di Andrea Bajani

 

[E’ uscito da qualche giorno per Feltrinelli Il libro delle case, il nuovo romanzo di Andrea Bajani. Ne presentiamo il primo capitolo in anteprima web].

 

1.

 

Casa del sottosuolo, 1976

  

La prima casa ha tre stanze da letto, un soggiorno, una cucina e un bagno. La stanza da letto dove dorme il bambino, che per convenzione chiameremo Io, è in realtà uno sgabuzzino con una brandina. È un po’ umido, come del resto tutta la casa. Non ha finestre ma è confortevole ed è vicino alla cucina. L’acciottolio delle stoviglie, il toc toc regolare del coltello sul tagliere, il getto d’acqua prolungato nel lavello sono probabilmente tra i primi ricordi di Io, anche se non se ne ricorda. Così come non ricorda il tonfo ammorbidito dello sportello del frigorifero che si chiude, o la resistenza a strappo di quando viene aperto. È la piccola polifonia della cucina: percussioni di metalli con contrappunti di ceramica, getti idrici, ronzio del frigo, la ventola della cappa sopra i fuochi.

 

La casa è sotto il livello della strada. Per accedere all’appartamento bisogna scendere al primo piano sotterraneo prendendo per una scala a spirale, oppure utilizzando l’ascensore. L’odore che si respira nell’androne, da cui parte una striscia di tappeto rosso che si avvia verso le scale, è molto diverso da quello che si respira al piano sotto, dove l’umidità ha diffuso per l’ambiente un sentore di cantina. Le cantine, d’altra parte, sono allo stesso livello dell’appartamento di Io, insieme a due porte in legno massiccio, oltre le quali vivono famiglie imprecisate.

La Casa del sottosuolo non è però tutta sotto il livello della strada. La sala da pranzo, la cucina, il bagno e le camere da letto, affacciano infatti su due cortili interni. Sala, cucina e bagno su un lato, le camere sull’altro. I cortili interni, o giardini di cemento, sono incassati in mezzo a una serie di condomini a cinque o sei piani costruiti negli anni Cinquanta e Sessanta del Millenovecento.

 

Uscendo in cortile non si può che alzare il collo. La nonna di Io – d’ora in avanti Nonna – ogni mattina compie la medesima procedura: esce, distende il collo e guarda in verticale fino al cielo per vedere che tempo fa. Poi rientra.

Stando dentro la Casa del sottosuolo si ha l’impressione che fuori sia sempre nuvoloso. Le finestre che affacciano sui due giardini di cemento non sono sufficienti a far arrivare il giorno nelle stanze. Per questo nella casa si entra accendendo un abat-jour in corridoio.

 

In quell’oscurità Io compie i suoi primi movimenti. Gli oggetti e il mobilio della casa spingono le loro ombre sul pavimento, sconfinano, allagano l’appartamento; salgono sui tavoli, sui davanzali, sulla cesta di frutta di ceramica sempre esposta al centro della tavola. Io impara a muoversi tra quelle ombre, a calpestarle, a esserne travolto. Gattonando per la casa, a volte scompare dentro un’ombra, o lascia fuori solo una mano, oppure un piede, che se ne stanno abbandonati nel chiarore: Io viene fatto a pezzi dall’oscurità, lascia pezzi di sé sopra il tappeto.

Nella Casa del sottosuolo le luci vengono spente soltanto per dormire o quando si va via: lo spazio viene riconsegnato al buio, suo elemento naturale. Quattro mandate, vociare per le scale e poi silenzio. Le ombre a quel punto si sfilano dagli oggetti per intero, si buttano sul pavimento, sottomettono ogni centimetro, conquistano la casa.

 

Nel cortile su cui affacciano la cucina, il bagno e la sala da pranzo vive Tartaruga. Vive per lo più nascosta dietro i vasi o dentro il carapace. È difficile vederla uscire allo scoperto. Soltanto quando esce Nonna, le corre incontro goffamente attraversando il cortile; colpisce ripetutamente il suolo con la sua corazza di testuggine, la ritmica sempre identica della sua allegria. Nonna la solleva e le parla; lei agita nell’aria le quattro zampe rugose, sperimentando così il volo assistito tra quei palazzi che costringono in un quadrato il cielo in cui potrebbe librarsi. Poi ritorna dietro i vasi trascinando la foglia di insalata che Nonna le ha portato e che con parsimonia mangerà, sminuzzandola con il becco corneo fino a farla scomparire.

Tartaruga è il primo animale con cui si è confrontato Io nella Casa del sottosuolo. E d’altra parte Io è l’unico essere umano – Nonna a parte – cui Tartaruga mostri la testa, sfilandola dal guscio.

 

Io la cerca per il cortile, sa dove trovarla: gattona fino a raggiungerla, attraversa il giardino di cemento a gran velocità, con la cadenza ogni giorno più sostenuta delle sue ginocchia. È dietro i vasi di fiori che avviene sempre il loro incontro. Io batte i palmi delle mani sopra il carapace di Tartaruga in una percussione concitata e festosa. Quella percussione tribale – Io sta seduto a terra, sul trono soffice del proprio pannolino – è probabilmente il primo rituale compiuto da Io. Io batte il tempo sopra la corazza e Tartaruga sporge fuori il capo.

Tartaruga è anche il primo essere vivente da cui Io prende esempio: a differenza di quasi tutti gli altri bambini, che detestano ogni tipo di verdura, Io richiede in modo perentorio lattuga da mangiare. Anche la maniera di spostarsi è completamente mutuata dalla testuggine: lunghi momenti d’immobilità nei punti nascosti della casa, seguiti da repentine accelerazioni in corridoio.

 

Quando i due si trovano faccia a faccia sopra il pavimento, Io ride sempre rumorosamente. Quindi avvicina il piedino nudo al muso della testuggine e con l’alluce le stuzzica la testa. L’alluce di Io e la testa di Tartaruga hanno la stessa forma, e per questo Io è convinto che la propria testa stia nel piede. Nella visione dei suoi primi anni di vita, Io è dunque una tartaruga con due teste. Io e Tartaruga si salutano attraverso i piedi del bambino.

La Casa del sottosuolo sta su uno dei sette colli della città di Roma.

 

Alla sommità del colle, ogni giorno, due soldati dell’esercito italiano fanno uscire un cannone dai bastioni. Allo scoccare del mezzogiorno spara a salve contro Roma. I presenti applaudono per quella messa in scena, l’esercito italiano che spara contro la sua capitale. La detonazione fa spesso piangere i bambini, a cui i genitori cercano invano di spiegare il significato di finzione, e la differenza tra questa e la realtà. L’esplosione si sente per chilometri, propaga la sua onda d’urto contro il panorama, lo stesso contro cui sparano le macchine fotografiche delle persone lì presenti.

Nella Casa del sottosuolo vivono Padre, Madre, Sorella, Nonna. E Io.

 

[Immagine: ©  Gail Albert Halaban, Out my window, New York City].

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