di Sergio Benvenuto

 

In questo periodo di epidemia e quarantene varrebbe la pena riscoprire un film Netflix del 2018, Bird Box, diretto da Suzanne Bier (basato sull’omonimo romanzo di Josh Malerman).

 

A poco a poco si diffonde nel mondo qualcosa la cui natura è imprecisata, la chiamerei la Cosa. Ogni essere umano che vede questa Cosa, immediatamente si uccide, con il primo oggetto che abbia a portata di mano. La Cosa si diffonde per l’aria in tutto il pianeta, così l’umanità quasi si estingue per auto-eliminazione. Restano solo alcuni sopravvissuti, i quali per puro caso non hanno mai visto la Cosa e si rifugiano in luoghi chiusi separati dall’esterno, in case. La sola precauzione da prendere è tenere le finestre appannate, in modo che entri la luce ma non si veda fuori. Quando si tratta di andar fuori per cercare cibo e oggetti – negli immensi supermarket ormai del tutto spopolati – i sopravvissuti devono bendarsi completamente gli occhi, andare a tentoni, altrimenti guarderebbero la Cosa che li assedia… Devono passare la vita in luoghi chiusi, insomma a casa.

 

Gli spettatori non vedono mai la Cosa – altrimenti loro stessi sicuramente si suiciderebbero… – percepiscono solo un sottile alito tra gli alberi. Sappiamo da alcuni (i pochi che sopravvivono alla folgorazione visiva della Cosa) che questa si impone come qualcosa di terribilmente bello, ammaliante. E in effetti quando un umano La vede, per un paio di secondi vediamo il suo volto addolcirsi in una straziante tenerezza, finché, subito dopo, si suicida con qualsiasi mezzo ci sia. Si tratta evidentemente di una variazione sul tema delle Sirene, di cui Ulisse udì il canto legato all’albero della nave, solo che qui la Sirena è ottica. Possiamo interpretare questo bisogno incontrollabile di suicidio come tentativo di precipitarsi, attraverso la morte, verso lo splendore indicibile della Cosa. Non a caso tra i pochi a salvarsi sono i ciechi, ed è a partire da costoro che l’umanità, poco a poco, andrà ricostituendosi, pur rassegnandosi a vivere sempre all’interno, in grandi palazzi i cui vetri sono appannati.

 

Al momento dell’invasione nascono anche – ovviamente in casa – due bambini, che rivediamo cinque anni dopo.  Colpisce come essi si comportino da bambini del tutto normali per la loro età. Sin dalla nascita sanno che, se devono andare fuori casa, devono coprirsi gli occhi con una fascia nera. Homo sapiens si aggiusta a tutto.

 

Il titolo è una trasparente metafora della situazione umana dopo l’invasione della Cosa: gli umani sono come uccelli in scatola. Gli uccelli veri, insensibili alla Cosa, continuano a volare e a cinguettare nello spazio esterno, gli umani invece sono ingabbiati negli interni. E saranno proprio gli uccelli, col loro canto, a guidare i protagonisti verso il luogo della salvezza, la casa-città costruita dai ciechi.

Possiamo leggere questo film catastrofista come la radicalizzazione di un processo nato prima dell’epidemia da coronavirus, ma che l’epidemia certamente ha di molto accelerato. È quello che ho chiamato estiazione, da Estia, la dea greca del focolare e della casa, divenuta poi la Vesta romana (https://www.doppiozero.com/materiali/estizzazione-la-nostra-vita-dopo-il-coronavirus). Dea vergine, immobile, come immobile era il focolare al centro della casa e della città.

 Estia

Andiamo cioè verso una società in cui si faranno in casa tante cose che oggi facciamo fuori casa. Molti lavori impiegatizi si faranno “da remoto” (in Italia abbiamo inventato un termine inglese maccheronico: smart working), con varie piattaforme video, e da remoto si faranno sempre più corsi universitari, congressi, conferenze, riunioni tra amici… Alcuni, per lo più anziani, mi dicono: “Non mi piacciono i convegni attraverso i video. Aspettiamo che la pandemia passi e riprenderemo a fare i convegni come prima.” Si illudono. E talvolta dico loro: “Anche dopo la fine della pandemia, scordati che potrai fare molti convegni in presenza come prima!”

