di Francesco Rocchi

 

Il Ministero dell’Istruzione ha pubblicato la nota con cui spiega come intende affrontare l’emergenza didattica determinata dalla pandemia. Non si può dire che tutto quello che c’è là dentro sia negativo, però diverse cose mi lasciano piuttosto perplesso, talvolta con un vivo senso di irritazione.

Cominciamo con il calendario di queste attività: in varie maniere, i lavori si estenderanno da giugno ad agosto. Ricordo abbastanza distintamente, per aver discusso e purtroppo talvolta litigato con tanti amici e colleghi, che quindici giorni a giugno erano un problema insormontabile per caldo e stanchezza. Ora ci ritroviamo a proporre agli studenti di continuare per tutti e tre i mesi di vacanze. L’enormità di questa contraddizione è alla base di quel vivo senso di irritazione di ci sopra, ma c’è un altro “moltiplicatore di fastidio” che devo aggiungere: la ragione per cui, con altri, ho sostenuto la necessità di una rimodulazione del calendario, “sfondando” di una quindicina di giorni, era che ammazzarsi di fatica per fare la dad in inverno era inutile, se si poteva fare una scuola più serena e distesa a giugno. L’idea è stata vista come anatema, e rigettata. Solo che ora, come era facilmente prevedibile, arriviamo a giugno sfatti, spossati, snervati da uno sforzo tanto pesante quanto frenetico e dai risultati sicuramente più poveri di quelli che ci saremmo potuti aspettare nel fare le cose, molto semplicemente, con la dovuta calma.

 

Trovo probabile, per non dire sicuro, che questa enorme stanchezza farà sì che a giugno gli studenti e i docenti che volontariamente si proporranno per la prima tranche di attività, quella di tradizionali corsi di recupero, saranno decisamente pochi. Non mi sento di biasimarli: abbiamo voluto fare una maratona anziché più tappe (come noi avevamo proposto), ora sarà anche il caso di rifiatare.

L’altra cosa che mi fa imbizzarrire è che questi corsi sono principalmente per studenti con debiti e/o difficoltà, non per tutti. L’idea di aiutare chi è in difficoltà è così intuitiva che passa facilmente in cavalleria, ma invece sarà il caso di riflettere un secondo: se l’anno è stato accidentato per tutti (e lo è stato, altrimenti non ci spiegheremmo nemmeno perché per i più fragili le difficoltà sono aumentate), tutti hanno bisogno di recuperare qualcosa.
Alla fine dell’anno, tra ore in dad, attesa dei supplenti, sconvolgimenti didattici seguiti alle varie ordinanze, stanchezza, limiti delle connessioni e della didattica di emergenza, ci saranno molti argomenti fatti più superficialmente o non fatti del tutto. Se in una classe, per storia, non si è riusciti a studiare, che so, la lotta per le investiture, l’argomento manca anche a chi prendeva tutti dieci in storia. Laddove si sia fatta una corsa per “completare il programma”, la situazione potrebbe essere anche peggiore, perché fare tutto di fretta confonde le idee anche a chi, di solito, non avrebbe grosse difficoltà, e non è detto che ce ne accorgiamo, proprio perché diamo inteso che tanto “lei se la cava”. Di queste banalità non sento molto parlare. Forse è troppo triviale, poco 21st century skills, ma è così.

 

Ma non è il solo problema. Le attività estive vengono presentate con una certa indeterminazione (che il riferimento ai “patti di comunità” non vale a disperdere), ma su una cosa ministro e dirigenti hanno insistito molto: non sarà didattica d’aula tradizionale. Si tratterà di cose trasversali, cooperative, sociali, e altre cose bellissime: si possono immaginare attività sportive, teatrali, laboratoriali, artigianali, ogni sorta di cosa.
Non è per ironia che dico che sono cose bellissime: lo sono. Ma tante cose sono bellissime a questo mondo, solo che non sono necessariamente quelle che ci servono in questo momento. Quel che la scuola ha perso quest’anno sono principalmente i saperi formali; quel che che tratteremo con quelle attività volontarie sono saperi non formali e informali. Questi sono importantissimi, ma non sostituiscono i primi. In una ricetta che voglia essere mangiabile, non posso sostituire la salsa di pomodoro con il ketchup: sono entrambe rosse, cremose e fatte col pomodoro, ma se aggiungo il ketchup al posto della salsa che mi manca, ottengo una schifezza, non quello che mi proponevo.
Molti bravi pedagogisti e insegnanti sembrano vedere in questi recuperi estivi la possibilità di far entrare quegli aspetti non formali e informali nella didattica tradizionale (spesso stantia) di cui abbiamo grandemente bisogno. Il mio onesto timore, fallibile come qualsiasi altro ma che sento fortemente, è che otterremo non un’ottima scuola finalmente rinnovata ma un’immangiabile sbobba al ketchup.
Spiego più in dettaglio perché. Gli apprendimenti formali prima o poi riprenderanno. Torneremo a lavorare su equazioni, reazioni chimiche, sonetti, cellule e formule fisiche “là dove eravamo rimasti”. I corsi di fotografia, i lavori cooperativi, il teatro però non avranno avuto nulla da offrire al riguardo, e rischiamo una certa sfiducia in queste attività. Passerà il messaggio che quelle attività sono intrattenimento. Ed è un problema, perché sono ben più importanti di così e portano a risultati enormi, ma se integrate in una cornice che ora non c’è.

