure, su un punto finale, molto importante, Mika & Agnelli giocano per la stessa squadra: il rapporto con i classici. E in particolare il tema: i classici hanno un’anima che va rispettata? Oppure no?

 

L’approccio di Manuelito e Emma Marrone in tal senso è soggettivista-utilitarista: se l’artista x compie una cover di un classico, la cover è legittima se le seguenti condizioni sono rispettate: a) l’artista “la sente sua”; b) l’artista “la fa sua”; c) questa cover produce un’utilità esterna – es. fa conoscere il classico alle giovani generazioni. Mika, e soprattutto Agnelli, dissentono. A loro parere, i classici hanno una loro identità in parte autonoma rispetto al calcolo utilitaristico e alle emozioni, sentimenti, e cose del genere. Se interpreti un classico snaturando la sua anima, allora hai fatto una cover di merda. A partire da questo paradigma storico-realista, i due dissentono a proposito di una cover di Cmqmartina: “Dio come ti amo” di Modugno.

 

 

Manuel ritiene che Cmqmartina non abbia capito la canzone che sta cantando, e impazzisce. A nostro parere, giustamente. Mika dissente, sulla base del fatto che il collega giudice non ha capito la grammatica emotiva di Cmqmartina. Interessante scambio wittgensteiniano.

 

Personalmente, non ho difficoltà ad ammettere che chi guarda X-Factor accetta esplicitamente o implicitamente una certa quota di degrado, e una logica che c’entra davvero poco con la musica. Pensiamo al televoto: “chi mandi in finale, i Nirvana o Frank Sinatra?”. Oppure alla retorica soggettivistica dei giudici: “scusa Frank Zappa, ma oggi non mi sei arrivato. Vorrei vedere la tua anima ogni tanto”. Immaginate Nina Simone sul palco, e Emma Marrone che commenta: “vorrei darti un abbraccio grande come il tuo cuore” (frase realmente pronunciata). Senza dubbio qualche momento è di sicuro interesse musicale, e di sicuro quanto accade nel programma ci dice molto su quanto accade fuori – si veda l’egemonia di Manuelito e della sua crew. Allo stesso tempo, guardare X-Factor pensando che rappresenti il mondo della musica, è come guardare “Campioni” di Ciccio Graziani pensando che rappresenti il mondo del calcio.

 

Però anche qui, anche ammettendo tutto ciò, uno spazietto per il rispetto del sacro lo dovremmo sempre lasciare. Possiamo perdere la dignità imprecando davanti alla tv per l’eliminazione di Vergo, possiamo provare un affetto ingiustificato per Mika, possiamo tifare per un partecipante con la stessa insensatezza e faziosità con cui tifiamo per la nostra squadra del cuore, possiamo discutere persino della puntata della sera prima a lavoro in pausa caffé. Però, in tutto ciò, possiamo e dobbiamo portare rispetto per i classici. I classici sono tra le poche cose e persone che non ci hanno fatto niente di male, in questo atroce 2020.

 

 

Un classico a caso, in chiusura.

4 thoughts on “X Factor 2020 tra valori e nichilismo

  1. Ritengo che bisognerebbe enfatizzare maggiormente che è la struttura del programma ad essere l’impalcatura per mettere in scena un conflitto interno tra i giurati davanti allo spettatore. Se da un lato le opinioni musicali possono essere rappresentative dell’ideologia dei giurati o delle alternative ideologiche che dovrebbero rappresentare singolarmente, dall’altro, e cioè da un’ottica più dialettica, queste posizioni particolari non sono che lo specchio del sistema di gara, cioè della forma dell’intrattenimento come unica essenza della produzione estetica.
    Mi pare che la struttura di X factor abbia sempre funzionato con 4 ingredienti da far entrare in conflitto per raggiungere questo effetto sullo spettatore: l’impresario musicale (Mara Maionchi ecc.), la voce dell’incompetenza (fatta interpretare anche da uomini, ma più spesso da donne), l’artista pop (straniero) e il musicista vero (in questo caso Manuel Agnelli). Questo mi pare importante per capire che più che singoli individui si tratta di funzioni del palcoscenico. Infatti si potrebbe evidenziare anche come le possibili convergenze in realtà, nella struttura del programma, portino alla nascita di altre coppie, cioè di alleanze funzionali alla gara totalmente diverse dagli accoppiamenti ideologici (mi pare condivisibili) espressi dall’articolo: si potrebbe vedere infatti una coppia Manuelito-Mika nel supporto reciproco ai propri concorrenti (la categoria tradizionalmente più forte, Under Donna, cui s’unisce quella meno forte degli Over) contro le altre due squadre, che rappresentano da un lato il concorrente più popolare (Blind) e dall’altro la proposta musicale più innovativa rispetto alle altre edizioni (Melancholia e LPOM di Agnelli).

  2. “Guardare X-Factor pensando che rappresenti il mondo della musica”. Stop. Non necessariamente chi guarda il programma è di questa idea. Sarebbe come leggere Le parole e le cose pensando che rappresenti il mondo delle parole e le cose. O si?

  3. Bel pezzo, mi è arrivato moltissimo :-)
    L’ho girato al mio ragazzo, che ora è sul divano a guardare una replica di XF20; forse così capirà perché ogni volta che lo fa, io corro a chiudermi in camera con le cuffie e metto su On melancholy hill…

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