di Igor De Marchi

 

What kind of spider understands arachnophobia?

Robert Wyatt

 

È uscito in questi giorni Antibiosi, il nuovo libro di poesie di Igor De Marchi. “Libro” forse non è la parola più appropriata dato che si tratta di una confezione di medicinali: nell’astuccio, un bugiardino e delle schede da assumere per via orale al bisogno. Questa è l’edizione particolare, prodotta dalla Grafiche De Bastiani (per informazioni sul progetto e sul modo per averne una copia: https://www.igordemarchi.net/antibiosi), che l’autore aveva pensato per la raccolta annunciata qui su LPLC il 19.04.2018, quando alcune poesie erano comparse premature accompagnate dalla seguente nota:

 

Queste poesie fanno parte di una raccolta inedita che si intitola L’influenza spagnola, come la pandemia che tra il 1918 e il 1920 provocò decine di milioni di morti, più della Prima Guerra Mondiale. Nell’ottica metaforica del mio progetto la considero un effetto collaterale, l’involontario e insieme colposo tributo per la pace e la libertà portate dall’esercito americano (che ha veicolato il virus attraverso il fronte), così come succede quando un beneficio economico esige un sacrificio di altra natura. Ancora, dunque, “reddito e salute”. Dopo record e correzioni, lo stato attuale delle cose è percepito come una sorta di accettabile stabilizzazione. I mercati si muovono lateralmente, così le persone, nascondendo in un eterno presente privo di orizzonte i danni e l’insoddisfazione. Ogni dato che ci muove e chiede attenzione si annuncia chiaro e preciso, eppure continuamente frana, è vago ed evocativo, così come la poesia.

 

Evidentemente le cose sono andate in modo diverso; troppo vicino è il limite della speculazione sulla drammatica attualità delle pandemie per osare quel titolo. Tuttavia era già emersa, allora, e col procedere della scrittura, un’esigenza simile e differente nel definire complessivamente le poesie, che prima accompagnava l’altra a vista, in un ambiguo equilibrio; quella di un taglio più privato, non ripiegato su se stesso ma che in sé trovava, con stupore, la presenza di un punto esterno da dove riguardare la scena da cui è emerso o, se si preferisce, sprofondato. Vale a dire il punto di vista estraniato di un essere che veda la fobia che si può provare nei confronti della sua specie, magari anche solo a causa di alcuni esemplari.

 

 

L’ERA GLACIALE

 

Le automobili gli abiti le professioni

le opinioni politiche precedono le persone.

Mi si fanno incontro lustre attestate realistiche

come fatti accaduti, accadimenti perpetui.

L’impatto mi sommuove.

Rimuove ogni volta uno strato di protezione,

un adattamento epidermico di fiducia in bianco.

La paura di essere infine nudo e indifeso

mi acceca

come occhi buttati in una distesa di neve al sole.

 

 

BIANCO CANDIDO

 

Un grosso cazzo nero alla nostra tavola.

Un cazzo nero nel bicchiere

scioglie il ghiaccio, aizza la conversazione.

Un cazzo nero nel cocktail di gamberetti.

Un cazzo nero nella mia bocca –

sa di acqua di mare, di preservativi e gommoni,

che poi è la stessa cosa.

Apro gli occhi e non mi capacito: non è attaccato

a niente, non ho nessuno davanti

da guardare in faccia, a cui chiedere una spiegazione.

La bocca, me la riempie; mi sloga

la mascella, spinge e soffoca.

E sono così svogliato e disilluso,

così convenzionale e prevedibile

che nemmeno lo eccita e di sicuro non sono buono

a farlo venire.

Mi ingombra la bocca, pesa sulla lingua,

lima i denti, mi urta il cervello.

 

NARCOBULIA

 

Vorrei chiudere gli occhi e dormire.

Poter staccare; ogni tanto, la mia mente dalla corrente.

Ma il flusso rimane aperto e l’attività mi scrolla,

mi perlustra l’allarme col quale ogni nuova possibilità

mi viene offerta.

Un refresh continuo schiarisce il sangue nelle palpebre

e lo anemizza, illumina a giorno

scialbe faccende girandomi e rigirandomi a vuoto,

mi palpa,

mi sollecita le parti intime desensibilizzandole.

Vorrei potermi muovere liberamente o stare fermo

piuttosto

rannicchiarmi in un angolo per sfuggirgli

come ho visto fare in cella

ai prigionieri politici (o ai terroristi)

durante la tortura della privazione del sonno.

 

Patisco il consumo,

l’espropriazione di uno spazio fuori dalla vista

ricco di dettagli, solo mio.

Impensabile opporsi: mi volto su un fianco:

offro una volontà storpia, indecente.

Mi lascio fecondare in difesa fetale.

 

 

SU UNA STRADA SENZA PANORAMA

 

Quando ti trovo qui – sputata

da un appalto genetico stipulato in fretta e furia

altrove tempo fa, come un nocciolo d’oliva

sul sedile del passeggero accanto a me –

le mani che ho sul volante strappano

una curva all’ultimo istante

annullando un’occasione potenzialmente letale.

Ti volti e mi guardi

mossa appena da un biasimo razionale,

attirata dall’odore molecolare della paura

come un lupo.

Rimango affilato, faccio finta di niente,

serro i pori e ricaccio dentro

il sospetto che qualcosa fuori sia cambiato

l’apparenza sicura. Simulo fede.

Ti do a vedere

che quello d’adesso sono lo stesso di prima.

 

 

 

[Immagine: Denis Villeneuve, Enemy (2013)].

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