di Sergio Benvenuto

 

“Ancora sarebbe desiderabile, anzi sembrerebbe obbligatorio, specialmente per un filosofo, sacrificare anche i legami personali più intimi in difesa della verità. Entrambi ci sono cari, tuttavia è nostro dovere preferire la verità.”[1]

 

Di recente alcune amiche e amici mi hanno sorpreso commentando miei scritti degli ultimi anni, in particolare su Freud e Lacan, dicendo più o meno: “Tu scrivi su Freud, su Lacan, come da pari a pari. Ti confronti con loro come in una discussione tra amici”. Alcuni mi dicono questo come un encomio, altri invece come una critica per la mia hybris, per il mio osare mettermi sullo stesso piano… Entrambi però mostrano stupore, ed è questo che, in entrambi i casi, mi stupisce.

 

Ho l’ingenuità di pensare che molte cose che a me appaiono scontate, lo siano anche per chi si considera un intellettuale. Una di queste è che, quando si entra in quel delicato gioco che è la ricerca teorica, non ci siano gerarchie a priori. Questo è accettato nelle scienze. Se sono l’ultimo fisico teorico, giovane sconosciuto, e leggendo Einstein trovo che nel suo sistema c’è qualcosa che non funziona, conto sul fatto che se i miei argomenti sono buoni, verranno presi in considerazione e vagliati dai colleghi[2]. Nel dibattito teorico, se è critico e non dogmatico o ecclesiale, nani e giganti hanno la stessa altezza… E’ questo il paradosso.

 

Certamente io sono un nano rispetto a figure come Freud e Lacan, ma un nano deve fingere di essere un gigante se vuole capire qualcosa dei Grandi. Quando leggiamo dei giganti – in qualsiasi campo – dobbiamo cercare di essere come loro, imbastendo un letto di Procuste ad hoc che a tanti (anche a me) costa un terribile dolore: sento i miei arti tirati per allungarsi mostruosamente. Perciò mi perseguita una frase di Wittgenstein: “Non credere che scrivendo tu risparmi al lettore tutta la fatica che hai dovuto fare per giungere alle tue conclusioni. Se il lettore vuole capire veramente, dovrà penare quanto te”.

 

Per cercare di capire grandi autori, come Freud e Lacan, devo sempre pormi come loro pari. Del resto, credo che questo sia il solo modo, per un nano come me, per crescere: se ci si confronta solo tra nani, si resterà nani. Occorre confrontarsi con giganti, per crescere di qualche centimetro in più.

 

Purtroppo, in psicoanalisi è forte la tentazione del dogmatismo, ovvero, di prendere quel che hanno detto i grandi maestri – ho parlato di Freud e Lacan, ma potrei evocare anche Jung, Melanie Klein, Winnicott, Kohut, Bion, ecc. – come Rivelazioni, nel senso in cui un cristiano o un mussulmano pensano che la Bibbia o il Corano siano parola rivelata da Dio. Si tratta allora solo di sforzarsi di capire quel che hanno scritto o detto Freud, Lacan….Dio, dato che si dà per scontato che abbiano detto sicuramente delle verità. Se alcune cose dette dai Maestri non convincono, bisogna spremersi il cervello finché le cose non convincenti appaiano alla fine verità profonde, altrimenti, ti dicono accigliati i majores, “resisti alla verità!”.  Come nella religione, ogni dubbio o perplessità viene stigmatizzata come resistenza alla Verità, come un non volersi aprire a Essa. Le scuole analitiche allora diventano chiese, cults le si chiama in inglese. I cui adepti possono produrre sempre e solo sulla scia del Maître. Per molti, purtroppo anche filosofi, la psicoanalisi è una Rivelazione che non si discute.

 

Non ci può essere discordanza più grave con quello che chiamo lo spirito critico, che in Occidente è nato col pensiero filosofico. Per fortuna, mi considero anche filosofo. Così, parafrasando Aristotele (citato in esergo), direi

 

                        Amicus Freudus [Lacanus], sed magis amica veritas

 

Ora, quando si ha per amica la verità – il che non significa affatto, purtroppo, che questa amicizia venga ricambiata – anche il nano può sentirsi gigante.

