a cura di Franca Mancinelli

 

[Quarta puntata della rubrica Punti luce, a cura di Franca Mancinelli, che ha chiesto a scrittori e scrittrici di scegliere un’immagine o un suo dettaglio, e di raccontare, nel modo più libero e aperto, questo incontro. Dopo Fabio Pusterla con Luca Mengoni, Antonella Anedda con Sophie Calle  e Gian Mario Villalta, oggi Elisa Biagini dialoga con l’opera dell’artista argentina Graciela Sacco. Questo testo uscirà a fine gennaio per Chiarelettere nel volume di Antonella Anedda ed Elisa Biagini, Poesia come ossigeno. Per un’ecologia della parola, a cura di Riccardo Donati].

 

Nada esta donde se cree

G. Sacco

 

Elisa Biagini

Sei giorni a Buenos Aires

 

 

El Eternauta

 

È un serpente che esce

dal fiume la memoria,

mi taglia la strada

e adesso è un nero e

bianco-neve che nessuna

finestra lascia fuori.

 

 

Plaza San Martin

 

A due passi dai muri di

sangue è un barbone che

asciuga il suo cane

la memoria, accanto

un materasso fradicio

di tempo e di paura.

 

 

Esma

 

Una pioggia che non lava

la memoria. Gli scalini

hanno occhi e una trave

ti battezza a ogni passaggio.

Cappucci neri in un bosco di

fucili, piedi ai vetri.

 

 

Palacio de Aguas Corrientes

 

Rigurgito di ossa in questi

tubi, un’efficienza lucida

nei muri, alberi grassi

di memoria e davanti

ancora i solchi dei tacchi

trascinati.

 

 

Kol

 

Gli servono più dita al

mio sentire: il suono che

risale dall’ipofisi, la corda

di memoria adesso vibra

quel litro di luce

che manca.

 

 

Costa nera sur

 

Sfrigola nella nuca

la memoria, scioglie

le lame ai sogni,

metallo che mi scivola

dal piede dentro

l’ombra.

6 giorni a Buenos Aires (2018)

 

 

Di recente sono stata invitata dall’Istituto Italiano di Cultura di Buenos Aires a leggere le mie poesie in occasione della quarantaquattresima “Feria del libro”. Sarei rimasta nella città argentina per sei giorni, non molti ma abbastanza per poter esplorare un luogo al quale associavo dittatura militare e fumetti. Come sempre non sapevo se sarei riuscita a scrivere, oltre a un breve diario, una o più poesie, ma ho deciso di darmi comunque alcune coordinate. I testi brevi (come mio solito!) avrebbero dovuto essere sei come i giorni della mia permanenza e proporre una sorta di personalissima mappa. Non ero mai stata in Argentina ma continuava a tornarmi in testa, giorno dopo giorno, la parola “memoria”, come se quel luogo così lontano geograficamente lo avessi in verità già visitato in un tempo parallelo. Ho deciso che avrei usato questo termine in ognuno dei testi: avevo adesso due elementi intorno ai quali lavorare. Ero anche sicura di voler inserire nelle poesie riferimenti a L’Eternauta, di Héctor Oesterheld e Francisco Solano López, un fumetto di fantascienza pubblicato nel 1957 in Argentina che avevo letto da ragazzina e che mi aveva profondamente colpita per la metafora angosciosa dell’invasione aliena come golpe militare e i conseguenti orrori: una memoria dritta dalla mia infanzia.

 

Il titolo della prima lirica della serie fa dunque esplicito riferimento al capolavoro del desaparecido Oesterheld ma subito la scena si sposta sul mio vissuto e su come questo si leghi al fumetto. Il primo giorno, infatti, ho iniziato la mia esplorazione con una passeggiata attraverso la Costa nera sur, una riserva ecologica che si stende tra la metropoli e la costa del Rio de la Plata. Affascinata da alberi e uccelli sconosciuti ho chiesto a una delle guardie se ci fossero anche delle formiche particolari di cui avevo sentito parlare e quella mi ha risposto di stare soprattutto attenta ai serpenti velenosi che in quel periodo dell’anno sono frequenti. Se c’è una cosa che mi inquieta sono i serpenti ma ho pensato che, vista la vicinanza con la città, un nostro incontro sarebbe stato improbabile e ho continuato a camminare. Tuttavia mentre osservavo l’acqua del Rio de la Plata, dove i corpi dei desaparecidos, gettati drogati nel fiume, avevano cominciato ad apparire poco dopo l’insediamento della dittatura di Jorge Videla nel 1976, un serpente è uscito dall’acqua e mi ha attraversato la strada.

