di Andrea Sartori

 

Il mondo ha assistito allo scalmanarsi d’una folla rancorosa a Capitol Hill come a un evento incomprensibile, o quasi. In particolare, inimmaginabile – fino a qualche tempo fa – era la figura d’un attore-doppiatore-sciamano, sostenitore della teoria cospirazionista di QAnon, al centro del Congresso. A beneficio delle telecamere lo sciamano è stato colto in un atteggiamento simile a quello dei primati di Stanley Kubrik in 2001: A Space Odissey (1968).

Quel che forse v’è di più disturbante, in quell’immagine, è il cortocircuito tra la civiltà rappresentata dall’istituzione democratica per eccellenza (il Campidoglio) e la barbarie (trash e al tempo stesso fotogenica) dell’improbabile impellicciato e dei suoi accoliti. Molti, al di qua e al di là dell’oceano, vedono in tutto ciò il segnale d’un irreparabile gap tra due umanità: quella dei democrats e dei republicans ragionevoli da un lato, e quella dell’estrema destra (white supremacists, Ku Klux Klan, alt-right) e dei seguaci di Donald Trump dall’altro. Più che d’una differenza tra idee politiche, si tratterebbe pertanto d’una scissione (quasi antropologica) tra un più e un meno d’umanità, tra la ragione degli uomini e la follia di chi è regredito all’animalità e nutre pensieri paranoici sul deep state.

 

Tuttavia, chi ha appena qualche familiarità con il Frankenstein di Mary Shelley (1818) e con le sue trasposizioni cinematografiche (ad esempio con il finale di Young Frankestein di Mel Brooks, 1974), sa bene che il mostro (per quanto odioso) è un prodotto dell’umano. E d’altra parte Sigmund Freud sosteneva (The Uncanny, 1919) che l’inquietante e lo s-paesante – l’Un-heimlich – s’annidano in ciò che è più familiare, altrimenti non darebbero tanto fastidio. Anzi, per Freud il nuovo e l’inaspettato spaventano proprio perché hanno un che di consueto.

L’aspirazione attoriale dello sciamano di Capitol Hill e i riferimenti, soprattutto cinematografici, evocati sin qui, hanno appunto lo scopo d’instillare il dubbio che la scena inaudita a cui abbiamo assistito – con la sua tragica conta di morti reali – sia stata in effetti già vista. Davvero quella scena era del tutto estranea al vissuto e all’immaginario progressista e liberal? Gli addetti alla sicurezza che placidamente spostavano le transenne per far entrare i ‘manifestanti’, la spontanea naturalezza con cui uno di questi addetti s’è fatto un selfie assieme a chi doveva essere bloccato, e soprattutto la sproporzione rispetto alla quantità di mezzi e militari messi in campo per fronteggiare in precedenza, nello stesso luogo, i Black Lives Matter, indicano da soli come la protezione immunitaria tra la democrazia e la barbarie fosse già divenuta pericolosamente porosa. Ci siamo sorpresi, certo, ma come se si fosse trattato – sub specie cinematografica – del ritorno d’un atavismo ben noto nello spazio fisico della politica democratica. O forse, il che non esclude la prima ipotesi, dell’ennesima manifestazione della violenza strutturale che da anni sconquassa la democrazia americana al suo interno.

 

In altre parole, il mostro che all’improvviso spaventa dall’esterno, è già dentro a chi si spaventa, è nella sua struttura, nelle sue istituzioni. Questo significa anche che ciò che è apparentemente incomprensibile, anziché rimanere tale, può nel tempo divenire occasione di auto-riflessione, di ragionamento critico e autocritico da parte di chi si ritiene al riparo dall’irruzione della follia, dell’odio e della violenza ottusa. Quel dire “noi non siamo loro”, è infatti già una relazione – per quanto negativa e oppositiva – che c’interroga, senza per questo giustificare l’aberrazione.

Perché s’inneschi tale riflessione su di sé, occorre però che s’allarghi la via stretta tra la destra e la sinistra liberal, nella misura in cui è proprio quest’ultima, depositaria d’ideali democratici, egalitari e inclusivi, ad agire spesso contraddittoriamente e a essere percepita come un odioso soggetto elitario, più attento a questioni di linguaggio che a questioni di sostanza. Lavoro, salute e istruzione sono alcune delle tante ferite aperte – ed estremamente reali – che flagellano gli Stati Uniti e che scavano profondissimi solchi tra l’establishment democratico e i bisogni dei più. Basti ricordare che, in barba alla political correctness del linguaggio, anche i costi dell’Obamacare dovevano ricadere sui poveri, ovvero su chi già non poteva permettersi un’assicurazione sanitaria privata. Da qui la rabbia del Midwest, della middle class alla canna del gas, dei nuovi proletari che ogni crisi produce a piè sospinto: un animalismo delle masse, si potrebbe dire, che è speculare all’esasperata competitività delle elites nei vari ambiti della vita sociale.