 

E’ toccante come Aristotele alluda ai rischi dell’amicizia della verità: che essa può farti perdere altri amici, in carne e ossa. Le divergenze teoriche possono spezzare lunghe amicizie, come del resto la storia della psicoanalisi insegna. In molti casi, invece, è lo spezzarsi di amicizie che genera, come corollario, divergenze teoriche…

 

Il ricordare questo paradigma etico del pensiero critico – ovvero, che non bisogna leggere in modo timorato e reverenziale i Maestri, ma essere pronti a criticarli – viene recepito da molti come una connivenza con ciò che viene biasimato come “positivismo scientista”. In effetti, nel corso di un secolo la psicoanalisi è stata più volte criticata – in particolare nel mondo anglo-americano – come una teoria non dimostrata, o non falsificabile (quindi non scientifica), o non corroborata scientificamente, insomma come un sapere ermetico, riservato a un cult, e non pubblico come deve essere ogni sapere criticabile. La psicoanalisi, essendo una pratica riservata (difesa dal principio di anonimato e non riconoscibilità degli analizzanti), si sottrae ab initio alla discussione nell’agorà. Da qui la reazione cognitivista, i tentativi di costruire delle Evidence Based Psychotherapies, al pari della Evidence Based Medecine. E costruire una psichiatria finalmente Freud-free, liberata da Freud (vedere i vari DSM). Se non accetti la Rivelazione freudiana (e lacaniana) – mi dicono i colleghi che hanno fede – finirai col contare sulle verifiche empiriche sull’efficacia comparata delle psicoterapie, e altre stupidaggini! Qui mi sento preso tra due fuochi.

 

Perché anche io sono alquanto critico nei confronti della maggior parte delle validazioni empiriche della psicoanalisi, almeno come le si fanno. Ragion per cui mi sembra di abitare una no man’s land: non accetto affatto il pensiero di Freud e di Lacan come Rivelazioni indiscutibili, ma non accetto nemmeno il modo ingenuo con cui si porta avanti il discorso sulla validazione dei risultati della psicoanalisi. Ma non affronterò questo tema qui, che ho discusso altrove[3].

 

In effetti, sia gli ecclesiatici (chiamerò così i credenti nella Fede psicoanalitica) che i verificazionisti (chiamerò così chi vuole applicare i protocolli scientifici alla pratica “psicoterapica”) condividono un’idea comune che io invece, a differenza di loro, non condivido: che la psicoanalisi, in particolare quella freudiana e lacaniana, sia un sapere. (Mi pare che Lacan lo abbia detto chiaro e tondo: lo psicoanalista tende alla verità, non al sapere.) Un sapere rivelato per gli ecclesiastici, un sapere empirico per i verificazionisti. Credo che la psicoanalisi sia anche un sapere, così come c’è un sapere in pittura, in musica, in politica, in pedagogia, nelle arti erotiche… Ma la psicoanalisi non è essenzialmente un sapere. Essa è prima di tutto una pratica, anche teorica, di cura degli umani. Per cura intendo qualcosa che in inglese si direbbe care-cure, non treatment.

 

Disse Freud: “Tre sono i mestieri impossibili: governare, educare, psicoanalizzare”[4]. Tutte e tre sono attività che hanno a che fare con l’inconscio. E proprio per questo non possono essere attività scientifiche. Ciò non toglie che il politico, l’educatore e lo psicoanalista debbano conoscere le scienze che li riguardano, debbano ispirarsi a esse, ma non sono essi stessi scienziati. Queste pratiche di cura sono aperte a tutte le alee della contingenza: ogni società e ogni epoca è diversa dall’altra, ogni educando è diverso dall’altro, ogni analizzante è diverso dall’altro. Guai generalizzare! La scienza generalizza, le pratiche di cura particolarizzano.

