di Lavinia Mannelli

 

L'amore ai tempi del neoliberalismo, rubrica a cura di Federica Gregoratto

 

 

 

People in general don’t know what they want

and don’t want what they desire.

Slavoj Žižek

 

Nel documentario del 1966 Pasolini l’enragé, realizzato da Jean-André Fieschi nella serie Cinéastes de notre temps (la prima parte è visibile qui), Pasolini dice che soltanto contro le grandi borghesie industriali può nascere una grande rabbia e che per questo motivo in Italia, dalla sua piccola e provinciale borghesia, può scaturire solo una protesta altrettanto piccola e provinciale, moralista, improvvisata. Anche nell’intervista coeva di Giorgio Bocca per «Il Giorno» (“L’arrabbiato sono io”, 19 luglio 1966),[1] Pasolini continua a sostenere che in Italia non ci siano le premesse per una vera rivolta collettiva: per lui «i letterati italiani sono, per definizione, dei soddisfatti o dei rassegnati». Rarissimi i casi di veri e propri arrabbiati (tra cui, inutile dirlo, lui stesso), che peraltro non vuol dire «rivoluzionario»: «l’arrabbiato quasi sempre non è un rivoluzionario, mentre il rivoluzionario è sempre un arrabbiato». L’autore sostiene infatti che la contestazione del primo sia mirata alla modifica del sistema e finisca per incidere molto di più di quella del secondo che, invece, motivata da una forte utopia, per un eccesso di desiderio di rifondazione finirebbe per restaurare un sistema identico a quello che ha distrutto. Il rischio del conformismo o di venire strumentalizzati è, del resto, sempre presente per Pasolini, anche nel caso di quella grande rabbia organizzata che fu per lui la Resistenza. Per i giovani italiani arrabbiati, essa potrebbe rappresentare un’eccezionale riserva di schemi critici (di matrice marxista) contro la realtà borghese. A patto, però, che siano in grado di aggiornarli. Anche la guerra partigiana, infatti, ha subito un naturale processo di invecchiamento a cui non si è saputo reagire a dovere: «È stato un bene per alcuni anni e poi forse è stato un male, ha impedito nuove e più sincere manifestazioni, ha chiuso energie giovani nel bozzolo dell’antifascismo generico». Come si sa, del resto, nemmeno della contestazione giovanile che esploderà appena due anni dopo queste due interviste, Pasolini avrà un’opinione lineare e a-problematica.

 

In effetti, non è mai facile capire se, quando e perché un fenomeno di protesta che si è fatto legittimamente portavoce di un disagio collettivo (contro lo straniero, il fascista, il padrone ma anche la democratica polis ateniese, dato che l’esempio di arrabbiato più sublime, per Pasolini, è quello di Socrate) venga poi divorato dalla società contro cui si scaglia, inglobato nel suo sistema di valori e depotenziato. Non è nemmeno facile intuire quando questa rivolta sia solo una «reazione» o anche un «desiderio di futuro».[2] Il libro di Elisa Cuter, Ripartire dal desiderio, analizza lucidamente questa ambiguità: problematizzando il #metoo e il Se non ora quando italiani, passando per i fatti di cronaca traumatici a partire da cui sono esplosi, per il grande successo della serie tv The Handsmaid’s Tale[3] e di altri capisaldi dell’immaginario di questi anni, l’autrice ci aiuta a ripassare la storia delle ondate femministe, radunando preziosi suggerimenti bibliografici. Citando uno spettacolo della stand-up comedian Ali Wong, secondo cui il femminismo sarebbe la cosa peggiore mai successa alle donne («Stavamo così bene! Avremmo dovuto fare la sola cosa intelligente: continuare a fingerci stupide anche per il secolo successivo»),[4] Cuter insinua un dubbio nel lettore: e se il processo di emancipazione delle donne non fosse stato soltanto positivo?

