di Giovanni Pellegrini

 

La strada è quella giusta, ma chissà se è una strada! Come quasi sempre nelle cose di scuola, il cuore dell’impero promulga editti sensati o addirittura – oso utilizzare il termine – ragionevoli, in maniera quasi-casuale e quasi solo sotto la pressione della necessità. Sto parlando dell’Ordinanza ministeriale del 3 marzo 2021 sull’esame di Stato del secondo ciclo, a partire dalla quale vorrei sviluppare qualche riflessione.

Intanto chiariamo subito che, nonostante l’apparenza determinata dal fatto che gran parte del testo è l’esatta fotocopia di quello dello scorso anno, l’ordinanza non è identica alla sua precedente e, soprattutto, non disegna affatto un esame dello stesso tipo. Certo non ci sono gli scritti e al centro dell’unica prova orale c’è ancora quella che, inevitabilmente ma molto impropriamente, abbiamo già iniziato a ri-chiamare “tesina”. Tuttavia il modo in cui viene normato il colloquio e in particolare il modo in cui viene disegnato “l’elaborato” che gli alunni dovranno presentare sono decisamente migliori.

 

1. L’elaborato deve “concernere le discipline caratterizzanti […] ed essere integrato, in una prospettiva multidisciplinare, dagli apporti di altre discipline o competenze individuali […]”. Sono dunque novità (rispetto all’ordinanza dello scorso anno) sia l’esplicito riferimento all’apporto di altre discipline, sia l’assenza dell’assurda possibilità di “assegnare a tutti i candidati uno stesso argomento che si presti a uno svolgimento fortemente personalizzato”. Su questo punto la redazione della vecchia norma aveva lasciato campo libero al consueto esercizio ministeriale sul nulla, visto che è del tutto evidente che due elaborati sullo stesso tema, in quanto frutto di un lavoro di ricerca svolto da alunni diversi, cioè con riferimenti e approcci diversi, sono a tutti gli effetti elaborati diversi. È quindi ovvio che può essere assegnato anche a più di un alunno lo stesso argomento di partenza. Non c’è né da consigliare né da vietare nulla. E, soprattutto, non c’è alcun bisogno di insegnare agli insegnanti come si fa il lavoro dell’insegnante. Precisare serviva solo a favorire il disimpegno dei Consigli di Classe che potevano quindi serenamente assegnare un unico argomento a tutta la classe, e chi s’è visto s’è visto. Quest’anno ci ha poi pensato l’infaticabile Max Bruschi, nella nota di chiarimento all’ordinanza, a ripristinare un adeguato tasso di non senso. Come spesso accade il buon Bruschi ha perso una buona occasione per tacere. Ma – per nostra fortuna – esiste la gerarchia delle fonti e quindi la nota di Bruschi può e deve essere rapidamente consegnata all’irrilevanza che merita.

 

2. L’argomento dell’elaborato “è assegnato a ciascun candidato dal consiglio di classe, tenendo conto del percorso personale, su indicazione dei docenti delle discipline caratterizzanti” mentre lo scorso anno, del Consiglio non si faceva alcuna menzione e tutto sembrava lasciato alla relazione fra gli alunni e il docente delle materie di indirizzo. Esattamente come lo scorso anno, invece e in teoria, gli alunni potrebbero anche non avere alcuna voce in capitolo nella scelta. Il che è, al tempo stesso, ovvio ed ottimo. È del tutto evidente che è assolutamente sensato che i docenti invitino gli alunni a proporre un tema/argomento/testo da cui partire e su cui lavorare; ma la definizione dell’argomento è una ovvia prerogativa dei docenti.

 

3. La cosa più seria e più promettente è la questione dei tutoraggi. Certo è “promettente” anche nel senso che promette di costringerci a un lavoro faticoso ed impegnativo; tuttavia lo fa in modo sensato e con equilibrio. Qualunque percorso di ricerca e di approfondimento (ma anche solo la produzione di una riflessione pubblica) esige confronto e discussione con uno o più interlocutori che fanno osservazioni e che quindi orientano la produzione. Nell’editoria si chiama “referaggio” e di questo dialogo non può fare a meno neppure il ricercatore che si muova ai più avanzati livelli scientifici della sua disciplina. L’argomento secondo cui “gli alunni devono fare da soli” e sulla cui base, nei tanti anni dell’esame con “le tesine”, troppo spesso i docenti si sono sottratti al loro compito di maestri, ha costituito una catastrofica latitanza ed è stato l’architrave della costruzione di una parodia ridicola del vero apprendere e del vero ricercare. I non pochi che hanno tentato di opporsi lo hanno fatto al prezzo di enormi sacrifici individuali in termini di carico di lavoro, e con nessun risultato a livello di sistema.