 

Alfred Jarry fondò una disciplina buffonesca, la patafisica[5]. Questa, a differenza delle scienze, che puntano a leggi universali, era una scienza delle cose particolari. In questo senso, la psicoanalisi è patafisica.

 

Un certo dogmatismo in psicoanalisi mi ricorda il dogmatismo settario marxista, che ho conosciuto molto da vicino negli anni 1960 e 1970[6]. All’epoca, giovane, ero marxista, e ho militato in alcune organizzazioni comuniste. I vari gruppi e gruppetti comunisti erano intenti a una sorta di teologia marxista (un esempio illustre: Quaderni piacentini). Si trattava in ogni caso di trovare la linea corretta, che doveva essere sempre in linea con i maestri marxisti che si accettavano nel proprio Pantheon – alcuni si limitavano a Marx, altri vi aggiungevano Lenin, altri Trotzsky e altri invece Stalin, altri Gramsci, altri Mao, altri Althusser…. Non era importante trovare la linea efficace per il socialismo, ma la linea corretta: quella che era in linea con gli assiomi e i paradigmi del marx-leninismo. Così poi è venuto il dileggio della political correctness.

 

Ora, la politica, anche una politica rivoluzionaria, è sempre impura: ha a che fare con situazioni ed eventi che la teoria non prevede, che irrompono nella realtà senza rientrare negli schemi concettuali. Fare politica efficace significa essere pronti a compromessi, alleanze, giochi di potere, misure ad hoc… Significa anche essere capaci di fare cose spesso contrarie ai propri principi, come è noto. Per il purismo marx-leninista invece l’importante era trovare la linea scientifica in regola con la teoria[7]. Questo modo di pensare ingenuo, inefficace, infetta anche un certo tipo di stile psicoanalitico. La teoria viene considerata una variabile indipendente, che non dipende dall’esperienza, dall’aumento di sapere extra-analitico, dalle alee della pratica… L’importante in un caso clinico è come farlo rientrare correttamente nella teoria.

 

Se certe scuole psicoanalitiche andranno avanti su questa linea, sono destinate a una marginalità tipica dei cult protestanti o delle sette marxiste.

Bisognerebbe (psico)analizzare questa onnipotente sopravvalutazione della teoria. Onnipotenza appunto: si vive l’illusione che avendo in tasca una teoria potentissima, si diventi potentissimi grazie alla teoria. Come diceva Lenin, “il marxismo è onnipotente, perché è vero” (frase citata da Lacan negli Ecrits). E’ proprio sulla verità invincibile che bisognerebbe avere dubbi. L’infatuazione teorica, che porta a un’esegesi timorata dei sacri testi, è il tentativo disperato di ignorare la propria umana miseria. Miseria perché abbiamo a che fare sempre con eccezioni, mai con fatti che seguono fedelmente le linee teoriche, che sono approssimazioni.

 

Non voglio dire, come pensano alcuni, che bisogna buttare a mare ogni teoria! Non sono così stupido e ingenuo da pensarlo. Come scriveva Nelson Goodman parafrasando Kant: ““l’occhio innocente è cieco e la mente vergine vuota”[8]. Non esiste mente vergine, la nostra esperienza è sempre pre-strutturata, non c’è alcuna clinica seria senza filtri teorici, filtri che la rendono intellegibile. Ma la teoria è veramente utile quando è pienamente digerita, ovvero quando diventa inconscia. Quando “si parla come un libro stampato” non si è digerita veramente una teoria. Ed è importante digerirne molte.

 

Ci si illude di essere giganti imbattibili, come Goliath, perché ci si crede protetti da giganti considerati onnipotenti. Io parto invece dal principio che i giganti – anche Freud e Lacan – avevano comunque proporzioni umane, effetti anch’essi da cecità e illusioni, come tutti noi. Per cui è importante saper vedere cosa c’era di nanesco nelle loro gigantesche costruzioni. Perciò alcuni mi rimproverano di “mettermi alla loro pari”.