 

Ecco, dunque, la prima immagine reale che subito diventa metafora dell’orrore storico che aveva avuto luogo lì mentre io ero bambina altrove: quel serpente è la memoria che chiede di essere raccontata e subito si porta dietro una scena del fumetto, quando i protagonisti capiscono che la neve che cade fuori dalla finestra è mortale. La memoria è prepotente e nessuna finestra riesce a lasciarla fuori.

 

In quei miei giorni argentini l’Istituto di Cultura mandava qualche volta il proprio autista perché mi accompagnasse dove dovevo leggere le mie poesie. Era un signore simpatico, critico sulla politica e sulla storia del suo paese, che a volte mi raccontava le vicende dietro un edificio o una zona. Passando appunto per Plaza San Martin, vicino al mio albergo, gli chiesi di un enorme palazzo molto sontuoso e mi disse che era appartenuto ad un ricco possidente che lo aveva costruito col sangue dei poveri contadini. La zona, che all’epoca era anche sede del mercato degli schiavi, adesso è un quartiere per benestanti, anche se appena dietro l’angolo c’è una “villa miseria”, ovvero una baraccopoli. Da qui l’idea dei muri di sangue che cola come la pioggia, idea che mi sorprese qualche giorno dopo nella stessa piazza dove avevo già notato un senzatetto con le sue povere cose e un cane. C’era stato un improvviso e potente acquazzone ed ero sotto un magnifico albero quando notai che l’uomo non si preoccupava di salvare il suo materasso e il resto, ma per prima cosa aveva pensato di mettere al riparo, sotto una grondaia, il suo cane, che cercava di asciugare con dei giornali. Aveva perduto tutta la sua roba ma nella sua solitudine la cosa più importante era avere cura del suo compagno fradicio, come lui, di «tempo e di paura».

 

Durante una delle letture poetiche avevo conosciuta una poetessa italiana della mia età trasferitasi a Buenos Aires da adolescente. Le ho detto che mi sarebbe piaciuto andare a vedere l’Esma, formalmente la “Escuela de Mecánica de la Armad”, ma in realtà, durante la dittatura, un centro di detenzione e tortura degli oppositori del regime. Mi rispose che era complicato arrivarci. In una giornata di pioggia incessante si è offerta gentilmente di accompagnarmi insieme al marito e ai figli. Si tratta di un luogo all’apparenza scialbo che solo sotto il governo di Nestor Kirchner è diventato un museo e un centro di attività legate alla memoria delle violenze dei militari. Ho camminato a lungo sotto l’acqua e visitato il centro principale di detenzione dove i prigionieri erano tenuti nella soffitta e nei sotterranei, mentre nella parte centrale dell’edificio la vita degli studenti scorreva normalmente. «La pioggia non lava / la memoria»: siamo qui a dirci di non dimenticare, perché può succedere di nuovo e prima di quanto si pensi.

 

Ma come raccontare l’indicibile, un qualcosa di cui potevo sì leggere ma di cui mai, per mia fortuna, avevo fatto esperienza? La tentazione è il silenzio, anche per paura della retorica sempre in agguato, ma sentivo che dovevo partecipare al ricordo e ho individuato, nella lista infinita di orrori, alcune immagini per me particolarmente potenti. Ho letto che i prigionieri erano sempre bendati durante gli spostamenti e, come ulteriore perfidia, nei sotterranei non veniva detto loro di abbassare la testa sotto una trave posta al centro degli ambienti. Nella poesia questo battere la testa è come un continuo battesimo in un infernale e infinito ciclo di nascita e morte. Riportati nell’attico dello stabile dovevano indossare sempre dei cappucci neri, e questo ha subito fatto emergere l’immagine del bosco, della selva in cui si vaga smarriti e dove al posto degli alberi ci sono fucili. L’idea degli «scalini» che «hanno occhi» ha un’altra fonte. La poesia era solo abbozzata quando il giorno dopo sono andata a vedere il “Museo Nacional de Bellas Artes” è lì ho scoperto (per caso), in una piccola mostra nell’attico (un altro!), il magnifico lavoro dell’artista concettuale argentina Graciela Sacco. Già altre volte ho rubato immagini all’arte contemporanea per tradurle in versi: stavolta sono partita da quello che è poi divenuto l’esergo della serie, che in italiano suona «nulla è dove si crede», una perfetta spiegazione di quello che stavo vivendo in quel momento. Onnipresente nel lavoro della Sacco è la recente Storia argentina e da qui l’idea di trasportare nel mio testo una sua serie di foto di occhi stampati su strisce. Avevo visto la serie in giro per il museo di Belle Arti, ma poi l’ho “spostata” nei luoghi dell’Esma. «Gli scalini / hanno occhi», cioè sono testimoni degli orrori e dei «piedi ai vetri» dei prigionieri, costretti a giacere in spazi molto bassi e stretti prima di essere giustiziati.