 

Il nodo, pertanto, è più che mai quello delle disuguaglianze e della differenza di classe, un nodo che nessuna moda accademica più o meno effimera ma tanto cool – dai Soccer Studies alle dotte analisi dedicate alla storia e agli impeghi dei giochi da tavolo – può aiutare a sciogliere. Affrontare questi problemi, infatti, significa nientemeno che affrontare la realtà nei suoi aspetti di maggiore attrito con il virtuale tecnologico. Se esaminano le disuguaglianze reali, infatti, bisogna mettere in discussioni alcuni assunti: ad esempio, l’idea secondo cui sono innanzitutto i media a plasmare le narrazioni che informano le nostre vite, e la convinzione che ormai non ci siano più messaggi, contenuti e significati criticamente distinguibili dal medium della comunicazione, dai sofisticati linguaggi che la tecnologia mette a disposizione. Se nel 1964 era rivoluzionario dire “the medium is the message” (Marshal McLuhan, Understanding Media: The Extensions of Man), oltre cinquant’anni dopo il cambiamento deve ormai percorrere un’altra strada, e imparare a distinguere tra il dito (il medium seducente, l’affascinante strumento di lavoro della comunicazione) e la luna (le crepe d’un reale che altrimenti restano inintelligibili). O le Digital Humanities e i Media Studies, allora, mettono a tema con decisione il nesso tra tecnologia e racconto da un lato, e potere e condizioni materiali di produzione del digitale e delle immagini dall’altro, o quel che avremo a disposizione saranno solo lunghi elenchi – lunghe tassonomie di stampo borgesiano un può fuori tempo – dell’esistente e dei suoi prodotti (digitali, mediatici). Da queste tassonomie la profondità di pensiero sarà bandita, a vantaggio d’una ideologia del consumo compulsivo scandita dall’agenda neoliberista del mercato, e costeggiante la follia d’un attore-doppiatore-sciamano come quello di Capitol Hill.

 

Non dovrebbe sorprendere, a questo punto, che lo sciamano sia un fan di QAnon, un fenomeno online di difficile classificazione, all’intersezione di conspiracy theory, gamification della realtà, scriptwriting e social networking. Tanto sul piano della crisi della cultura e dei suoi contenuti, quanto sul piano specifico di QAnon, è infatti in gioco la bancarotta del pensiero critico. Per pensiero critico bisogna intendere in primo luogo la capacità di capire che cosa è reale, che cosa conta davvero per ciascuno di noi (di nuovo: il lavoro, la salute, l’istruzione…, non il calcio o i videogames). Senza la definizione minima, e positiva, di questo campo d’indagine, infatti, non c’è modo di pensare altrimenti il già esistente tramite la critica. La realtà – si legga, tra le altre cose: la miseria della middle class – per certo pensiero liberal sembra essere divenuta il vero, indecifrabile inconscio che va tenuto lontano dalla consapevolezza.

È come se la rimozione della realtà animasse tanto i seguaci (i giocatori? I supporters? I fedeli?) di QAnon quanto, in maniera analoga ma capovolta, l’agenda liberal. Per rimanere a QAnon, è tipico della teoria cospirativa che tutto retrospettivamente abbia una congruenza: un’ipotesi cospirativa in circolazione da tempo si adatta a circostanze nuove che via via emergono, modificandosi in itinere. In questo modo, come ha sostenuto recentemente qualcuno, perfino Trump può apparire come una pedina dei ‘globalisti’ sulla scacchiera del loro piano di destabilizzazione mondiale (in Italia cominciano a dire la stessa cosa di Beppe Grillo). È insomma al lavoro, nel QAnon in cui crede lo sciamano, la logica delirante della paranoia, per la quale tutto ‘s’incastra’ e non esistono coincidenze casuali.