 

Per esempio, apprezzo il fatto che Lacan abbia contestato la regola secondo cui ogni seduta analitica debba durare un tempo fisso, diciamo astronomico, che di solito sono 45 o 50 minuti. Lacan si è presa la libertà di far variare la durata delle sedute: ha rotto un tabù, si è inventato una propria strategia. Ottima idea. Ma per molti seguaci lacaniani anche questa libertà è diventata dogma: se non fai sedute a tempo variabile, allora non sei un vero analista!

 

Ma ogni analizzante è un caso a sé. Ad esempio, alcuni tollerano bene delle sedute corte (perché interrompere una seduta significa che la si può chiudere anche dopo due minuti) altri invece le tollerano male. Per alcuni è importante stare a lungo con l’analista. L’analisi non è solo pura analisi, ma tante altre cose che danno carne allo scheletro analitico; è anche ciò che gli inglesi chiamano holding. Ed è anche ipnosi, per quanto l’analisi sia stata creata abbandonando l’ipnosi, perché c’è una dimensione ipnotica in ogni transfert, in ogni legame sociale. L’analisi, come fare politica ed educare gli altri, è sempre sporca. La pura analisi porta a disastri, come la politica e l’educazione che vogliano applicare principi puri. Una politica dei puri principi è sempre potenzialmente o dispotica o auto-distruttiva (il comunismo ha portato in effetti al dispotismo e poi all’auto-distruzione). E analogamente, possiamo sospettare che un grande educatore troppo puro, come Daniel Gottlob Moritz Schreber, abbiano fatto guai…

Così molti analisti rischiano di produrre gli equivalenti analitici di Daniel Paul Schreber…

 

C’è poi la pessima abitudine di molti analisti, quando parlano o scrivono, di dire delle assolute banalità filosofiche, di fare discorsi smaccatamente metafisici, e se uno li contesta, replicano gonfiando il petto: “E’ quel che mi insegna la mia pratica analitica!” Verrebbe allora la voglia di dir loro: “Allora perché non ci parli dei casi clinici che ti autorizzerebbero a sentenziare i tuoi filosofemi?” Costoro vogliono veramente farci credere che esista una linea diretta e semplice che porta dalla propria esperienza clinica non solo a una determinata teoria psicanalitica, ma addirittura a teorie filosofiche, politiche, etico-sociali… E’ una turlupinatura. Ci si appella “alla mia esperienza clinica” come il visionario che afferma le sue idee religiose dicendo: “Lo dico perché me l’ha detto la Madonna!” Si allude alla propria (misteriosa) esperienza clinica come a una rivelazione di Maria Vergine.

 

So bene della difficoltà di rendicontare la propria esperienza clinica, è noto che questo è il limite della psicoanalisi: che la sua esperienza è incontrollabile. In parte, quindi, bisogna fidarsi di quel che dice un analista. Ma da qui a fare di questo limite invece il tabernacolo di un sapere ermetico riservato agli analisti, ce ne passa. Se uno mi dice di aver vissuto dieci anni in Cina e vuole parlarmi della Cina che dice di conoscere bene, lo ascolto con attenzione. Purtroppo non basta vivere decenni in Cina per capirla veramente: ci vuole una particolare perspicacia. Molti parlano del loro paese, che conoscono benissimo, non diversamente da come ne parla una guida Lonely Planet…. Si può aver vissuto decenni in Cina e non averci capito nulla di essenziale. E se poi uno che ha vissuto a lungo in Cina mi dice che lui ha capito per questo l’essenza del buddhismo, quando il buddhismo va ben oltre la Cina e ha tante sfaccettature, allora penso subito che si tratta di un cialtrone. E’ quel che fanno alcuni psicoanalisti: filosofeggiano, e dicono che questo glielo dice la loro pratica analitica!

 

C’è comunque un’obiezione forte a tutto quello che ho detto finora. Si dirà che se i giganti sono rari, anche i nani che si confrontano con i giganti sono solo una minoranza. E questo perché la maggior parte degli esseri umani non ha talento per l’elaborazione teorica. E’ vero.

