[E’ uscito di recente per le edizioni ETS l’edizione italiana del ciclo di lezioni di T.W. Adorno Introduzione alla dialettica, traduzione e note all’edizione italiana di Giovanni Zanotti. Pubblichiamo per gentile concessione dell’editore la prima lezione]

 

di Theodor W. Adorno

 

[Appunti dalla prima lezione (8 maggio 1958)][i] [ii]

 

Il concetto di dialettica di cui ci occuperemo qui non ha niente a che fare con quello diffuso di un pensiero lontano dalle cose, che si smarrisce in meri artifici concettuali. Già nel luogo della filosofia in cui il concetto della dialettica emerge per la prima volta, in Platone, con esso si intende l’opposto, cioè una disciplina del pensiero che ha il compito di proteggerlo dalle manipolazioni sofistiche. Platone sostiene che si può dire qualcosa di razionale sugli oggetti solo se si ha una comprensione della cosa (Gorgia, Fedro)[iii]. Nella sua origine la dialettica significa il tentativo di superare, proprio grazie a una rigorosa organizzazione del pensiero concettuale, il mero illusionismo concettuale. Il tentativo di Platone è colpire i suoi avversari, i sofisti, con i loro stessi mezzi.

            Tuttavia il concetto di dialettica, così come ci è stato tramandato dall’antichità, è molto diverso da ciò che io intendo. Infatti il concetto antico della dialettica è il concetto di un metodo filosofico. E in una certa misura essa è sempre rimasta tale. La dialettica è entrambe le cose: un metodo del pensiero, ma anche qualcosa di più, cioè una determinata struttura della cosa, che d’altra parte, per ragioni filosofiche fondamentali, dev’essere presa a misura e guida dell’indagine filosofica.

            In Platone dialettica significa che il pensiero filosofico non si mantiene in vita tale qual è nel singolo punto, bensì in modo tale da plasmare, senza che noi ce ne rendiamo conto, la nostra coscienza. La dialettica platonica è la dottrina del corretto ordinamento dei concetti, dell’innalzamento dal concreto a ciò che è più elevato e generale. Le idee non sono, anzitutto, che i concetti generali supremi cui il pensiero si solleva[iv]. Dall’altro lato dialettica significa anche, viceversa, procedendo dall’alto, suddividere i concetti nel modo corretto[v]. Platone, con la questione della corretta suddivisione dei concetti, si trova di fronte al problema di ripartirli in modo tale che siano adeguati alle cose comprese sotto di essi. Da un lato bisogna esigere la formazione logica dei concetti, ma essa non dev’essere realizzata in modo violento, a partire da uno schema; piuttosto, i concetti devono essere formati in modo tale da essere commisurati alla cosa. Confronto con il sistema della botanica di Linneo[vi] e il sistema naturale secondo la struttura delle piante. Il vecchio, tradizionale concetto di dialettica non era altro che il metodo dell’ordinamento dei concetti.

            D’altra parte, era chiaro già a Platone che noi non sappiamo in partenza se l’ordine concettuale che imprimiamo alle cose sia anche quello che hanno gli oggetti stessi. Per Platone e Aristotele era importante riprodurre i concetti della natura in modo tale che portassero a espressione la cosa compresa sotto di essi. Come facciamo a sapere qualcosa dell’essere non concettuale, che si trova anzitutto al di là dei concetti? Notiamo che i concetti si impigliano in certe difficoltà; allora, a causa di questa deficienza, dobbiamo passare a una migliore formazione dei concetti. Questa è l’esperienza fondamentale della dialettica, la messa in moto dei concetti attraverso il confronto con ciò che essi esprimono. Bisogna andare a vedere se i dati si accordano o meno con i concetti.