 

L’ordinanza del ministro Bianchi fa giustizia di questo triste passato mettendo nero su bianco che il compito di tutoraggio è un compito che spetta all’intero Consiglio di Classe o, almeno (e questo secondo me è un limite), ai docenti “designati per far parte delle sottocommissioni”. Ovviamente questa necessaria chiarezza porta con sé una serie di problemi non solo organizzativi. Come scegliere i tutores per ciascun alunno? Alla base della scelta devono esserci esclusivamente le competenze disciplinari oggetto dell’elaborato? Come può un docente di matematica e fisica svolgere un ruolo di tutoraggio per un elaborato che sviluppa il tema del rapporto fra “legge umana e legge divina” a partire da un brano dell’Antigone o, per converso, come può un docente di latino interloquire produttivamente con un suo alunno su un elaborato che sviluppa una riflessione sui modi di risolvere le equazioni differenziali?

 

Le soluzioni per questi problemi, che non sono affatto meramente organizzativi ma didattici e persino autenticamente teorici, potranno essere trovate percorrendo strade diverse e alcune soluzioni si riveleranno, certo, migliori di altre. Difficile dire una parola univoca prima di essersi messi alla prova. Ma in generale credo si debba partire dal fatto che una produzione scritta, anche quella più tecnica e formalizzata, deve essere scritta –  almeno in parte – in lingua italiana. E l’insegnamento dell’uso della lingua non è una competenza esclusiva del titolare dell’insegnante di italiano. La chiarezza espositiva, l’efficacia comunicativa, la correttezza formale della redazione, il rispetto delle consegne relativa a limiti d’ampiezza e struttura di un elaborato, devono essere prese in carico da docenti di ogni disciplina. Per come la vedo io ciò cui bisogna puntare è un sistematico lavoro di collaborazione fra i docenti del consiglio di classe. Ciascun docente avrà un numero di alunni di cui sarà il tutor formale, ma poi gli alunni si rapporteranno con i docenti delle discipline che sono coinvolte nella loro produzione e che – forse è il caso di ribadirlo – non devono assolutamente essere tutte le discipline presenti nella commissione d’esame, pena la trasformazione dell’elaborato nell’arlecchinata che troppo spesso sono state le vecchie “tesine”. Ma fra il referee e il consulente disciplinare c’è una differenza essenziale. Sono due lavori diversi, ma altrettanto necessari e altrettanto importanti, soprattutto se i docenti in questione collaborano in un vero dialogo fra loro e con l’allievo.

 

Si poteva fare meglio? Sì, secondo me si poteva fare meglio, ad esempio disegnando il sistema dei tutoraggi su base di Istituto, coinvolgendo più che i Consigli di Classe i Dipartimenti disciplinari. Forse in questo modo almeno alcuni dei problemi legati alla ripartizione del lavoro e alla assegnazione dei tutores si sarebbe potuta risolvere meglio. Ma a parte l’aspetto organizzativo a me sarebbe parso un enorme guadagno in termini formativi il fatto che un alunno, nel produrre un elaborato in vista di una prova d’esame, avesse avuto la possibilità di relazionarsi con docenti diversi da quelli della sua classe.

 

Anche i tempi assegnati potevano essere pensati meglio. Intraprendere un lavoro del genere richiede, ad alunni e docenti, molto più tempo di quello previsto dall’ordinanza. Qui – probabilmente – l’emergenza e il cambio di governo hanno giocato a sfavore della ragionevolezza che suggerirebbe di fissare come data limite per la scelta di un argomento su cui iniziare un lavoro di serio approfondimento, il 15 Gennaio e non il 30 Aprile. Per rimediare sarebbe necessario anticipare il più possibile la definizione degli argomenti assegnati e la scelta dei tutores. A questo punto si dovrebbe pensare a compensare questa eccessiva restrizione dei tempi disponendo formalmente che almeno i docenti presenti in commissione, e almeno nell’ultimo mese di lezioni, non effettuino alcuna verifica formale nella loro disciplina; magari prendendo in considerazione la possibilità di valutare disciplinarmente lo stato di avanzamento del lavoro. Su questo, anche per chi è animato come me da incrollabile ottimismo della volontà, le speranze sono davvero poche. Me lo ha fatto notare una alunna che, mentre ragionavamo in classe di queste cose, mi ha detto sul muso “prof., lei davvero è più idealista di Hegel”! Il vecchio prof., che si sente hegeliano dentro, è stato lusingato ma l’osservazione è dannatamente seria.

