di Federico Leoni

 

[Pubblichiamo un testo inedito di Federico Leoni, di cui esce oggi, per Paesi edizioni, il saggio Fascisti d’America].

 

Il 7 novembre del 2020 ero a Phoenix, in Arizona. Qualche giorno prima si erano tenute le elezioni presidenziali americane, ma lo spoglio era ancora in corso in molti stati, complice anche il massiccio ricorso al voto per posta dovuto alla pandemia. La vittoria del candidato democratico Joe Biden era chiara, e lo sarebbe stata ancora di più nei giorni a venire, ma negli stati in bilico i sostenitori del presidente Trump si facevano sentire a gran voce, lamentando irregolarità e brogli sull’onda delle polemiche alimentate dallo stesso Trump. Già allora appariva abbastanza evidente che le accuse e i ricorsi su cui puntavano i trumpiani non avessero molte possibilità di successo, perché nonostante i media chiedessero insistentemente di poter vedere le prove di questi presunti brogli, dalle fila repubblicane non arrivava più di qualche indizio destinato a rivelarsi rapidamente privo di fondamento. I manifestanti che urlavano intorno a me, però, non avevano bisogno di vedere nulla per poter credere: trust the plan, recita uno degli slogan del movimento QAnon. Credi al piano. E’ una questione di pura e semplice fede. Una signora sui sessanta, capelli cotonati e t-shirt rosa con la scritta women for Trump, gridava “è un furto”. “Come fa a esserne così sicura?”, le ho chiesto. Dopo averci pensato un po’ mi ha risposto: “se il presidente insiste così tanto avrà le sue ragioni”. A distanza di mesi può sembrare una risposta folle, ma in realtà la posizione della signora non è né inspiegabile né tantomeno infrequente: ripeti la stessa frase mille volte, ripetila altre mille e alla fine ci sarà qualcuno che solo per questo la prenderà per vera. C’entra il fatto che nel clima politico in cui l’America è precipitata la forza delle convinzioni conta più della loro fondatezza. Puoi dire qualsiasi cosa se hai abbastanza faccia tosta da dimostrare di crederci, e se mentre lo dici sei anche arrabbiato, meglio ancora. La rabbia è un fattore potente nel rafforzare le convinzioni. Ecco cosa univa le persone intorno a me: la rabbia.

 

Ognuno aveva, o pensava di avere, un buon motivo per essere arrabbiato. L’America trumpiana è l’America della rabbia. Ne fanno parte molti di quegli elettori convinti che qualcuno stia traviando il Paese in cui sono nati e vissuti. Quando i trumpiani se la prendono con le così dette “élite” non utilizzano questo termine per riferirsi ai più ricchi (alcuni di loro, d’altra parte, sono più che benestanti), ma per riferirsi a coloro che ritengono i registi di un’operazione volta a cambiare faccia all’America: così nell’élite precipitano, uno dopo l’altro, i big dello spettacolo, i magnati filantropi alla Bill Gates, i repubblicani moderati, i liberal più in vista, i giornalisti della stampa mainstream, gli agguerriti membri di Antifa, gli intellettuali alfieri del così detto marxismo culturale, eccetera. I neri, gli asiatici, i latinos (minoranze che, viste le tendenze demografiche, potrebbero non essere tali ancora a lungo) finiscono coinvolti in questa battaglia quasi per caso: per gli ortodossi del trumpismo, infatti, sono solo burattini nelle mani dell’élite (vedi sopra), ignari pedoni sfruttati al solo scopo di dare scacco alla classe media. Non è un caso che alcune di queste minoranze, soprattutto gli ispanici, vedano un numero non trascurabile dei loro membri schierato a destra.

 

E’ una battaglia molto concreta, eppure allo stesso tempo è uno scontro di idee. L’America, in fondo, è un’idea. Non lo dico io, l’ha detto Joe Biden in uno degli spot commissionati in vista delle presidenziali. Come tutte le battaglie ideali, anche questa è spietata e cruenta. M.A.G.A., l’acronimo divenuto mantra indiscusso dei trumpiani, sintetizza al meglio la questione: Make America Great Again, dove la parola chiave è quell’again, ancora. L’America era grande e non lo è più, e dobbiamo riportarla indietro. Ancora.