            La dialettica è certamente un metodo, che si riferisce al modo del pensiero, ma al tempo stesso si distingue da altri metodi, perché cerca continuamente di non rimanere ferma, perché si corregge continuamente sulla datità delle cose stesse. Tentativo di definizione: dialettica è un pensiero che non si accontenta dell’ordinamento concettuale, ma è l’arte di correggere l’ordinamento concettuale con l’essere degli oggetti. È questo il nervo vitale del pensiero dialettico, il momento dell’opposizione. La dialettica è il contrario di ciò che si pensa: non una semplice arte dell’operazione, ma il tentativo di superare la manipolazione meramente concettuale, di portare a compimento, a ogni livello, la tensione fra il pensiero e ciò che sta sotto di esso. Dialettica è il metodo del pensiero che non è semplice metodo, ma il tentativo di superare il semplice arbitrio del metodo e accogliere nel concetto, insieme, ciò che non è a sua volta concetto.

            Sull’“esagerazione”[vii]: si dice che la verità dev’essere sempre la cosa più semplice, primitiva; ciò che se ne discosta sarebbe soltanto un’aggiunta arbitraria. Questa immagine presuppone che il mondo coincida con ciò che esso esibisce nella sua facciata. Qui il compito della filosofia è disorientare radicalmente. Un pensiero che non si faccia carico di tutta la fatica necessaria per superare le rappresentazioni impresse nel senso comune, non è altro che la mera riproduzione di ciò che si pensa e si dice. La filosofia deve insegnare a non farsi abbindolare. Hegel in una conversazione con Goethe: “La filosofia è lo spirito di contraddizione organizzato”[viii]. Ogni pensiero che sfonda la facciata, la parvenza necessaria, l’ideologia, è sempre esagerato. La propensione della dialettica a portare agli estremi ha oggi esattamente la funzione di tener testa alla smisurata pressione esterna.

            La dialettica è consapevole che da un lato c’è il pensiero e, dall’altro, ciò su cui esso si affatica. Il pensiero dialettico non è qualcosa di puramente intellettualistico, ma anzi il tentativo del pensiero di autolimitarsi attraverso la cosa. Come fa il pensiero, all’interno della determinazione concettuale, a dare alla cosa il suo peso? Hegel, Fenomenologia: l’immediatezza ritorna a ogni livello del movimento compiuto dal pensiero. Continuamente il pensiero si ritrova a confrontarsi con il suo opposto, con ciò che si può chiamare natura. Una introduzione alla dialettica deve svolgersi in un confronto costante con il problema del positivismo. Non può fare come se i criteri del positivismo non ci fossero, ma deve cercare di commisurarli a loro stessi, e con ciò andare oltre il concetto proprio del positivismo. Quest’ultimo è un elemento della dialettica, non una visione del mondo.

 

[i] Non esiste una trascrizione della prima lezione dell’8 maggio 1958. Pubblichiamo al suo posto il testo di uno stenoscritto della lezione.

[ii] [La prima e la seconda lezione sono state tradotte a quattro mani con Manfred Posani.]

