di Rosmarie Waldrop

 

[È uscito in questi giorni, a cura di Maristella Bonomo, il libro di prose poetiche La riproduzione dei profili della poetessa Rosmarie Waldrop. Il libro, edito per la prima volta nel 1987 dalla New Directions di New York, è pubblicato in Italia da Ibis Editore per la collana “Le meteore”, a cura di Anna Ruchat e Domenico Brancale.]

Note su La riproduzione dei profili

 

Le poesie cominciano tutte con degli enunciati da Wittgenstein, ma provando a sovvertire la certezza e l’autorità della logica dall’interno. O forse potrei dire che le poesie creano una logica differente, meno lineare, che attinge alle parti della nostra natura più selvaggia, imprevedibile.

 

Lavorano con una sintassi logica (tutti quei “se… allora” e “poiché”) ma slittando costantemente tra sistemi di riferimento. In particolare, mettono a tema il corpo della donna e in gioco vecchi archetipi di genere inerenti alla logica e alla mentalità “maschile”, mentre il “femminile” designa ciò che è illogico: l’emozione, il corpo, la materia. Spero che il costante slittamento metta in dubbio queste categorie. Si possono leggere queste poesie come se provenissero da una donna che si rivolge al suo amante, ma anche come un dialogo tra due voci nella mente di una donna.

 

Ho usato gli enunciati di Wittgenstein in modo libero, non sistematico, alcune volte citando, altre lasciando che suggeriscano a modo loro, alcune volte mantenendo la sintassi ma sostituendo nomi diversi (per esempio, la sua famosa dichiarazione antimetafisica “i problemi più profondi, propria mente non siano problemi” diventa “potevi di- mostrarmi che i fiumi più profondi, in realtà, non sono affatto fiumi.”).

Ci sono anche citazioni da Kafka, come si intuisce facilmente dalla frase “avevo preso la Torre di Babele per Noè nella sua Ebbrezza” della prima poesia.

 

Quello su cui ho lavorato con consapevolezza è soprattutto la chiusura della frase proposizionale. È stata una sfida per me perché nelle mie poesie precedenti avevo lavorato soprattutto verso un’apertura dei confini della frase, sia assemblando frasi diverse che usando frammenti. Invece qui ho accettato (la maggior parte delle volte) delle fra- si complete e ho provato ad aprirle dall’interno, a sovvertire la grammatica corretta e la forma logica attraverso questi slittamenti semantici.

 

Inutile dire che l’apertura di strutture chiuse sarebbe da considerare anche come uno schema di pensiero che potrebbe essere utile in un contesto sociale. Ma mentre scriviamo, come Cervantes dice nel Don Chisciotte, stiamo lavorando il rovescio di un arazzo predisponendo figure con dei fili colorati senza sapere come apparirà l’immagine sul diritto.

 

R.W.

 

***

 

I. Fatti

 

Avevo dedotto dalle immagini che il mondo era reale e per questo mi fermavo, perché chi sa cosa può accadere se parliamo di verità salendo le scale. Di fatto, avevo paura di seguire l’immagine fino a dove raggiunge la realtà, contro cui si poggia come un righello. Pensavo che sarei morta se il mio nome non mi avesse toccata, o se l’avesse fatto soltanto con la sua estremità, lasciando l’interno aperto a così tante antenne come una pioggia casuale che scroscia dalle nuvole. Hai riso e hai detto a tutti che avevo preso la Torre di Babele per Noè nella sua Ebbrezza.

 

*

 

Non volevo prendere, nella mia mano fredda, questa strada che mi avrebbe riportata a casa, né seguire il consiglio che mi avevi dato di trovare un altro uomo che mi trattenesse perché lo studio di un’emicrania non avrebbe risolto il problema della sensazione. Tutto quel tempo, provavo a pensare, ma il fiume e la sponda si fondevano in un’unica oscurità, e le parole si appropriavano di significa- ti che le rendevano difficili da usare alla luce del giorno. Credevo che entropia significasse abbracciarmi le gambe strette al corpo così che l’ombra del ponte sul Seekonk potesse scriversi nel mozzo della sua ruota abbandonata.

 

*

 

Nella mia immagine del mondo la parte accidentale cade con la pioggia. Qualche volta, di notte, l’aria diluita. Mi hai detto che le case più povere, giù lungo il fiume, portano ancora il segno dell’inondazione, ma il mondo si divide in fatti si- mili a vagabondi sorpresi e scompigliati da un vento improvviso. Quando hai smesso di preparare citazioni dai misogini dell’antichità era chiaro che avresti presto dimenticato la mia strada

 

*

 

Avevo già studiato la matematica, una sorta di ragionamento folle e orizzontale come un paesaggio che esiste interamente per sé, quando è più naturale sdraiarsi sull’erba e fare, rilucendo, l’amore lungo tutto il fiume. Poiché onde piccole e fastidiose, come dopo uno strenuo camminare, mi martellavano le orecchie, ho interrotto il mio sabato noioso, mentre una moltitudine di foglie secche cadeva dal sicomoro. Questa possibilità doveva es- sere a colori sin dall’inizio.