 

Con The Feminine Mystique di Betty Friedan, Meat market: Female Flesh Under Capitalism di Laurie Penny e lo storico saggio del 1994 di Anne Friedberg, Window shopping: Cinema and the Postmodern,[5] l’autrice ci mostra come fosse mal riposta la speranza che le prime femministe nutrirono nell’equivalenza tra partecipazione al sistema produttivo e acquisizione di diritti. Le porte del lavoro si spalancarono perché le donne diventassero consumatrici; i centri commerciali e i cinema furono ideati come spazi in cui queste «creature indifese potessero comprare di più senza esporsi ai pericoli di un volgare mercato di strada»[6] o senza farsi corrompere da avventure promiscue; e sempre in questo stesso senso va compreso lo sviluppo vorticoso dei prodotti per la cura personale, rivolti in modo particolare alle donne. Un simile mercato, infatti, risponde tanto all’esigenza di oggettivazione e personalizzazione estrema (il prodotto ci rappresenta anche perché attiva e garantisce la nostra eccezionale unicità), quanto a una necessità di «glamourizzare»[7] l’informe e tutto ciò che ci spaventa. Sarebbe, insomma, solo uno dei tanti modi per soddisfare quel narcisismo di massa che caratterizza la nostra società.

 

Caso emblematico, nella realtà italiana è, per Cuter, il programma del 1993 Non è la Rai, da cui parte propriamente il libro. Nello squilibrio di potere tra Gianni Boncompagni e la sedicenne Ambra Angiolini, oggetto di sessualizzazione precoce ma portatrice di un primo messaggio di girl empowerment, elementi con cui per certi versi si nega la struttura di una società patriarcale e per altri la si riconferma, Non è la rai è la risposta perfetta alla domanda di mercato caratteristica della società dello spettacolo. Sancisce, cioè, in maniera più o meno simbolica, l’avvio di una controversa femminilizzazione della società. Infatti «chi, più delle donne, è abituato da sempre a mettersi in mostra, a curare il suo aspetto e soprattutto il suo effetto sugli altri?».[8]

 

Il fatto che ora ci troviamo in una fase in cui le «qualità» femminili sono richieste dal mercato ci parla di una società che ha assunto le caratteristiche che erano state storicamente imposte alla parte di società subordinata: quella femminile. Per questo non necessariamente il processo di femminilizzazione è una buona notizia. (p. 16)

 

Cogliere le conseguenze di questo processo vuol dire anche osservare l’esasperazione di quella polarità tra Madre (santa) e puttana che provoca una scissione dai tratti destabilizzanti, e che mina l’efficacia non solo delle lotte di genere, ma anche di quelle di classe. Se si prosegue l’analisi dell’immaginario televisivo italiano non tanto sul ventennio berlusconiano[9] quanto sul mondo di Mediaset in generale e sulle veline di Striscia la notizia, le troniste e le corteggiatrici di Uomini e donne in particolare, si può notare la stessa oscillazione: nelle loro parabole da puro capitale sessuale a perfette madri di famiglia, la retorica dell’“angelo del focolare” pare assumere le sembianze del riscatto morale. In questo senso, comunque, Margaret Thatcher sarebbe per Cuter la controfigura di Ambra Angiolini: «donna-non donna, completamente desessualizzata» la prima, «pura femminilità, oggetto sessuale infantilizzato» la seconda, entrambe affermano che «non è più vero che le donne rappresentano il privato e il maschile il pubblico».[10]

 