[iii] Nel dialogo giovanile Gorgia Platone fa sostenere, dapprima, al sofista omonimo (483-375 a.C.) che “non v’è materia su cui [il retore] non riesca più persuasivo di qualsiasi competente di fronte a una massa di persone” (Gorgia 456c, trad. it. di F. Adorno, in Opere complete, Roma-Bari, Laterza, 1993, vol. 5, pp. 133-248; p. 155). Il suo interlocutore Socrate distingue quindi due tipi di persuasione, per mezzo dei quali Platone pone la propria dialettica in contrasto specifico con la sofistica: una persuasione che genera solo opinione e credenza, perché non capisce nulla delle cose di cui parla, e una che produce sapere attraverso la conoscenza della natura, del concetto e del fondamento della cosa rispettiva. La prima parte del dialogo si chiude con l’ammissione di Gorgia che un vero retore deve disporre di una conoscenza oggettiva per poter insegnare la sua arte, la retorica (459c-460b, pp. 458 s.). Nel più tardo Fedro la seconda parte, dedicata alla differenza fra il buono e il cattivo retore, si apre con la stessa antitesi fra presenza e assenza di una conoscenza oggettiva: “Socrate: Forse un discorso ben detto e con successo non deve presupporre nella mente di chi lo dice la conoscenza della verità sull’argomento di cui sta per parlare?” (Fedro 259e, trad. it. di P. Pucci, in Opere complete, cit., vol. 3, pp. 207-280; p. 254). Nella sua copia dei dialoghi platonici (Sämtliche Dialoge, a cura di O. Apelt, Leipzig, Meiner, [1922], vol. 2), Adorno ha sottolineato questo passo contrassegnandolo a margine con una F (“Forte”); più in alto nella stessa pagina si trova l’annotazione: “nocciolo della teoria della retorica”. Anche nel Fedro la discussione arriva allo stesso risultato del Gorgia: “Fino a che non si conosce la verità sul soggetto di cui si parla o si scrive e non si è in grado, poi, di definirlo in se stesso […], fino a questo momento non si sarà in grado di trattare l’oratoria a regola d’arte, per quanto è umanamente possibile, né al fine di insegnare né al fine di persuadere, come tutto quanto s’è detto prima ci ha dimostrato” (277b-c, trad. it. cit., p. 278).

[iv] Per questo movimento ascensionale dal concreto al generale (all’idea), il luogo classico è il passo conclusivo del discorso di Diotima nel Simposio, al quale Adorno si riferisce più volte e che si trova annotato fittamente con sottolineature e commenti a margine nella sua copia del dialogo (Simposio 210a-211b, trad. it. di P. Pucci, in Opere complete, cit., vol. 3, pp. 139-205; pp. 190-192. Cfr. anche infra, p. 23 e n. 26).

[v] Il passo di Platone che Adorno ha chiaramente in mente rispetto a questo doppio movimento (ascesa al concetto generale supremo, discesa all’articolazione del concetto mediante partizione), così come nelle riflessioni che seguono, si trova nella parte finale del Fedro, dove, in base alla determinazione dialettica del concetto di amore come specie divina del delirio, si legge: “Socrate: Ecco: per la maggior parte il nostro discorso ha giocato in verità festosamente; ma fra le altre cose che abbiamo detto casualmente non sarebbe affatto privo di ricompensa cogliere scientificamente il significato di due procedimenti. – Fedro: Che procedimenti? – Socrate: Uno: abbracciare in uno sguardo d’insieme e ricondurre ad un’unica forma ciò che è molteplice e disseminato affinché definendo ciascun aspetto si attinga chiarezza intorno a ciò di cui s’intenda ogni volta insegnare. […] – Fedro: E qual è l’altro procedimento che dici, o Socrate? – Socrate: Consiste nella capacità di smembrare l’oggetto in specie, seguendo le nervature naturali [he pephyken], guardandosi dal lacerarne alcuna parte come potrebbe fare un cattivo macellaio. […] Credimi, Fedro, io sono innamorato di queste cose, delle suddivisioni e delle riunificazioni [ton dihaireseon kai synagogon], per essere in grado di parlare e di pensare. E se ritengo che qualcun altro sia capace per sua natura di abbracciare l’unità che è naturalmente nel molteplice, lo seguo, ‘tenendo dietro alla sua traccia, come quella di un dio’. E ancora quelli capaci di far ciò – dio sa se dico bene o male – li chiamo finora ‘dialettici’” (Fedro 265c-266c, trad. it. cit., pp. 262 s.). Questo passo è fittamente commentato nell’esemplare di Adorno. L’espressione “seguendo le nervature naturali” (he pephyken) è tradotta da Apelt “conformemente alla natura” (der Natur entsprechend) e sottolineata da Adorno. Più in alto nella stessa pagina si trova l’appunto sottolineato tre volte: “diairesiV secondo la natura”. L’esigenza, avanzata qui da Platone, di un’aderenza non violenta alla natura della cosa nel processo di determinazione concettuale ha un significato centrale nella concezione adorniana della dialettica. Adorno sviluppa estesamente queste idee, sempre riferendosi al Fedro, nella Dialettica negativa (DN, pp. 40-42). Quelli che Platone formula qui nel Fedro sulla sua concezione matura della dialettica sono, peraltro, semplici cenni generali al nuovo procedimento della definizione come diairesi del concetto, che solo nel Sofista sarà svolto pienamente ed elevato al concetto in quanto “scienza della dialettica” (Sofista 253d-e, trad. it. di A. Zadro, in Opere complete, cit., vol. 2, pp. 173-250; p. 232).