 

In conclusione una parola a tutti coloro per cui “l’esame è una finzione inutile e va abolito”. Un colloquio d’esame di questo tipo, anzi ancora più radicalmente centrato sulla discussione di un elaborato prodotto dal candidato, costituisce un’ottima prova d’esame perché lega il momento della verifica finale alla valutazione della autonomia di lavoro del candidato e alla sua determinazione nello svolgere un serio percorso di approfondimento. E lo è molto di più senza la pletorica presenza degli scritti disciplinari, che restano certo uno strumento essenziale per la valutazione di conoscenze e competenze ma che sono uno strumento a disposizione dei docenti per tutto il curricolo. È sulla base di quelle prove scritte che viene formulata la valutazione annuale. Non c’è alcuna ragione perché essi diventino il centro dell’esame finale. Un colloquio d’esame di questo tipo dovrebbe semmai essere moltiplicato e costituire, a differenti livelli di complessità, una prova d’esame per l’ammissione al successivo anno di corso, magari abbinato alla introduzione di quelle ripetenze disciplinari che consentirebbero ai docenti di segnalare le gravi insufficienze senza bocciare in tutte le discipline e agli alunni di non drammatizzare un esito negativo che non deve essere vissuto come un fallimento.

 

Chissà se la strada giusta sarà una strada e non solo la casuale risposta a una necessità dettata dalla pandemia. Solo nel caso in cui si tratti dell’inizio di un cammino destinato a durare avremo tempo per sperimentare e trovare soluzioni ancora più coerenti con il nostro compito di maestri.

9 thoughts on “Il caso e la necessità. Come la pandemia migliora l’esame di maturità

  1. Caro Collega, l’analisi è ben fatta ma resta il problema di fondo, come suol dirsi. Se il punteggio finale è in gran parte determinato dal credito curricolare e, di fatto, se le prove d’esame dovessero distaccarsi, in basso, dagli esiti curricolari, la Commissione ‘aggiusterà’, diciamo così, tali prove, quale senso possa continuare ad avere l’Esame di Stato mi riesce difficile comprenderlo. Se è divenuto senso comune che i cinque anni curricolari sono ciò che conta davvero, non sarebbe coerente prenderne atto e fare soltanto uno scrutinio finale?

  2. Caro Mauro Imbimbo, forse non hai colto il mio punto di vista, oppure ho scritto così male che non sono riuscito a farmi capire. Io sostengo che questo versione dell’esame (ed in particolare la parte relativa alla stesura/discussione dell’elaborato) ha un valore enormemente formativo. Per questo ho esplicitamente proposto di moltiplicare questo tipo di prova magari legandola alla ammissione alla classe successiva, anche se per questo sarebbe necessario passare, finalmente, dalla bocciatura in tutte le materie alle ripetenze nelle singole discipline. In ogni caso anche in merito al valore sommativo dell’esame se i docenti di una commissione si disponessero ad “aggiustare il punteggio della prova” per renderlo conforme al punteggio degli scrutini finali, oltre a commettere un illecito, dimostrerebbero con ciò di non capire assolutamente nulla dell’insegnare e dell’apprendere. Sarebbe una scelta assurda, oltre che gravemente sbagliata, proprio perché il punteggio finale dell’esame già tiene ampio conto del percorso formativo del triennio grazie al credito scolastico. E’ vero che molti… troppi docenti sarebbero tentati di procedere in quel modo, ma il fatto che i nostri colleghi non siano capaci di distinguere fra il ruolo di insegnanti e quello di valutatori dei loro alunni non giustifica affatto la rinuncia ad una buona pratica didattica e valutativa. La inadeguatezza professionale di una parte (mi auguro non maggioritaria… ma non ci giurerei) della nostra categoria non deve impedire una evoluzione sensata del sistema.

  3. Salve Giovanni

    Trovo condivisibili le tue osservazioni sul fatto che il lavoro così come è proposto quest’anno dal ministero e come lo immagini tu possa essere un’attività didattica utilissima. Credo che il nome adatto ad un tale lavoro sarebbe proprio quello di “saggio”, dato che quel che tu proponi di fatto è un vero è proprio “essay” non diverso da quello di tradizione anglosassone.