Una delle più evidenti conseguenze del processo di femminilizzazione della società riguarda infatti l’universo maschile. Dalla vicenda di Hugh Hefner, che fonda Playboy perché, al pari di una casalinga disperata, sognava una casa perfetta,[11] a quella degli hikikomori, i giovani giapponesi che preferiscono l’isolamento e il gioco alla vita reale, si prospetta la scomparsa progressiva, con l’accusa di mascolinità tossica, dell’essere maschi in generale. «Soppressione delle emozioni; scarsa disposizione a chiedere aiuto; propensione ad assumersi (anche inconsciamente) dei rischi», così Cuter, citando Žižek, elenca le «caratteristiche che tendiamo a biasimare a livello socioculturale, ma che continuiamo a celebrare in campo economico».[12] Gli uomini tendono quindi a difendersi, sentendosi meno competitivi nel lavoro e nel mercato e, di conseguenza, a sottrarsi al confronto. Da questo atteggiamento nasce una delle figure sociali più interessanti e complesse di questi anni, quella degli incel. I membri di questa comunità (che sta per involuntary celibate) manifestano una forte misoginia che, però, svela piuttosto un profondo disagio nei confronti di sé stessi e del proprio corpo in particolare (sentimenti delegati alle sole donne, fino a qualche tempo fa), suggerisce in molti casi una latente omosessualità e, soprattutto, ancora una volta risponde perfettamente alla logica del self-management. E che la loro frustrazione non vada sottovalutata ma sia un’emergenza politica mondiale lo segnalano le convergenze tra i membri della comunità incel e le attività terroristiche più recenti. Ogni uomo, infatti, è chiamato a diventare prodotto. Parafrasando Andrea Long Chu secondo cui «Essere femmina è essere un oggetto»,[13] si potrebbe quindi dire che, con le dovute differenze (perché «è chiaro che c’è un grosso dislivello tra il modo in cui una donna può auto-oggettivarsi […] e quello in cui può farlo un uomo»)[14] in un’epoca femminilizzata anche essere uomo è essere un oggetto.

 

Quali sono, però, le ragioni di questo fenomeno di oggettivazione?

 

Tutti sono già diventati oggetto – sono costretti a sforzi disumani per curare il sé, renderlo appetibile, spendibile sul mercato del lavoro e contemporaneamente per curare le ferite prodotte da questo costante lavoro sul sé – e a questo punto non anelano ad altro che a diventare oggetto per davvero. (pp. 143-144)

 

Si desidera diventare oggetti, cioè, per essere finalmente indifferenti, apatici, privi di responsabilità.

 

A questa forza centrifuga di abdicazione al potere, a ben vedere, si oppone quella centripeta di alcuni movimenti femministi contemporanei che, come FEMEN, attraverso pratiche di auto-oggettivazione consapevole si riappropriano del proprio corpo in difesa dei diritti umani. Della dialettica tra queste due forze il saggio, già denso e impegnativo, non si occupa dal punto di vista linguistico; eppure proprio nelle scelte linguistiche, già secondo la lezione gramsciana (per cui «Ogni volta che affiora, in un modo o nell’altro, la questione della lingua, significa che si sta imponendo una serie di altri problemi»),[15] si trovano le spie di quanto Cuter argomenta. In questo campo, infatti, si riscontrano a mio avviso due attitudini, corrispondenti ad altrettanti atteggiamenti psicologici. Da una parte, per un’esigenza di neutralità e di assorbimento del conflitto, il linguaggio subisce un «lifting» in senso «eufemistico e lenificante» (per usare le parole di Lipovetsky):[16] è quanto accade nel caso del rigore moralistico del politically correct o, in un senso più problematico, nel dibattito sull’inclusività egualitaria dell’asterisco o della vocale ə per esprimere in italiano il plurale neutro. Dall’altra parte, invece, per continuare la metafora chirurgica, il linguaggio si sottopone ad appariscenti interventi di plastica additiva, rivendicando per esempio l’appellativo di troia per le attiviste del sex work (un uso a cui la stessa Cuter testimonia simpatia, si veda le pp. 53-54), nell’ambito delle Slut Walks, o quello di bitch (come nella trap italiana, anche femminile). Queste due tendenze linguistiche possono essere interpretate proprio attraverso la chiave di quell’opposizione tra Madre e Padre su cui il libro di Cuter si diffonde nei capitoli finali, intendendo la prima come incarnazione di un soft power terroristico, del senso del dovere (e del senso di colpa), e il secondo come «la scappatella, lo strappo alle regole, la gomitatina strizzando l’occhio»,[17] lo scandalo, l’oscenità. La cosa interessante è che a livello linguistico si verifica esattamente lo stesso capovolgimento cui si accennava prima, a proposito dell’oggettivazione del sé: se le femministe sembrano infatti in certi casi estremi aderire a una pratica teppistica tipica dell’istanza del Padre, certe comunità altrettanto estreme come quella degli incel, invece, per un’istanza perfettamente materna, elaborano un gergo alternativo domestico, che tra neologismi, sigle e meme possa trincerarli ancora più profondamente nella loro prigione di inferiorità e di debolezza, alla ricerca della propria identità e nell’estenuante e sofisticato tentativo di difendersi dall’Altro. In questo caso il rischio è che le due tendenze non cooperino a un vocabolario comune, che anche nel linguaggio le dinamiche di genere si trasformino in una lotta morale, sfuggendo sempre di più a un discorso politico. Se ai tempi di Gramsci, però, i problemi di cui la lingua era la spia più immediata si potevano descrivere chiaramente come la necessità di un rapporto più diretto tra la classe dirigente e la massa popolare-nazionale (e agli intellettuali era senz’altro accordata una grande responsabilità), in che termini può essere posta oggi la questione?