Per confrontarsi con i giganti, ci vuole una certa creatività teorica, che non è di tutti. Per Winnicott l’analisi aveva come scopo ultimo proprio quello di suscitare la creatività di ciascuno – ma non in tutti i campi. Così come alcuni (pochi) hanno talento nel comporre musica, così solo alcuni (pochi) hanno talento nell’elaborazione teorica. La maggior parte delle persone, anche molto intelligenti (ma cosa significa: intelligenti?), sono seguaci di creazioni teoriche, non creatori di teoria. E’ un limite biologico, non tutti abbiamo gli stessi talenti. E’ fatale quindi che la maggior parte delle persone seguano fiduciose idee altrui, perché non hanno gli strumenti per interrogarle in modo perspicuo. Sono convinti, ma non sono per questo convincenti. Insomma, non c’è arroganza nel considerarsi una élite privilegiata quando si dice “quando leggo Freud, Lacan… mi metto alla pari con loro”?

 

In effetti, essere un nano che si confronta con i grandi è molto rischioso. Ho conosciuto tante persone, in tutti i campi, che si consideravano giganti: attaccavano i grandi Maestri, convinti di aver ragione loro. Molti sono patetici megalomani, ma altri no: sono davvero persone di talento, che dimenticano però di essere nani, anche se di talento. Sono convinti di essere protagonisti di una rivoluzione, fondano anche una loro scuola, aggregano seguaci, e magari per un po’ hanno anche una certa risonanza mediatica. Poi di loro non rimane più nulla. Il nano che si mette alla pari con giganti rischia sempre il ridicolo o un totale fallimento. Essere seguaci non solo è più facile, è anche meno rischioso. E meno faticoso. Il nano che si crede gigante invece rischia di diventare arrogante, sordo alle smentite, si gonfia di sé. Un disastro.

 

Ma credo che così funzioni l’evoluzione culturale, sempre (senza dare a ‘evoluzione’ alcun senso migliorista). C’è sempre una maggioranza di seguaci – di idee politiche, filosofiche, estetiche, morali, religiose… – e una minoranza di creativi, i quali rischiano però, per lo più, di prendere vie senza uscita. Restano del tutto inascoltati magari perché arrivano troppo presto nella storia, anticipano troppo, oppure perché prendono una strada storicamente centrifuga… La maggior parte dei “creativi” fallisce, i seguaci di solito se la cavano meglio, a meno che non fallisca il loro Maestro. Insomma, lungi dal dire “tutti dovrebbero fare come me!”, so bene quel che rischio: la mia bassa statura potrà sempre impedirmi di superare certi ostacoli. Se punti in alto, è molto probabile che tu caschi per terra.

E questo è il gioco della vita intellettuale, della vita.

 

Note

 

[1] Aristotele, Etica Nicomachea, 1096a, 11–15.

[2] Lo so che questa è l’immagine idealizzata che gli scienziati tendono a dare della loro comunità. Nella realtà sappiamo che le cose non sono così “pure”, che anche nelle scienze contano gerarchie e lotte di potere. Ma almeno è questo l’ideale che la scienza cerca di realizzare.

[3]  S. Benvenuto, “Che cosa gli psicoteraputi vogliono fare da grandi? Note sulla disseminazione psicoterapica”, in Tullio Carere-Comes, Patrizia Adami Rook, Luca Panseri, a cura di, Che cosa unisce gli psicoterapeuti (e che cosa li separa). La pratica dell’integrazione in psicoterapia, Atti del 2° Congresso SEPI-Italia, Firenze 2006; Vertici Editori, 2007, pp. 75-89.

[4] Freud (1925) OSF, 10, p. 181; (1937), OSF, 11, p. 531.

[5] A. Jarry, Gestes et opinions du docteur Faustroll pataphysicien: Roman néo-scientifique suivi de SpéculationsFasquelle, 1911. Libro Secondo: Elementi di Patafisica – VIII – Definizione: “ci si accorge di quanto la patafisica, contrariamente alle altre scienze, non si occupa del generale ma piuttosto del particolare, non si occupa delle regole ma piuttosto delle eccezioni”.