[vi] Carl von Linné (1707-1778). La sua opera Systema Naturae (1735) è considerata la base del moderno sistema biologico. Il suo procedimento di ripartizione degli oggetti era per Adorno la quintessenza di un metodo solo esteriore, che opera secondo uno schema logico-astratto.

[vii] La struttura di questa prima lezione consisteva nell’esame e nella confutazione progressiva di tre pregiudizi diffusi nei confronti della dialettica: che essa consista in un’operazione artificiale con meri concetti, che esageri tutto, che sia intellettualistica.

[viii] Secondo il resoconto di Eckermann Hegel, interrogato da Goethe su cosa intendesse per dialettica, avrebbe risposto: “In fondo, […] non si tratta d’altro se non dello spirito di contraddizione, regolato e metodicamente sviluppato, che è insito in ogni essere umano e che si manifesta in tutta la sua grandezza come capacità di distinguere il vero dal falso” (J. P. Eckermann, Conversazioni con Goethe negli ultimi anni della sua vita, ed. it. a cura di E. Ganni, trad. di A. Vigliani, Torino, Einaudi, 2008, nota del 18 ottobre 1827, pp. 519 s.; p. 519).

2 thoughts on “Che cos’è la dialettica

  1. Affermavo, non con una certa diffidenza verso le mie conclusioni, che la dialettica deriva dal dialetto, e non dal dialogo. In questo articolo trovo una conferma alla mia pseudoconclusione; perchè in fondo il dialogare è tipico del parlare in dialetto fra amici che si conoscono abbastanza bene. Viene a rompere la certezza della “parlata comune” il fatto evidente, a mio parere, che si usi una lingua che col dialetto non ha nulla a che fare, nè in grammatica, nè nel lessico. Natalia Ginzburg ha parlato di questo strano connubio tra i concetti tipici della parlata comune dialettale e le idee formate dal parlare nella propria lingua madre. La nazionalità in questa situazione del linguaggio ha un peso fondamentale, laddove si forma non per concetti ma per idee. Uno sviluppo di codesta situazione può essere individuato in parlate incomprensibili, come si evince dal Vangelo, quando fra dialoganti (si veda anche Babele) non si raggiunge nessuna comprensione; oppure quando individui non riconoscono parlate comuni in un consesso di uomini. La fonetica e i suoi confini fanno il resto.

  2. “Dopo i concerti dei Ferienkurse di Darmstadt si continuavano le discussioni fino a notte alta in un locale chiamato Schlosskeller, molto rumoroso in quanto il livello delle conversazioni era tonificato dai rispettivi punti di vista come pure dal tasso alcolico delle bevande. A compensazione degli austeri rigori della giornata ci si poteva liberare senza più freni. Alla prima volta in cui vi penetrai un tavolo era occupato da persone più anziane e al giro di presentazioni, ebbi la sorpresa di intendere il nome di Adorno. In tutta sincerità, non mi aspettavo che potesse darsi la presenza di una tale figura in un luogo pensato per rilassarsi.”

    Pierre Boulez, Regards sur autrui, Paris, Christiane Bourgois, 2005 p. 662

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