di Jessy Simonini

 

A Cristiano Malgioglio

 

Goro

 

Sono stato a Goro poche volte: passaggi veloci, casuali, da un luogo poco distante dai lidi di pinete e palazzoni intorno a Comacchio. Poco distante eppure lontanissimo: dire Goro è quasi come dire Finistero.

 

Un’amica ha lavorato per un periodo come infermiera all’ospedale del Delta di Lagosanto, ogni volta che ci vediamo prende in giro, anche pesantemente, i goresi. Dice che sono bizzarri. Tempo fa sono stato a Porto Garibaldi per un’intervista. Quando l’intervistato mi informa che i vongolari di Goro sono milionari, penso all’eventualità di una riconversione professionale. Poi gli chiedo di Milva e mi risponde: sì, sì, ma lei saranno quarant’anni che non torna più da queste parti.

 

Nel 2019, tornando a Goro per festeggiare (in absentia) l’ottantesimo compleanno di Milva non vedo tutta la ricchezza di cui parla il mio conoscente e non capisco le prese in giro della mia amica. A tratti mi pare un luogo sinistrato, come sbrecciato dal tempo, dalla salsedine, dalle alluvioni.  Non mi meraviglio, le cronache nazionali non l’hanno mai presentato come un luogo ameno. Le pagine di nera ricordano il torbido omicidio di Willi Branchi nei primi Novanta; quelle di politica un recente blocco stradale, organizzato dalla Lega per impedire che in una struttura ricettiva a Gorino vengano accolte alcune profughe con i loro bambini.

 

Ma la serata in onore di Milva, un compleanno cui partecipano molti gruppi musicali e artisti del territorio, è un momento dolce, “popolare”, autentico perché vero è l’affetto che si prova verso una cantante che non ha mai dimenticato il proprio legame con questi luoghi.

 

Una cantante che non ha mai celato le proprie origini popolari, umili, in quel mondo palustre dove cresce con il padre commerciante di pesce e poi autotrasportatore. Leggo sulla carta stampata, così affezionata agli aneddoti e ai gustosi elzeviri, una presunta dichiarazione di Milva: “Io lavoro per comprare un camion a mio padre”. Registro altri aneddoti nei giorni che seguono la sua morte: i primi passi al piccolo teatro pubblico di Goro, nel dopoguerra, quando da ragazzina cantò un pezzo della Butterfly. E un aneddoto che trovo in un libro di Paola Rambaldi, Brisa: a quindici o sedici anni pare che Milva facesse le prove per le sue esibizioni in un magazzino di casse da morto e ossari. È da questo mondo autenticamente popolare che viene Milva, in una bassa umida e prodiga di case del popolo, dopo aver fatto tanta balera, come dichiarerà poi in un’intervista senile.

 

[Torna un ricordo più lontano: la casa che appare in Ossessione di Visconti non è affatto lontana da Goro. Non è nemmeno lontano il Po dell’Airone di Bassani. Mi sembra che le cose che amo di più – o che per un certo periodo mi pare di amare di più (Giorgio Bassani, Luchino Visconti, Maria Ilva Biolcati) siano disseminate nel giro di pochi chilometri, lungo la stessa strada statale, non molto lontano da casa, nel mio mondo antico di acque e infissi d’oro in alluminio anodizzato]

 

Si potrebbe predisporre una mappa su cui individuare i luoghi di nascita o transito delle grandi artiste o interpreti italiane. La mappa ci riporterebbe in province profonde, luoghi umili o difficili, quartieri popolari. E la geografia si farebbe sociografia: famiglie non ricche, di operai, contadini, a volte di piccoloborghesi.

 

Cerco i luoghi su una vecchia carta Touring dell’Emilia Romagna. Ligonchio, Bellaria, Solarolo. Goro, a nord-est. Poi mi accorgo che manca il mio paese di origine, Medicina. E i miei familiari me lo confermano: negli anni ottanta Anna Oxa abitava da queste parti, un ferragosto dei primi Ottanta alcune ragazze che conosco fecero addirittura una battaglia di gavettoni con lei, in giardino. Poi, come nel caso di Milva, anche Oxa andò a vivere da un’altra parte, ma per noi che restiamo in provincia i nomi di quelle artiste si fermano lì, nostro minuscolo mito campestre: le onoreremo per sempre, mai potremo dimenticarle. Ci appendiamo alla loro ombra, ci basta.