 

Contrariamente a quanto vorrebbero gli incel, che supplicano le donne (seriamente: stimandole superiori) di usare bene il loro nuovo potere, o altri che le invitano (ironicamente: disprezzandole) a essere uomini nel senso più virtuoso del termine (come si legge in un articolo del regista Matteo Vicino), il problema non è nelle gerarchie tra sessi. Lo dimostra bene il romanzo di Naomi Alderman, Ragazze elettriche[18] (titolo originale, significativamente, The Power). Il problema è la dinamica oppressore-oppresso, quel Servo-Padrone hegeliano che non trova una sintesi e non la cerca nemmeno, ma rimane nelle sabbie mobili della propria condizione di vittima e narcisisticamente se ne compiace. Il problema è, dunque, questo senso di impotenza su cui si fonda la provocazione virtuosa intrinseca al libro di Cuter. Per l’autrice occorre uscire dalla dinamica perversa e masochistica di un «investimento erotico nella nostra stessa autorappresentazione come castrati» (come nel caso di The Handsmaid’s Tale);[19] e per uscire, quindi, dalla condizione minoritaria di vittime e costruire un linguaggio comune, qualcosa di meglio non solo per le donne, non solo per gli uomini ma per la collettività, secondo Cuter è necessario ripartire dal desiderio. Non quello moralistico e subdolo della Madre, ma quello sincero di cui parla la teoria xenofemminista, secondo cui non esiste «una reale contraddizione tra desiderio individuale e collettivo».[20]

 

Provare a insistere sul processo di femminilizzazione e precarizzazione vuol dire provare a ribaltare la prospettiva […]. Consente di unirsi a questa lotta non in quanto generosi alleati, in quanto cittadini preoccupati per le povere minoranze, bensì in quanto persona che ritiene la partecipazione di queste categorie, l’eliminazione di queste sofferenze e ineguaglianze un suo interesse, un suo desiderio, e che oltretutto è stanca di sentirsi ripetere che potrebbe stare peggio. (p. 196)

 

Il sesso, allora, per come lo intende Cuter (e anche Žižek) è il luogo per eccellenza in cui si verifica l’incontro e la conflittualità tra istanze differenti, tra il desiderio dell’altro, il desiderio di essere altro e il desiderio di essere desiderato dall’altro, qualcosa che «ha a che fare con il comune, più che con il privato».[21] La struttura del desiderio, come direbbe Girard, è mimetica. Questo significa che è imbarazzante, come dice Cuter, e in continua evoluzione. Ecco perché l’autrice pone in epigrafe del proprio libro un passo di Pasolini per certi versi opposto a quello con cui si è aperto questo pezzo, tratto dall’Abiura dalla Trilogia della vita, ma che ne è il presupposto: «Io penso che, prima, non si debba mai, in nessun caso, temere la strumentalizzazione da parte del potere e della sua cultura».[22] Isolare questo prima, allora, equivale a fermarsi per provare a interpretare il mondo e creare gli strumenti per cambiarlo. Vivere in funzione e nell’ansia di quello che avverrà dopo (la strumentalizzazione, la banalizzazione, le derive mainstream), rischia di bloccare un processo virtuoso e di soffocarlo nei dubbi e negli scoramenti: «Ciò che conta è anzitutto la sincerità e la necessità di ciò che si deve dire».