 

@ Graciela Sacco

 

In realtà le torture non avevano luogo solo all’Esma. Avevo letto di un altro lussuoso palazzo chiamato “Palacio de Aguas Corrientes”, dove avveniva il pompaggio dell’acqua per l’intera città di Buenos Aires. Progettato alla fine dell’Ottocento quando il paese era stato brevemente molto ricco, era un ennesimo sfoggio di ricchezza in mezzo alla miseria; oggi è un museo. Non era stato facile trovarlo e, nonostante mi fosse stato detto diversamente, ho trovato il museo chiuso. Mentre, irritata, giravo intorno alla costruzione sperando di trovare informazioni, ho notato una targa dall’altra parte della strada. Un modesto e anonimo edificio adiacente era stato un centro di violenze durante la dittatura: lì dentro era scorso del sangue. Sul marciapiede antistante poi c’erano come dei segni di trascinamento, prodotti chissà da cosa ma che, nella mia testa, erano le tracce lasciate dai tacchi delle scarpe di chi era stato portato a forza all’interno dell’edificio. Mi sono subito appuntata l’immagine e da quella è scaturita poi, a ritroso, l’idea che i corpi dei morti fossero stati trasportati, attraverso l’acqua degli efficienti tubi della struttura sul lato opposto, in giro per la città: ossa e sangue avevano nutrito le piante lussureggianti che mi circondavano in quel momento.

 

Uno dei personaggi de El Eternauta che hanno colpito di più la mia immaginazione, fin da piccola, è il Kol, una creatura aliena dalle molte dita che suona una specie di tastiera per impartire ordini. La crediamo perfida ma poi scopriamo che è a sua volta vittima di mostri più autorevoli e invisibili. Questi hanno innestato nei Kol, per sottometterli, una ghiandola che li fa lentamente morire quando hanno paura. In una delle scene più belle e struggenti del fumetto i protagonisti umani assistono alla lenta agonia di un Kol che rivela un animo sensibile e muore parlando della bellezza del mondo umano che sta abbandonando. Avevo sempre desiderato parlare di questa figura e della sua ghiandola e, nel mio testo, parto dalle sue molte dita per ammettere che ne avrei bisogno anch’io: forse così potrei dar migliore voce alle sfumature delle mie sensazioni qui. Davvero vorrei avere più penne tra le dita per meglio raccontare il suono che sale dalla mia, di ghiandola, e dalle mie paure, che fanno vibrare la corda dello strumento della memoria e «quel litro di luce che manca».

 

Sto per ripartire e rimetto insieme i pezzi delle molte cose viste e sentite; così, nella sesta poesia, torno al luogo toccato dall’inizio di questo racconto: adesso ho delle vere memorie che si intrecciano a quelle con cui sono arrivata. Il calore del loro impasto «sfrigola nella nuca» – ancora un riferimento al fumetto di Oesterheld: gli invasori inseriscono nelle nuche degli umani un apparecchio dotato di lame che penetrano nella pelle, in modo da poterli controllare come robot –ed è tale da sciogliere altre lame, quelle dei miei sogni, il cui liquido mi scende lungo il corpo raggiungendo la mia ombra. Ombra dove l’ascolto è più pieno.

 

[Immagine: opera di Graciela Sacco].

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