    Però la bontà del lavoro che proponi gioca proprio contro l’esame di Stato in quanto tale, perlomeno nel rituale che noi conosciamo. Scendo più nello specifico.

    1) Se parliamo di un saggio ben scritto, ben argomentato, solidamente costruito e scritto in maniera chiara e perspicua , mi sembra anche evidente che la sua destinazione principale sia la lettura, non la recitazione o il dibattito. Se vogliamo che l’esame sia orale, l’attività da svolgere all’esame deve essere legata all’oralità. Un saggio (ma anche un “capolavoro”, sul modello dell’accademia d’arte, che può essere ben diverso da un testo scritto), per definizione, non lo è. E’ un oggetto con una sua entelechia ben definita.

    Ovviamente un colloquio ce lo si può imbastire…ma a dire il vero un colloquio si può imbastire su qualsiasi cosa, e chi è facondo se ne giova. Io però non credo che un Esame di Stato abbia lo scopo di valutare la facondia.

    2) Un lavoro come quello che immagini tu, proprio perché serio, eviterebbe la ricerca spasmodica dell’arlecchinata (giusta la tua definizione) che tira in ballo tutte le materie con l’ossessione dei collegamenti. Però allora non ha neanche senso imbastire una commissione così trasversale e ampia come quella degli Esami di Stato. La struttura della commissione ministeriale è tendenzialmente enciclopedica.

    E d’altra parte, la commissione è costruita su un modello di esame diverso da quello recente e da quello proposto per quest’anno. Se si vuole una commissione adeguata ai nuovi lavori, ci vorrebbero soltanto i docenti delle materie coinvolte dal saggio, che se lo esaminino e ne traggano un giudizio. Però questo è, con ogni evidenza, non un Esame di Stato, ma uno scrutinio. Si valuta questo lavoro e lo si mette sullo stesso piano delle altre discipline. A me andrebbe benissimo.

    Se si vuole a tutti costi salvare l’aspetto che gli anglosassoni chiamano “viva” (che sta per il latino “viva voce” e che viene usato solo in particolari condizioni, generalmente per tesi che sono così deboli o così eccentriche da dover essere difese “de visu”), lo si può fare all’interno della didattica di classe, senza creare un momento valutativo esterno come quello dell’Esame di Stato, anche se concordo che l’apporto di docenti non di classe sarebbe assai utile.

    3) Cos’è alla fine un Esame di Stato? Di fatto è un’idoneità. Probabilmente è anche per questo che ormai la “maturità” sta diventando un pro-forma: l’idoneità è più data dal fatto di essere arrivati al quinto anno e aver completato il corso di studi con tutte sufficienze (tralascerò di almanaccare su cosa si considera “sufficiente”, è un altro discorso).

    Se però davvero l’Esame di Stato è un’idoneità, ovvero un modo di dire: “Ok, costui può considerarsi formato e pronto”, allora l’aspetto enciclopedico, di riffa o di raffa, rimane, ma continuo a ritenere molto più efficiente, al riguardo, lo scrutinio dei professori che li conoscono.

    Se invece riteniamo che ci voglia un giudizio esterno, “spassionato”, non mediato dalla conoscenza personale sia meglio, lascerei a farlo le università, gli ordini professionali, chiunque debba assumere o accogliere gli studenti licenziati dalla scuola.

    In altre parole, rimango dell’idea che l’Esame di Stato serva poi a poco. Però toglierei l’esame senza togliere il saggio

    ADDENDUM: è vero che l’italiano è la lingua veicolare di tutte le materie, non trovo però vero che italiano possa infilarsi un po’ ovunque. Con le materie tecniche delle scuole tecniche e professionali non è così facile per un docente capire se davvero i nessi di senso in un’esposizione tecnica (nessi causali, concessivi ed altro) siano quelli giusti, e l’intervento del docente di italiano si limiterebbe ad una correzione grammaticale di scarso momento.