 

*

 

Rossa

 

Anche su Rinascita trovo traccia di Milva. Non cerco su Vie Nuove, ci sarebbe troppo materiale su cui lavorare: giornale fondato da Longo, l’austero Longo, ma poi divenuto altra cosa, una specie di rotocalco a colori sempre più allontanatosi dalla sua funzione primiera: nazionale e popolare, per riprendere la formula gramsciana e poi molto togliattiana. Vie Nuove dà spazio a Milva, ma si focalizza sulla cronaca rosa, sugli amori contrastati e sulle separazioni, oltre che sulla nascita della figlia Martina. Le copertine a colori di Vie Nuove mi attirano, ma preferisco scoprire ciò che di Milva scrive Rinascita, che ho sempre considerato un giornale severissimo.

 

Il critico e musicologo Luigi Pestalozza riferisce dello spettacolo “Canti e poesie della libertà”, per la regia di Giorgio Strehler, e identifica Milva come la protagonista assoluta di quell’evento. “Sarà interessante” scrive Pestalozza “giudicare Milva alla prova di una regia che senza dubbio la inserirà in un contesto significativo e capace di metterne tanto meglio in mostra le doti di intelligenza e di espressione”. Il riferimento a Milva si inserisce in un più ampio discorso sull’eredità dei canti della resistenza e sul riuso di quelle particolari forme musicali e poetiche, che in quegli anni (è il 1965) sono di sommo interesse per il Partito comunista. Il Partito si radica, si dota di strumenti ulteriori, interrogandosi in maniera sempre più intensa e profonda sulle possibilità creative e sulla produzione culturale da legare al proprio indirizzo politico. Vengono ripresi, nella pianura padana, i cori delle mondine, ricordo di una ben più antica eredità; allo stesso modo, le Feste dell’Unità si diffondono dappertutto, diventano quasi un rito collettivo. Ne scrive saggiamente Anna Tonelli, in un suo saggio di qualche anno fa[1]. E se sappiamo che Togliatti apprezzava Rita Pavone, come ha dichiarato sua figlia Marisa, anche Rossanda, che del Pci fu responsabile culturale, nutriva una sincera stima per Milva. E Milva, sostenitrice appassionata del manifesto, ricambiava senz’altro la stima per Rossanda.

 

Il 1965- lo si può leggere anche nella biografia di Giorgio Strehler uscita pochi giorni fa[2]– è l’anno della svolta per Milva, che inizia a dirigersi verso una road not taken, non percorsa almeno dalla maggior parte delle colleghe e dei colleghi di quell’epoca. Ma è inutile tornare sulle sue interpretazioni brechtiane così come, genericamente, sulla sua fede politica, su cui tutti hanno scritto e parlato: a impressionarmi è piuttosto il suo integralismo. Mi sembra infatti raro trovare, percorrendo a ritroso gli ultimi decenni in Italia, un’artista capace di interpretare in maniera così integrale idea dell’arte come liberazione, incarnando non solamente un’idea o un determinato sistema di valori, ma divenendo essa stessa (il proprio corpo, la propria voce, il proprio timbro, i propri gesti, il proprio modo di stare sul palco) quasi un mito politico, letterario, culturale.

 

Quando leggo la descrizione dell’artista rivoluzionario fornita da Adrienne Rich in What is found there, nella mia testa è solo Milva ad apparire, non i poeti di corte, non gli scrittori operai o populisti che amo:

 

l’artista rivoluzionario […] attinge al potere, in opposizione a una società tecnocratica che odia il multiforme, che odia il mondo naturale, che odia il corpo, odia l’oscurità e le donne, odia la disobbedienza. Il poeta rivoluzionario ama le persone, i fiumi, le altre creature, le pietre, gli alberi inseparabilmente dall’arte, non si vergogna di nessuno di questi amori e per loro evoca un linguaggio pubblico, intimo, invitante, terrificante, amato.

 

Rileggo i testi di Milva, scorro le canzoni, gli album, i suoi concerti: pubblico, intimo, invitante, terrificante, amato. Mi pare non vi siano parole più adatte per definirla.

 

*

 

La letteratura

 

C’è chi ha ricordato la poesia scritta da Alda Merini per Milva; è una poesia che riluce.

