di Riccardo Donati

 

Il nuovo lavoro di Antonella Anedda, Geografie (Garzanti, 2021), è un mosaico composto da centocinquantuno tessere, prose-paesaggio che una sottile lama di luce unisce/separa, rendendo labili le demarcazioni del testo e al contempo saldo il disegno complessivo. Non è un libro di viaggio ma un cahier di perlustrazioni, attraversamenti e derive senza approdi, un taccuino di esplorazioni condotte dentro e oltre i confini geopolitici e quelli fisico-mentali dell’esperienza intima. A scrivere è una penna itinerante, in cerca di uno spazio da sterrare alternativo a quello già occupato dalla letteratura piattamente mimetica, schiacciata sulla cronaca, e insieme alieno da ogni idea astratta e impalpabile – per eccesso di sublimazione, teoresi o formalismo – di prassi creativa.

 

Se in La vita dei dettagli (Donzelli, 2009) Anedda lavorava sulle immagini a partire appunto dai dettagli, disattendendo le correnti prescrizioni percettivo-interpretative così da spalancare nuovi orizzonti di senso, qui a venire reinventati, sulla scorta della lezione di Elizabeth Bishop, sono il senso e la funzione della carta geografica, le sue convenzioni formali – quella numerica della scala, quella simbolica dei segni – da cui l’autrice divaga in modo del tutto impertinente, ossia, alla lettera, eccedendone i principi logico-funzionali. Che si tratti di quadri o di piantine è questione di aderire al reale – il vissuto e le impressioni sensoriali; la memoria privata, collettiva e culturale; l’immaginario, l’incanto fantastico, il sogno – attraverso un calcolato, coltivato esercizio della distanza. Detto altrimenti: l’antidoto al rischio di cadere nella facile melodia d’un idillio convenzionale, oppure di attendarsi nella comfort zone di un soddisfatto (e autoassolutorio) senso comune progressista, Anedda lo cerca nella libera adozione del linguaggio oggettivo e privo di pathos della mappa: “Una carta geografica ha i confini che non hanno muri, con i fiumi tranquilli, i monti di gesso, il mare teso. Non ci sono vivi, non ci sono morti. Nessuna storia, nessun taglio del tempo”.

 

Gli “interminati spazi” solcati dalla penna vagabonda, pellegrina, dell’autrice, in continuo moto dalla Sardegna alle isole greche, dal Sinai all’Islanda, da Mosca all’Eritrea, dal Giappone alla sala radiologica di un ospedale romano, sono corsi da avvertimenti, presentimenti, incrinature, sbandamenti che mettono a nudo l’orrore rescissorio del vivente, il “taglio del tempo” di cui sopra. Rispetto alla cruda realtà storica ed esistenziale, foriera soltanto di gelo, tempeste, venti invernali, la geografia rassicura, offre cieli azzurri e sconfinati, per quanto solcati da nubi e segmentati da linee artificiali, come quello che figura nella sovraccoperta del volume. Al riparo dagli appetiti mostruosi di Chronos, lo spazio è immune dallo spavento, sottratto all’abisso della perdita, non toccato dall’ombra di distruzione che il volgere degli istanti proietta su ogni vita. “Lo spazio esiste e ci ignora”, viene detto, “Siamo noi che lo chiamiamo: vieni spazio, avvicinati”, e poi: “Vieni spazio, consolaci del tempo”. Una richiesta di conforto che implica, in Geografie come nei libri precedenti, il tema nodale della violenza della storia. Con occhio sensibile, attento ma mai patetico, Anedda torna in queste pagine a schierarsi contro ogni offesa alla dignità e all’integrità umana, contro ogni potere sopraffattorio, in difesa di quello che Benjamin chiamava “il passato oppresso”. “L’intelligenza di cui facciamo vanto / risputa il passato nel presente”, recitano due versi di Historiae: è il motivo dello scelus, lo scandalo della vita offesa, che l’autrice medita sui classici, filtra attraverso i moderni (Mandelštam, Cvetaeva, Celan, Herbert, Rosselli, tra gli altri), smonta fino a coglierne il dato essenziale e infine rielabora, in un tono di alta severità, scevro da facili pietismi.

 