 

L’equivalenza con l’intrattenimento diventa quasi fatale se aggiungiamo le ampie e accorate rassicurazioni del ministero sul fatto che non si tratterà affatto, Dio liberi, di “fare scuola anche in estate”. Per carità, per la scuola “vera” siamo tutti stanchi. Ecco, attenzione: ho appena fatto un lapsus grave. Si noti bene: con questo approccio, “scuola vera” o “per davvero” è l’espressione impropria che ricorrerà sulla bocca di tutti. La scuola dei saperi non formali e informali è “altro” (ministerium dixit), quella “vera” riprende a settembre.

 

Il risultato è un disastro: la scuola “estivo-alternativa” è ridotta a intrattenimento, quella “vera” è riaffermata come quella regolare, opprimente e stancante, definizione che lo stesso ministero, à la Lakoff, ha avvalorato contrapponendola sfavorevolmente all’altra, e assicurando che quest’estate non se ne vedrà neanche un pochino. Certo, ci sono solidi argomenti per sostenere che la didattica d’aula della scuola italiana è mediocre, ma allora è nell’aula che bisogna trovare le soluzioni, non nelle attività estive.
In un colpo solo, per fare un mischione, rischiamo di far passare l’idea che a far schifo non sia l’accrocco strano che abbiamo creato, ma il pomodoro, la pasta e il ketchup, tutti quanti, laddove è chiaro che ogni elemento dà il meglio di sé nella giusta combinazione (il ketchup sulle patatine e la salsa sulla pasta, per capirci).

 

Mi inducono al pessimismo anche altri elementi di contorno, più di dettaglio ma non meno importanti – visto che è là che si nasconde il diavolo. Il primo è la volontarietà di queste attività, che peraltro è assolutamente insindacabile. Se si è stabilito che le lezioni termineranno intorno al 10 giugno, la scuola non può disporre del tempo di studenti e famiglie oltre quella data. Non può farlo nemmeno con i docenti, ma lì la questione sarebbe leggermente diversa, di tipo semplicemente contrattuale.
Questo vuol dire che si creeranno gruppi molto eterogenei e, soprattutto, che nella stragrande maggioranza i docenti/formatori/educatori non conosceranno molti dei loro studenti. A occuparsi di queste attività saranno spesso formatori dal terzo settore (la cui qualità, peraltro, è spesso assai eterogenea, e andrebbe controllata di più), ma anche quando saranno docenti di ruolo, difficilmente lo faranno solo o principalmente con i loro studenti. Si tratterà di creare tutto da zero. Ci sarà da creare una relazione didattica, spiegare esattamente ai ragazzi cosa si vuole e anche cosa si deve fare. Quante ore, quale cadenza si intende proporre per queste attività? Questo è ancora assai vago. Le scuole lo dovranno programmare, ma c’è caso che i conti saltino tutti quando poi bisogna verificare se gli obiettivi che ci è posti sono alla portata degli studenti.

 

E ovviamente la disponibilità degli studenti non sarà incondizionata. Le attività saranno volontarie e non ci saranno vincoli esterni, come sanzioni o registri. Ciò è giustissimo, visto che parliamo di attività estive, ma vuol dire anche che se un giorno qualcuno dei partecipanti decide che è una giornata perfetta per andare a mare, ci andrà. E farà pure bene, vivaddio! Ma si può immaginare come questo incida su chi sta tentando di preparare uno spettacolo teatrale, un concerto, una coreografia, qualsiasi cosa necessiti di coordinamento.

 

Ci rimangono due possibilità. Quella auspicabile è di considerare questi esperimenti estivi come qualche cosa di diverso dal recupero ma che in futuro rimarrà e sarà accortamente integrato all’attività scolastica, in modi che vanno congegnati attentamente; l’altra è che ci illuderemo di aver recuperato qualcosa, scopriremo che non è vero e metteremo in croce delle attività che non avremmo mai dovuto considerare “di recupero”.
E rimane il fatto che di come recuperare le lacune di quest’anno negli anni a venire ancora non abbiamo parlato.

3 thoughts on “Che cosa non va con i recuperi estivi

  1. Questo articolo andrebbe preso a modello della confusione linguistica e concettuale ormai dominante. La sua retorica è straordinaria. “Non si può dire che tutto quello che c’è là dentro sia negativo…”, “…diverse cose mi lasciano perplesso, talvolta con un vivo senso di irritazione”. E poi andando oltre fino “imbizzarrirsi”…Mah! Se poi nel valutare sui “corsi di recupero estivi” uno ha da eccepire in primo luogo sul calendario, è evidente che è contro senza se e senza ma. Altrimenti se li facevi a dicembre, come potevi chiamarli corsi estivi? Ma allora perché questo articolo?
    Sia chiaro i corsi estivi sono una solenne cazzata. E si capisce già come finiranno. Non escludo che ci sia qualche picchiatello tra i miei colleghi che possa provarci. Ma riuscirci? Forse i genitori dei ragazzini delle elementari, ma ci scommetto che nessun adolescente è così scemo da partecipare a qualsiasi attività, formale o informale che sia, nei mesi in cui per tradizione si guarda bene dall’avvicinarsi anche solo fisicamente a scuola. Perché diciamolo chiaramente: verso la scuola tutti hanno sentimenti ambivalenti, come verso chi si ama e si odia allo stesso tempo. Se uno pensa però che possa attrarre un corso estivo di recupero (e di cosa? la ricerca del tempo perduto?), allora lo fanno Ministro. Ecco chi è un Ministro in questo paese.

  2. A Modest Proposal. Abolire la parola “recupero”. Dal proprio lessico, dal proprio modo di insegnare, dalla propria vita. Non ammesse eccezioni. Neppure quando si parla dei gironi delle partite di calcio. Mai. Io l’ho fatto, da molto prima dello spillover pipistrello-pangolino-uomo. Funziona. Effetti collaterali inferiori a quelli della doppia dose Pfizer, che non me ne ha dati affatto.

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