 

Non occorre che io mi sieda sul letto a rivedere i sogni perduti,

basta guardare gli occhi di Milva e vedo la mia felicità.

Coloro che pensano che la poesia sia disperazione

non sanno che la poesia è una donna superba

e ha la chioma rossa.

Io ho ucciso tutti i miei amanti

perché volevano vedermi piangere

ed ero soltanto felice.

 

Basta guardare gli occhi di Milva per vedere la propria felicità. Ma il rapporto fra la musica di Milva e la letteratura va cercato ancora più in profondità. Alice e Milva sono senza dubbio, ad oggi, le due artiste più “letterarie” degli ultimi decenni, per la loro capacità di prendere il testo letterario, deformarlo e riuscire a farlo proprio, parte fondamentale della propria voce e della propria esperienza musicale. Penso ad Alice: da Pasolini alle fonti bibliche, giungendo sino alla poesia friulana del Novecento. Da qualche parte trovo una sua registrazione rudimentale, seduta alla tastiera in chiesa, al funerale di Pierluigi Cappello, mentre suona e canta Inniò. Milva forse si spinge ancora oltre. E il suo corpo a copro con i testi di Brecht, esteso negli anni, è il segno di un rapporto forte con i testi- e di una idea forte e decisa di letteratura.

 

 [Mi torna in mente Louis Althusser, Per Marx, p. 122: « In questo stesso preciso senso Brecht ha sovvertito la problematica del teatro classico, rinunciando cioè a tematizzare nella forma di una coscienza di sé il significato e le implicazioni di un’opera teatrale. Con questo intendo dire che, per produrre nello spettatore una nuova coscienza, autentica e attiva, il mondo di Brecht deve necessariamente escludere da sé qualsiasi pretesa di cogliersi e di apparire in modo compiuto sotto la forma di una coscienza di sé”. Althusser non fa riferimento a uno spettacolo dove recita Milva, anche se è senz’altro alla regia di Strehler che pensa. In Marius e Jeannette Robert Guédiguian ha, a sua volta, pensato a questo testo e a Strehler. Mi immagino Milva a recitare nel film, forse nel ruolo della vicina di casa. Sarebbe stato il film perfetto per lei].

 

Milva canta Merini, Milva canta Brecht. Milva canta anche Giovanni Raboni, con un testo che le viene donato dal poeta e che rappresenta una conclusione profondamente lirica per l’album Tra due sogni.

 

Sì, l’alba è la più forte
sì, vince i sogni la realtà:
eppure solo in sogno
viene a noi la verità
Così si chiude un fiore
se il sole non c’è più,
ma tutto il suo colore
raccoglie in sé.

 

 

Alexanderplatz, auf wiedersehen

 

 

In Ritorno a Reims Didier Eribon, a margine di un profondissimo ragionamento sulla scoperta di sé durante l’adolescenza e sulla progressiva divaricazione intellettuale rispetto al fratello, individua in Tous les garçons et les filles di Françoise Hardy la canzone-simbolo di una generazione di omosessuali francesi, affondati nella solitudine, mentre gli altri, gli etero, garçons e filles, vivono liberamente il tempo dell’amore e della sua prima scoperta.

 

Ci si può chiedere- e non sarebbe un esercizio semplice da sbrogliare- quale sia la canzone simbolo per gli omosessuali italiani (della stessa generazione di Eribon o di generazioni successive), o forse, più banalmente, una canzone queer che si possa innestare alla storia di noi tutte e tutti, illuminarla un poco.

 

Forse non esiste una canzone che descriva pienamente la nostra solitudine grande e terribile. Potrei citare i Bronski Beat di uno Smalltown boy nel quale, ad un certo momento della nostra adolescenza, sommersi dagli insulti, forse disorientati da un precoce amore per “la persona sbagliata, l’etero che fa perdere tempo[3]”, fiaccati dalle lunghe attese (di incontri o convegni d’amore), alcuni di noi si sono identificati.

 

Penso agli Smiths tanto amati da Tondelli[4], al ragazzo con la spina nel fianco nel quale alcuni si sono rivisti, allo charming man che abbiamo atteso invano o che forse i più fortunati hanno visto giungere discretamente dal fondo della strada, quando si fa buio, per andare verso spiazzi o luoghi isolati a fare quel che c’è da fare e poi di nuovo soli, fra le pareti di una stanza spoglia.