 

Note

 

[1] Raccolta poi in Pier Paolo Pasolini, Saggi sulla politica e sulla società, a cura di Walter Siti e Silvia De Laude, Milano, Mondadori, 1999, pp. 1591-1596.

[2]  Elisa Cuter, Ripartire dal desiderio, Roma, minimum fax, 2020, p. 105.

[3] Bruce Miller, The Handsmaid’s Tale, 2017, tratto dall’omonimo romanzo di Margareth Atwood, trad.it. Il racconto dell’ancella, Firenze, Ponte alle Grazie, 2017.

[4] Cuter, op.cit., p. 67.

[5] Betty Friedan, The Feminine Mystique, trad.it. La mistica della femminilità, Roma, Castelvecchi, 2012;  Laurie Penny, Meat market: Female Flesh Under Capitalism, Washington, Zero Books, 2010;  Anne Friedberg, Window shopping: Cinema and the Postmodern, Berkeley, University of California Press, 1994.

[6] Cuter, op.cit., p. 69.

[7] Ibid., p. 88.

[8] Ibid., pp. 14-15.

[9] Per cui, con l’autrice, si rimanda al testo di Ida Dominjanni, Il trucco. Sessualità e biopolitica nella fine di Berlusconi, Roma, Ediesse, 2014.

[10] Cuter, op.cit., p. 15.

[11] Ibid., p. 76.

[12] Ibid., p. 72.

[13] Andrea Long Chu, Femmine, Roma, Nero, 2020, citato in Cuter, op.cit., p. 35.

[14] Cuter, op.cit., p. 130.

[15] Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Quaderno 29, § 3, a cura di Valentino Gerratana, Torino, Einaudi, 1975, p. 2346.

[16] Gilles Lipovetsky, L’era del vuoto. Saggi sull’individualismo contemporaneo, Milano, Luni Editrice, 2013, p. 21 della versione digitale.

[17] Cuter, op.cit., p. 152.

[18] Naomi Alderman, The Power, trad.it. Ragazze elettriche, Milano, Nottetempo, 2017.

[19] Cuter, op.cit., p. 143.

[20] Ibid., p. 163.

[21] Ibid., p. 167.

[22] Il testo completo dell’articolo si trova in Pier Paolo Pasolini, op. cit., pp. 599-603. I due passi citati qui si trovano entrambi all’inizio, a p. 599.

8 thoughts on “Decostruzione di una società femminilizzata

  1. Articolo molto istruttivo, ma non credo proprio che si arrivi da nessuna parte. Oggi ci si rapporta solo tra vittime reali o potenziali non tanto perché ci sia stato “un investimento erotico nella nostra stessa autorappresentazione come castrati”, ma perché non vi sono altri investimenti possibili né altre rappresentazioni. La castrazione è già avvenuta e sottostà a tutte le rappresentazioni, come mi sembra emergere chiaramente. In una società in cui sopravvivere di giorno in giorno è sempre più difficile, almeno la condizione minoritaria di vittime consente, a chi la può vantare, di ottenere qualche caramella in elemosina da un potere con la coda di paglia, alla Biden, perché Trump se ne frega e continua nell’esercizio del sopruso (sostenuto da tutti i castrati che, attraverso lui, fottono per procura e si sentono legittimati nella loro violenza). Nella post-castrazione non si teme la strumentalizzazione: la si desidera, perché la strumentalizzazione ti dà da mangiare. Vivi se servi e se vieni comprato e rivenduto. Non si cercano gli strumenti per cambiare un mondo quando a stento si tira a campare. È già tanto vivere.