[6] Sulla deriva settaria dei gruppi del 68, si veda il bel saggio di E. Fachinelli, “Gruppo chiuso o gruppo aperto”, Il bambino dalle uova d’oro, Adelphi, 2010, pp. 150-183.

[7] Atteggiamento che è stato descritto e ridicolizzato a meraviglia dal genio comico dei Monty Python nel film Life of Brian (1979).

[8] Goodman, 1976, p. 13.

4 thoughts on “Ti metti alla pari con Lacan! Patafisica psicoanalitica

  1. Due obiezioni:
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    1. « Certamente io sono un nano rispetto a figure come Freud e Lacan, ma un nano deve fingere di essere un gigante se vuole capire qualcosa dei Grandi».
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    Ma perché «deve fingere di essere un gigante etc.»? Si può essere (lo stabiliranno altri in fondo) o sentirsi nani ma i nani seri fanno tutte le domande anche più scomode o irritanti sia ad altri nani che ai giganti (reali o presunti). Appunto perché « quando si entra in quel delicato gioco che è la ricerca teorica, non ci [sono] gerarchie a priori».
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    2. « Un certo dogmatismo in psicoanalisi mi ricorda il dogmatismo settario marxista, che ho conosciuto molto da vicino negli anni 1960 e 1970 . All’epoca, giovane, ero marxista, e ho militato in alcune organizzazioni comuniste. I vari gruppi e gruppetti comunisti erano intenti a una sorta di teologia marxista […] Una politica dei puri principi è sempre potenzialmente o dispotica o auto-distruttiva (il comunismo ha portato in effetti al dispotismo e poi all’auto-distruzione».
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    Avendo fatto esperienze simili, posso condividere tutte le critiche alle teologizzazioni del marxismo. Non capisco, però, perché «una politica dei puri principi» venga imputata unilateralmente ed esclusivamente al comunismo; e si taccia sul dispotismo o sui rischi di auto-distruzione del neoliberismo capitalista.

  2. Mi soffermo su un particolare di non poco conto; ad un certo punto si afferma a proposito del dogmatismo che il dubbio è il sospetto sono indice di poca fedeltà ai maestri di ogni sorta… Come se l’essere epigoni, quindi non apportatori di creatività o di originalità fosse un difetto. Ebbene costui non potrà mai avere un vero maestro o essere epigono di un’epoca!

  3. UN SASSO NELLO STOMACO DELLA PSICANALISI: IL “CASO” DELLO “PSICANALISTA «COL MAGNETOFONO»” !

    «Disse Freud: “Tre sono i mestieri impossibili: governare, educare, psicoanalizzare”. Tutte e tre sono attività che hanno a che fare con l’inconscio. E proprio per questo non possono essere attività scientifiche. Ciò non toglie che il politico, l’educatore e lo psicoanalista debbano conoscere le scienze che li riguardano, debbano ispirarsi a esse, ma non sono essi stessi scienziati. Queste pratiche di cura sono aperte a tutte le alee della contingenza: ogni società e ogni epoca è diversa dall’altra, ogni educando è diverso dall’altro, ogni analizzante è diverso dall’altro. Guai generalizzare! La scienza generalizza, le pratiche di cura particolarizzano.» (S. Benvenuto).

    ACCOLTA QUESTA PREMESSA che ci colloca in un orizzonte-paradigma che presuppone e accetta la distinzione tra “le scienze” e “le pratiche”, per uscire da “un certo dogmatismo in psicoanalisi” (come dal “dogmatismo settario marxista”), forse, è proprio opportuno, per cercare di portarci “sulla spiaggia” e ristabilire il contatto con il mare aperto, ricordare il “caso” dello “psicoanalista «col magnetofono»”, Elvio Fachinelli!