 

Sempre più i film si vedranno a casa, magari con gli amici, via Netflix o altri distributori. Si andrà sempre meno in giro a fare shopping e si ordinerà quasi tutto on line, attraverso Amazon o altre aziende che, spero, romperanno il monopolio di Bezos. La propria casa diventerà sempre più anche ufficio, aula scolastica, sala cinematografica. Anche le visite a musei e mostre avverranno sempre più on line, con telecamere che ci porteranno in giro per le sale come se fossimo in loco…

 

Grazie alla quarantena si è visto quanto “il remoto” faccia risparmiare soldi e tempo. Non più trasporti affollati per recarsi al posto di lavoro o a scuola, meno traffico nelle ore di punta, molto meno bidelli, uscieri, portieri…

 

Tutto questo non va visto in un’ottica catastrofista, nel senso che la vita sempre più casalinga distruggerebbe le relazioni sociali e amicali. Il bisogno di vedere e conoscere persone in carne e ossa rimarrà sempre, ma assumerà nuove forme. Incontreremo gli altri, i nostri colleghi, non perché saremo costretti a incontrarli, nei corridoi degli uffici o in affollate aule scolastiche o alle poste, ma perché vorremo incontrarli. La vita sociale sarà sempre meno negozio, sempre più teatro. L’agorà cambierà senso: non centro degli affari, ma centro puramente ludico di incontro, un’agorà-movida. Del resto, già oggi la ricerca di un partner erotico o amoroso avviene sempre più via Tinder e via altre dating applications, mentre un tempo si incontravano possibili partner andando ai balli o alle feste. I giovani andranno a ballare per ballare, non “per rimorchiare” – per questo, basterà spulciare la app amorosa.

 

Bird box radicalizza questa focolarizzazione della vita facendo però del mondo esterno, extra-domestico, uno spazio estremamente pericoloso, in sé molto attraente, ma proprio per questo micidiale. Dovremo resistere sempre più al richiamo del fuori. Nel film l’estiazione è descritta come cataclisma immane.

Ora, l’estiazione sembra in antitesi con un’altra tendenza fondamentale della modernità, che chiamerei invece hermetica, da Ermes.

 Ermes

 Ermes, il Mercurio dei romani, era l’opposto di Estia, dea del focolare: era il dio dei cambiamenti, del passaggio, del viaggio, della mutazione di status… Era il dio che faceva passare dal ventre della madre alla vita, e dalla vita alla morte, nella misura in cui nascita e morte sono i due fondamentali passaggi della vita. Era il dio degli incroci delle strade e del rapporto sessuale come esso stesso incrocio. Ermes era il messaggero degli dei, l’angelo, perché si spostava sempre. Possiamo anche trovare dei film che esaltano l’hermetismo (con la h, per distinguerlo dall’ermetismo che significa il suo opposto), per esempio Il Sorpasso di Dino Risi ed Easy Rider di Dennis Hopper. Più di recente, Interstellar di Christopher Nolan.

 

Il mondo moderno appare radicalmente hermetizzato. Lo sviluppo dei trasporti ha imposto alla nostra vita un’accelerazione fantastica, portando a quella che si chiama globalizzazione: aumento dei viaggi aerei, del turismo, degli scambi commerciali e culturali, delle migrazioni che mescolano etnie e culture; all’esplosione di internet e quindi degli scambi di messaggi e informazioni in tutto il mondo… Il nostro mondo hermetico appare quindi ben poco estiaco. E in effetti Estia era anche il centro della Polis, che faceva della città stessa una grande casa cinta da mura. Ma ormai i nazionalismi sono superati, i patriottismi vengono esaltati solo da ridicoli demagoghi, nel mondo ci si sposta e sempre meno si appartiene.

