di Mirko Volpi

 

[Esce oggi per Salani Asilo Club, di Mirko Volpi. Ne pubblichiamo l’incipit].

 

Avrei voluto essere un padre all’antica, un frutto attardato negli anni dell’inserimento infinito, dei malintesi pedagogismi, della pervasiva attenzione genitoriale verso gli infanti, dei modelli educativi a me ugualmente ignoti e ostili, del lifelong learning parentale. Avrei voluto – me lo dicevo sogguardando senza troppe emozioni la prima pancia di mia moglie, studiandone con garbato distacco la gravidanza, il suo glorioso procedere estivo, nelle grondanti attese dell’agosto padano – disattendere antimodernamente al ruolo, delegare a lei le incombenze della cura, il disbrigo dei fatti minuti, l’eliminazione dei dimenticabilissimi intoppi quotidiani, periodici, stagionali, sorvolare appena possibile sui processi decisionali secondari, sull’eccesso delle condivisioni, soprattutto emotive. La facilità priva di ambasce con cui avevo vissuto – ultimo degli uomini, prima di altri milioni di ultimi uomini – il banale trapasso dalla condizione di figlio a quella di padre mi aveva ancor più sospinto in una dimensione perlomeno ottocentesca della genitorialità, nell’illusorietà di un quadro cui sarebbero mancati soltanto, ma era lacuna trascurabile, i sigari fumati ovunque dentro casa e le poppate ai seni di balie floride e pudibonde. Avrei voluto allora essere un padre così, che alle soglie della pubertà dell’erede entra in casa con gli stivali sporchi di fango e sa che da quel momento, smaltiti da altri i trascurabili anni dell’infanzia, la cui cura non poteva che essere completamente a carico della madre col supporto del restante corteggio muliebre familiare, sa che gli spetta il rude adempimento educativo secondo i vecchi, nebulosi, mitologici, insuperati canoni.

 

Nonostante gli incartamenti ufficiali, le buste paga alla voce detrazioni per figli a carico e le lettere del Comune di Pavia, nonostante la facile per quanto antica vulgata, non sono ‘diventato’ padre, ma, a partire da un istante che l’anagrafe ha dovuto certificare con millimetrica esattezza, ‘lo sono’, per adesione naturale e non meditata a qualcosa di più grande di un desiderio, di più piccolo di un destino; un padre senza aggettivi e senza lacrime, anche senza troppe parole, gettato nell’agone dalla Provvidenza che a tutto misteriosamente sovrintende. Il cuore – che a ogni buon conto sa ‘appena un poco di quello che è già accaduto’ – non mi ha mai detto molto su quello che sarebbe stato, né credo di averglielo mai chiesto – forse un po’ troppo muto, lui, e sordo, io, ai sentimenti primordiali, alle interrogazioni clamorose.

 

Paternità è parola dalla quale mi sono tenuto alla larga a lungo, né desisto, in fondo, avendo sperimentato come la naturalezza dell’evento – la nascita del figlio, dei figli (che avviene, incredibile a dirsi, anche senza che si sia mai letto Freud) – non abbia sommosso le mie fondamenta, non abbia tracciato gli ovviamente profondissimi solchi tra i due me che da quel momento sarebbero stati separati da un bronzeo, monumentale spartiacque. Ogni cosa segue umilmente il proprio corso nell’immensità del disegno, nella semplicità del dettaglio.

 

Avrei voluto essere un padre vecchio stile, di una qualche epoca imprecisata, di un tempo andato di cui farmi stanco lodatore, di quel tempo che fu per tutti e non è per nessuno, forse soltanto degli anni Settanta del secolo scorso, quando toccò a me essere l’oggetto delle poche elucubrazioni di mio padre, e con buona certezza anche di mia madre. Avrei voluto questo, e anche molto altro di più retrivo, ma domani è il primo giorno di asilo di Ludovico e lo accompagno io, domani, Barbara non può, deve andare presto al lavoro, Agnese ronfa accanto a lei godendosi altrimenti i suoi dieci mesi di vita e io sono qui che non dormo, mi aggiro per casa pensando di essermi scordato qualcosa che è stato invece perfettamente sistemato, ordinato, predisposto ore fa.

 

Domani è il primo giorno di asilo (‘di scuola dell’infanzia!’, mi ammonisce invano il burocrate del MIUR, mentre io sono fermo ai tempi, alle nomenclature e all’impostazione di Ferrante Aporti) e nonostante la lunga preparazione mentale mi abbia già quasi reso familiare ciò che si scorge al di là di questo punto di rottura, illudendomi – solo ora lo so – che sarebbe stato indolore (ma per chi, esattamente, non saprei dire), comincio ad avvertire uno strano sentimento di fine, di addio all’Eden.

 

Mi addormento tardi, mi sveglio troppo presto, sorveglio fumando sul balcone la stabilità domestica, considero l’apparente regolarità delle azioni che seguiranno, e poi torno al mio vagabondaggio sul parquet, guardo il suo zainetto nuovo dei Minions e i vestiti già pronti e le raccomandazioni di mia moglie nei post-it sul frigorifero e il colore dell’alba di settembre prima dell’autunno, prima del vero inizio di tutto, dopo un’estate durata tre anni.

 

[… ]

 

Ogni tanto mia moglie mi gira link pediatrici, vademecum, decaloghi del buon genitore, articoli ad altissimo impact factor di pedagogia, psicologia dell’età evolutiva, neuropsichiatria infantile, saggi pieni di montessorismi, consigli della più multiforme natura, florilegi di esperienze: cosa dire, cosa pensare, cosa fare, cosa non fare – nessuno, temo, su come parlare a un treenne alla vigilia del suo primo giorno di asilo, del suo primo giorno di vita che non è, né sarà mai più quella della libertà sterminata, della negazione stessa del tempo, della sregolatezza sotto lo sguardo compiaciuto dei genitori del nuovo millennio.

 

– Ascolta le maestre, però.

– Papà, all’asilo me la danno l’acqua?

– Sì che te la danno.

– Va bene.

– Sei contento di andare all’asilo?

– Voglio i pompieri.

– Ti ho chiesto se sei…

– Pompieri!

– Ma è il tuo primo giorno di asilo!

– Pompieriiiiiiii.

 

– Sì, poi te lo compro quel camion dei pompieri, quando torno a prenderti, quando il negozio apre, quando ci passiamo davanti, quando avrò letto quel report pediatrico danese sulla necessità di modulare opportunamente l’accondiscendenza ai capricci per non mortificare, ma neanche sovraccaricare, l’autostima dell’infante.

 

Adesso però smetti di chiedere giocattoli che invecchiano nelle vetrine di astuti commercianti, smetti di non rispondere alle mie inadeguate domande, di manomettere la trafila delle mie irreali aspettative e lasciami a me stesso, da solo, lasciami un attimo provare a far finta di non avere tutta questa agitazione, tutta questa vergognosa dismisura al cospetto della svolta, questa misteriosa aspettazione, così grande che quasi mi sembra che oggi sia il mio primo giorno da papà.

1 thought on “Asilo Club

  1. Bellissimo! E nonostante tutto, nonostante le differenze e anche se non lo dice, non poi così diversa da quella descritta e’ la sensazione della madre che lascia i post it in giro …
    Aspettando che tutti i pedagogisti del mondo finalmente chiudano la bocca e ci lascino essere genitori in pace!

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