 

Ma queste canzoni restano lì, cristallizzate in un’adolescenza che si esaurisce e, a pronunciarla, a definirne i tratti, è già un territorio perduto, popolato da parole in perdita e da canzoni che non riescono più a contenere quel nostro atroce risplendere.

 

Cerco di ricordare tutte le canzoni della mia adolescenza, ascolto nuovamente Fast car di Tracy Chapman: di nuovo la fuga, necessaria, una sigla di sopravvivenza per noi tutti e tutte; mi rimetto su The Queen is dead degli Smiths ma mi pare di non riuscire più a trovarci qualcosa di buono.

 

Guardo, insieme a mia madre e a mia zia, figlie degli anni Ottanta, il video di Étienne: Guesch Patti mima una fellatio e balla, con la sua sensualità indicibile, in un teatro vuoto, popolato da personaggi maschili, figli di un immaginario genetiano, ma pure alla Collard o alla Carax.

 

Poi all’improvviso ogni cosa diventa più chiara, s’accampa un pensiero, più nitido: ti vedo stanca, hai le borse sotto gli occhi. Come ti trovi a Berlino Est? Forse è Alexanderplatz la canzone che parla veramente, terribilmente di noi tutti e di noi tutte. La ascolto per l’ennesima volta un pomeriggio in cui mi sento nostalgico, pochi giorni prima che Milva muoia. Mi mancano le sue apparizioni televisive e l’unica cosa che può consolarmi è compulsare per l’ennesima volta le vecchie interviste sui giornali, il gruppo Facebook a lei dedicato e l’ultima apparizione pubblica, raccolta dalla Rai, che guardo e riguardo insieme all’esibizione sanremese del 2007, The show must go on.

 

Negli anni in cui si rincasa tardi, camminando lungo il Sébastopol o lungo Saint-Michel, indeboliti dai rigori dell’inverno, in una qualsiasi città d’Europa, Parigi Berlino Amburgo o Milano, ma pure nelle città più periferiche e sinistrate, Gorizia o Crotone, Agrigento o Lorient; nei giorni d’inverno, gelidissimi, forse ci siamo sentiti come Marlene Dietrich, in attesa all’angolo della strada, intrappolati in un film lungo e squallido, in attesa che giungesse un colpo di scena.

 

Anche io ho i miei angoli preferiti, l’angolo fra la strada di casa mia e la provinciale numero 9 dove tutte le mattine aspetto la corriera per andare al liceo e dove alle sei, sei e un quarto del mattino posso sentirmi per un istante come Marlene nell’Angelo azzurro; e poi, solo molto tempo dopo, l’angolo fra rue des Écoles et rue Médicis, dove si contano tre cinema in successione lungo la strada, per molti il luogo delle attese, degli appuntamenti, degli incontri. Della liberazione, attesa da così tanto tempo: all’angolo, come Marlene.

 

[Misuro la distanza fra quei diversi angoli della strada, penso che la storia di noi tutt* è una storia di principesse prigioniere di certi film. Ma soprattutto di attese, sotto la tiepida luce di un lampione.

 

 

Siamo esistiti nelle strade di periferia, nei parcheggi dei cimiteri, in spiazzi e radure, sul fondo di conurbazioni, zone residenziali, paesaggi di villini e capannoni e grandi prati all’inglese; e siamo stati noi stessi solamente nelle case abbandonate lungo l’argine di un torrente, nel buio dei poligoni industriali, dietro le transenne dei cantieri, i container di un porto, in tutta questa provincia che ci sfugge dalle mani, provincia settentrionale o meridionale, grande città universitaria o paesino sull’altopiano, poco importa, è in questi posti che siamo esistiti e che continueremo ancora, nel tempo sospinto molto dopo di noi, a esistere come traccia o come soffio confuso imprendibile dannoso sovversivo.]