    Aggiunta: l’oggettivazione del maschio c’è sempre stata, con le famiglie delle ragazze da marito che vagliavano i pretendenti a seconda del loro potenziale di reddito. Oggi sono le donne stesse a chiederti in faccia perché non sei sposato a 35 anni e quindi a relegarti tra gli indesiderabili (paura di impegnarsi, immaturità, stipendio basso o chissà quale altro difetto che non val la pena di perder tempo per scoprire, ecc.). Agli incel dà fastidio, forse perché sono giovani; però, col tempo, ci si fa l’abitudine.

  2. La ringrazio del commento: sono d’accordo con l’analisi della prima parte del suo discorso, tuttavia non riesco a escludere la possibilità di rappresentazioni alternative. Non solo perché se tutti siamo vittime c’è sempre chi lo è un po’ di più, ma anche perché, proprio per questo motivo, il “desiderio” di cambiare questa condizione è tanto sommerso quanto deleterio il rischio di adagiarvisi.
    Per quanto riguarda, invece, l’ultima parte della sua riflessione, colgo l’occasione per precisare che con incel ho inteso parlare, come si fa nel libro, esclusivamente della comunità che si autodefinisce così. In questo senso la vera novità è piuttosto l’accanimento narcisistico su sé stessi (come si legge qui: “How many bones would you break to get laid? “Incels” are going under the knife to reshape their faces, and their dating prospects”, https://www.thecut.com/2019/05/incel-plastic-surgery.html).

  3. “e se il processo di emancipazione delle donne non fosse stato soltanto positivo?”

    Questa è una domanda sensata, alla quale però si dovrebbe cercare di rispondere in maniera altrettanto sensata, e non mettendo assieme continue suggestioni spesso di dubbia consistenza, come questa continua insistenza sul linguaggio. Costruire un linguaggio comune non vuol dire letteralmente nulla. Ce l’abbiamo già un linguaggio comune: è l’italiano, per chi parla italiano. La parte iniziale di Pasolini non ha senso. Ciò che dice Pasolini sulla grande borghesia e sulla rabbia è semplicemente falso. Ma come gli poteva venire in mente una scemenza simile, roba da grande parete e grande pennello. Perché non si lasciano perdere le sciocchezze di Pasolini? Lo xenofemminismo è un coacervo di sproloqui. Laurie Penny ha scritto un saggio ai limiti del paranoico. Ma come si fa a mettere insieme un ragionamento in questo modo? Spero che il saggio di Cuter non sia questo, perché messa così ripartire dal desiderio non vuol dire nulla. L’emancipazione femminile ha senso. Parlare di femminilizzazione della società già molto meno. L’emancipazione ha portato vantaggi misurabili sotto tutti i punti di vista. Ovviamente nella pratica non si può stabilire che lavorare in ufficio sia in assoluto meglio che facendo la casalinga. Poi dire che la femminilizzazione abbia portato evidenti cambiamenti nell’universo maschile è tutto da dimostrare. E certo non dimostra nulla il fenomeno degli hikikomori, che è un fenomeno giapponese anzitutto. Che poi grazie a internet venga imitato è un altro paio di maniche. Così come il fenomeno degli incel, la cui unica novità è data dalla rete, dal fatto che le persone online possono formare una comunità, mentre prima ognuno stava per conto suo. Ma a essere nuova è la comunicazione, non la condizione di celibe involontario, che c’era pure prima e che non è un fenomeno di reazione.