  4. Caro Collega, ho cominciato a fare esami 34 anni fa, da commissario, e li ho fatti quattro volte anche da Presidente. Per la mia esperienza ciò che accade di fatto è spesso molto differente da ciò che dovrebbe accadere de iure. Fanno male? Di sicuro, ma questo è lo stato delle cose. Peraltro, un esame che è virtualmente impossibile fallire-le bocciature sono meno del 2% da anni- a cosa serve? A fare una graduatoria di merito che poi risulta essere, nella maggior parte dei casi, uguale a quella stilata dalla scuola? Se aggiungi che sotto Roma i 100 e lode fioriscono senza limiti–e lo dico da meridionale – quale valore si può attribuire a questo Cimento? Nessuna novità nel tipo di prove avrà effetto se non cambierà tale situazione. A presto

  5. Tento un risposta collettiva a Francesco e Mauro, che ringrazio entrambi per l’attenta lettura. La risposta potrebbe essere intitolata, forse un po’ polemicamente ma come, d’altra parte, era intitolato il post da cui si è poi evoluto l’articolo : “Quelli che… l’esame non serve a niente, aboliamolo”! Procedo per punti partendo dalle osservazioni assai realiste di Mauro e qui la risposta è rapida e radicale: il dover essere che si inchina all’essere “it’s not my cup of tea” come dicono gli inglesi. E credo che non possa esserlo per nessuno che intenda continuare seriamente a svolgere il mestiere del maestro. La paideia in quanto tale è un continuo sforzo comune di allievo e maestro per mettere in dialogo l’essere ed il dover essere. L’appello alla lunga esperienza qui non può giocare alcun ruolo, anche perché la mia come commissario è solo poco più breve. Quella come presidente di commissione è addirittura più lunga. Quindi, come suona il detto di Hegel: “una rassicurazione basata sulla propria esperienza non val più di un’altra”. Il punto centrale della linea che difendo è che gli esami, non solo l’esame di stato (che però purtroppo è rimasto uno dei pochi sopravvissuti) hanno un intrinseco valore formativo: vanno moltiplicati non ridotti; un po’ meno del 2% di bocciature (che peraltro non è proprio pochissimo) è ampiamente sufficiente a mantenere aperta per ogni esaminando la possibilità del fallimento, senza cui nessuna prova è veramente tale. E il fallimento ovviamente per molti è anche ricevere una valutazione sensibilmente più bassa di quella della media degli scrutini. Se questo non accade quando dovrebbe accadere ciò è imputabile esclusivamente alla scarsa professionalità dei docenti-commissari o (ancor di più) dei dirigenti-presidenti che non vogliono rogne. Ma eliminare semplicemente ciò che troppi nostri colleghi non sanno fare non ne stimola in alcun modo la formazione e non ne aumenta di un briciolo la professionalità.
    Vengo ai punti di Francesco, con cui ho avuto il piacere di discutere di queste cose anche di persona in diverse occasioni e anche in margine al mio post che ha poi generato l’articolo.
    1. Non concordo. Il modello è quello della discussione di una tesi. Tradizione lunghissima e solidissima. Il fatto che ci sia uno scritto da consegnare comporta un percorso di preparazione lungo e laborioso e la qualità della scrittura entra nel processo di valutazione con un valore molto più pregnante della vecchia prima prova scritta, questa si completamente pletorica. Poi c’è la discussione di quanto scritto che serve a valutare la capacità di argomentare dialogicamente e a verificare il grado di interiorizzazione delle idee sostenute nello scritto.
    2. Secondo me qui il modello “discussione tesi” (che pure ho citato) ti porta fuori strada. La differenza radicale rispetto ad una tesi di laurea è che il candidato non presenta il suo elaborato ad uno o più docenti esperti della disciplina o delle discipline coinvolte. Ed è fondamentale che sia così: la scuola non è l’università, non mira agli stessi obiettivi formativi; non avrebbe quindi alcun senso scimmiottarne le prove. La “maturità” (nome colpevolmente abbandonato) che la scuola superiore di secondo grado valuta con un punteggio finale non è una formazione specialistica né – tanto meno – propedeutica alla carriera dello studio specialistico. Si tratta di una formazione di base, che ha a che fare più con la capacità di essere un membro consapevole della comunità degli adulti piuttosto che con la valutazione delle competenze disciplinari. Quindi che ci sia una commissione di docenti di diverse discipline è fondamentale. La discussione non è un esame della qualità dell’elaborato fatta dall’allievo con un docente specialista, ma è la presentazione da parte di un allievo a degli adulti (del tutto indipendentemente dalla loro preparazione disciplinare) del percorso fatto in un lavoro di ricerca e di approfondimento. Certo ci sono anche gli specialisti delle materie esplicitamente affrontate, Ma a mio avviso la cosa più interessante (e utile per la valutazione) è proprio l’esercizio che dovrebbe essere richiesto al candidato di spiegare ciò che ha inteso dire, scrivendo, a docenti che non conoscono professionalmente la disciplina di cui si tratta, alla presenza di altri che invece ne sono pienamente padroni. Una cosa molto difficile e la cui preparazione è esercizio estremamente formativo. Purché lo si prenda sul serio per tutto il triennio conclusivo.
    In questo senso (e solo in questo senso peculiare) l’Esame finale di un corso di studi è una “idoeneità”. Dunque – e con ciò vengo al tuo punto 3 – la dimensione enciclopedica è qui del tutto fuori luogo, mentre è perfettamente a casa sua in uno scrutinio finale basato sulle valutazioni delle singole discipline. Per concludere, e per le medesime ragioni, un giudizio “esterno e spassionato” non avrebbe alcun senso in una prova che è perfettamente “autotelica”: essa ha in se stessa tutte le ragioni della sua importanza. Nella stessa logica potrebbe avere senso che i commissari non siano i docenti del candidato (e per ciò basterebbe mescolare i docenti di un istituto indipendentemente dalle sezioni) ma questo, ancora, solo per ragioni formative e non certo per garantire una impossibile “oggettività valutativa” che non è in alcun modo compito della scuola fornire.

