di Franca Mancinelli

 

[E’ uscito da qualche giorno per Argo La radice dell’inchiostro. Dialoghi sulla poesia, a cura di Giorgiomaria Cornelio. Il libro raccoglie i risultati di un’articolata indagine sulla poesia e la scrittura condotta negli scorsi mesi da Cornelio su Nazione indiana. Presentiamo uno degli scritti inclusi nel libro (più di cinquanta): quello di Franca Mancinelli, che – a differenza di molti altri – non era ancora apparso online. Correda il volume una serie di opere visive di Magdalo Mussio].

 

L’inchiostro è velenoso. Dalla sua radice si genera una pianta che può essere tossica, ma anche farmaco capace di curare, ricongiungendoci con ciò che sempre rinasce. Quando la radice dell’inchiostro non attinge agli strati primari, la scrittura si autogenera, prolifera come una pianta infestante, inutile e dannosa all’uomo. Come ogni sostanza tossica, si diffonde con grande facilità: i libri che la contengono occupano gli schermi di computer e tv, le pagine dei quotidiani.

La scrittura che è farmaco è una pianta piuttosto rara. Per riconoscerla è necessaria attenzione e quella dedizione, quel lento apprendistato che hanno i cercatori di funghi. Questa pianta apre a un’esperienza che trasforma noi stessi e la realtà, rendendoci a nostra volta artefici e tramiti della creazione. Per questa potenza che dona, non viene protetta né coltivata dalle istituzioni che detengono il sapere. Cresce in terreni marginali, connessi con gli strati più profondi, dove si deposita e rigenera un’antica originaria ricchezza, dove dormono i nostri antenati. Questa pianta si nutre della morte che si è fatta humus. Per le sue fibre non c’è fine che non sia inizio. Germoglia e dirama proprio in questo ritmo.

 

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Chi scrive poesia in questo tempo, dovrebbe imparare dalle lucertole. Nutrirsi del calore che viene dal sole, e di fronte a ciò che assomiglia all’avvicinarsi della fine, accettare la perdita come sacrificio necessario –la vita continua a pulsare anche se è stata consegnata alla morte.

Un verso è la nostra estremità amputata, o che abbiamo dovuto abbandonare noi stessi, come strategia estrema, per confondere il nemico, per salvarci.

 

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stringi la penna non scrive

come un ramo tagliato

altro che l’aria splendente.

 

È una sconfitta la scrittura, la presa d’atto di un limite, di un’impossibilità. La lingua non può restituirci pienamente la nostra esperienza della realtà: la sua carica di bellezza sarà sempre limitata dalle parole che possono appena riverberarla. Restiamo debitori nei confronti di questo splendore che ci è dato, in ogni istante, se soltanto la nostra attenzione ci permette di riconoscerlo. Eppure non è a partire da una resa che può nascere un atto creativo. Nel momento in cui stringiamo la penna o posiamo le mani sulla tastiera, crediamo, come i nostri primi antenati, di potere raggiungere l’anima delle cose e di fare rivivere la loro presenza. Viviamo un lutto per tutto ciò che non abbiamo potuto portare alla luce della parola, come non fossimo stati capaci di salvarlo, come se fosse perso per sempre. Sappiamo l’odore, il fremito, il colore del cervo incontrato nella boscaglia, eppure, nei pochi segni che lasciamo sulla parete di roccia, sentiamo che vive l’animale e che continuerà a farlo, ogni volta che la nostra attenzione, attraverso quelle linee impresse, tornerà in quel punto da cui si è generata la nostra esperienza.

 

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La nostra vita si scrive nell’aria che attraversiamo, nell’aria che ci contiene, inconsapevoli, come figure di un antico dipinto, quando ogni fondale era d’oro, e ogni uomo era riconosciuto nella sua sacralità.

Ciò che accade lascia tracce nell’aria, e nel corpo che custodisce il nostro respiro come un baco. Rispetto a questa tessitura infinita, a questo irradiarsi del significato primo che regge ogni particella, che cosa può essere una pagina scritta?

 

I versi che ho riportato appartengono a 13 dicembre, una sequenza che sta al centro del mio libro Tutti gli occhi che ho aperto. L’ho scritta raccogliendo rifrazioni di immagini della vita di Santa Lucia. Nei tanti dipinti che la raffigurano, Lucia, protettrice della luce e della vista, stringe in una mano la palma del martirio. Processata per la sua fede, sembra che non fu possibile spostarla né bruciarla (quale potere umano può muovere o distruggere la luce?), e che infine morì trafitta. La palma che stringe assomiglia a una grande penna caduta da un angelo. È un ramo tagliato con cui si può scrivere l’argilla; si può incidere la materia di segni visibili. Mantenendosi accanto all’origine: lasciando spazio all’invisibile, come testo a fronte.

Ogni volta che stringiamo una penna dobbiamo ricordare questo antico ramo con cui abbiamo scritto da bambini, quando traducevamo dall’invisibile (il nostro stesso corpo, la nostra presenza, era una traduzione recente dell’invisibile).

[Immagine: particolare della copertina].

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