di Frédéric Pajak

 

[Esce domani per L’orma editore il secondo volume del saggio grafico di Frédéric Pajak, Manifesto incerto. Sotto il cielo di Parigi con Nadja, André Breton, Walter Benjamin, traduzione di Nicolò Petruzzella. Ne anticipiamo il secondo capitolo per gentile concessione dell’editore]

 

Dolciumi per bambini viziati, tovaglioli al ristorante e chiatte sulla Senna

A Parigi, come in tutte le grandi città, gli uomini sono costretti a guardarsi. Non ad ascoltarsi, ma a guardarsi, osservarsi, fissarsi.

Walter Benjamin cita Sociologia di Georg Simmel: «Prima dell’avvento degli omnibus, delle ferrovie e dei tram nel secolo decimonono, la gente non si era mai trovata in condizione di dover stare, per minuti e anche ore intere, a guardarsi in faccia senza rivolgersi la parola».

 

 

Sui mezzi pubblici, ma anche per le strade e nei bar, è tutto uno scambio di sguardi, sostenuti o fugaci. Ci si guarda fino a «distogliere lo sguardo». Ci si guarda o non ci si guarda, non solo per diffidenza, per paura o per avversione, ma forse perché, al primo sguardo, tutto ci contrappone.

Benjamin nota come le persone, osservandosi a vicenda, sappiano riconoscersi: debitori e creditori, commessi e clienti, datori di lavoro e impiegati. E sanno, soprattutto, di essere «concorrenti».

 

 

Chiama anche in causa lo scrittore Alfred Delvau, il quale «riteneva di poter distinguere le varie stratificazioni del pubblico di Parigi, come un geologo fa con gli strati delle rocce».

Borghesi, artigiani, operai, clochard, donne di mondo, prostitute, giovani e vecchi: la strada parigina è di tutte e tutti. Qui convivono anche delinquenti e poliziotti. Ci si perde nel dedalo dei vicoli mal illuminati. E nonostante il barone Haussmann, a partire dal 1859, abbia sconvolto la città, radendo al suolo i vecchi quartieri popolari per fare spazio a boulevard e avenue, il labirinto urbano persiste tuttora, e costituisce un’ambientazione perfetta per ogni sorta di crimine.

 

 

Benjamin constata come la folla – che definisce «massa» – protegga il criminale dai suoi aguzzini. E sono proprio questa ambientazione e questa folla a ispirare la nascita del romanzo poliziesco.

Ma la polizia non si manifesta soltanto nella letteratura: si insinua ovunque dentro le mura cittadine sin dall’epoca di Napoleone, da quando cioè agli stabili viene affibbiato un numero civico al posto del loro antico nome. L’obiettivo è con­trollare la città, setacciare quella nebulosa brulicante, inquietante e imprevedibile.

Con l’avvento del cinema, le macchine da presa non tarderanno a trasformarsi in telecamere di sorveglianza.

 

 

Nel 1911 Franz Kafka soggiorna a Parigi. Prende la metro, da Montmartre a Grands Boulevards. Il rumore lo terrorizza, ma la sensazione della velocità lo placa. È divertito dalla réclame «Du bo, du bon, Dubonnet», fatta su misura per i passeggeri malinconici e sfaccendati. Camminando lentamente tra i corridoi ha modo di apprezzare al meglio «l’indifferenza affettata dei passeggeri». Nota inoltre come, salendo o scendendo dal treno, non sia necessario rivolgersi al bi­gliettaio né a chiunque altro. «Il linguaggio è stato eliminato dal viavai.»

 

 

L’intera città è «a tratteggio»: «Camini alti e sottili che sorgono dai camini piat­ti, quelli piccoli e numerosi, simili a vasi da fiori, i vecchi candelabri del gas, straordinariamente muti, i tratti orizzontali delle persiane, alle quali, nei sob­borghi, si aggiungono sul muro di casa i tratteggi delle sudicie impronte, i correnti sottili sui tetti…».

Parigi lo stanca, lo affligge. C’è un solo rimedio per guarire da questa stanchez­za: andarsene. Nel frattempo, perlomeno e per fortuna, c’è la granatina con il selz che pizzica nel naso quando si ride. Le torte parigine, invece: «cattive e spugnose».

 

 

9 maggio 1913. Partito da Berlino assieme a due amici, Benjamin mette piede a Parigi per la prima volta. Ha ventun anni. I tre alloggiano per due settimane all’Hôtel de Berne, vicino a gare Saint-­Lazare.

Il mattino è consacrato alle visite: Versailles, Fontainebleau, il Louvre – dove Benjamin rimane «straziato» di fronte al ritratto di Ferdinando I dipinto dal Greco, ritratto «melanconico e patetico». Di pomeriggio vagano fra strade e bou­levard, chiese e bar. Di sera vanno a teatro e di notte si intrattengono nei caffè.

 

 

Per Benjamin la città è un incanto: i negozi, le insegne luminose, la folla. E poi gli ampi argini della Senna, i quais, descritti dal poeta Léon­-Paul Fargue come «un paese a sé che si sviluppa in lunghezza, una sorta di nastro incurvato, una penisola immaginaria che sembra emersa dalla fantasia di un essere magnifico».

Niente a che vedere con Berlino: Parigi è un vortice di vita, un turbinio nel quale «le case non sembrano fatte per abitare, ma paiono quinte di pietra attra­verso cui si cammina».

 

 

Benjamin ammira la disciplina delle ballerine. È ammaliato dai vezzi delle don­ne distinte, e non nasconde una certa passione per le prostitute. Fa la sua prima esperienza sessuale con una ragazza incontrata sul marciapiede.

È per sottrarsi all’influenza di sua madre – e altresì per sottrarsi alla propria classe sociale – che va in cerca delle ragazze di vita, non esitando ad abbordarle in mezzo alla strada: «Quando poi, talvolta già verso mattina, mi trattenevo in un androne, mi ero irrimediabilmente irretito nei tentacoli d’asfalto della città; e non erano le mani più innocenti quelle che me ne districavano».

 

 

Approcciare una prostituta in mezzo alla strada gli provoca un turbamento «pres­soché senza eguali». Scriverà: «Libri e prostitute si possono portare a letto».

Un anno dopo scoppierà la guerra. Rudyard Kipling, che soggiorna a Parigi, alla vista di comari in ciabatte, loquaci e spettinate, intente a versare la zuppa ai solda­ti, sogna di veder svettare su un ponte la statua gigantesca di «Madre Forza-­e-­co­raggio o della Signora Non­-te-­la-­prendere». Alle prime due guerre ne seguirà una terza. Si chiamerà pace, e distruggerà Parigi, portando a compimento nella più perfetta impunità quel che gli eserciti non avevano neanche potuto cominciare.

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