  4. Grazie a Lavina Mannelli. Dato l’ambito, l’elaborazione di rappresentazioni alternative spetta soprattutto a chi è giovane. Io ho passato i da me citati 35 da un pezzo e mi basta non essere considerato colpevole in quanto maschio (“guilty by association”). Gli ‘incel’ in quanto categoria mi fanno paura e penso che il narcisismo sia un fenomeno molto diffuso, che urge studiare. Prendo nota delle altre letture citate.

  5. Ringrazio anche l’autore del secondo commento.
    I movimenti femministi si sono da sempre occupati di mettere in discussione il concetto di “femmina-femminile” in quanto costruzione socio-culturale o identità essenzialistica, e questo è evidentemente un discorso anche linguistico, non soltanto di prassi politica. Ragionare sul nostro linguaggio (per questo ho citato Gramsci) non può significare solo auspicarsi di riuscire a comunicare tra italofoni, ma soprattutto dovrebbe, credo, aiutarci a capire come un movimento politico – mondiale – possa proporre un linguaggio adatto non tanto a rispecchiare sé stesso e rafforzare un gergo di gruppo quanto ad agire sulla realtà. Penso che questo si possa e si debba fare oggi anche per il concetto di “maschio-maschile”, soprattutto di fronte a dei fenomeni come gli hikikomori (che sarà anche “importato” dal Giappone, ma piuttosto diffuso anche in Italia: mi permetto di segnalare a tal proposito il romanzo di Michele Cocchi, US, Fandango libri, 2020) o, appunto, l’ideologia incel e i vari forum italiani che la supportano.

  6. Grazie per la risposta. Sì, i concetti di maschile e femminile sono stati messi in discussione, in tutti i modi, ma non capisco perché questa diventa una questione linguistica. L’unica cosa che vedo è la questione terminologica, prima sui femminili nella lingua, molto semplice; e poi quella più complicata perché c’è chi vorrebbe stravolgere la questione del neutro nell’italiano. Questo però non dice che c’è un problema a monte nella società, dice qualcosa su chi fa certe proposte. Per dire, Vera Gheno fece una battuta sull’uso dello schwa e l’hanno presa sul serio. Ci sono persone che sul serio pensano che la lingua italiana sia esclusiva verso certe persone. Anche a voler prendere sul serio tale questione, riguarda comunque una frazione degli usi della lingua italiana, che per il resto non causa problemi a nessuno. Cosa significa invece proporre un linguaggio adatto a cambiare la realtà (e qual è questa realtà che si vuole cambiare?)? Prima ancora di capire cosa significa in sé, mi sfugge la necessità di farlo. Fino a oggi la società è cambiata senza questa azione sul linguaggio, azione femminista compresa. Le lotte politiche, insieme al mercato e a scienza e tecnologia hanno favorito l’emancipazione sociale e femminile. Quindi non solo non capisco dove sarebbe ora questa necessità diversa, ma non vedo il nesso con i problemi dei quali ci si vuole occupare, in relazione poi all’emancipazione femminile, che è la domanda iniziale di questa testo sul saggio della Cuter. Ho preso nota del romanzo consigliato sugli hikikomori, che per il momento conosco perché ne ha parlato molto Marco Crepaldi, che ha capito che c’era uno spazio vergine su youtube italia e si è buttato presto sulla questione maschile. E tra l’altro lui è convinto che il fenomeno degli hikikomori abbia a che fare col femminismo, cioè come reazione. Tutto può essere, fatto sta che è nato in Giappone, società che almeno a quanto si dice è più maschilista di altre, mentre invece è sempre stata descritta come fortemente alienante e competitiva. In ogni caso capire perché un fenomeno riguarda più i maschi che le femmine ci può dire qualcosa sulla società, ma in che modo dovrebbe portarci a riflettere sul linguaggio? L’anoressia si manifesta soprattutto nelle adolescenti femmine, ma negli ultimi anni è leggermente aumentata la percentuale maschile. Questo cosa dovrebbe dirci? Stando a sentire quelli che se ne occupano la pressione sull’immagine oggi è maggiore per via dei social, per cui non ci si confronta più con i compagni della propria scuola, ma con quelli di tutto il mondo. E chiaramente i maschi non sfuggono a questa pressione, perché la società è cambiata e l’immagine estetica è un valore per tutti. Nei maschi si manifesta in modo diverso, con la vigoressia, la ricerca ossessiva di muscoli per chi è troppo secco, eccetera. Quindi? Gli incel manifesti hanno importato le community dagli USA, terminologia compresa, non si riesce a stargli dietro col gergo. Ma loro stessi non usano la lingua come azione politica, la usano per riconoscersi, come si usano le lingue che sono uno strumento per comunicare, appunto. Mentre auspicano improbabili ritorni a un patriarcato che nei fatti neanche hanno vissuto o per assurdo sperano che l’islam prenda il potere. Per questo non capisco, non è una provocazione, in che modo c’entri il linguaggio.