 

Il mondo conservatore americano ha un certo debole per l’anacronismo. La southern strategy perseguita da Nixon per conquistare gli stati del sud consisteva anche nel solleticare le pulsioni razziste di quei bianchi che consideravano un’aberrazione il Civil Rights Act del 1964. Anche allora c’era un’idea nuova dell’America e c’era un’idea più vecchia, che non voleva essere spazzata via. Anche allora i paladini di entrambi gli schieramenti pensavano che il paese reale dovesse essere modellato sulla loro idea per essere fedele ai principi in base ai quali era stato fondato. I trumpiani sono convinti di combattere una guerra giusta e anche quando assaltano il Campidoglio non si vedono come coloro che mettono a rischio la Repubblica, semmai si considerano coloro che la difendono. Secondo Chip Berlet, autore di Right-Wing Populism in America: Too Close for Comfort: «I membri della milizia si considerano degli eroi, difensori di Dio e della patria, degli amici e dei pa­renti, del focolare e della casa, della famiglia e della fede». I Patrioti, come loro stessi amano definirsi, non accetterebbero di essere considerati fuorilegge, sono anzi convinti di essere gli unici difensori della Costituzione di fronte a un governo che ha smarrito la retta via e sta scivo­lando verso una deriva oligarchica e tirannica. Quando qualcuno si considera un eroe è difficile convincerlo di essere un criminale.

 

Prima delle elezioni del 2016 Michael Anton, che poi avrebbe servito nel Consiglio di Sicurezza Nazionale, scrisse sotto lo pseudonimo di Publius Decius Mus che le presidenziali sarebbero state qualcosa di paragonabile al gesto dei passeggeri del volo United 93: nel 2001 quei valorosi americani fecero schiantare l’aereo su cui si trovavano pur di evitare che i dirottatori lo trasformassero in un missile. “Prendi il comando o muori”, scrisse Anton, “perché tanto moriresti comunque. […] Fuor di metafora: una presidenza Clinton sarebbe come una roulette russa con una pistola semiautomatica. Con Trump, almeno, puoi far ruotare il tamburo e provarci”. Anton, che per spiegare una metafora ne usa un’altra, ha lo stesso modo di pensare un po’ contorto di un sedicente Patriota (sono pronto a ribaltare il risultato del voto affinché sia rispettata la volontà dei cittadini). Il suo messaggio alla destra alternativa era chiaro: Trump rappresenta una possibilità che forse non si ripresenterà più, quindi non fate gli schizzinosi e salite a bordo. Vista da quaggiù, infatti, l’estrema destra americana sembra un tutto compatto e omogeneo, ma vista da vicino non lo è affatto. Secondo Joshua Green la così detta alt-right «com­prende tutti i movimenti a destra del centro, una volta tolti i repubblicani mainstream e i neoconservatori». Cercare di comprenderla significa accostare tante tessere, come in un mosaico, non certo stendere le ampie campiture di un armonico affresco. Ci sono i nostalgici del Klan, i neonazisti hi-tech, i suprematisti in abiti di tweed che spacciano per scienza il realismo razziale, i complottisti in stile QAnon, gli sciovinisti occidentali, gli anarchici antigovernativi in camicia hawaiana e fucili d’assalto, eccetera. Consapevolmente o meno, Trump ha fatto da collante, facendo di un arcipelago una nazione. David Neiwert la chiama Alt-America: «I diversi ambiti occupati dai seguaci di queste ideologie, collegati ma spesso in conflitto tra loro, furono uniti da Donald Trump. E in questo modo poterono dar vita a un enorme universo alter­nativo nuovo che tutti condividevano». Le ideologie di cui parla Neiwert esistevano prima ancora che Trump decidesse di candidarsi, sono venute alla ribalta con lui e quasi sicuramente sopravvivranno alla sua sconfitta. Ma in che modo? Resteranno affiatate o torneranno ad allontanarsi? Terranno in ostaggio i repubblicani moderati? O invece saranno i moderati a depurare il partito espellendo chi ammicca agli estremisti? Comprendere queste dinamiche sarà fondamentale per capire la direzione verso la quale si muoverà il movimento conservatore e anche per rendersi conto della strada che imboccherà l’America tutta.

 

Il trumpismo è forte anche senza Trump, e lo dimostrano i tanti repubblicani che, preoccupati dal destino del loro seggio in vista delle elezioni di midterm, giurano fedeltà al loro ex presidente, costi quel che costi. Lo rende necessario – o almeno conveniente – la massa di elettori che anche il sei gennaio affollava la manifestazione pro-Trump a Washington, e che in tutto o in parte si è lanciata all’assalto del Palazzo quando il presidente uscente ha indicato il Congresso alla piazza inferocita.