  6. LA PANDEMIA, L’ESAME DI MATURITÀ, E LO STATO DI COSE PRESENTE. LA CRITICA DI UN’ALUNNA AD UN “VECCHIO PROF, CHE SI SENTE HEGELIANO DENTRO” …

    IL CASO E LA NECESSITÀ : «[…] Su questo, anche per chi è animato come me da incrollabile ottimismo della volontà, le speranze sono davvero poche. Me lo ha fatto notare una alunna che, mentre ragionavamo in classe di queste cose, mi ha detto sul muso “prof., lei davvero è più idealista di Hegel”! Il vecchio prof., che si sente hegeliano dentro, è stato lusingato ma l’osservazione è dannatamente seria» (G. Pellegrini, cit. – sopra)..

    CHIARISSIMO PROF. PELLEGRINI, A LIVELLO FILOSOFICO E , INSIEME, ALLA LUCE DELLA DICHIARAZIONE STRATEGICA DEL GOVERNO DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, MARIO DRAGHI, RELATIVA ALLA QUESTIONE ANTROPOLOGICA E COSTITUZIONALE ( “Una vera parità di genere non significa un farisaico rispetto di quote rosa richieste dalla legge” ), NON LASCEREI “CADERE” QUESTA OSSERVAZIONE “DANNATAMENTE SERIA” .

    Perché ciò non avvenga, forse, potrebbe essere utile accogliere le riflessioni fatte da Francesca Rigotti nel suo recente intervento dedicato proprio al tema “Donne al futuro” (Doppiozero, 20 marzo 2021: https://www.doppiozero.com/materiali/donne-al-futuro), portarsi fuori dal letargo istituzionale di una antropologia ancora zoppa e cieca (hegeliana) e rendere possibile alle alunne e agli alunni una *reale* uscita (come chiaramente indica l’ art. 3 della *Costituzione*) dallo “stato di minorità”. Avere il coraggio di dire ai nostri giovani e alle nostre giovani che sono tutti *sovrani* e tutte *sovrane* non è che l’altro lato dell’avere il coraggio di servirsi della propria personale intelligenza…. O no?!

    Federico La Sala

  7. Caro Pellegrini, come spesso capita in casi simili abbiamo fatto un dialogo fra sordi. Se, come ho precisato nel primo intervento, è diventato senso comune concepire l’esame come ‘conferma al 99 %’ del curriculum, spiace dirlo ma ha poco senso fare appello alla professionalità di docenti e presidenti per arginare il fenomeno a valle, occorrerebbe farlo a monte. Altrimenti tocca discutere animatamente in molte occasioni. È necessaria una’ rivoluzione copernicana’,, magari nel senso da te indicato. Se ne riparla

  8. Caro Mauro Imbimbo, non credo che sia un dialogo fra sordi. Temo proprio che non siamo d’accordo. Io proprio non credo che, in un caso come questo, “da monte” possa venire qualcosa di positivo se non, appunto, per caso. Tantomeno mi aspetto una pure sempre possibile rivoluzione copernicana pensata dal ministero. Nelle more, in ogni caso, l’appello alla professionalità e alla qualità intellettuale dei maestri è tutto ciò che ci resta.

  9. Nonostante possa apparire il contrario, comprendo i motivi della tua posizione, che sollecita una reazione ‘dal basso’. Può darsi che tu abbia ragione, in particolare ora, quando stanno per entrare, finalmente anche per concorso, molti giovani o quasi. Vedremo.

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