Dentro il cedevole ordito dello spazio-tempo passa poi il filo, cucito di libro in libro, di una basilare dialettica degli estremi: da un lato l’impulso a delimitare, perimetrare, trattenere – individuare margini o bordi è una faccenda indispensabile per il nostro cervello, si tratti di stabilità psicologica o di organizzazione sociale – dall’altro la tensione-tentazione a sfrangiare, fluire, lasciar andare. È l’antitesi urticante, centrale e irrisolvibile del lavoro di Anedda, tra forma e inform(al)e, uno strabismo della realtà e della volontà che a ogni rigo, a ogni verso, l’autrice coniuga su tutti i piani, da quello cosmico a quello individuale, privato, fisico. Il corpo come paesaggio delimitato, insieme di organi, sensazioni, determinazioni trattenuti dalla gabbia toracica, dalla scatola cranica (cadrage), e al contempo in perenne rivolta: spazio dell’otite, della nausea, dell’anestesia, insomma spazio della fuga e del decentramento (décadrage). Lo stesso dicasi per le terre emerse: da un lato il cadrage del continente, parola che, sin dal suo etimo, osserva Anedda, trattiene, si oppone alla dispersione delle isole; dall’altro l’esposizione, lo sbilanciamento, il décadrage dell’isola, sottratta al controllo e aperta all’indistinzione, circondata com’è da quel formidabile solvente d’identità che è l’acqua (insula, leggiamo, è anche un’area della corteccia cerebrale, e Isolatria, si ricorderà, è il titolo del precedente volume di prose, Laterza, 2013). Il continuo dissidio tra l’impulso a comporsi in una forma data e definita (“le carte geografiche danno pace come gli scheletri nel deserto”) e il desiderio di abbracciare l’indistinto (tutto e nulla) torna nelle prose-paesaggio saldato, com’è inevitabile, al motivo dell’“io”, alla schiavitù egotica cui si guarda con insofferenza: “L’indistinzione cura quello che ci fa davvero soffrire: essere individui, individuabili. Veniamo dal buio”.

 

Viaggiare significa anche guadagnarsi una piccola tregua – una delle parole-chiave di tutta l’opera di Anedda, compresa questa – prendere una breve pausa dall’assedio dell’io e del mondo. Tregue sono l’attesa, la speranza, l’istante fuggevole in cui il dolore concede respiro; tregue mentali sono i momenti in cui (illudersi di) sostare senza tempo e senza memoria, magari perché temporaneamente, salutarmente spiazzati, fuori casa e fuor di posto: “C’è pace nello stare in un luogo dove non si aspettano che tu conosca la loro lingua e in cui ci si esprime in un’altra che traghetta senza sforzo”. Il nauseante assillo dell’ego è disinnescato assimilando materiali eterogenei, cataloghi di realtà, frangenti di vissuto, cognizioni, visioni e dilemmi. E, soprattutto, favorendo le contaminazioni. Moduli e modelli umanistici – a comprendere un’ampia tradizione letteraria, da Basho a Montaigne, da Heaney a Zanzotto, oltre a reminiscenze visive, intuizioni filosofiche, frammenti di sapienza pre-classica – si compenetrano e dialogano con spunti scientifici e naturalistici, dall’astrofisica alla genetica, dalla biologia molecolare all’etologia. Lungo l’asse Lucrezio-Darwin(Erasmus)-Leopardi-Darwin(Charles), la componente ragionativa della scrittura di Anedda, né astraente né schematica, si fa se possibile ancor più spiccata di quanto già non accadesse nel libro che occorre leggere a specchio di questo, ovvero Historiae (Einaudi, 2018).

 

Considera, il paragrafo incipitario di Geografie, è un testo-soglia che invita all’esercizio del pensiero, alla fiducia verso quella che col Primo Levi de La ricerca delle radici possiamo chiamare “la salvazione del capire”. La “salvazione del capire” non comporta il giudicare e tantomeno il prevaricare; sollecita semmai un’osservazione paziente e umile del mondo esterno, umano e non, e dei processi mentali che esso genera; richiede altresì di riconoscere l’ambivalenza alla base dell’organizzazione pulsionale, psichica e linguistica della vita, e obbliga a fare i conti con essa. Implica, soprattutto, la necessità di scandagliare la lingua, le lingue, in cerca di parole nutrite di cose, riconoscendosi corpo tra i corpi, entità vulnerabile e soggetta alle leggi naturali e atmosferiche, immersa in un ambiente instabile e pericoloso, costantemente sul punto di collassare, eppure risuonante di vita, di armonie nascoste, di tracce di melodia cellulare.

 

Sempre più, nell’opera di Anedda, la “salvazione del capire” coincide con un’immagine visionaria e rutilante dell’universo, tra catastrofe e rinascita, gravata dal peso del lutto ma anche sollevata da ondate di energia desiderante. “Uno e incalcolabile / come il numero delle cellule. Delle cellule e delle rondini”, scriveva il Luzi più eudemonistico, quello di Al fuoco della controversia. Le cellule, gli uccelli – nei suoi inscenamenti ambientali Anedda predilige i numinosi corvi – e in generale tutte le forme attraverso cui la vita prende il volo e trasmigra aiutano a vedersi, a pensarsi da una prospettiva decentrata, sganciata da ogni pregiudizio specista e da qualsivoglia criterio discriminatorio. Il punto di vista animale corregge la nostra arroganza antropocentrica, e del resto gli studiosi ci dicono che la scala zoologica è un abbaglio: tutte le specie attualmente viventi posano, ciascuna relativamente al proprio percorso evolutivo, sui rami più alti dell’albero darwiniano. Non stupisce allora trovare, nelle centocinquantuno prose-paesaggio, brani dove si guarda con simpatia, come a un traguardo, all’ipotesi di uno stato di indifferenziazione post-specista (“Sarà cosi’ la morte?, ritornare pesci?, smetterla finalmente con il respiro dei mammiferi?”) o a un orizzonte gender-fluid (così “all’amore in occidente si può contrapporre il Serranus Tortugarum”, pesce caratterizzato da un ermafroditismo simultaneo).