 

Si dà però il caso che per gli Antichi, greci e romani, Estia ed Ermes, il focolare e l’angelo, non fossero dei in opposizione e in contrasto. Tutt’altro, erano considerati i due dei “più vicini agli umani”, non olimpici, la vergine Estia e l’itifallico Ermes erano congiunti da reciproca amicizia. Gli Antichi vedevano una dialettica tra il focolare e l’angelo, non l’opposizione anche politica e ideologica che tendiamo a vedervi noi, quando per esempio opponiamo sovranismo a globalizzazione. L’estiazione della vita potrebbe essere l’altra faccia di un’hermetizzazione della vita.

 

È vero che sempre meno ci si immergerà ogni mattina nel traffico cittadino per andare in ufficio, ma questo significa anche che sarà molto facile entrare in contatto diretto, con piattaforme specifiche, con colleghi molto lontani e magari residenti all’estero. Oggi si conoscono solo i colleghi della sede in cui si lavora, in futuro si entrerà in contatto diretto, anche visivo, con colleghi che lavorano in sedi molto lontane. Prima gli studenti avevano contatto solo con i professori nelle aule di cui seguivano i corsi, in futuro chiunque potrà iscriversi a corsi universitari che si terranno anche all’estero, magari in un altro continente. Le università diventeranno internazionali. Così studenti e studentesse sparsi per tutto il pianeta potranno seguire i corsi di Harvard, di Oxford, e delle altre grandi università, e fare esami via video. Potrò risiedere a Nanchino in Cina e laurearmi a Cambridge in Inghilterra… Cosa che del resto già avviene con l’aumento dei corsi di laura telematici, che tenderanno a far salire il livello dell’insegnamento: un grande professore potrà tenere i cuoi corsi non a cento studenti alla volta, ma a diecimila alla volta…

 

Il non doversi muovere di casa implicherà, paradossalmente, una grande estensione del raggio delle proprie conoscenze, in tutti i campi.

Fino a poco tempo fa, se si doveva comprare un armadio, mettiamo, si era costretti ad andare nei negozi di mobilio della propria città o della propria provincia; oggi via internet da Roma, per esempio, posso scegliere armadi che vengono prodotti in Giappone o nelle Antille. Anzi, se voglio proprio armadi giapponesi, potrò via internet conoscere tutta l’offerta di mobili che viene dal Giappone… e scoprire magari tipi di mobili per me prima inimmaginabili.

 

I corpi si rinchiuderanno sempre più in casa, e quindi si punterà ad avere non più un’auto veloce e di grande cilindrata (se si avrà bisogno di un’auto, la si affitterà), ma una casa vasta, comoda, autosufficiente. Le menti, invece, viaggeranno sempre più in fretta e sempre più intensamente. A una stanzialità del corpo farà da pendant un incessante vagabondaggio della mente attraverso l’immensità deterritorializzata della rete.

 

In quanto menti saremo quindi finalmente uccelli, come in Bird box. E in effetti il film di Bier drammatizza una spaccatura catastrofica tra il mondo esterno (gli uccelli) e chi può vivere solo nel mondo domestico (gli umani). Il film illustra un caso-limite di separazione che un’estiazione dei corpi unita a un’hermetizzazione delle menti dovrebbe sventare. Saremo comunque uccelli in scatola, liberi e vincolati, secondo una declinazione diversa della detenzione e della libertà.

1 thought on “Uccelli in scatola. La quarantena da coronavirus come allegoria

  1. Tutti i diseredati della terra, i senza casa , quelli senza carta di credito ma pieni di debito come tutti, potranno morire. Proviamo a dare un volto alla Cosa, chissà, magari l’orda dionisiaca si riapproprierà della città delle strade e infine della vita. Senza bende: la Cosa è nuda.

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