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    UNA CURIOSA IMMOBILITA’. Nel 1977, Fachinelli pubblica il testo di uno straodinario caso, quello di “J.-J. Abrahams. L’UOMO COL MAGNETOFONO dramma in un atto con grida d’aiuto di uno psicoanalista, con note di J.-P. Sartre, J.-B. Pontalis, B. Pingaud e E. Fachinelli” (edizioni L’ERBA VOGLIO). Nel suo intervento, dal titolo “La parola contaminata”, egli scrive: “Leggendo i commenti preposti (nell’edizione originale di «Les Temps Modernes», 1969), al testo di Abrahams, si ha ora il seno di una curiosa immobilità. Sartre pone una domanda, parziale se si vuole, ma pungente: quella della violenza (o del potere) che sta dentro la relazione psicanalitica; Pontalis e Pingaud rispondono in modo generale e come di lato: scacco della reciprocità, testimoniato nell’opera stessa di Sartre (Pontalis); reciprocità come esito finale, come conquista (Pingaud). Le spade si sono incrociate, senza dubbio, ma i duellanti non sono andati oltre la prima mossa. E il testo di Abrahams risulterebbe così un exploit solitario, fermo come un sasso nello stomaco della psicanalisi – che ne ha digeriti ben altri. Senonché alcuni mesi fa è uscita una raccolta di vari scritti di Abrahams (L’homme au magnétophone, Le Sagittaire, Paris, 1976) che a mio parere riapre il problema e permette, forse, di far muovere quel sasso […]”.

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    FAR MUOVERE QUEL SASSO! Nel 1979, Fachinelli pubblica “La Freccia Ferma. Tre tentativi di annullare il tempo” (edizioni L’ERBA VOGLIO), nel 1983 “CLAUSTROFILIA. Saggio sull’orologio telepatico in psicanalisi” (Adelphi), e, nel 1985, un breve testo “Sulla spiaggia” ( “Lettera Internazionale”, 2, n. 6, autunno 1985). Con evidenti “segnali” di grande audacia teorica., Fachinelli si mette in gioco, coraggiosamente ( http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=4352 ), e si porta “al di là del bene e del male” – al di là del femminile e del maschile e al di là della debolezza e della forza: depone le armi dialettiche della “intelligenza astuta” hegelo-lacaniane e osa aprire la porta a un nuovo orizzonte-paradigma, a una nuova antropologia e a una nuova psicoanalisi. Nel febbraio del 1989, stampa “La mente estatica” (http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=1568): “La metamorfosi dei sensi, non un loro oltrepassamento, è anche – scrive Fachinelli – al centro del trasumanar dantesco”. Che dire? Non è ora di uscire dall’inferno, e dal presente lockdown ?!

    Federico La Sala

  4. DOC.: L’ARTISTA «COL VIDEO-REGISTRATORE» (2021) !
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    Primo Maggio
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    Fedez e il video della telefonata con la Rai: «Sul palco devo essere libero di dire quello che voglio, non lo stabilite voi»
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    Fedez dopo il discorso del Primo maggio pubblica il video della telefonata con la Rai: «La vicedirettrice di Rai 3 Ilaria Capitani mi esorta ad “adeguarmi a un sistema”» *

    Fedez accusa i vertici di Rai3 di avergli chiesto di omettere nomi e partiti dal suo intervento sul palco del Concertone, la Rai controbatte smentendo pressioni e censure preventive. Ma il cantante non ci sta e, subito il suo discorso sul palco del concerto del Primo Maggio, ribatte su Twitter: «La Rai smentisce la censura. Ecco la telefonata intercorsa ieri sera dove la vice direttrice di Rai 3 Ilaria Capitani insieme ai suoi collaboratori mi esortano ad “adeguarmi ad un SISTEMA” dicendo che sul palco non posso fare nomi e cognomi». Pubblicando il video della telefonata, nel quale si sente la discussione molto accesa con i dirigenti di Rai3. […]

    * Cfr. Greta Sclaunich (Corriere della Sera: https://www.corriere.it/spettacoli/21_maggio_02/fedez-primo-maggio-rai-59e8bb50-ab05-11eb-a155-ccb2f12f7395.shtml – ripresa parziale.).

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