 

Solo pochi anni fa scopro che la versione originale di Alexanderplatz è stata cantata e scritta da Alfredo Cohen (con Pio e Battiato); ripercorro il testo della sua canzone, Valery, dedicata a Valérie Taccarelli. Ecco che tutto torna, che la canzone di Cohen illumina di un nuovo significato Alexanderplatz, cerco i nessi, i legami fra le parole e le immagini che si accampano nel testo. Dietro Alexanderplatz c’è l’incontro di Cohen con la giovane militante di un circolo di cultura omosessuale bolognese, qualche anno prima che Imbeni decida di assegnare il Cassero di Porta Saragozza all’associazionismo omosessuale. Si stratifica così una storia possibile e questa storia resta poi infissa sul volto di Milva, nella sua voce avvolgente, quasi fosse un segreto che lentamente inizia a scoprirsi, ma ancora celato: non un “intertesto”, né un “sottotesto”, ma piuttosto uno sfregamento, un contatto fra due testi e fra due storie- che si fanno poi storia di noi tutti.

 

[A molti ha fatto comodo identificare Alexanderplatz come una canzone sulla Germania Est, sul “cielo diviso” di Berlino. Eppure i versi di Alexanderplatz raccontano anche un’altra storia, basta leggerli, rileggerli e rileggerli nuovamente:

 

“Poi restarmene in disparte/

come una vera principessa/

prigioniera del suo film/

che aspetta all’angolo come Marlene”].

 

[1]  Anna Tonelli, Falce e tortello. Storia politica e sociale delle Feste de l’Unità (1945-2011), Roma – Bari, Laterza, 2012

[2] Cristina Battocletti, Giorgio Strehler. Il ragazzo di Trieste, Milano, La nave di Teseo, 2021.

[3] Sono versi di Franco Buffoni, aprono la raccolta Noi e loro, Roma, Donzelli, 2008.

[4]Citato a più riprese nel Weekend postmoderno, come pure in Camere separate.

6 thoughts on “Quattro frammenti su Maria Ilva Biolcati

  1. Bellissimo testo, Jessy! Milva è davvero stata tutto questo. Si schiuse, anzi esplose come un fiore violento quando la gente ballava sulle note di sbrindellati cha cha cha. Ed ebeb il coraggio, qualche anno dopo, di cantare canzoni antiquate, come Creola, Balocchi e profumi, perfino Gastone di Petrolini. Unica. Ebbi la fortuna, più avanti, di sentirla a teatro in uno spettacolo di Strehler. Musiche di brecht, ovviamente. Grazie. A lei per essere esistita, e a te che l’hai ricordata.
    Giovanna P.

  2. Si crede, e non solo in questo articolo su Milva, che la notorietà debba derivare dalle nostre origini; ma non si considera quanto invece sia il portato di epoche, come la nostra, appassionate di successo. Si crede di arrivarvi per grazia ricevuta (lo chiamano talento) ed invece è la risultante di vari fattori tra cui, nel caso specifico, la volontà di piacere; anche all’impresario, se questo porta al successo…

  3. Complimenti a Jessy per l’ottima recensione, allargata e completata di varie voci. Milva è stata l’ artista italiana che maggiormente si è distinta per aver tentato(ed in buona parte riuscendo)di allargare l’arte del canto ad un mondo culturale più elevato e transpopolare. Non è possibile dire con certezza quanto tutto questo le sia riuscito e quanto sia stato assolutamente voluto da lei, ma sicuramente non si è sottratta ad esplorare un mondo più complesso e affascinante. Passerà certamente tempo prima di poter rivedere una nuova Milva, se mai verrà promossa da un’ enclave che non alza le regole di una cultura artistica in buona parte avvilita dalla consuetudine.

  4. Articolo coltissimo di non facile lettura , ma anche Milva non è facile. Bene che le cose non siano facili perché così ci spingono a studiare, a cercare di capire e sviluppare il.pensiero.

  5. Questo testo lo sento scritto e diretto a me . Ho pensato e penso ancora a lungo a Milva. Al suo essere artista padrona assoluta, carnale e sofisticata, del palcoscenico ma allo stesso tempo quasi imbarazzata, non a suo agio, fuori posto, in una intervista con Giletti. Forse per l’ assoluta volgare mediocrità dell’ intervistatore, che la incensava e si complimentava, un po’ come si fa con i bambini e con i vecchi. Milva era una donna/ dea. Tutto il resto è nella sua voce che sento e risento.

  6. Vi ringrazio per questi commenti che mi rendono molto felice.
    Valérie Taccarelli mi fa giustamente notare che il sindaco “del Cassero” fu Zangheri e non Imbeni.
    JS

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