 

 Questa logica, come sanno i fans delle serie televisive di Netflix – si pensi a Gomorra – è però anche la logica con cui l’audience degli appassionati (tanto repubblicani quanto democratici) scrive e riscrive le sceneggiature delle serie preferite, condivide nella community virtuale le proprie idee sullo sviluppo delle storie, reinventa la sceneggiatura e magari pensa, con un tocco ancora postmoderno, di modificare i dati di realtà più elementari. The Apprentice, il reality show di Trump, non era insomma un’eccezione, quanto a falsificazione e reinvenzione del reale. È pertanto importante capire il senso, magari con l’ausilio degli studi sui mass media, degli strumenti che abbiamo a disposizione, non solo le loro funzionalità. A volte, però, questi studi si proclamano così avalutativi da avere abbandonato la pretesa di capire il senso del proprio oggetto d’indagine, poiché “senso” – orrore! Orrore! –  vorrebbe dire “metafisica”.

Astenersi dal criticare può allora essere liberante solo se s’intende la critica come la sovrapposizione d’uno sguardo distante, estrinseco e freddo (anzi, stone cold) al proprio oggetto d’indagine. Tuttavia, se questi (l’astensione dalla critica e la liberazione dalla sua superbia) sono il vero intento e la vera speranza della cosiddetta postcritique, non è affatto detto che una lettura post-critica e non sospettosa – ovvero affettiva, empatica, che favorisca l’immediata identificazione tra il lettore e il testo o la realtà – ripari dalla paranoia e salvi da essa (Eve Kosfsky Sedgwick, “Paranoid Reading and Reparative Reading, or, You’re So Paranoid, You Probably Think This Essay Is About You”, Touching Feeling: Affect, Pedagogy, Performativity, Durham, NC, Duke University Press, 2003, pp. 123-152).

 

L’impellicciato di Capitol Hill, per esempio, con la sua performance ha giocato – come ogni sciamano che si rispetti, ma non si sa con quanta convinzione – proprio sull’identificazione del suo io con le forze dell’ambiente che lo circondava. Il volto reclinato all’indietro, gli occhi chiusi, la bocca spalancata in un grido: vibes fortissime apparentemente lo attraversavano e lo spossessavano del suo sé, mettendolo in diretto contatto – per intuizione e istinto – con il Libro della Natura o con i segni astrali del Cosmo. Si è però trattato davvero d’una evasione dalle sovrastrutture e dagli impedimenti d’un io troppo ingombrante? Data la natura paranoide del QAnon di cui lo sciamano pare essere una star, sembrerebbe di no, infatti nella paranoia l’io si proietta ovunque all’infinito, e di certo non si fa piccolo piccolo per lasciare spazio all’altro. Quello dello sciamano sarebbe pertanto un caso di “falso misticismo”, ovvero d’un misticismo che porta all’ “inflazione” del sé, non al suo annullamento (Neville Symington, Emotion and Spirit. Questioning the Claims of Psychoanalysis and Religion, London, Karnac, 1998, p. 20).

 

Insomma, un’analisi critica dell’immagine sciamanica che ha fatto il giro del mondo, ci fa forse capire che la critica stessa è una questione di prospettiva e di contesto, di giusta distanza rispetto a quel che si prende in esame: né un’identificazione immediata con l’oggetto, né uno sguardo da un’imparziale no man’s land. Banalmente, la critica è una questione di lucidità, ma non è affatto banale essere lucidi, non tutti infatti sarebbero stati in grado di scrivere Se questo è un uomo nel 1947, o I Sommersi e salvati nel 1986, eppure Primo Levi lo fece.

D’altra parte, la tesi di Luc Boltanski secondo cui la patologia e la paranoia sarebbero nelle cose stesse – nella realtà – prima ancora che nella mente degli individui, sembra viziata all’origine dalla fallacia del costruttivismo radicale (Mysteries and Conspiracies: Detective Stories, Spy Novels and the Making of Modern Societies, Cambridge, UK, Polity Press, 2014). L’argomento di Boltanski, tanto interessante quanto curioso, è che in definitiva la paranoia dei libri di spionaggio metterebbe capo, paradossalmente, a una forma di realismo. Un realismo sviluppatosi tra ‘800 e ‘900 nella transizione dalle detective stories alle spy stories, quando l’immagine della realtà garantita – anzi, costruita – dallo stato-nazione, sarebbe entrata in crisi in concomitanza con lo sviluppo esponenziale del capitalismo, ovvero d’una forza produttiva e di commercio per sua natura globale, refrattaria a essere ingabbiata in rassicuranti confini statuali e nazionali. La paranoia della Guerra Fredda, ad esempio, non sarebbe stato altro che il tratto oscuro e sospettoso della realtà del mondo venuto finalmente allo scoperto, al punto da divenire caratterizzante – quel tratto oscuro – dello stile politico degli Stati Uniti negli anni della caccia alle streghe del Senatore Joseph R. MacCarthy (Richard Hofstadter, The Paranoid Style in American Politics, New York, Vintage Books, 2008 [1965]). Se Boltanski sembra avere ragione quando sottolinea che l’inclinazione verso le conspiracy theories accomuna gli estremi opposti dello spettro politico (si pensi all’obbrobrio dei Protocolli dei Savi di Sion e alla critica leftist della lobby dei banchieri), resta tuttavia dubbio che la realtà in quanto tale sia integralmente l’esito d’una costruzione: dello stato-nazione o del capitalismo, d’un genere letterario avvincente o d’una mente in bilico.