 

La stessa prospettiva relativizzante, polimorfica e fluida condiziona, nel brulichio dei neuroni e delle sinapsi, le risposte della psiche: nei luoghi, e non luoghi (sale d’aspetto, treni, aereoporti, traghetti, ciascuno un’occasione di tregua), che qui si accampano, niente resta e niente è definito una volta per tutte: “Solo i pensieri in questa pace stormiscono con le loro voci. Il tempo li affila uno dopo l’altro, li rende inconoscibili. Meglio rivolgersi altrove”. L’indistinzione dei confini identitari è, per l’individuo come per la specie, una risorsa, non una sconfitta: non a caso il Libro dei Mutamenti, l’I Ching, percorre sottotraccia l’intero volume, a sottintendere che “i mutamenti sono l’elemento più interessanti del nostro cervello e del modo con cui concepiamo il paesaggio”. Dire io sapendo che non c’è, se non sotto forma di aggregati di cellule nervose; dire il “mio” corpo sapendo che questa idea di “possedersi” non ha senso: eppure stare nel mondo, e guardare con dedizione alle piccole cose, dai più minuti fenomeni naturali alle vite d’ogni giorno che si consumano tra le pareti domestiche: “C’è troppa luce nella stanza anch’io sono di troppo, meglio allontanarsi fino al bordo dove il davanzale si scurisce, dare il dorso alla polvere consegnarle un’ unghia, la miccia dei capelli, diventare il nodo di lanugine che sposta da un capo all’altro della casa il suo peso fino a perderlo”.

 

Indietreggiare, sottrarsi, ri-scoprirsi ogni volta materia, con sgomento e stupore. Geografia è un libro di grandi angosce esistenziali e di minime acquisizioni in termini di conoscenza e di filosofia pratica: “Nessun premio, nessun biasimo”; “quella tranquillità che è il nostro essere felici senza saperlo”; “non resta che arrendersi alle circostanze, vivere le circostanze, non percepirsi qualcosa di diverso dagli elementi”. È un libro, anche, di asciutta consapevolezza circa la relatività del nostro esistere, con una forte cifra gnomico-sapienziale: “Non è vero che saperci accidentali renda infelici. La nostra evoluzione non è una freccia ma una nuvola che si forma, si trasforma, corre, si ferma, sbatte contro qualcosa d’inaspettato. A volte è buono, spesso non lo è. Spesso andiamo dove non volevamo”. E ancora: “Basta pensarsi come un pesce andando indietro fino all’acqua da cui siamo usciti e la morte smette di preoccupare. Strati e strati, rocce piene di conchiglie, erbe marine, sollevati da ogni idea di creazione, castigo, premio, intenzione. Solo condizioni atmosferiche e desideri o perlomeno, tensioni”.

 

Sul piano dello stile, con Geografie la scrittura di Anedda conferma i suoi caratteri di sobrietà, non assertività, oltre a una buona dose di sense of humour. Il suo motto operativo potrebbe forse essere individuato nel Nicht So Aber So brechtiano, il Non Così ma Così, l’idea che ogni azione compiuta implichi la possibilità, e dunque l’eco, di altre azioni che in quella risuonano in potenza. Chi scrive si dà continuamente istruzioni “di regia” per il buon uso del pensiero (della scrittura), con formule iussive del tipo: “Intensificare ciò che già esiste”; “Evitare il magnifico se non favorisce la verità”; “Andarci cauti (ormai) con le immagini. Non mescolarle alle parole. Lasciarle sole”. Suono e senso risultano sottilmente intrecciati, e il variare della voce si accorda al mutare del sentire, l’uno come l’altro screziato in fulminee intuizioni e minute descrizioni. La lingua è ormai giunta a un grado esemplare di elaborazione, senza che questo comporti mai uno scadimento nella meccanicità del mestiere: lapidaria e morbida a un tempo, rifugge l’evocatività calcolata (“Niente mimesi, niente incanto. Metti gli articoli”), ma a tratti sa vibrare e illuminarsi di accentuazioni sonore ed energiche, grazie anche ad accorte variazioni di ritmo. La pagina è infatti sempre sapientemente orchestrata, ora scandita dalla musicalità pausata ed esitante degli interrogativi, dei quesiti esistenziali, ora dalle cadenze più battenti degli accadimenti (infinitesimali), delle derive fantastiche e dei concatenamenti logici.

 

Geografie è uno dei libri più importanti degli anni Duemila, uno di quelli destinati a restare. La speranza è che un’opera come questa possa servire da stimolo ai più giovani, a chi, oggi, si affaccia alla scrittura non per inseguire un’effimera notorietà fatta di premi e piccole glorie mediatiche ma per tornare a porsi quelle buone, terribili domande che hanno reso così indispensabile la letteratura da Saffo a noi. “Perché scriviamo? Non per lasciare le nostre tracce ma perché le cose così disperatamente irreali e fugaci si attardino ancora un po’ nel mondo”. Abbiamo un gran bisogno di voci così: voci che si sottraggono alle parole d’ordine del momento senza per questo abdicare al reale, voci che si rifiutano di farsi complici dell’impero della disillusione.

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