  7. Se lei pensa che le questioni linguistiche non siano anche questioni politiche temo che non possiamo andare d’accordo. Per quanto mi riguarda il punto di riferimento su questo tema dovrebbero essere il Gramsci che si occupa della questione della lingua, come ho già detto nella recensione, e le “Nuove questioni linguistiche” del suo odiato Pasolini. Cambiare la realtà in senso femminista non è obbligatorio, ma se si vuole farlo e se per farlo si propongono nuove soluzioni anche linguistiche, allora studiarne lo spirito (e non liquidarle come battuta) serve anche a dirci qualcosa sull’efficacia del tentativo di cambiamento di cui queste proposte si fanno portavoce.

  8. Replico anche se ho già preso molto tempo, facendolo cerco anche di rispondere in generale, perché trovo problemi di questo tipo spesso.

    Chiarisco la questione della battuta. La battuta era quella di Gheno, e non era fatta per prendere in giro, era appunto una semplice battuta. Sono le persone che fanno queste proposte che l’hanno presa sul serio. Nel mio piccolo ho studiato la questione e non mi trova d’accordo né sulla teoria né sulla pratica, ma questo è irrilevante. Però, se una cosa come la beffa di Boghossian, Lindsay e Pulkrose è possibile, e suscita ilarità, non credo sia un caso.

    Le questioni linguistiche possono o meno essere anche questioni politiche, ma questo non implica che ogni questione linguistica sia sempre una questione politica, a meno di dire, come pure è stato detto, che tutto è politico, cosa di alcuna utilità. Quindi uno prima dovrebbe chiarire perché quella di Pasolini era una questione politica, chiarire se e perché Pasolini avesse ragione nello specifico e infine chiarire il nesso tra ciò di cui parlava lui e la questione di cui parliamo noi.

    Non odio Pasolini, mi stupisco solo che continui a essere usato concettualmente. Mentre le cose artistiche sono notevoli. Non c’è nessuna questione linguistica in quel senso, non so di cosa parlava Gramsci, ma per quanto riguarda Pasolini la lingua nazionale c’è, ed è l’italiano. Non è una lingua letteraria perché nessuna lingua nazionale è letteraria, per quello c’è appunto la letteratura. I dialetti ci sono ancora. E in ogni caso non si vede il nesso tra questo e la politica e il femminismo. Questo fa parte dei problemi che rilevo in generale, questa continua vaghezza e la mancanza di nessi causali tra i nomi e i concetti del passato che si tirano in ballo e le idee proposte. Il femminismo si è posto degli obiettivi e li ha ottenuti. Erano obiettivi concreti e perseguibili attraverso lotte concrete. Capisco che erano obiettivi di base più legati a cambiamenti formali e legali come i diritti civili, in un certo senso più “facili” e chiari da ottenere. Però, per fare un esempio, il manifesto di Jessa Crispin in questo è chiaro. Ammette di non avere bene in mente come si dovrebbe ottenere ciò che lei auspica, che è una sorta di solidarietà collettiva anti-capitalista e di vita in comune abbandonando la coppia come orizzonte di vita. E lo fa criticando un femminismo commerciale e individualista.

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