 

*

 

Esondare d’impulso rifrange il corpo e non eguaglia. Ali di anatra aperte, gioielli fiammeggianti in un volo obliquo. Anche se una macchia nel campo visivo deve avere un qualche colore, può non essere rossa. Né bella. Una montagna che getta la sua ombra su tanta nudità, o una nuvola che accende i suoi bordi contro il sole, annegavano più profondamente il mio respiro, e le cose perdevano le loro linee semplici verso il possibile. Come vecchi idoli, hai detto, che non adoriamo più e gettiamo nella corrente per lasciarli alla deriva e ancora

 

***

 

Notes on The Reproduction of Profiles

 

The poems all start with Wittgenstein phrases, but try to subvert the certainty and authority of logic from the inside. Or I might say, the poems try to create a different, less linear logic which draws on the more untamed, unpredictable parts of our nature.

 

They work with a logical syntax (all those “if-then” and “because”) but constantly slide between frames of reference. They especially bring in the female body and set into play the old gender archetypes of logic and mind being “male,” whereas “female” designates the illogical: emotion, body, matter. I hope that the constant sliding challenges these categories. One can read the poems as coming from a woman addressing her lover, but also as a dialogue between two sides of the woman’s own mind.

 

I used Wittgenstein’s phrases in a free, unsystematic way, sometimes quoting, sometimes letting them spark what they would, sometimes keeping the syntax, but substituting different nouns (e.g. his famous anti- metaphysical statement that “the deepest questions are no questions at all” becomes “You could prove to me that the deepest rivers are, in fact, no rivers at all.”).

There are also quotes from Kafka, as signaled by the easily identifiable: “I had mistaken the Tower of Babel for Noah in his Drunkenness,” in the first poem.

 

What I worked on consciously, was mostly the closure of the propositional sentence. This was a challenge to me because my previous poems had mostly worked toward opening the boundaries of the sentence by either sliding sentences together or by using fragments. So here I accepted complete sentences (most of the time) and tried to open them up from the inside, subvert the correct grammar and logical form by these semantic slidings.

 

Needless to say, the opening of closed structures would also be a thought pattern that could be useful in a social context. But while we write we are, as Cervantes says in Don Quixote, working on the back of a tapestry, working out patterns of colored threads without knowing what the picture is going to look like on the front.

 

R.W.

 

***

 

I. Facts

 

I had inferred from pictures that the world was real and therefore paused, for who knows what will happen if we talk truth while climbing the stairs. In fact, I was afraid of following the picture to where it reaches right out into reality, laid against it like a ruler. I thought I would die if my name didn’t touch me, or only with its very end, leaving the inside open to so many feelers like chance rain pouring down from the clouds. You laughed and told everybody that I had mistaken the Tower of Babel for Noah in his Drunkenness.

 

*

I didn’t want to take this street which would lead me back home, by my own cold hand, or your advice to find some other man to hold me because studying one headache would not solve the problem of sensation. All this time, I was trying to think, but the river and the bank fused into common darkness, and words took on meanings that made them hard to use in daylight. I believed entropy meant hugging my legs close to my body so that the shadow of the bridge over the Seekonk could be written into the hub of its abandoned swivel.

 

*

 

The proportion of accident in my picture of the world falls with the rain. Sometimes, at night, diluted air. You told me that the poorer houses down by the river still mark the level of the flood, but the world divides into facts like surprised wanderers disheveled by a sudden wind. When you stopped preparing quotes from the ancient misogynists it was clear that you would soon forget my street.

 

*

 

I had already studied mathematics, a mad kind of horizontal reasoning like a landscape that exists entirely on its own, when it is more natural to lie in the grass and make love, glistening, the whole length of the river. Because small, noisy waves, as from strenuous walking, pounded in my ears, I stopped my bleak Saturday, while a great many dry leaves dropped from the sycamore. This possibility must have been in color from the beginning.

 

*

 

Flooding with impulse refracts the body and does not equal. Duck wings opened, jeweled, ablaze in oblique flight. Though a speck in the visual field must have some color, it need not to be red. Or beautiful. A mountain throwing its shadow over so much nakedness, or a cloud lighting its edges on the sun, it drowned my breath more deeply, and things lost their simple lines to possibility. Like old idols, you said, which we no longer adore and throw into the current to drift where they still

 

 

[Immagine: Rosmarie Waldrop in una illustrazione di Pierre Mornet].

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