Sono gli elettori che credono alla retorica della vittoria rubata, o che per lo meno non la rigettano al punto da farsi andare bene Biden. Sono storditi, disorientati, confusi e nevrotici. Sono arrabbiati, soprattutto. L’America di Trump è l’America della rabbia, ricordate?

 

Questi elettori sono prede ambite. Biden ha bisogno di loro per ricucire l’America disunita e dimostrare di essere, al di là della retorica, il Presidente di tutti. Trump e i suoi vogliono il loro appoggio per continuare a pesare e a incidere. I repubblicani moderati devono riconquistarli per scongiurare un’emorragia di voti che nel 2022 potrebbe ampliare la maggioranza democratica al Congresso. Le organizzazioni estremiste hanno bisogno del loro implicito o esplicito sostegno per non essere ricacciati nel ghetto buio degli impresentabili.

 

“E’ tornata l’America”, ha titolato qualcuno qui da noi dopo il giuramento di Biden. Ma l’America, che ci piaccia o no, è fatta anche da chi Biden non lo voleva, dagli impenitenti e dai delusi, da chi non sta al passo con la modernità, persino dagli sciroccati che abboccano alle follie cospirazioniste targate QAnon. Questi ultimi, partito Trump, cercano smarriti e ingenui di rimettere insieme i pezzi del loro allarmante puzzle, e hanno finito per suscitare compassione persino nell’editorialista del New York Times, che per tre settimane ha ascoltato i loro messaggi audio in una chat dedicata. “Molti di loro”, ha scritto Stuart A. Thompson, “hanno pagato un prezzo per le loro convinzioni. Alcuni sono stati respinti dalla loro cerchia di amici e di familiari. Le app e i social network come questa chat audio si sono sostituiti a queste cerchie, offrendo loro comunità bendisposte nelle quali le loro idee sono condivise”. Comunità che però sono anche gabbie digitali sempre più strette, nelle quali i seguaci della setta, a casa per colpa della pandemia e davanti al computer per loro stessa scelta, hanno finito per radicalizzarsi sempre di più. Quest’America, allo stesso tempo fragile e pericolosa, è allarmante perché sembra pronta a tutto. Secondo il Dipartimento della Sicurezza Interna dopo la vittoria di Biden “alcuni estremisti violenti potrebbero continuare a mobilitarsi per incitare o commettere atti di violenza”. Un allarme credibile, seppur dettato almeno in parte dalla volontà di rimediare ad anni di colpevole sottovalutazione della minaccia terroristica interna. The boog is coming, si legge di frequente nei post condivisi su piattaforme apertamente destrorse, come GAB. Nel gergo degli estremisti significa che la guerra civile è a un passo appena. Molti se lo augurano, quasi tutti ci credono. Sembra uno scherzo macabro, invece è la verità nuda e cruda. C’è chi ama il caos e ne pratica il culto. Questo grande caos è fatto di follia, di rabbia e di paura. Non ha contagiato l’America, è l’America, o almeno un suo pezzo importante: è l’America dei Patrioti che sfilano in armi ai cortei pro-Trump, come bambini che si fingono soldati; è l’America dove tutto sembra uno scherzo e gli scherzi sono terribilmente seri. L’ho vista in Arizona a novembre. Il sei gennaio me la sono ritrovata sullo schermo mentre a Washington dava l’assalto al Congresso. In entrambi i casi ho provato un certo smarrimento. Troppe cose da raccontare e poche parole per farlo.

 

Le parole e le cose, appunto. Non sempre coincidono. Succede a volte che le parole vadano strette alle cose, come un abito tagliato male. La realtà supera spesso i margini, è riottosa, non accetta definizioni nette, dice qualcosa e poi il suo contrario, e per definirla ti servono mille aggettivi, mille precisazioni, un colpo di cesello e poi un altro, per togliere ciò che è in eccesso e riacciuffare quel che resta fuori. Anche così è una battaglia persa. Leggo il libro che ho appena pubblicato, Fascisti d’America (Paesi Edizioni, 2021), e ho l’impressione che manchi qualcosa, eppure so che se lo riscrivessi mille volte e lo leggessi altrettante proverei sempre la medesima, frustrante sensazione. D’altra parte l’ho scritto per questo, per acciuffare le cose con le parole, come se le parole fossero un retino e la realtà una farfalla. Ma l’America non è una farfalla. L’America è un’idea, come direbbe Biden. E nessuna rete sarà mai così stretta da riuscire a farla prigioniera.

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