 

Quest’ultima osservazione è importante per scongiurare un pericolo. In un futuro distopico ma probabile, infatti, il nostro sciamano potrebbe ritrovarsi al centro d’una aula universitaria a recitare – con tanto d’aspersorio d’ordinanza – la performance di cui prima di Capitol Hill s’era reso protagonista per le strade di Phoenix, in Arizona. In quell’occasione, la sua cantilena ipnotizzante era rivolta contro l’uso delle mascherine, e recitava a ripetizione per tutti noi, il capo reclinato e gli occhi chiusi: It’s buuuuullshiiiiit! It’s buuuuullshiiiiit!   It’s buuuuullshiiiiit!

 

3 thoughts on “Lo sciamano che c’interroga

  1. ANTROPOLOGIA CULTURALE, LETTERATURA, E PENSIERO CRITICO…

    =”[…] Se Boltanski sembra avere ragione quando sottolinea che l’inclinazione verso le conspiracy theories accomuna gli estremi opposti dello spettro politico (si pensi all’obbrobrio dei Protocolli dei Savi di Sion e alla critica leftist della lobby dei banchieri), resta tuttavia dubbio che la realtà in quanto tale sia integralmente l’esito d’una costruzione: dello stato-nazione o del capitalismo, d’un genere letterario avvincente o d’una mente in bilico.
    Quest’ultima osservazione è importante per scongiurare un pericolo. In un futuro distopico ma probabile, infatti, il nostro sciamano potrebbe ritrovarsi al centro d’una aula universitaria a recitare – con tanto d’aspersorio d’ordinanza – la performance di cui prima di Capitol Hill s’era reso protagonista per le strade di Phoenix, in Arizona. In quell’occasione, la sua cantilena ipnotizzante era rivolta contro l’uso delle mascherine, e recitava a ripetizione per tutti noi, il capo reclinato e gli occhi chiusi: It’s buuuuullshiiiiit! It’s buuuuullshiiiiit! It’s buuuuullshiiiiit!” (A. Sartori, cit. – sopra).=

    ANDARE ” A SCUOLA DALLO STREGONE” (Carlos Castaneda, 1968) e non capire un’acca (“h”). Alla luce delle dichiarazioni di Arnold Schwarzenegger, attore ed ex governatore repubblicano della California : “Dobbiamo cercare di guarire insieme dal dramma che si è svolto qualche giorno fa”, conclude nel suo videomessaggio, “e dobbiamo mettere la democrazia al primo posto” ( https://www.huffingtonpost.it/entry/arnold-schwarzenegger-mercoledi-e-stata-la-notte-dei-cristalli-degli-stati-uniti_it_5ffb1ff2c5b691806c4a13a3?ncid=other_twitter_cooo9wqtham&utm_campaign=share_twitter ) , forse, è meglio rileggere il lavoro di Elémire Zolla, su “I letterati e lo sciamano. Il pellerossa come cattiva coscienzaadel bianco” e riprendere non solo l’indicazione di Orazio-Kant-Foucault del “Sàpere aude!” ( http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=4800 ), ma anche la lezione di Jim Morrison ( https://it.wikipedia.org/wiki/Jim_Morrison): “Ognuno di noi ha un paio di ali, ma solo chi sogna impara a volare”; e, infine, per evitare qualche “rimorso d’incoscienza”, rimeditare anche la “profezia” di McLuhan ( http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=4112).

    Federico La Sala

  2. Due poteri imperiali a confronto, ” l’un contro l’altro armato”. Sia che si tratti di Mr. FAANG o dell’altro capitalismo, quello coi piedi per terra (terra yankee, naturalmente), la cartolina sul retro reca sempre i “Saluti capitolistici”.

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